I
e s ;^é
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO Al NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
k\ PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÌJ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, Al CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NOW
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MOROM ROMANO
PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XYL
VOL. XXVIL
IN V E N J: Z I A
bALLA IIPO GRAFIA EMILIANA
W D C C C X L I V.
DIZIONARIO
Di ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
F
FRA
Continuazione dei cenni storici ci-
vili ed ecclesiastici sul re^no di
Francia, e delle relazioni di que-
sto colla santa Sede.
\jailo Vili lusingato dall'idea di
conquistare il regno di Napoli, co-
me erede dei diritti di Renato, e di
Carlo III d'Angiò, fece la pace con
Enrico VII re d' Inghilterra, coi re
de'romani e d'Aragona, all'ultimo dei
quali rese la Cerdagna ed il Rossiglio-
ne, perdendo cos'i il reale per una
cliimera. Il Pontefice Innocenzo VI 11,
qual signore supremo del regno di
JNapoli, pacifìcossi col re, ma man-
cando questi alle condizioni conve-
nute, lo scomunicò, trasferendone
i diritti a Carlo Vili come a le-
gittimo successore delle ragioni de-
gli angioini. Mentre Carlo Vili si
apparecchiava con poderose forze a
passare in Italia per occupare il le-
gno di Napoli, morì Innocenzo Vili,
e gli successe Alessandro VI Bor-
gia, che richiesto dell' investitura dal
FRA
re di Francia, il Papa cedendo ai
grandi vantaggi che offriva a' pro-
l)ri parenti il re di Napoli Alfon-
so lì, spedì a Carlo Vili in legato
il cardinal Piccolomini , poscia Pio
III, per distoglierlo dall'impresa,
senza che fosse licevulo uè sentito,
perchè il suo zio Pio II era stato
contrario alla casa d'Angiò. Quin-
di domandando Carlo VIII l'inve-
stitura del regno di Napoli, ed op-
ponendovisi Alessandro VI, il re si
appellò al futuro concilio, e il Pa-
pa lo minacciò delle censure eccle-
siastiche, secondo il decreto di Pio
II, pubblicato nel congresso di Man-
tova , che proibiva sotto pena di
scomunica di appellai'si sotto qua-
lunque pretesto , dal sommo Pon-
tefice al futuro concilio, dando con
tal bolla una ferita mortale alla
prammatica sanzione. Intanto Car-
lo Vili senza denaro, e senza risor-
se e precauzioni, partì dalla Francia
alla testa di circa trentamila uomi-
ni, ed entrò in R.oma al chiarore
delle faci l'ultimo dì del u^QÌ- ''
6 • FRA
Papa per timore si rifugiò in Ca-
stel s. Angelo, indi capitolò coire,
con quelle condizioni che riporta il
Rinaldi all'anno i49^j "wnfi- 2, fra
le quali l'investitura del regno di
Napoli e di Gerusalemme, non che
la coronazione d'imperatore d'orien-
te, per le ragioni che su quell' im-
pero occupato dagli ottomani gli
avea cedute Andrea Paleologo. Gli
italiani non avendo fatta resisten-
za, Carlo Vili era potuto giungere
in Roma senza alcuna difficoltà : a
sua istanza Alessandro VI nella fe-
sta dei ss. Fabiano e Sebastiano
celebrò solennemente la messa nel-
la basilica vaticana, in cui il re vi
sedette dopo il primo cardinal ve-
scovo, diede l' acqua alle mani del
Papa, avendogli pure baciato i pie-
di, come si legge nel Guicciardini,
Histor. Ital. lib. 5, e nel Vittorel-
li nelle Addiz. al Ciacconio tom. UT,
col. l52.
Il re di Francia parfi per Na-
poli, che prese senza opposizioni ;
si vestì degli ornamenti imperiali,
prese il titolo d' imperatore, e fece
in quella metropoli il suo solenne
ingresso. Se la prontezza di tal con-
quisto destò meraviglia, la flicilità
con cui lo perde, non fu meno
sorprendente. Si formò una lega
formidabile contro di lui, essendo-
ne alla testa Alessandro VI, men-
tre il re vide la necessità di ritor-
nare in Francia : nel maggio s' in-
camminò per Roma, donde ne par-
tì il Papa per non essere obbliga-
to a nuovi patti, contrari alia maestà
pontificia. Il re restituì alla Chiesa
le città cedutegli nell'anteriore con-
venzione, e proseguì il suo viaggio. A
Fornuovo sul Taro gli contrastarono
il passaggio quarantamila soldati del-
la lega, vinti da otto mila francesi,
che però solo poterono liberare dal-
FRA
l'assedio di Novara il duca d' Or-
leans, e rientrare in Francia. Il
regno di Napoli fu subito riconqui-
stato da Ferdinando V d'Aragon;».
Carlo VIII d'anni 28 morì nel
1498 nel castello d' Amboise, sin-
ceramente compianto da Anna di
Bretagna sua moglie, benché l'a-
vesse sposato ripugnante, ed alla
quale egli non serbava la fede
maritale; ma la sua bontà era sì
grande, il suo procedere sì gene-
roso, che impossibile riusciva di
non amarlo : due de'suoi domestici
morirono di dolore, udendone la
morte. Siccome non lasciò figli, il
duca d'Orleans suo cugino gli suc-
cesse col nome di Luigi XII : era
egli figlio di Carlo duca d'Orleans,
e di Maria di Cleves, e fu il solo
dei Capeti detto di Orleans- Valois,
venendo chiamato il padre del po-
polo. Per non separarsi la provin-
cia di Bretagna dalla corona di
Francia, Alessandro VI nel 1498 ad
istanza del re annullò il suo tnatri-
monio con Giovanna di Valois fi-
glia di Luigi XI, onde Giovanna
virtuosamente ritirossi a Bourges,
e v' istituì l'ordine àeW Annunziata
(Vedi), con la regola di s. Fran-
cesco. Allora Luigi XII sposò la
vedova Anna che dicesi avesse sem-
pre vagheggiato, e ne fosse stato cor-
risposto. Questo principe creò un
parlamento a Rouen, ed altro ad
Aix, e conquistò il ducato di Mi-
lano, pei diritti che vantava dal
lato della madre : riuscì poco dopo
al duca Lodovico Maria Sforza /'/
Moro di far ribellare i milanesi,
ma furono repressi da Luigi della
Tremouille, e il duca condotto in
Francia, venne rinchiuso a Loches
in una gabbia di ferro. Inoltre il
re s'impadronì pure del Genovesa-
to. Nel i5oi Alessandro VI pub-
FRA.
blicò la lega fatta con Luigi XII
re di Francia, e Ferdinando V re
di Spagna, contro Federico I re di
Napoli, che privò del reame dando
ai secondo la Puglia e la Calabria,
ed al primo il rimanente coi reali
titoli di Napoli e Gerusalemme ; e
Luigi XII dall'altro canto fece du-
ca del Valentinois Cesare Borgia
figlio del Papa, poi detto il duca
Valentino.
I due principi s'impadronirono
nel i5oi di detti domini!, e ven-
nero poi a contesa allorché si trat-
tò di farne la divisione; e gli spa-
gnuoli condotti da Gonsalvo di Cor-
dova disfecero i francesi capitanati
dal duca di Nemours, al combatti-
mento di Seminara, ed alla batta-
glia di Cerignola nel i5o3, e gli
scacciarono dal regno di Napoli :
fu in quell'epoca ed in quell'occa-
sione che in Barletta ebbe luogo
la clamorosa disfida di tredici ita-
liani con altrettanti francesi, di cui
facemmo parola al volume IV, pag.
i3o, e volume XX, pag. 292 del
Dizionario. Su questo argomento
si può leggere il libro intitolato :
Ettore Fieramosca o la disfida di
Barletta, di Massimo d'Azeglio,
Torino 1842: bella edizione orna-
ta di duecento disegni originali.
Questo combattimento singolare, in
cui tredici italiani tennero vittoriosi
il campo contro tredici francesi , è
descritto pure nel secondo canto
del poema giocoso di Gio. Battista
Lalli, intitolato La Franceide, e
con versi latini dal celebre monsi-
gnor Vida. Avendo Luigi XII fatta
la pace colla Spagna nel i5o5, ga-
stigò nel iSoy i genovesi solleva-
tisi, fece il suo ingresso nella loro
città, e ripigliò il Milanese. In que-
sto tempo il re fu attaccato da
mortale malattia, e guari dopo a-
FRA 7
vere ricevuto la ss. Eucaristia col
maggior fervore. Nel trattato di
Blois erasi discusso lo strano pro-
getto, di dare a Carlo V nipote
ed erede dell'imperatore Massimi-
liano I e del re di Spagna, in
isposa Claudia , unica figlia che
sino allora Luigi XII aveva avuto
da Anna di Bretagna, con questa
provincia, colla Borgogna, e coi
diritti sulla Lombardia per dote.
Ma l'opposizione degli stati generali
del regno, e della famosa lega di
Cambrai, che da Giulio II, da
molti potentati d'Italia, dalla Fran-
cia, dalla Spagna, e dall' Alemagna
( pacificata colla Francia a mezzo
del cardinal CarvajaI ), organizza-
vasi contro la repubblica di Vene-
zia, distornarono si dannose nozze.
La mano della principessa fu data
a Francesco di Valois, duca d'An-
gouleme, erede del trono di Fran-
cia; e Luigi XII disfece in persona
i veneti alia celebre battaglia d'A-
gnadello li i4 "laggio '^o9> e
prese loro varie piazze. Ma Giulio
II geloso per tanti prosperi avve-
nimenti, avendo ricuperato i do-
rainii occupati dai veneti, a questi
come padre comune non seppe ne-
gare il perdono ; si ritirò dalla
lega di Cambrai con gran ram-
marico de' francesi, di cui era dis-
gustato il Papa perchè proteggeva-
no Alfonso I duca di Ferrara
(Fedi); ed in vece si collegò con
il re di Spagna, con Enrico Vili
re d' Inghilterra, cogli svizzeri, e coi
veneziani. Inevitabile fu la guerra
di Giulio II con la Francia, e per
meglio attendervi nel i5io passò
in Bologna; ciò che non appro-
vando diversi cardinali spagnuoli e
francesi, con altri sedotti da Luigi
XII, cospirarono contro il Papa
per deporlo, e se ne fuggirono a
8 FRA
Genova : allora Giulio li scomuni-
cò il re, e sottopose all' interdetto
il regno. Frattanto il re di Fran-
cia adunò due parlamenti in Or-
leans ed in TourSj ove per abbat-
tere la pontificia potestà convenne
d'unire un concilio generale a Pi-
sa, ove verrebbe citato Giulio II.
Non aveva Luigi XII fatto il de-
bito giuramento d'omaggio pel re-
gno di Napoli, ed invece avea alie-
nati molti diritti di quel reame
contro l'espresso divieto della san-
ta Sede ; perciò Giulio II dichiarò
la signoria di Napoli e di Gaeta
essere ritornate alla Chiesa , e le
concesse a Ferdinando V annullan-
do i patti fra lui e il re francese.
Nel i5ii l'armata pontificia fu rot-
ta dai francesi all' impresa di Fer-
rara, e il Papa corse pericolo d'es-
sere imprigionato dal maresciallo
di Chaumont, poi rimproverato dal
re per non aver usato in ciò dili-
genza. Egual pericolo scampò Giu-
lio II dalle insidie che gli tendeva
il cav. Bayard , altro comandante
di Francia ; indi senza abbattersi
di coraggio, Giidio li assah e pre-
se la Mirandola. Gastone di Foix
duca di Nemours guadagnò contro
il Papa e i suoi alleati la battaglia
di Ravenna, ma fu ucciso volendo
circondar gli spagnuoli che si riti-
ravano : la morte di sì gran capi-
tano trasse seco la perdita del Mi-
lanese, dove gli svizzeri ristabiliro-
no Massimiliano Sforza figlio di Lo-
dovico il ÌSIoro. Poscia per repri-
mere i cardinali ribelli , Giulio li
tleterminò la celebrazione del con-
cilio generale lateranense V, che in-
«tomiiiciò nel i5i2, e mentre avea
riempito l'Europa col suo nome,
ed il cardinal di Luseinbuigo iu)-
plorava la pace per Luigi XII, il
(luca d' Aniroulcnie sciivcacili con
FRA
sommissione, e la regina Anna nel-
la sua pietà era sgomentata dal ti-
more dello scisma , fu sorpreso
dalla morte , e gli successe Leone
X, già legato delle milizie papali
al combattimento di Ravenna, che
die compimento al concilio latera-
nense. Continuando la guerra Lui-
gi XII si coliegò coi veneti, e la
sua armata comandata da Tremouil-
le riprese il Milanese per la ter-
za volta ; ma gli svizzeri lo disfii-
cero alla battaglia di Novara, indi
attaccarono la Francia con Massi-
miliano I e con Enrico Vili, ma
inutilmente assediarono Dijoii. En-
rico Vili volendo rendere segnala-
to il principio del suo regno, do-
po di essere stalo vincitore nella
ballaglia di Guinegate, che fu det-
ta la giornata degli speroni , per-
chè i hancesi al dire degli stessi
storici nazionali, vi adopravano più
gli speroni che le spade (giacche
vi combattè la sola cavalleria ) ,
pi'ese le città di Terouane e di
Tournay. Luigi XII sentì il biso-
gno d'entrare in negoziazione; trat-
tò con Leone X , teiiiiiiiò lulte le
contese che esistevano tra la Fran-
cia e la santa Sede, abb.indonan-
do l'effimero conciliabolo di Pisa, e
riconoscendo il concilio lateranense.
Il primo di gennaio i5i4 la mor-
te gli rapì la regina , onde sposò
la bella Maria sorella d'Enrico Vili,
e die in moglie a Carlo V l' altra
figlia Pienata avuta da Anna, cui
cede i diritti sul Genovesato e sul
Milanese; onde così fece la pace
cogl' inglesi e cogli spagnuoli. Il
cambiamento di sue abitudini per
compiacere la novella sposa, acce-
lerò la sua morte, ch'ebbe luo-
go in Parigi il primo gennaio
i')i5, d'anni 54 circa. Fu com-
piali tu da tutta la Francia , sicco-
FRA
me principe giusto, clemente e ma-
gnanimo : diminuì le imposte, amò
i sudditi, e mostrò sempre vivo de-
sidei'io di renderli felici , sebbene
introdusse la venalità delle cariche.
Francesco I conte d' Angouleme
perchè di questo ramo, lo successe,
e si meritò i titoli di grande, e di
ristoratore delle lettere. Subito dopo
che fu consagrato prese il titolo di
duca di Milano, e si pose alla te-
sta d' una possente armata per far
valere le ragioni che egli aveva su
questo ducato. Gli svizzeri che lo
difendevano, ne contrastarono l'im-
[)resa, e si venne a battaglia vicino
a Marignano, e quindici mila di
loro rimasero sul campo: in questa
occasione il re volle essere fatto ca-
valiere dal famoso Bayardo. bidi
si rese padrone del Milanese, Mas-
similiano Sforza glie ne fece la ces-
sione, e si ritirò in Francia. Il re
procurò di guadagnarsi il Pontefice
che sembrava propenso per Massi-
miliano I, e pel re di Spagna suoi
nemici, ed alleati degli svizzeri. Dal-
l'altra parte Leone X temendo che
il principe vittorioso volgesse le armi
contro lo stato ecclesiastico, fece
pace con lui, obbligandosi per for-
za della necessità di levar la guarni-
gione da Parma e Piacenza, città
poco prima restituite alla Chiesa, e
di ritirarsi dalla lega con Massimi-
liano I. In vece Francesco I pro-
mise difendere il Papa, il suo stato,
la sua famiglia Medici, e la repub-
blica di Firenze ; indi convennero
d'abboccarsi in Bologna. Giunto
Leone X a Bologna nel dicembre
i5i5, nominò due cardinali e quat-
lio prelati per incontrare il re , i
primi ai confini, i secondi a Par-
ma, mentre venli cardinali l'atte-
sero fuori di Bologna e lo condus-
sero ad idloggicuo nel pontificio pa-
FRA 9
lazzo, indi fu presentato al Papa in
concistoro. Nella messa solenne che
celebrò il Papa, il re adempì tutti
gli atti d' ossequio, sia nel versar
l'acqua alle sue mani, sia nel sos-
tener lo strascico del manto pon-
tificale ad onta della ripugnanza
del saggio Leone X. Inoltre il re
non volle il genuflessorio , e colle
mani giunte innanzi al volto stette
in tutto il tempo della funzione.
Non potendo il Papa ammettere
lutti i francesi alla comunione, per
la gran folla , un ofìlziale gridò :
poiché santo Padre non mi posso
comunicare dalle vostre mani , né
confessarmi al vostro orecchio, dirò
il mio peccato in pubblico, cioè che
ho combattuto con tutta la mia
forza nella guerra contro Giulio II.
Allora soggiunse il re colla sua vi-
vacità e naturale franchezza : Ve-
ramente santo Padre , io sono nello
stesso caso, ma quel Pontefice era
il piìi ardente de' nostri nemici. La
maggior parte de' signori francesi
coniéssarono la stessa colpa, onde
Leone X a tutti benignamente sul
momento diede l'assoluzione dalle
censure che avevano incorso. Nel
congresso il re ed il Papa si trat-
tarono coi maggiori riguardi, venne
abrogata la prammatica sanzione,
che i francesi liguardavano come
baloardo delle libertà della Chiesa
gallicana, e venne sostituito il Con-
cordato di Leone X e France-
sco I (Fedi), confermandosi il tut-
to nella sessione XI del concilio ge-
nerale lateranense V, tenuta a' 19
dicembre i5i6. Nello stesso anno
fecesi il trattato di Noyon fra Car-
lo V e Francesco I : uno de'prin-
cipali articoli fu ìa restituzione delia
Navarra, che TY-rdinando V aveva
tolto al duca o re Giovanni d'Al-
brct sino da! i5ii, siccome fautore
IO Fll\
tlella Francia e del conciliabolo di
Pisa. Indi nel i5i8, non senza qual-
che opposizione, fu pubblicato in
Francia il memorato concordato .
Dell'abboccamento seguito in Bolo-
gna tra Leone X e Francesco I ,
come del concordato conchiuso, del-
le opere bibliografiche che lo ri-
guardano, ed altre preziose crudi -
zioni, si può leggere quanto dotta-
mente e con singoiar diligenza ne
scrisse il eh. Gaetano Giordani, nel-
la sua opera intitolata: Della venti-
la in Bologna di Clemente VII
per la coronazione di Carlo l\
con note e documenti.
Dopo la morte di Massimilia-
no I, essendo stato eletto impera-
tore Carlo V nel i^ig, ad onta
del possente competitore France-
sco I, perciò tosto si manifestò la
gelosia e l' emulazione tra questi
due principi, e si accese una lunga
guerra , che riuscì funesta a tutta
l'Europa. I francesi comandati da
Andrea di Foix conquistarono la
Kavai ra, e in breve la perdettero ;
cacciarono dalla l'iccardia gl'ingle-
si e gì' iuiperiali, e s' impadroniro-
no di varie piazze. Una delle pia
triste epoche della storia della Chie-
sa gallicana è la nascita delle eresie
di Lutero e di Calvino avvenuta
nel pontificato di Leone X: le de-
vastazioni che vi cagionarono sono
scritte a caratteri di sangue. Al-
cune gelosie di stato insorte tra
Leone X e il re di Francia, mos-
sero il primo a collegarsi con Car-
lo V, e il loro esercito unito scon-
fisse i francesi in Lombardia : la
Chiesa licuperò Parma e Piacenza,
i francesi furono allontanati dal du-
cato di Milano, ove venne ristabi-
lito Francesco Sforza. Giunta iu
Roma la notizia di sì fatti avveni-
meiili, Leone X vi fece grandi al-
FRA
legrezze, e poco dopo morì, succe-
dendogli Adriano VI già maestro
di Carlo V. In detto anno la fa-
coltà teologica di Parigi censurò
molte proposizioni di Lutero, che
sempre più faceva proseliti nelle
sue perniciosissime riforme religio-
se, di cui ancora deploriamo le la-
grimevoli conseguenze. Neil' anno
seguente Odet di Foix visconte di
Lautrec fu disfatto nella sanguino-
sa battaglia della Bicocca, quindi
la Francia perde Cremona , Geno-
va, ad altri luogh: in Italia. In-
tanto Carlo di Bourbon , contesta-
bile di Francia, perseguitato dalla
duchessa d' Angouleme, Luisa di
Savoia madre del re, a motivo del-
la successione della casa Bourbon ,
e dei beni ad essa tolti per la con-
fisca dell' Al vergna , del Borbonese,
e della Marca a profitto della co-
rona, dopo essersi distinto in milita-
ri imprese, si diede nell'anno i523
al partito di Carlo V, che gli affi-
dò il comando delle sue armate.
Adriano VI in pari tempo separò
dalla lega de' francesi i veneti , i
quali all'opposto fece collegare con-
tro i medesimi con l'imperatore,
r arciduca d' Austria, e col duca di
Milano, la quale lega il Papa so-
lennemente pubblicò nella basilica
Liberiana a' 5 agosto, affinchè né lo
stato pontifìcio,, né alcun altro d'I-
talia venisse assalito dai francesi j
e siccome il cardinal Soderini av-
visava Francesco I d' invadere la
Sicilia, fu posto in castel s. Angelo,
donde Iu trasse il successore Cle-
mente VII.
Fu nel i523 che l'eresia lute-
rana disgraziatamente s' introdus-
se nel regno di Francia, ed in-
cominciò ad insegnarsi in Meaux
le prave sue dottrine e pregiudi-
zievoli errori. 11 contestabile di
FRA
Bourbcaì nel i5i^ disfece a Biagras
la retroguardia dell'ammiraglio Bon-
nivet nella ritirata di Rebec, e ri-
pigliò tutto il Milanese. Entrò dipoi
con una forte armata nella Pro-
venza, ma fu costretto a ritirarsi
con perdita, perchè il famoso cav.
Bayard s'impadronì di Tolone ed
assediò Marsiglia. Frattanto Fran-
cesco I passò in Italia ad assediar
Pavia, ed avendo distaccato fuor
di tempo una parte delie sue trup-
pe per mandarle a Napoli, fu egli
disfatto da Carlo V, e dal conte-
stabile di Bourbon in una sangui-
nosa battaglia datasi in faccia di
Pavia li 24 febbraio i525, dopo di
aver avuto uccisi sotto di lui due
cavalli , e di aver fatto prodigi di
valore. Non apparve mai in tutto
il suo lume la grandezza dell' ani-
mo di Francesco I, che dopo que-
sta funesta battaglia , ove venne
fatto prigioniero co'principali signo-
ri di sua fastosa corte, e con En-
rico d' Albret re titolare di Navar-
ra, ed attuale signore del Bearnese.
Il solo uffiziale francese che avea
seguito il contestabile nella sua de-
fezione, chiamato Pomperan j salvò
ad un tempo la vita, ed intimò la
prigionia al suo sovrano , il quale
richiese di Lannoy luogotenente del-
l'imperatore , ed a lui rimise la
propria spada, che ricevutasi in gi-
nocchio da Lannoy, questi gli porse
la sua. Francesco I scrisse alla ma-
dre, che tutto era perduto fuor-
ché l'onore: il primo a ferire il
cavallo del re fu Cesare Hercolani
di Forlì. Il duca di Bourbon si re-
cò a visitarlo, ed a godere del suo
trionfo : la duchessa d' Angouleme
divenne reggente del regno.
Francesco I fu condotto prigio-
ne nel castello di Madrid, e ne u-
scì l'anno appresso col trattalo cou-
FIIA ,1
chiuso in quella città a'i4 genna-
io, in cui promise di cedere la
Borgogna, e gran parte della Fran-
ca-Contea e delle Fiandre, di ri-
stabilire il contestabile, e fargli ra-
gione su' suoi diritti relativi alla
Provenza, e fu costretto di contrar-
re nel carcere il matrimonio colla
sorella di Carlo V Eleonora; altri
procrastinò tal matrimonio alla pa-
ce di Cambrai. Lasciò due suoi
figliuoli in ostaggio per malleveria
di sua parola, ma non per questo
si fece scrupolo di ritrattarla. La
politica ed il sistema allora adot-
tato dell'equilibrio europeo, trasse-
ro in lega col re di Francia, Cle-
mente VII, il re d' Inghilterra, i
veneziani, i fiorentini, gli svizzeri, e
il duca di Milano; la lega fu con-
chiusa in Cognac agli i i giugno
i526, ed offese talmente Carlo V
che tosto pubblicò la guerra ai
Pontefice. Mentre questi pensava
di passare in Ispagna per combi-
nare con Carlo V una generale
concordia, quel principe spedì nel
1527 il contestabile di Bourbon a
prendere Roma. La città fu presa
ed il contestabile vi restò ucciso ;
ma i soldati fanatici luterani nel-
la maggior parte, tutti veri malan-
drini, inondarono Roma di sangue
e la saccheggiarono lentamente piìi
volte. Dopo la prigionia di Castel
s. Angelo il Papa con duri patti
fu lasciato libero, e Roma fu sgom-
brata dai voraci suoi nemici. In-
tanto Francesco I spedì in Italia
ad aiutare il Pontefice il bravo
Lautrec, che riprese il Milanese.
Temendo Carlo V i collegati del
re di Francia, nel i529 si pacifi-
cò pel trattato di Cambrai con
Francesco I, cui rese i due figli, e
desistette dalle pretese sulla Borgo-
gna pel compenso di circa due un-
12 FRA
lioui di scudi, dando l'imperatore
al suo emulo la propria soiella in
isposa. Le pretensioni sul Milanese
furono cedute al cognato dal re di
Francia, ed ambedue dimenticarono
le minacce e grossolane invettive,
e i cartelli di sOda che tra loro
cransi cambiati : allora Francesco 1
si die a far fiorire l' industria, il
commercio e le lettere. Nel i532
l'eretico Calvino incominciò ad in-
segnare segretamente i suoi errori
in Parigi, e discoperto, per evita-
re il carcere, prontamente fuggi.
Questo empio ebbe numerosi se-
guaci, chiamandosi calvinisti in Ger-
mania ed altrove, geusi nelle F'ian-
dre, ed ugonotti nella Francia, che
come vedremo posero a soqquadro.
iXel i533 Clemente VII parl'i per
la Francia, per tiallare col re del-
la conversione di Enrico \1II re
d'Inghilterra che avea abbracciato
gli errori delle riforme religiose, e
per dare in moglie al secondo, non
all'ultimo suo figlio come alcuni
scrisseio. poi Enrico II, sua nipote
Caterina de Medici, che fu madre
di Francesco II, Carlo IX, ed En-
rico III. Lo sposalizio ebbe luogo
in Marsiglia, ed in questa occasio-
ne il i'oiilcflce, recedendo dall'an-
tica consuetudine de' suoi anteces-
sori, si assise a mensa colla regi-
na, oltre Francesco I. Questo prin-
cipe non passò molto tempo, che a
profittar della spedizione che fece
in Africa Carlo V , si mosse alla
licupeia del ^Milanese nel i535j
tiicendo alleanza con Solimano II
imperatore ottomano. Investì furio-
samente la Savoia onde aprirsi il
passaggio , e proclamò 1' indipen-
denza di Ginevra, che divenne fin
d'allora il centro del culto rifor-
mato; ma reduce Carlo V dalle
sue viLluric pcuchò ucl DclfiuaLo
FRA
e nelli Provenza, fino ad Arles e
Marsiglia, saccheggiando la Piccar-
dia e la Sciampagna, il valore e
la saggia condotta del duca poi
contestabile Anna di Montmorency
libeiò dalla continuazione della guer-
ra il paese, e i due principi com-
petitori convennero cavallerescamen-
te nella rada di Aiguesmorles ad
un amichevole abboccamento, che
fu seguito dal viaggio che nel i54o
fece Carlo V a Parigi, accompa-
gnato dalle più brillanti feste. Sino
dal i538 avea procurato tal paci-
ficazione il Pontefice Paolo III,
portatosi a Nizza, ove confermò a
Francesco I il privilegio dato da
Eugenio IV al re Carlo VII, ma
non posto sino allora in uso, cioè
che i pari del parlamento di Pari-
gi, ancorché laici, potessero nomi-
nare persone idonee a' benefizi ec-
clesiastici sotto la somma di due-
cento lire tornesi. In seguito con
maggior successo Paolo 111 ottenne
che i due monarchi ficessero tregua
per dicci anni, ma non ebbe inte-
ra durata.
Volendo l' imperatore punire i
ribelli gantesi, ottenne il passaggio
per la Francia, con promettere al
re r investitura del ducato di Mi-
lano per uno de' suoi figli. Non
credendo Carlo V ellettuar il pas-
saggio, questo emergente fece riac-
cendere la guerra : la flotta gallo-
turca travagliò infruttuosamente
Nizza, dal famoso Andrea Doria
preservata, ed il conte d' Enghien
Francesco di Bourbon, guadagnò
la battaglia di Ceresole nel i 544
contro il marchese del Vasto con-
dottiero degli imperiali, e si im-
padiDiù del IMonferralo. Mentre
Francesco I tirò al suo partito il
famoso ammiraglio Barbarossa e il
re di S\cz.iaj Enrico \ 111 re di
FRA
Ingliilferra prese quello di Carlo V,
ed occupò Bonlogne. I torbidi le-
ligiosi d' Alemagna salvarono la
Francia, giacché per sedarli dovet-
te r imperatore convenire alla pace
di Crespi, ma non ebbe elTelto la
convenula investitura del Milanese,
sì per la morte del duca di Or-
leans ad essa destinato, clie per
quella di Francesco 1 seguita nel
castello di Rambouillet a'3o marzo
i547 *^' ^^ anni. Fu egli un prin-
cipe dotato delle più sublimi qua-
lità, spiritoso, dolce, magnanimo e
generoso, imi troppo ai piaceli ed
alle donne abbandonato. Al genio
guerriero e al valore congiunse
un amore passionato per le belle
arti e per le lettere , di che fu
uno de' primari proteggi tori. Pro-
tesse i dotti e gli artisti in modo
singolare, ideò il grandioso proget-
to del collegio reale, eresse a tut-
te sue spese una biblioteca a Fon-
tainebleau, fondò la stamperia rea-
le, e fece edificar varie case reali,
che adornò di pitture , di statue ,
e di mobili preziosi, coli' opera di
■valenti artisti. Gli stabilimenti fran-
cesi nel Canada ebbero oiigine sot-
to il di lui regno : ed a lui si deb-
bono r Havre ed il Louvre. Di-
mostrò pure un gran zelo per la
religione cattolica contro i profe-
stanti ed altri eretici , massime
contro i valdesi del Delfìnato. Ebbe
un tenero affetto pel popolo, i cui
aggravi raccomandò al figlio di mino-
rare, essendo egli stato costretto d'im-
porli per le guerre. Fu egli che ordi-
nò che in avvenire gli atti pubblici
dovessero essere scritti in francese,
e che introdusse la moda di por-
tare i capelli corti e la baiba lun-
ga, essendo sfato ferito in volto dal
capitano di Lorge, signore di Montgo-
mery, e volendo così nascondere i
l'RA i'i
segni della (i-rit.i; ma qucsia moda
fu abolita sotto Luigi XI 11.
Enrico II suo figlio e marito di
Caterina de' Medici gli successe, e
fu consagralo in Reims dal cardinal
Carlo di Lorena ai5 luglio 1 547-
Un grande cambiamento si operò
nella corte , ciò che si attribuì
alla favorita Diana di Poitiers du-
chessa di Valentinois. Francesco I
aveva introdotto le dame nella cor-
te, ed è nota 1' inlluenza che vi
esercitarono la contessa di Chateau-
briand, da lui tanto amata, indi
la duchessa d'Etampes Anna di Pis-
seleu. L' introduzione delle dame
in corte fu conservata da Enrico
li, e tale uso si stabilì in tutte le
corti d'Europa. Da tale epoca ap-
punto incominciano le memorie par-
ticolari, gli aneddoti politici, e !'?>-
bitudine presa dai più gravi stori-
ci di attribuiie le più alte risolu-
zioni a meschini raggiri ; senza ri-
flettere che le donne, naturalmente
inclinate ad esagerare la loro in-
fluenza negli affari di stato,, si so-
no vantate facilmente come uniche
motrici delle impiese, nelle quali
credettero di aver avuto alcuna
parte. Enrico II fece la guerra agli
inglesi e riprese Roulogne : inondò
colle sue truppe l'Italia, invase il
Sanese, per cui il Papa Giulio II!
guarnì di truppe i confini del suo
stato ; ed il re si collegò co' prin-
cipi di Germania contro Carlo V,
indi prese Metz, Verdun e Toul.
Carlo V pacificatosi coi principi di
Germania, e con la regina di Un-
gheria, obbligò il re a tornarsene
in Francia ; ma assediando Metz
con poderosissimo esercito, fu re-
spinto da Francesco duca cU Gui-
sa, e dal fiore della nobiltà fran-
cese : r imperatore si vendicò con
la totale distruzione di Terouavie,
i4 , FRA
e prese Hesdin. 11 re rovinò 1 Paesi
Bassi, e disfece gì' imperiali nella
liattaglia di Rcnti, seguita da con-
venula tregua nel i556. Avendo
Carlo V abdicato all' impero in
favore del fratello Ferdinando I,
il re ruppe la tregua venendovi
sollecitato dal cardinal Caraffa ni-
pote di Paolo IV. Essendo questi
in guerra col re di Spagna Filip-
po il, figlio di Carlo V, spedi in
Francia il cardinal Rucellai affin-
chè Enrico 11 lo aiutasse. Nella
lusinga del conquisto del regno di
IVapoli pel suo secondogenito, spe-
dì in Italia un esercito di diecimila
uomini sotto il comando del duca di
Guisa, ed un altro in Fiandra. Questo
fu disfatto da Emmanuele Filiberto
duca di Savoia li io agosto ì55'j
nella famigerata battaglia di s. Quin-
tino, per difetto del contestabile di
Montmorency che comandava i fran-
cesi. Questo generale fu fatto pri-
gioniero, col maresciallo di s. An-
drea, e il duca di Montpensier. Il
conte d'Anguien fratello del prin-
cipe di Condé vi fu ucciso, e l'am-
miraglio di Coligny, che comanda-
va in s. Quintino, dovette cedere
la città, ove fu fatto prigione. Que-
.sta battaglia avendo atterrito la
Francia fu richiamato il duca di
Guisa, quando già Paolo IV si era
pacificata la Spagna. Prima di par-
tire il duca da Roma, con buone
ragioni fu uno di quelli che illu-
minarono il zelante Pontefice, che
i suoi nipoti tradivano la santa Se-
de favorendone i nemici, onde nac-
que la magnanima risoluzione nel
Papa di esiliarli. Giunto il duca
in Fiancia, prese agi' inglesi Calais
agli 8 gennaio i558, che lo pos-
sedevano dal iSgy, e serviva loro
di comodo ingresso nel regno: in-
di s impadronì di Guines e di
FRA
Thionvllle. Il duca di Nevers Car-
Jemont, e il maresciallo di Teri-
nes presero Dunkerque, e s. Ynox,
mentre il maresciallo Brissac si sos-
teneva in Piemonte.
Il re di Francia perde il frutto
di tanti prosperi avvenimenti con
la pace di Chàteau-Cambresis a' 3
aprile i55q per consiglio di Mont-
morencj', e di Diana di Poitiers ,
ad onta dell' opposizione del consi-
glio. Questa pace ebbe il nome di
maledetta e disgraziata. Enrico II
perde in un sol trailo di penna sì gran
conquista, che eguagliava ad una
terza parte del regno, restituendo-
la a Filippo II. Restituì pure al
duca di Savoia il Piemonte e la
Savoia, meno quattro città; ai ge-
novesi r isola di Corsica, e Siena
al duca di Firenze , dopo tanto
sangue sparso, e tanti tesori spesi.
Solo gli fu reso Ham, Calelet, e s.
Quintino, obbligandosi rendere do-
po otto anni agi' inglesi Calais. Con
tal pace si conchiusero i matrimo-
ni di Elisabetta figlia del re con
Filippo 11, e di sua sorella Mar-
gherita col duca di Savoia. In mez-
zo alle feste delle nozze Enrico II
perde un occhio nella giostra , a-
vendo obbligato il capitano delle
guardie, il conte Gabriele Mont-
gomery , a rompere nel torneo
una lancia contro di lui, e morì
dalla ferita a' io luglio i55c) di
quaranta anni, lasciando i tre figli
Francesco, Carlo, ed Enrico, che
successivamente regnarono. Montò
sul trono Francesco II, marito di
Maria Stuarda regina di Scozia,
mentre tre potenti fazioni divide-
vano la corte, cioè i Borboni, i
Guisa zii della regina, e i Mont-
morency. Profittando il duca di
Loiena Francesco di Guisa, e il
cardinal Lodovico I suo fratello,
FRA
della gin-viiiezza del re, s'impadro-
nirono del governo, il che suscitò
contro di loro i principi del san-
gue, Antonio di Bourbon re di
Navarra, e suo fratello Luigi prin-
cipe di Condé, i quali trassero al
loro partito i calvinisti del regno ;
al contrario i Guisa v' indussero a
sostenerli i cattolici. Tale fu l'ori-
gine dei torbidi e delle guerre ci-
bili che desolarono lungamente la
monarchia nel tratto successivo, e
fu quindi sagrifìcafa la -vita di tanti
illustri francesi, avendo gli eretici
dei capi e dei protettori di un
rango così distinto, ed essendo i
Guisa alla testa del governo. I par-
tigiani del principe di Condé for-
marono nel i56o la congiura d'Am-
boise, per involare il re, e truci-
dare i Guisa; però fu discoperta,
puniti severamente molti de' com-
plici, mentre il duca di Guisa di-
venne più possente sotto il titolo
di luogotenente generale del re-
gno. Indi Francesco li pubblicò in
Romoranlin un editto in vigore
del quale la cognizione del delitto
di eresia veniva rimessa ai vesco-
vi 5 ed interdetta ai parlamenti :
proibì ai calvinisti di tener assem-
blee, e portossi ad Orleans per a-
dunarvi gli stali generali. Ivi fu ar-
restato il principe di Condé, e mal-
grado i privilegi de' principi del
sangue non soggetti che alla corte
de' pari in camere riunite, fu dal
consiglio privato coli' aggiunta di
alcuni commissari del parlamento
condannato al taglio della testa co-
me complice della cospirazione di
Amboise ; sentenza che non fu e-
seguita per la morte del re avve-
nuta li 5 dicembre i56o: fu sot-
to questo regno che i protestanti
o calvinisti furono chiamati ugo-
notti. Carlo IX suo fratello, e se-
FRA i5
rondogenito di Enrico II, e di Ca-
terina de' Medici gli successe in
età di anni dieci, e fu consagrato
in Reims a' ì5 maggio i56i. La
regina sua madre ebbe l' ammini-
strazione del regno, di cui fu di-
chiarato tenente generale Antonio
di Borbone re di Navarra : il prin-
cipe fu tosto messo in libertà, e si
formò una specie di triumvirato
tia i duchi di Guisa, il contesta-
bile di Montmorency, e il mare-
sciallo di s. Andrea. Così il regno
fu diviso in due parliti, cioè dei
Borboni e dei Guisa, onde ne pro-
vennero le guerre civili, gli omi-
cidii e gli orrori che segnalarono
il governo di Carlo IX.
La regina fece tenere un'assem-
blea di magnati a s. Germano ,
venne promulgato un editto di tol-
leranza a favore de' pretesi rifor-
mati, ed ebbe luogo il colloquio dì
Poissy nel i56i per pacificare le
dispute religiose ; ma gli animi
vieppiù s'inasprirono. Il re di Na-
varra si unì ai triumviri , il che
indusse la regina per controbbilan-
ciare questo partito ad accordare
nel i562 ai calvinisti il pubblico
esercizio della loro religione fuori
della città, gettandosi così nelle brac-
cia de' loro capi il principe di Condé
e l'ammiraglio di Coligny. Passan-
do il duca di Guisa per Vassy, fu
colpito con una pietra dagli ugo-
notti, onde le sue genti ne taglia-
rono in pezzi un gran numero , e
fu come il segno delle guerre civili
tra i cattolici e i pretesi riforma-
mali : il duca fu ricevuto nella ca-
pitale con trasporti di gioia , per-
chè riguardavasi non solo come
un eroe , ma come il sostegno dei
cattolici, e il protettore della vera
Chiesa. Allora Condé sorprese Or-
leans, ed a sua imitazione i calvi-
II'. FRA
nisli o ugonotti s' impadronirono
«li Rnnen , e di varie altre città ,
«[iiiiidi vinti alla battaglia di Dreiix
dal duca di Guisa : i generali delle
due armate , il principe di Condé
od il contestabile furono fatti pri-
gionieri. Piouen fu ripreso nel i562,
ma costò la vita ad Antonio re di
Navarra. Nel febbraio i563 il du-
ca di Guisa fu assassinato da Pol-
trot all'assedio di Orleans, e la re-
gina accordò la pace agli ugonotti
a' i8 marzo. Intanto il Pontefice
Pio IV si adoperava al compimen-
to del concilio di Trento incomin-
ciato sotto Paolo III, principalmen-
te per infrenare l'eresie; però la
bolla di Pio IV emanata per la
continuazione del concilio aveva in-
contrato qiialcbe difìlcoltà , perchè
non avea in essa nominato il re di
Francia col titolo di primogenito
della Chiesa. Quindi celebrandosi
con lentezza le ultime sessioni per
la precedenza che pretendeva l'am-
basciatore di Spagna su quelli di
Francia, che sostennero coraggiosa-
mente la preeminenza della loro
corte , in favore della quale decise
Pio IV, per quelle ragioni che no-
tammo altrove. Finalmente nel 1 563
si compì la celebrazione del sagro-
santo concilio di Trento, che mol-
ti stati e principi accettarono sen-
za limitazione: non trovò per altro
in Francia la stessa accoglienza in
tutto ciò che sapientemente vi era
stato decretato sulla fede, e sulla
dottrina e discipline ecclesiastiche ,
siccome punti contrastati dagli ere-
tici ; laonde non tu ammesso asso-
lutamente in molte cose di riforma
e di polizia , che si credevano con-
trarie alle prerogative del regno.
Prima del concilio le riunioni dei
vescovi dello stesso secolo XVI eb-
bero per iscopo di proscrivere le
FRA
false dottrine di Lutero, di Calvi-
no e degli altri loro fanatici segua-
ci. Nelle riunioni posteriori al con-
cilio di Trento i vescovi francesi si
occuparono di fare ricevere i de-
creti sagrosanti del medesimo, e di
procurarne l'utile, esecuzione, tanto
sul dogma, quanto sulla disciplina.
Carlo IX prese agl'inglesi Ilavre-
de-Grace, tenne il suo letto di giu-
stìzia, e fu dichiarato maggiore al-
l'età di tredici anni, indi conchiu-
se la pace cogl' inglesi, visitò le pro-
vincie del reame, e nel i566 ten-
ne r assemblea degli stati a Mou-
lins ; ma avendo gli ugonotti ten-
tato sorprenderlo quando da Meaux
si portava a Parigi', la guerra ci-
vile ricominciò.
Il Pontefice s. Pio V a mediazio-
ne di Carlo IX, ottenne dalla Por-
ta ottomana la libertà ai principi
Giustiniani che avea fatti schiavi
neir isola di Scio ; e prendendo a
cuore il regno di Francia lacerato
dagli ugonotti , vi spedì il nunzio
Michele Turriani vescovo di Ce-
neda, affine di esortare il re e la
regina madre ad essere costanti nel-
la difesa del cattolicismo, e di non
pili ammettere ne' loro consigli Odet-
to diSciattilon, già deposto dal car-
dinalato dal suo predecessore, sicco-
me apostata ed eretico. Per assicu-
rare la città di Avignone e il con-
tado Venaissino, dominii della san-
ta Sede , dalle violenze che com-
mettevano gli eretici, s. Pio V spe-
dì copiosi soccorsi al governatore
cardinal Armagnac, in un a trup-
pe e munizioni. Al re di Francia
poi mandò in suo aiuto cento cin-
quanta mila scudi, quattro mila
cinquecento cavalli e cinque mila
fanti, de' quali fece generale il con-
te di s. Fiora Sforza; e pregò in
pari tempo il re di Spagna e i
FRA
piincipi italiani a ■ somministrare
ancli'essi soccorsi. Inoltre s Pio V
accordò a Carlo IX di alienar Jje-
ni ecclesiastici per la somma di cin-
quecento settanta mila scudi. Gli
ugonotti furono disfatti alla batta-
glia di s, Dionigi a' i o novembre
1567 dal contestabile, che poi mo-
ri per le ferite riportate: allora si
pose alla testa delle armale Enri-
co duca d'Angiò fratello del le, e
guadagnò a' i ■^ marzo i56c) la bat-
taglia di Jai'nac, per la quale il re
mandò al Papa dodici stendardi
presi agli eretici; ed il principe di
Condé fu ucciso a sangue freddo
da Montesquieu tre giorni dopo.
A' 3 ottobre il medesimo duca ri-
portò la sanguinosa vittoria nella
pianura di Montcontour , per ope-
ra principalmente di Sforza gene-
rale pgntificio, il quale a mezzo
del fratello Paolo, mandò a s. Pio
V ventisette stendardi presi agli
ugonotti, che li collocò nella basi-
lica lateranense ; indi ebbe luogo la
pace. Intanto Michele Baio dottore
dell' università di Lovanio , sparse
e sostenne ne' suoi scritti molte sen-
tenze circa il libero arbitrio, le
opere umane, ed il merito, le qua-
li furono di scandalo alle scuole
e (l'inquietudine alle coscienze; e
furono come i primi semi di quel-
la zizania che nel seguente secolo
infettò diversi dei puri campi del-
la Chiesa, principalmente la galli-
cana,-coi giansenisti che tanfo af-
flissero la Francia nell'ecclesiastico
e nel politico. Queste false dottri-
ne furono prontamente condannate
dalla Sorbona in dieciotto articoli,
e vi risposero i balani con un' apo-
logia : ma vedendo s. Pio V che la
discordia eccitava maggior incendio,
con la bolla Ex omnibus afflictio-
nìbiia, avocò a sé la causa, soppres-
FRA 17
se il nome dell'autore, e condan-
nò settantanove proposizioni.
Dopo la pace conchiusa dal re
cogli ugonotti , essendo i capi di
questi sospetti della durata , credè
bene Carlo IX di proporre il ma-
trimonio di sua sorella Margherita
con Enrico III re di Navarra fi-
glio di Antonio di Bourbon, discen-
dente di Roberto di Francia conte
di Clermout, quinto figlio di .s; Lui-
gi IX, che poi divenne re di Fran-
cia col nome di Enrico IV il Gran-
de. Appena fatta la cerimonia del-
le nozze nel i57 1, l'ammiraglio di
Coligny fu ferito da un'archibu-
giata da Maurevel; indi Carlo IX
a consiglio di Caterina de' Medici
e di molti signori della corte, de-
cretò la strage degli ugonotti. L'or-
dine fu eseguito con tanta crudel-
tà in Parigi, e in quasi tutto il re-
gno, che vi restarono uccise piìi di
settanta mila persone , e siccome
r uccisione incominciò a' 24 agosto
la notte della festa di s. Bartolo-
meo, fu detta la strage di s. Bar-
tolomeo. Va però avvertito che il
numero de' settantamila uccisi è di
molto esagerato. Gravissimi poi fu-
rono i motivi che a propria dife-
sa indussero il governo del re, in
quei lagrimevoli tempi, a ricorre-
re a questa estrema misura, senza
la quale forse il calvinismo, e la
repubblica, o piuttosto le repubbli-
che federative in cui agognavano i
capi ugonotti frastagliare la Fran-
cia, avrebbero trionfalo della Chie-
sa cattolica e dell' unità della mo-
narchia. E fu per s\ gravi motivi
che in s. Luigi de' francesi di Ro-
ma si cantò il Te Deum, e si fe-
cero altre pubbliche dimostrazioni,
non perchè si avesse avuto parte ,
o si gioisse della strage. Il re di
Navarra , e il suo cugino Enrico
voi. XXVII.
.^^
j8 fra
principe di Condé iiglio del defun-
to , fecero 1' abiura de' loro errori
per salvare la vita ; abiura che il
Papa Gregorio XIII accolse coi
maggior piacere. Il duca di Lore-
na Enrico di Guisa, eh' era stato
incaricato dal re di essere esecu-
tore della strage . l' eseguì con vi-
gore; e il parlamento ordinò che
r ucciso ammiraglio Coligny , co-
me primo e piìi fanatico capo de-
gli ugonotti, fosse impiccato in ef-
figie sulla forca di Montfaucon : ma
questo macello non fece che esa-
ceibare gli animi.
J calvinisti non vollero lasciar ri-
pigliare le piazze di sicurezza, ch'era-
no stale loro accordate: il ducad'An-
giò fece l'assedio della Rocella dive-
nuta la capitale del protestantismo,
protetta da Elisabetta regina d' In-
ghilterra e difesa dal La Noce ; ma
vi perdette quasi tutta la sua arma-
ta nel iSyS; ed avendo inteso il
duca di essere stato eletto re di
Polonia, pertossi a prender posses-
so di quella corona. Gregorio XIII
spedì a congratularsene il prelato
Serafino Olivieri, uditore di rota, ri-
mettendo al re di Francia suo fra-
tello, il donativo dello stocco e ber-
reitone benedetti [Vedi), per ani-
marlo alla difesa della religione.
Morì Carlo IX nel castello di Vin-
cennes a' 3o maggio 1574, di 24
anni , mentre nella corte era nata
ima nuova fazione chiamala de'^o-
liiici , ed animala dai signori di
Montmorency , dal maresciallo di
Bessé, dal signor di Biron con alla
testa il duca d'Alen$on meditava la
riforma del governo, e l'espulsio-
ne degli stranieri fiorentini dalla
corte della regina, ec, accumunan-
do a quelli degli ugonotti i pro-
pri inteiessi. JVon si deve tacere,
che nel regno di CarloIX.pegli stu-
FKA
di d' istoria e di geografìa , fu
dall'ammiraglio di Coligny spedita
una colonia di francesi in America.
Enrico III figlio di Enrico lì e di
Caterina de' Medici, già duca d'An-
giò eletto per le sue brillanti mi-
litari azioni re di Polonia, tre me-
si dopo la sua coronazione in Cra-
covia ne partì, e recatosi in Fran-
cia fu coronato e consagrato in
Reims dal cardinal I-uigi di Guisa
a' i5 febbraio iSjS. Intanto Gre-
gorio XIII commiserando lo stato
della Francia , indebolita di forze
e di rendite, che appena ascende-
vano a sette milioni di franchi, co-
me narra il Mafiei, Annali di Gre-
gorio XIII, lib. Ili, pag. ii3, gli
mandò prima duecento mila scudi
d'oro, poi altri cento mila, indi al-
tri cinquanta mila, con quattro mi-
la fanti. Si adoprò pure perchè lo
scettro di Polonia restasse nelle ma-
ni di Enrico III; ma desiderando i
polacchi che il re risiedesse tra
loro, elessero in re Stefano Battori.
Indi il Papa cedendo olle preghie-
re del re defunto, della regina ma-
dre, e di Enrico IH, con due bol-
le applicò alla corona sui frutti dei
beni ecclesiastici un milione di fran-
chi o lire tornesi , pari a scudi
trecento mila, e la facoltà di alie-
nare pel valore d' un milione di
beni del clero.
Enrico III nel i 5" 5 guadagnò la
biitlaglia di Dormans , e nell'assem-
blea di Blois determinò la rinnovazio-
np della guerra contro gli ugonotti
nel 1576, ai quali si unì il fratello del
re duca d'Alengon. Trovandosi En-
rico III in estrema penuria di de-
naro spedì a R.oma Pietro Gondi
vescovo di Parigi , acciò Gregorio
XIII gli accordasse l'alienazione di
tanti beni ecclesiaslici , pel valore
di trecento mila franchi d'entrata
FRA
Dispiacque al Papa l' incliiesta, nel
riflesso che progredendo così il cul-
to divino andava ad estinguersi ,
dappoiché nel breve periodo di quat-
tordici anni, la corona avea ricavati
dal clero più di ottanta milioni di
tninchi: tultavolla l'indulgente Pon-
tefice annuì all'alienazione di tanti
beni , pari a cinquanta mila scudi
di rendita. A questa beneficenza il
re corrispose , col rivocare le ulti-
me concessioni fatte agli ugonotti ,
mentre la peste afflisse la Francia.
Gregorio XIII e i suoi due ultimi
predecessori avevano inutilmente
tentato 1' introduzione in Francia
della piena osservanza del concilio
di Trento. Opponevasi sempre l'o-
pinione dei soiboni intorno alla po-
destà del romano Pontefice sopra
il concilio, ed intorno all'Immaco-
lata Concezione della Madre di Dio,
che dal Tridentino fu lasciata inde-
cisa, mentre l'università della Sor-
bona la sosteneva, sino ad intima-
re anatema a chi ne dubitava o
sosteneva il contrario. Si opponeva
in oltre, che dalle costituzioni dei
Tridentino si derogava all'autorità
del re di Francia, a molti privile-
gi di sua corte , alle prerogative
della Chiesa gallicana, e finalmente
alla tolleranza de' riformatori dei
dommi religiosi. Nel iSyg lo stato
ecclesiastico di questo regno essen-
dosi adunato in Melun per delibe-
rare su alcune gravezze, che il re
voleva imporre al clero, l'assemblea
animata dalle esortazioni di Grego-
rio XI II, e dall' islanze del suo nun-
zio, vivamente supplicò il re a per-
mettere la ptdjblicazione del sagro
concilio di Trento , in cui giusta-
mente il clero riponeva ogni spe-
ranza di estinguere l' evesia e di
mandare ad effetto una stabile ed
efficace riforma. Malgrado le fortis-
F R A IO
sime ragioni che il vescovo di Ba-
zas a nome dell'assemblea espose
coraggiosamente al re con robusto
arringo, non si ottenne il bramalo
intento. Non cessando Michele Baio
di spargere i suoi errori, Gregorio
XIII a'29 gennaio iSyg, colla bol-
la Provisionis nostrae , appresso il
Possevino in Àppar. Sacr. tom. II,
iu Midi. Bajo, confermò quella del
predecessore emanata contro di lui,
e condannò i suoi errori in globo,
per cui Baio fece una simulala a-
biura, mentre sostenne poscia mol-
te proposizioni condannate , spar-
gendo non richiedersi altro dalla
lolla pontifìcia che un rispettoso
silenzio: questo riprovevole rimedio
fu poi in simile caso abbracciato
dai giansenisti di Francia. Nel i58o,
essendo nunzio in Francia monsi-
gnor Dandini, nacque vertenza tra
la corte e la santa Sede, perchè
nella bolla in Coena Domini, proi-
bendosi a' principi secolari l' impor-
re gravezze sugli ecclesiastici, il re
suppose che si volesse dehaudarlo
del soccorso che voleva domanda-
re al clero con due decime straor-
dinarie. Gregorio XIII incaricò i
cardinali di Bourbon e Birago a
rettificare ad Enrico III l'avvenu-
to, ed a rimproverarlo di quanto
si era permesso contro il nunzio,
e contro altri. Di poi operata dal
Papa la correzione del calendario
romano, nel i582 la ricevette pure
la Francia.
Nel i58o il re si pacificò cogli
ugonotti in Nerac, senza buon ef-
fetto, a cagione delle sregolatezze e
sciocche spese che il re veniva con-
dotto a fare dai suoi favoriti. I dis-
ordini si accrebbero colla moite
di Francesco duca d' Alengon, fra-
tello unico del re , avvenuta nel
i 584, giacché per tal mancanza, il
20 ' FRA
ve tli ÌS'iivann ch'era il capo degli
ugonotti, diveniva erede presuntivo
(Iclln corona, ed i cattolici non io
volevano per sovrano. Indi nacque-
ro tre partiti nello stato, e fu chia-
mata la guerra dei tre Eiiridiì ,
cioè quello de' confederali condotti
da Enrico duca di Guisa , quello
degli ugonotti diretto da Enrico IH
re di Navarra, e quello del re di
Francia Enrico III, che fu detto il
partito de' politici o realisti , e in
questa guisa il re divenne capo di
partito, mentre doveva essere il pa-
dre comune di tutti. Il partito cat-
tolico del duca di Guisa è pur co-
nosciuto sotto il nome della lega per
porre sul trono un principe cattolico
a danno della successione di Eni ii:o
III di Kavaira, e in favore del di
lui zio cardinal Carlo di Bourbon,
arcivescovo di Rouen, come primo
principe del sangue, dopo il nipo-
te. Il duca di Guisa colse questa
occasione per dichiararsi capo del-
la lega, e per trattare con la Spa-
gna : nel fondo del cuore egli con-
cepì fino d' allora la speranza di
ascendere al trono, non volendosi
un re calvinista ugonotto, quantun-
que Cateiina de' Medici non sem-
brasse appoggiare i progetti in fa-
vore dei Guisa del ramo primoge-
nito di Lorena. Questa casa era
anco potente pel matrimonio fatto
da Enrico Ili con Luigia figlia del
conte di Vandemont, e peiciò so-
rella del duca Enrico che divenne
cognato del re. Certo è che la le-
ga fu solo a danno del calvinismo,
e dell'erede naturale di Enrico III,
incompatibile colla lega sostegno
del regno cristianissimo di Francia.
La lega fu il partito buono e na-
zionale, e quello solo che salvò nel
regno la Chiesa cattolica , giacche
dicono alcuni storici, che mai Eu-
l'RA
lieo IV si sarebbe (lilto cattolico, sp
non avesse incontr^ito sì energiclic
opposizioni nella lega dai cittadini
veramente cattolici organizzata, e
dai Piipi avvalorata ed incoraggilii a
bene della Francia e del cattoli-
cismo.
Appena Sisto V fìi assunto al
pontilicato, i principi della lega di
Francia, e Filippo li re di Spagna,
gran fautore di essa, lo supplicaio-
no ad infrenare l'eresia del re ili
Navarra, e del suo cugino principe
di Condé. Il Papa per [)rocedere C(j1-
la massima cautela e circospezione,
dopo aver maturamente esaminato
il processo del re di Navarra, nel
settembre i585 con la bolla y4h
immensa, presso il Goldasto, toni.
Ili Monarch., pag. 124, dichiarò
ambedue incorsi nelle censure e
pene de' sagri canoni, delle costitu-
zioni apostoliche, delle leggi genera-
li e particolari, in viriti delle qua-
li decretò esser eglino privati dei
regni, de' beni, delle dignità, ed
inabili co' loro eredi alla successio-
ne della corona di Francia ; quindi
liberò i sudditi dal giuramento di
fedeltà, comandando a' vescovi dei
due regni la promulgazione della
bolla. 11 re di Francia ciò non
permise, onde Sisto V se ne dolse
con lui amaramente, richiamò il
nunzio Giacomo Ragazzoni per non
aver agito con energia, e gli sostituì
Fabio Mirto Frangipane arcivescovo
di Nazareth, stato già nunzio di s.
Pio V a quella corte. Chiamò poi
il marchese di Pesane ambasciatore
di Francia presso la saula Sede,
per partecipargli la spedizione che
andava a fare del nuovo nunzio, e
sentendo che non sarebbe stato ri-
cevuto come suddito del re di
Spagna, il Papa si gravò, non vo-
lendo stare all' arbitrio altrui sul-
F P. A
];i scf-Ila fle'nmi/i. In fatti il re
noi ricevette, e incaricando l' amba-
sciatole a fare le sue scuse, Sisto
V gli negò r udienza, e gli fece in-
limare che stdjito uscisse in vece
• la Roma. Queste cliiFerenze non
fuiono accomodate sinché il re non
SI pie;:;ò e ricevere onorevohnente
monsignor Mirta, ed allora il Pa-
pa richiamò l'ambasciatore, come
racconta a lungo il p. Tempesti,
nella Fìta di Sisto V^ lib. X.
L'anno 1587 *^ formò la fazione
del consiglio de' sedici, che avea
niente meno per iscopo, di privare
il re della corona e della libertà.
In pari tempo il re di Na varrà
parlai dal Bearn per unirsi ai te-
deschi ed agli svizzeri. Anna duca
di Gioiosa volle impedirgli il pas-
saggio, e fu disfatto a Courtray, sen-
za che il re profilasse della vittoria,
ritornando nel Bearn presso la con-'
tessa di Grammontj mentre i sud-
delti alleati furono battuti dal duca
di Guisa. Enrico III quando si vide
per>eguilalo all'estremo dai sedici, e
dal duca di Guisa, a' 12 maggio i588
fece entrare nuove truppe, e gli
svizzeri in Parigi per impadronirsi
de^ capistrada. Il popolo subito si
armò, barricò e Irincierò con muc-
chi di botti le vie, discacciò le IrLip-
pe, e tal memoranda giornata fu
delta dcs barricades. Questa rese
il duca di Guisa padrone della ca-
pitale, onde il re assediato nel Lou-
vre, fu costretto fuggire a Chartres,
indi a Rouen, ove Caterina de'Me-
dici sua madie, che gli fece segna-
re il pregiudicievole trattato detto
di riunione, col quale creò il duca
di Guisa luogotenente generale
nìilitare del regno, dichiarò il car-
«linul Carlo di Dourbun il seniore,
primo principe del sangue in pre-
giudizio del le di Navaira, e con-
FRA 21
\ucò pel settembre gli stati generali
a Blois. Trovatosi per tal moda
il re privato d'ogni potere, perde
di fiducia alla madre, e die luogo
ad un temperamento precipitoso e
tragico. All'apertura degli stati in
Blois, Enrico III pronunciò un gra-
ve discorso, e dispose per modo le
cose, che il duca di Guisa Enrico,
chiamato a palazzo col pretesto che
il re voleva confessarsi e comunicar-
si, nell'alzar la cortina per entrare nel
regio gabinetto fu trafitto dai pu-
gnali di otto sicari. Indi furono
ivi an-eslati il fratello Lodovico II
cardinal di Guisa, il cardinal Bour-
bon, l'arcivescovo di Lione, i du-
chi di Nemours e d' Elbeuf col
giovinetto Carlo principe di Joinvil-
le, figlio del trucidato. Il giorno
seguente, vigilia del santo Natale,
fu condotto il cardinale ove il du-
ca era slato ucciso, e a colpi di
alabarda venne spietatamente morto,
quindi bruciale le ceneri de' due
fratelli furono sparse al vento. Giun-
ta questa nuova infausta in Roma,
Sisto V ne restò soprammodo con-
ti'istato, e con gagliarda allocuzio-
ne a' 9 gennaio iSSq significò il
suo dolore a' cardinali in concisto-
ro, donde cacciò il cardinal di Gio-
iosa perchè voleva scusare il re
da SI atroce misfatto. Dipoi a' 24
maggio fece il Papa pubblicare un
monitorio, in cui ordinava al re di
scarcerare fra dieci giorni il cardi-
nal di Borbone cogli altri arresta-
li, e dopo sessanta giorni compari-
re in persona o per procuriitoi'e
avanti alla santa Sede, per render
conto della morte del cardinale, e
della carcerazione degli altri eccle-
siastici, ciò che non eseguendo in-
correrebbe nella scomunica.
Dopo il primo movimento di
terrore prodotto da questa tragica
aa FRA
scena , la lega dei confederali pre-
se maggior consistenza; gli stati
si sciolsero, i parigini si sostennero
in aperta ribelliones dichiarandosi
dal consiglio dell'unione il duca di
Mayenne luogotenente generale degli
stati della corona e del regno, che
era fratello dell'ucciso ducadi Guisa,
mentre Caterina de' Medici d'anni 70
morìa Blois a' 5 gennaio i58g. In
tanta sventura si radunarono intorno
ad Enrico III i principi del sangue,
e molli signori colle loro forze, co-
me il cardinal di Lenoncour, il ma-
resciallo di Montmorency, i duchi
d'Epernon e di Nevers; ed il re
di Navarra esibì lealmente sé stes-
so e le sue truppe, per difendere
il re dai suoi nemici, che furono
grandemente irritati. Enrico HI ri-
siedendo in Tours vi trasferì il
parlamento di Parigi e la camera
de' conti, deliberando di portarsi
all'assedio della capitale. Il re di
Navarra e gli ugonotti lo libera-
rono dal duca di Mayenne, che di-
venuto padrone di molte piazze inve-
stiva Tours, indi con lui partirono, e
con cinquantamila uomini per l'asse-
dio di Parigi. Enrico III prese alloggio
a s. Cloud, ove giunse il dì primo d'a-
gosto; quindi un sicario in abito di
religioso domenicano, chiamato Iaco-
po Clemente, che fingendo dover
parlar solo col re per affari pressanti,
mentre il re incominciava a les^e-
re le carte di cui si fingeva porta-
tore, gl'immerse un lungo pugna-
le nella regione umbilicare. Il re
ebbe tanto di forza di estrarre il
lèrro dalla ferita, e conficcarlo in-
fino al manico nella fronte del tra-
ditore, che gli accorsi servi fecero
a pezzi. Enrico III morì nel dì se-
guente da buon cattolico, d'anni
38, terminando in lui la stirpe dei
Valois che avea incominciato con
FRA
Filippo VI a regnare nel iSaS,
non rimanendovi che Carlo duca
d' Angouleme figlio naturale di
Carlo IX. Madama di Montpensier
sorella dell'ucciso duca di Guisa,
ebbe gran parte in questa uccisione.
Enrico III nominò per successole
Enrico III Bourbon re di Navar-
ra, che prese il nome di Enrico
IV, ed incominciò la dinastia della
regnante casa di Borbone sui tro-
ni di Francia, di Spagna, delle
due Sicilie, e dell'infante duca di
Lucca , sul trono di quel duca-
to , che poi sarà reintegrato nei
ducati di Parma e Piacenza. Il re
Enrico IH fu il più inabile dei
tredici re di sua stirpe: sotto di lui
e nel i588 il duca di Savoia s'im-
padronì del marchesato di Saluzzo,
ed un ingegnere di Venlo inventò
le bombe.
Sisto V avendo saputo la morte
di Enrico HI ne formò argomento
di grave allocuzione in concistoro,
nella quale tra le altre cose disse,
che sebbene fosse solita la santa
Sede di celebrare pei re cattolici
le solenni esequie, essendo Enrico
IH, per quanto era Itcito alla Chie-
sa giudicare dall'esterno, morto im-
penitente (ovvero allacciato dalle
censure) per non aver ubbidito al
monitorio (alcuni scrissero non aver-
ne egli avuto notizia), così non
era lecito il celebrargliele; non do-
vendo ciò apportale pregiudizio al
regno, poiché la santa Sede nega-
va r esequie, non ad un re di
Francia, ma solamente ad Enrico
di Valois. Qui va avvertito, che
avendo poscia 1' abbate d' Ossat per-
suaso Clemente Vili del pentimen»
lo e penitenza del re, da questo
Papa gli furono decretate le solen-
ni esequie, come narra il ^'ovaes
nelle f ite de romani Ponlf-fici, Una.
FRA
Vili, pag. 220. Enrico IV era sfa-
to nella prima età allevato nella
corte di Francia cattolicamente ,
ma Giovanna d'Albret sua madre
avendo abbracciato il calvinismo,
in questo lo fece istruire, e ne di-
venne uno de' primi sostegni. Dopo
i suoi sponsali con Maiglierita di
Valois, per salvar la vita abiurò
l'errore, indi rientrò nella religio-
ne pretesa riformata, e passò la
•vita tra i combattimenti, le paci,
e le rotture colla corte di Francia,
sulla quale riportò alcune vittorie.
Finalmente per opporsi alla lega
si riconciliò con Enrico HI, alla
cui morie la più gran parte dei
signori tanto ugonotti quanto cat-
tolici, che si ritrovavano allora al-
la corte, il riconobbero per re di
Francia. La sua armata essendosi in-
deb(jlita col ritirarsi delle altre, fu
costretta levar l'assedio da Parigi, e
passò in Normandia. Frattanto wSi-
sto V, a' 2 I settembre del medesi-
mo anno iSSg, spedi cinquanta-
cinque brevi a tutti i principi del
regno, venticinque ai primari no-
bili, quindici a diversi titolati, die-
ci agli abbati, cinquantacinque a
persone private, sessantatre ai pri-
mati di tutte le città, alla regina
vedova Luigia di Vandemont del-
la casa di Lorena, e a molti du-
chi, signori, e presidenti del par-
lamento, raccomandando la pace,
e la scella di un re cattolico. In-
tanto i principi del sangue delibe-
rarono di giurare ubbidienza ad
Enrico ly, qualora egli promettesse
prima sinceramente di conservare
nel regno la cattolica religione, co-
me in fatti giurò solennemente, on-
de fu da essi acclamato re a' 4
agosto, ed elessero il duca di Luxem-
bmgo per darne parte al Papa come
ambasciatole straordinario, ed otle-
FRA 23
nerne la conferma. iVello stesso tempo
i principi della lega acclamarono
re il vecchio cardinal Carlo di
Bourbon zio d'Enrico IV a' 2 i no-
vembre 1589, col nome di Carlo
X, indi spedirono a Sisto V il com-
mendator di Malta fra Giacomo di
Diu , per averne la conferma, ed
impedire il ricevimento di Luxem-
burgo, come il riconoscimento di
Enrico IV, già dichiarato dal Pon-
tefice incapace di succedere alla
corona.
In mezzo a si opposte richieste
della Francia, Sisto V dopo aver
implorato con un giubileo il divino
aiuto, deliberò di portarsi da neu-
trale. Destinò legato nel regno il
cardinal Gaetani con assegnamento
di cento mila ducati, e dando alla
lega il soccorso di trecento mila
ducati, oltre venticinque mila scu-
di al mese per la prosecuzione del-
la guerra. Per questa i collegati
avevano quasi otto milioni di scu-
di, non comprese le confische fatte
ai realisti, laddove Enrico IV ap-
jiena aveva due milioni di scudi
di rendite, compreso il principato
di Bearn, ed altri propri dominii.
Frattanto Enrico IV disfece con
poche forze, quelle più numerose
che gli oppose il duca di Mayenne
nella battaglia d'Arques a' 22 set-
tembre 1589, e in quella d'ivrì li
i4 marzo i5go ; indi fece arrestare
lo zio cardinal di Bourbon, che i
suoi chiamavano Carlo X, e lo
fece porre nella prigione di Fon-
tenay - le - Compie, ove mori a' 9
maggio 1590 d'anni 67. Il Papa
non volle fargli le solenni esequie,
perchè non era stato coronato,
né unto, come era in viso co' mo-
narchi francesi. Con grande ap-
plauso sino dai 20 gennaio 1090
era entrato il cardinal legato in
?4 FRA
Parigi, colla segreta istruzione di
conoscere quale dei due partiti era
il più giusto. A' ^6 dello stesso
mese giunse in Roma l'ambascia-
tore de'principi del sangue, che fu
benignamente accolto da Sisto V.
L'ambasciatore di Spagna Olivares
protestò su tal ricevimento, e si
permise altre domande , che gli
mcritaiono il licenziamento dall'u-
dienza del Papa. Giunta in R.oma
la notizia della vittoria riportata
ad Ivri da Enrico IV, che poi con
poema descrisse de Salaste, l' am-
basciatore della lega domandò nuo-
va udienza a Sisto V, e gli presen-
tò le suppliche de' collegati, che
imploravano aiuto. Ma il Papa
ch'erasi bene istruito del vero sta-
to delle cose, si limitò a rispon-
dergli, che finché la lega operava
per sola causa di religione , erasi
prestato in aiutarla, ma essendovi-
si poscia frammischiata l'ambizione,
le mire particolari, e falsi pretesti,
era inutile lo sperar da lui prote-
zione. Enrico IV si portò due vol-
te ad assediare Parigi , e il duca
di Parma Alessandro Farnese, ge-
neralissimo della lega, il costrinse
a ritirarsi , ma la guerra continuò
cori diversi successi in tutto il l'e-
gno. Divenuto Pontefice Gregorio
XIV, pel sommo zelo che nutriva
per la cattolica fede, spedì in Fran-
cia in sostegno della lega contro
gli ugonotti ed Enrico IV un eser-
cito di sei mila svizzeri, due mila
fanti, e mille cavalli, comandati
dal proprio nipote Ercole Slbn-
drati ch'egli avea fatto generale di
s. Chiesa : per la stessa lega fece
dare dalla camera apostolica piii
di mezzo milione di scudi d' oro,
oltre quaranta mila scudi del suo
particolare peculio.
rScl l^gi Gregorio XIV spedì
FRA
in Francia per iiunzi(j Marsilio
Landriani, con due monitorii, mio
a' ministri della Chiesa che seguis-
sero le parli di Enrico IV, acciò
lo abbandonassero entro quindici
giorni sotto pena di scomunica, ciò
che altresì dovevano fare per l'al-
tro monitorio i grandi ed filtri
primari del regno , dichiarando
co' medesimi monitorii escluso dal-
la corona di Francia , e dalla
comunione de' fedeli Enrico IV.
Quale attentato commettessero i
parlamenti eretici contro i monir
torli pontificii, veggasi nel Bernini,
Storia dell' eresie tom. IV, pag.
5^9 , il quale rimprovera Natale
Alessandro, che n&W Histor. Etcì,
selce. A7^, cap. I, art. 23, avea
tacciato il Papa d'imprudente ed
ingiusto, pei due monitorii, siccome
pai'ziale della Spagna , di cui era
nato suddito, osservando che colle
censure e minaccie alienavasi l'anir
mo del re, d'altronde pieghevole
se si fosse usata moderazione. 11
successore Innocenzo IX visse due
mesi, e come bramoso di sostene-
re la lega, avea promesso agli al-
leati cinquanta mila scudi al mese.
Intanto nel medesimo anno l'^Qi
riuscì al duca Carlo di Lorena, fi-
glio e testimonio del trucidato du-
ca Enrico di Guisa, di fuggire dal
castello di Tours ov'era stato rile-
gato. Si portò in Parigi e vi fu
ricevuto con grandi acclamazioni
di gioia dai capi della lega, che
l'avrebbero eletto re, se di ciò non
fosse stato geloso il duca di Ma-
yenne suo zio. Vedendo questi che
gli spagnuoli e i confederati non
volevano dichiararlo re, anzi gli
anteponevano il nipote, irritato da
tal preferenza impegnò gli slati nel
1593 a consentire ad un congres-
so tra' cattolici in Surcne per loi
F 11 A
pacificazione. Nel |»iecetleiile anno
ili assunto al ponlilicalo Clemente
Vili, che dopo aver pianta la mor-
ie di Alessandro Farnese condot-
tiere dell' armata della lega, e ce-
lebrati magnifici funerali, scrisse ai
cardinal Filippo Lega, che essendo
nunzio a Parigi Innocenzo IX lo
aveva creato cardinale e legato a
lalere, acciò efficacemente procuras-
se d'impedire che Enrico IV sicco-
me eretico salisse sui trono di Fran-
cia, per ivi non esporre la kòe^ al-
l' estrema rovina. Ma il re veden-
do clie non gli sarebbe mai riusci-
to cingersi pacificamente la corona
di Francia se persisteva negli e,y-
roi'i de' calvinisti-ugonotti , doman-
dò a questi se poteva salvarsi l'a-
nima nella religione romana, e ve-
nendogli risposto afFermativainente,
soggL.nse Enrico IV : sarà dunque
meglio eli io vada in cielo re di
Francia, che sol/anta re di Navar-
ra. Cominciò pertanto ad istruirsi
nei domini cattolici da du Perron,
stato anch'esso calvinista e poi car-
dinale, ed ai 25 luglio j5g3 abiu-
rò gli errori degli ugonotti , pub-
blicamente nella chiesa di s. Dio-
nigio nelle mani dell'arcivescovo di
Boiirges Renato di Baune, che do-
po la professione di fede, lo assol-
vette dalle censure incorse , ed a-
hcollò la sua segreta confessione.
Questa abiura fu seguita da una
tregua di tre mesi coi confederati,
e diede l'ultimo colpo alla lega, e
venne il re consagrato a Chartres li
17 febbraio 1594. Le città si sotto-
posero ad Enrico IV, al quale il
conte di Brissac ed altri fecero sen-
za opposizione aprire le porte di
Parigi a' 22 marzo. Due esecrandi
fanatici attentarono alla vita del
principe, il primo Pietro Barriere
fici lOcjj, il secondo Giovanni Chu-
FRA 1%
tei nel i594: quest'ultimo con un
colpo di coltello feri il labbro in-,
feriore del re e gli spezzò un den-
te. Siccome i due malvagi erano
slati scolari dei gesuiti , chq sotto
Carlo IX erano stati stabiliti in
Francia, i loro nemici ne profitta-
rono con accusarli di complicità ,
onde il parlamento di Parigi, e gli
altri del regno inlimarono ai gesui-
ti di uscire prontamente dal rea-
me. L' assoluzione data ad Enrico
IV fu dichiarata nulla da Clemen-
te Vili, perchè non autorizzato
l' arcivescovo dalla santa Sede , il
perchè quel principe pregò il Papa
ad assolverlo, ciocché veniva ritar-
dato per meglio assicurarsi di sua
conversione, e per gli sforzi che fa-
cevano la Spagna e la lega. Il pre-
lato Olivieri, che Gregorio XIII a-
vea spedito come dicemmo in Fran-
cia, mosse il Pontefice a concedere
r assoluzione, e la diede solenne-
mente nel portico vaticano a' 17
settembre iSgS coli' autorità della
bolla Divinae gratiae , presso il
Bull. Roni. tom. V, par. II, p. 127,
con quel cerimoniale e circostan-
ze, che narrammo nel volume III,
pag. 80 del Dizionario, mentre al
volume XII, pag. 28 si disse del-
l'abbazia di Clairac donala al ca-
pitolo lateranense da Eurico IV, e
della sua statua in bronzo eretta-
gli dal capitolo stesso per gratitu-
dine, nel portico della loro basili-
ca. Dopo Enrico IV i re di Fran-
cia ebbero il titolo di canonico ,
ed anche di protocanonico della
patriarcale basilica lateranense. Al-
trove pure si notò , come Enri-
co IV in vece di caro amico ,
trattò i cardinali col titolo di mio
cugino. A memoria di questo av-'
venimenlo Clemente Vili fece eri-
gete sulla piazza di s. Maria Mag»
26 FR A
giure una colonna con analoga iscri-
zione, cui Benedetto Xl\ sostituì
quella che si vede. Narra Ridolfi-
rio Venuti, Roma moderna tom. J,
p. iir, che sotto Clemente Vili
avanti la chiesa di s. Antonio ag-
liate fu eretta una colonna di gra-
nito, con ciborio e Crocefisso di
metallo, sostenuto da quattro colon-
ne, per celebrare questa assoluzio-
ne coli' iscrizione che riporta. Cle-
mente IX fece togliere il monu-
mento, ed in vece vi fu posta una
pietra con una fiammella in mez-
zo che vi durò sino al I744> ^'"
lorchè si trovò il tutto infranto.
Allora Benedetto XIV fece ristabi-
lire il monumento nella forma che
sussiste, avendovi fatto rimettere la
croce com'era piima col Crocefis-
so e la Be.ita Vergine, nel piedistal-
lo l'arme di Clemente Vili, la pro-
pria, quella del re di Francia, e
del real delfino, con l'iscrizione che
pure riporta il Venuti.
La lega cadde onninamente, ne
pili si nominò : il duca Carlo di
Lorena si assoggettò ad Enrico IV
che gli die il governo della Pro-
venza ; e il duca di Mayenne si
pacificò col re che si vide tran-
quillo sul trono, riunendo il Bearn,
la contea di Foix e la Na varrà
francese alla corona di Fiancia ,
nominandosi egli e i suoi succes-
sori inclusive a Carlo X del 1824,
re di Francia e di Navarra. Con-
siderando poi Clemente Vili che
Enrico IV non aveva successione
da Margherita di Valois sorella
degli ultimi tre re di Francia, con
la quale per timore erasi sposato,
esaminato matuiamente si delicato
affare, cedette alle istanze del re,
e gli concesse il divorzio, e di spo-
sare invece Maria de' Medici figlia
del granduca di Toscana Ferdinan-
F 11 A
do I. Indi Enrico IV dichiarò la
guerra alla Spagna j ricuperò A-
miens, e si pacificò a Vervins nel
i5g8, in un al duca di Mercoeur,
che gli sottomise la Bretagna. La
tranquillità non fu più turbata nel
regno, meno una spedizione contro
la Savoia nel 1 600, che riuscì glo-
riosa alla Fiiuicia. Enrico IV d'al-
lora in poi occnp;ito in far fiorire
il regno, non pensò che a renderlo
felice ed a governarlo da padre,
onde alla desolazione successe il
primiero splendore. Nel 1598 ave-
va Enrico IV accordato a' suoi
sudditi la libertà di coscienza, me-
diante l'editto di Nantes, che fece
registrare nei parlamenti. Da ciò
prese occasione Clemente Vili di
pubblicare a' 20 agosto 1 099 la
bolla Dii'es in misericordia sua
Deus, che si legge nel tom. V, par.
11, pag. 2 55 del Bull. Roin., con
la quale esortò tutti i vescovi del
regno a procurare con ogni mag-
gior studio e zelo 1' accrescimento
della fede cattolica, l'osservanza del-
la disciplina ecclesiastica, e l'estir-
pazione de' vizi , in cjiielle città
principalmente nelle quali erasi re-
stituito il pubblico esercizio della
cattolica religione. Indi nel 1601
Cletnente Vili spedì in Francia
Maffeo Barberini, poi Libano Vili,
colle Fascie benedette [Vedi), pel
delfino nato da Maria de' Medi-
ci, il quale divenne re col nome
di Luigi Xlll: cos\ questo Papa
fu il primo ad introdurre questo
sagro donativo ai successori della
corona, il di cui catalogo si riporta
al citato articolo. Non essendo Cle-
mente Vili inferiore a' suoi pre-
decessori nella stima e benevolenza
verso la benemerita compagnia di
Gesù, fece vive premure al re per-
chè fosse reintegrata nelle antiche
case del regno. Enrico IV accer-
tatosi dellinnocenza de'gesuiti, mal-
grado gli sforzi del parlamento, li
richiamò nel i6o4r gli fondò poi
il collegio della Fieche, nella chie-
sa del quale, in segno dell' affetto
che loro portava, volle che dopo
la sua morte \i fosse depositato il
suo cuore. J^. Io Spendano, Jnnal.
eccles. ann. i5g3, n. 23, ann. \5<^^,
num. 22, e Bercaslel, Hisloire de
l'Eglise, tom. XIX, p. 54^ e seg.,
e tom. XX, pag. 545 e seg., dove
fa vedere quanto un re, per anto-
nomasia detto il Grande^ sapeva
stimare una corporazione religiosa
oppressa, contro la quale si erano
collegati i più potenti magistrati,
a quali egli stesso rispose, che nel
punto che aveva pensato al rista-
bilimento de' gesuiti, aveva osser-
vato che due sorte di persone vi
si erano opposte, quelle cioè della
pretesa riforma o sieno gli eretici,
e gli ecclesiastici poco edificanti. In-
di il nunzio Maffeo Barberini ot-
tenne che fosse distrutta una pi-
ramide eretta nel luogo della de-
molita casa di Chatel, ed ai ge-
suiti offensiva. Le dispute sulla gra-
zia che rinnovaronsi in questo tem-
po nella Francia, diedero origine
alla celebre congregazione de au-
xiliis divinae gratiae, della quale
trattammo al volume XVI, pag.
i47 e i48 del Dizionario.
Successe a Clemente Vili il Pa-
pa Leone XI de' Medici, che da
cirdinale avea amministrato al re
la santa Eucaristia , e ricevuto
r abiura del principe di Condé ,
non che cooperato alla pace colla
Spagna ; ma essendo morto dopo
ventisei giorni, fu eletto Paolo V,
che nelle gravi vertenze co' vene-
ziani pel fulminato interdetto ebbe
a mediatore leale Enrico IV, che
FRA 27
a tal fine inviò ambasciatore alla
repubblica di Venezia il cardinal
di Gioiosa. Inoltre nel 1608 spedì
a Roma Carlo Gonzaga duca di
Nevers, per contestax'e in pubblico
concistoro a Paolo V riverenza ed
affettuoso ossequio. In questo anno
la regina partorì il duca d'Angiò,
e nel seguente madama di Fran-
cia. Nel 1610 essendo Enrico IV
tutto intento ad allestire una pos-
sente armata, che si credeva de-
stinata a sostenere i principi pro-
testanti contro i cattolici, nella gran
controversia che allora ardeva per
la successione del ducato di Cie-
veSj con paterne lettere procurò
Paolo V di rimoverlo da sì fatto
impegno e persuaderlo alla pace ,
mostrandogli quanto disconvenisse
ad un sovrano cattolico tal impre-
sa. Erasi già divulgata la risolu-
zione di Enrico IV, onde i suoi
nemici pensarono iniquamente di
levargli la vita, col cinquantesimo
attentalo. Volendo il re partire
coll'esercito , deputò la regina in
sua assenza reggente del regno, e
per le replicate sue istanze la fece
coronare con gran pompa a' i3
maggio in s. Dionisio. Restituitosi
Enrico IV a Parigi per godere il
magnifico apparato che si faceva
per r ingresso della regina, dovette
fermarsi colla carrozza nella strada
della Ferronerie. Profittando del-
l'occasioiie lo scellerato Francesco
Bavaillac d'Angouleme, che da gran
tempo meditava assassinarlo, con
due colpi di coltello l'uccise a' 14
maggio d'anni cinquantasette. I mo-
livi che mossero Ravaillac sono ri-
masti un problema storico, e non
si può francamente addurre quello
che già si suppone: la procedura di
quell'assassino fu fatta con fretta, e
tenuta sempie segretissima; egli è
28 FRA
i-eito che Ravaillac serupie s>i pro-
testò di non aver complici. Cosi
morì Enrico IV; l'esercito lo chia-
mò il re de prodi, ed il popolo
il buon Enrico. Gli si rimprove-
rano i molti suoi illeciti amori; e
la saggezza del ministero del du-
ca di Sully contribuì molto alla
prosperità della Francia , ed a ri-
btoraie le sconcertate finanze. Gli
successe il figlio Luigi XI II detto
il Giusto, che nel letto o tribuna-
le di giustizia tenuto nel dì se-
guente, confermò il decreto fatto
nel giorno precedentCj per le cure
del duca d'Epernon intorno la reg-
genza della madre, e fu cox'onato
iu Pieims a' 17 ottobre dal cardi-
nal di Gioiosa. La Francia rima-
se nel disordine governata dal fio-
lentino Concini, divenuto pel fa-
vore di Maria de' Medici mare-
sciallo d'Ancre, e primo ministro.
Sul principio del regno di Luigi
XI 11 fiu'onvi varie turbolenze, ca-
gionate dagl' intiighi del Concini,
e di Eleonora Caligai sua moglie,
intima confidente della regina, adon-
tandosi i principi del sangue per
tali favoriti. Acquietati questi tor-
Ijidi col trattato di santa Menchou-
<le il i5 maggio 1614, il re fu
dichiaralo maggiore a' 2 ottobre ,
ed a' 27 dello stesso mese tenne gli
stati generali, che furono gli ulti-
mi ad essere convocati. JNell' anno
seguente Enrico principe di Con-
dé, malcontento di non essere con-
siderato, si ritirò di nuovo dalla
corte, si unì agli ugonotti, e ri-
cominciò i torbidi , mentre il re
portatosi a Bordeaux vi sposò An-
na d'Austria infante di Spagna: in
questo anno morì in Parigi la re-
gina Margherita di Valois, ultima
priacipessa di questo ramo. La re-
gima madre nel >6i6 fece un trat-
FRA
tato col principe di Condé capo
de' malcontenti; ma essendo stato
arrestato dal maresciallo d' Ancre,
il principe con molti grandi si ri-
tirarono per disporsi alla guena.
La regina mise in piedi tre ai'ma-
te, e fece la guerra con buon esi-
to contro gì' insorti : questa guer-
ra finì tutto ad un tratto colla
morte del maresciallo d' Ancre, che
fu fatto uccidere dal re sul ponte
di Louvre, altri dicono nel cortile,
li 24 ottobre 16 17, con quella di
Eleonora sua moslie e coli' allon-
o
tanamento di Maria de' Medici, che
fu rilegata a Blois. Il favore di
Carlo d'Albert duca di Luines e
contestabile di Francia sommini-
strò nuovi pretesti ai tumulti : i
malcontenti si rivoltarono dalla par-
te della regina, che fuggì da Blois,
e poi nel 16 19 si pacificò col fi-
glio, mentre il duca di Luines re-
se la libertà al principe di Condé,
che restò al re fedelissimo. L'anno
dopo avendo il re formalmente riu-
nito il Bearn alla corona, e vo-
lendo che gli ugonotti restituissero
i beni ecclesiastici che avevano n-
surpati, essi si rivoltarono, onde
furono loro prese diverse piazze
nella Guienna e in Lin2;uadoca.
Montalbano arrestò i progressi delle
armi l'egie, e il duca di Mayenne
vi restò ucciso nel 162 i. In que-
sto anno morì il contestabile di
Luines, i'I re concesse il suo favo-
re ad Armando Giovanni du Ples-
sis de Richeli eu, già gran cappel-
lano e gran limosiniero della regi-
na madre, mediatore di questa col
figlio, alle cui istanze Gregorio XV
lo creò cardinale, indi fatto primo
ministro : umiliò i grandi, abbassò
il potere de' parlamenti , disarmò
gli ugonotti, e rese la regia auto-
rità assuUita. Giegorio XV prese
IRA
in deposito la Valtellina, signoria
de' grigioni, evitando così la guer-
ra, in cui era partecipe la Fran-
cia j indi per le suppliche di Lui-
gi XIII elevò al grado di rnclro-
poli la capitale del regno: questo
Papa nel 1G23 ebbe a successore
Urbano Vili, già nunzio di Fran-
cia.
In detto anno il re terminò la
guerra colla pace di Privas, rista-
bilì nel 1624 la tranquillità nella
Valtellina, coli' impedire che l'Au-
stria Tunisse al Milanese; indi pre-
stò la sua assistenza al duca di
Savoia contro i genovesi. Avendo
gli abitanti della Piocella , antica
capitale degli ugonotti, riprese le ar-
mi, furono vinti sul mare, e gl'in-
glesi ed olandesi che li protegge-
vano colle flotte finono disfatti
nell'Isola del E.e agli 8 novembre
1627. Allora Luigi XIII intrapre-
se il famoso assedio della Piocella
che durò un anno, in cui il ge-
neralissimo d' Estampes, poi cardi-
nale, fece prodigi di valore, ed il
cardinal Puchelieu ne fu somma-
mente benemerito per aver diretto
l'assedio sotto gli occhi del re. Do-
po la presa di questa città, donde
dipendeva la tranquillità della Fran-
cia, poiché gli ugonotti volevano
costituirne una repubblica , il re
pigliò sotto la protezione contro
l'Austria, il duca di ISevers, nuo-
vo duca di Mantova. Forzò il pas-
so di Susa il 6 marzo 1629, dis-
fece il duca di Savoia, fece levar
l'assedio di Casale, e mise il suo
alleato in possesso del Mantovano.
Pii tornato Luigi XI lì in Francia
sottomise il resto degli ugonotti
nella Linguadoca e nel Vivarese ,
ed accordò la sua grazia ad En-
lico duca di Piohan ch'era sfato
il capo de' ribelli. In questo frat-
FR A 29
tempo i ledesclii entrarono in Ita-
lia, il general Collalto sorprese
Mantova, e il marchese Spinola
assediò Casale; ma il re spedi to-
sto in Italia una poderosa armata
che sottomise tutta la Savoia, e
prese varie piazze, disfacendo i ne-
mici imperiali, spagnuoli e .savoiar-
di, il duca di Montmorency con
segnalata vittoria a Yeillana. Que-
sta medesima armata battè gli spa-
gnuoli che vennero costretti a se-
gnar il trattato di Cherasco nel
i63i. Dopo qualche tempo Gasto-
ne duca d' Orleans, unico fratello
de! re, geloso dell'autorità del car-
dinal Richelieu, pigliò le armi e
guadagnò il duca di Montmorency,
che sollevò la Linguadoca di cui
era governatore, indi perde la te-
sta ; ed il cardinale che fu sul
punto di cadere dal favore, si ele-
vò a maggior possanza. Il re prese
al fiatello tutta la Lorena, e scac-
ciò gl'imperiali da Idelberga, di-
chiarando il cardinal Piichelieu du-
ca, pari, e governatore della Bre-
tagna. Poco dopo gli spagnuoli pre-
sero Treveri , vi trucidarono la
guarnigione francese, ed arrestarono
1 arcivescovo elettore ehe si era
messo sotto la protezione della Fran-
cia. Il re irritato da queste violen-
ze dicliiarò la guerra alla Spagna
nel i635, la quale durò tredici
anni contro l' imperatore, e venti-
cinque contro la Spagna; mentre
le congitne contro la potenza del
cardinal pLÌchelieu, come le vendet-
te si alternarono. I marescialli di
Chatillon, e di Brezè diedero una
rotta al principe Tommaso nel com-
battimento d'Avein; l'armata im-
periale comandata da Galasso, fu
disfatta in Borgogna ; il conte di
Harcourt scacciò i nemici dalle i-
sole di Lerins, soccorse Casale, dis-
3o FRA FU A
fece il marchese di Leganes, e pre- ri già condannati di Baio , e por
se Torino sopra i nemici del duca istahijire quanto poteva il riprove-
di Savoia; il maresciallo di Scliòra- vola sistema giansenistico, il quale
berg fece levar l'assedio di Leuca- ha principalmente per fondamento,
te, furono prese diverse piazze sugli che dopo la caduta di Adamo noi
spagmioli, che inoltre furono bat- siamo necessitati invincibilmente a
tuli tre volte sul mare. La presa fare il bene e il male; il bene ai-
d'Arras, condusse la xiunione del- lorchè la grazia è in noi predomi-
TArtois alla corona nel i64o. I nante, il male quando in noi pre-
francesi uniti al duca Bernardo di domina la concupiscenza ; laonde
Weimar presero Brisaco, e ripor- secondo la dottrina del nuovo teo-
tarono nel i64i le vittorie di logo , la nostra volontà sarebbe
Rlieinfeld, di Polinckove, di Rhi- schiava o della grazia o della con-
naus, di Wolfembuttel: il principe cupiscenza, senza poter resistere a
di Conde' prese Salses nel Rossi- niuna di queste due, e solamente
gliene. La Catalogna si sottomise una vincerebbe in noi l'altra quan-
a Luigi XI li, il Portogallo fa eman- do 1' una supera l'altra nella for-
cipalo dalla Spagna, e Perpignano za. Oltre a ciò Giansenio stabiPi
fu preso nel 1642 con tutta là nel suo libro, che Dio impose ai-
contea di Rossiglione, quindi il du- l'uomo molti precetti, l'osservanza
ca di Lorena fu per la seconda de' quali è impossibile, poiché per
volta spogliato de'suoi stati. essi manca necessariamente la gra-
Durando nella Chiesa tuttavolta zia, con cui sarebbero osservati.
tr;tnquillità sulle dispute che INliche- Perciò disse poi lepidamente il du-
le Baio avea eccitato, Cornelio ca d'Orleans, reggente di Francia:
CTianseiiio di Acquoia luogo di O- » che se Dio l'avesse fatto nascere
landa, e vescovo d'Ypri le rinnovò « sul trono , dal quale era origi-
sotto Urbano Vili. Questo Ponte- » naimente uscito, non avrebbe mai
flce colla bolla de' 6 marzo 1641, » sofferto fra i suoi vassalli gente,
/// eminenli , che dicesi distesa dal » che in una rivoluzione o in un
cardinale Albizi, e che si legge nel » attentato potesse addurre per iscu-
Biillar. Rom. tom. VI, par' 11, pag. " sa co' giansenisti, che la grazia gli
270, rinnovando quella di s. Pio V, « era mancata". Giansenio pei con-
e di Giegorio XIII contro il Ba- tinui rimorsi di sua coscienza, non
ianesirno (Fedi), condannò il libro aveva pubblicata la sua opera, an-
'ìu[\loì(\lo yiugustinns Cormlii Janse- zi più ■volte intentò di mandarla a
nii^'^cu doctrina s. Aiigustini de. nata- Roma, e soggettarla al giudizio
me humnnae sa/ntate, tnedicina eie. della santa Sede. Scrisse infatti una
conila Pelagianos etc, tomi tre, Lo- lettera ad Urbano Vili, piena di
vanii 1640, cioè due anni dopo la rispetto e di sommessione, ma pri-
morte di Giansenio. Avea Giansenio ma che questa fosse inviata, essen-
consumato ventidue ann di fatica, do egli tocco dalla peste, e temen-
uon com'egli diceva, per resuscita- do che i suoi partigiani la occul-
le la dottrina di s. Agostino, ban- tasserò dopo la sua morte, dichia-
dita per più di cinquecento anni rò nel suo testamento, che se per
dalle scuole cattoliche, ma per au- avventura il Papa credesse di tlo-
toiizzare colla sua penna gli erro- ver fare qualche mutazione nel suo
FRA
libio , egli vi si assoggeKava con
rispetto, protestando di morire come
era vissuto, obbediente figliuolo del-
la Chiesa ronaana. Morto Gianse-
iiio, quelli del suo partito soppres-
sero non solamente la lettera (che
il principe di Condé Luigi rinven-
ne nella presa d'Ypii e pubblicò),
ch'egli poco prima avea scritto,
ma senza la sommissione, che ave-
va protestato alla santa Sede, pub-
blicarono il suo libro la prima vol-
ta in Lovnnio nel r640) alla qutìle
edizione scgnircmo nell'-inno seguen-
te due altre in Parigi e in Iloma.
Neil' istesso anno 1640 l'opera di
Giansenio era stata proibita dalla
congregazione della sagia inquisi-
zione in Pioina, ed i gesuiti d'An-
versa furono i pritni, che mossero
guerra alla dottrina che in essa si
conteneva , con un libro da loro
stampato con questo litol o: Theses
theologicae de gratin etc.
Malgrado la condanna che del
libro di Giansenio avea pur fatta
Urbano Vili con la bolla, che poi
nel 1642 si pubbh'cò nel Biabante,
il libro trovò difensori nell'univer-
sità di Lovanio , in cui Baio era
stalo decano, e Giansenio professo-
re di sacra Scrittura. Durò la resi-
stenza di queli' accademia per cir-
ca nove anni, ne' quali essa man-
dò in Roma deputati, per i-eclania-
re contro la bolla pontifìcia , e a
Madrid per impedirne la pubblica-
zione nelle Fiandre spagnuole. Il
re di Spagna non ostante questo
maneggio, ordinò che la bolla fos-
se di nuovo pubblicata nel Braban-
te , e vietò sotto gravi pene, cioè
di cinquecento fiorini per la prima
■volta, e l'esilio di anni sei per la
seconda , che Ibsse impugnata o
contrariala, onde dopo qualche tem-
no lutto si quietò ne' Paesi - Bassi
FRA 3r
cattolici, e que' medesimi dottori si
segnalarono dipoi contro il gian-
senismo , con un gran numero di'
decreti, i quali dimostravano la
purità della loro religione. Frat-
tanto successe nel partilo a Gian-
senio il miglior suo amico Giovan-
ni de Verger de Hauranne ( più
conosciuto col nume di abbate di
s. Cyrano), che dopo varie vicen-
de a lui funeste, mori nel i643, ed
allora sottentrò a lui Antonio Ar-
naud d' Andilly. Ambedue avendo
sedotto un gran numero di comu-
nità religiose, di vescovi e di per-
sone di tutte le condizioni , molto
disgraziatamente propagarono nel
regno di Francia la pestifera dot-
trina del vescovo d'Ypri. Per ov-
viare a tanti mali, l'effetto de' qua-
li vedremo nel decorso di questo
articolo, sia nel politico, che nel-
l'ecclesiastico, Urbano Vili a' ■?.
gennaio i644 io^iò la sua bolla ///
eminenti, alla facoltà teologica di
Parigi, detta la Sorbona, la quale
proibì a' suoi membri di sostenere
gli errori, che in quella si condan-
navano. Tanto bastò perchè Ar-
naud, uno di essi, difendesse sco-
pertamente il libro di Giansenio,
e ne pubblicasse l'apologia. Questa
fu confutata da monsignor Hebert,
poi vescovo di Vabres, ma 1' Arnaud
pretese di giustificarla con un'altra,
la quale colla prima, e cogli scrit-
ti dell'abbate di s. Cyrano, pubbli-
cati dopo la sua morte, furono
proibiti dall'arcivescovo di Besan-
zone nel i647j ^ dal parlamento
di Borgogna nei 1 648 , restando
sempre 1' Arnaud fino alla morte
ostinato nella difesa di Giansenio,
perchè guasto dall'antica confiden-
za, e perverse massime dell'abbate
di s. Cyrano. Ora torniamo ai cen-
ni storici del regno di Luigi XI li.
3.>. FRA
Nella gran lotta del cardinal Ri-
chelieu primo ministro di Francia,
che cercava di deprimere la pos-
sanza di casa d'Austria, e il conte
Olivares dominatore della corte di
Spagna, questi sebbene dotato di
fina politica , venne superato dal
cardinale che ne deludeva le viste
siccome uno de' più abili ministri
che al)biano fiorito, ond' ebbe in-
fluenza su tutti i gabinetti d'Eu-
ropa, e morì in Parigi nel 1642.
In queste guerre più volte inter-
pose Urbano Vili la sua paterna
mediazione^ ed eragli riuscito com-
porre quella di Cherasco, a mezzo
del suo nipote cardinal Antonio
Barberini , eh' ebbe a compagno
Giulio Mazzarini di Piscina nc^l-
l'Abruzzo. Questo prelato fu poscia
da Urbano Vili spedito in Fran-
cia colla qualifica di nunzio straor-
dinario, per rinnovare la sospirala
concordia tra le parti belligeranli,
avendo già date prove del suo alto
ingegno. Fu pei'ciò preso in istima
ed in benevolenza dal cardinal Ri-
chelieu, e divenne quindi sospetto
alle due corti austriache imperiale
e spagnuola , provocando piuttosto
la guerra. Pregarono il Papa a li-
chiarnarlo, il quale trasferì il Maz-
zarini alla vice-legazione di Avi-
gnone; ma essendo morto il car-
dinal Richelieu, Luigi XIII che del
Mazzarini avea concepito grande sli-
ma ed amore , lo richiamò a Pa-
rigi, lo fece primo ministro, e gii
ottenne da Urbano \I1I il cardi-
nalato. Mentre trattavasi la pace
morì il cardinale Richelieu e la
regina Maria de' Medici nell' esilio,
e nell'anno seguente a' i4 'l'^gg'o
il re d'anni 43, lodato per rette in-
tenzioni, criterio, valore e pietà ; qua-
lità che avrebbono maggiormente
risaltato, se avesse vissuto con mi-
FR/V
nore ritiratezza. Sotto di lui il rar-
dinaì Richelieu diede animoso im-
pulso ai letterati, per cui nel iGS*
fu istituita l'accademia francese con
quaranta dotti, di cui il cardinale
fu capo e protettore. In quel tem-
po fiorirono Descartes, Malherbe e
Corneille ; il buon gusto si mani-
festò nella pittura e nella scoltu-
l'a ; Rouen ed Elboeuf cominciaro-
no ad esporre i loro drappi , e la
tendenza alla navigazione ed al
commercio, non che la marina fian-
cese di molto si accrebbe. Dell'ori-
gine delie Gazzette o fogli periodi-
ci in Francia, pure avvenuta in
questo tempo, se ne tratta all'ar-
ticolo Diario di Roma (Fedij. Sot-
to Luigi XIII furono mandale
colonie nell'isola di s. Cristoforo ,
della Martinica, della Guadalupa
e di Caienna nella Guiana; il car-
dinal R^ichelieu in una parola pre-
parò il secolo di Luigi XIV. Alla
morte di Luigi XIII la Francia era
alleata colla Svezia, coli' Olanda ,
colla Savoia ed il Portogallo, e sos-
teneva contro r impero e la Spa-
gna una guerra rovinosa ai cUxe:
parliti. Aveva Luigi XIII prima di
morire radunato i principali signo-
ri del regno, ed in presenza loro
dichiarato, che in caso di morte
egli intendeva lasciare la regina
Anna d'Austria sua sposa reggia-
te , nella minorità del loro fiyiio
Luigi XIV che successe al padre.
Luigi XIV per le sue geste ^a
chiamato il Grande, ed anche Dio-
dalo perchè nacque nel i638, do-
po ventitré anni di sterilità della
regina sua madre. Il principio del
suo regno fu segnalato da un gran
numero di vittorie. Luigi di Bour-
bon duca d'Enghien, sì celebre di-
poi sotto il nome di principe ili
Condc, giiailagnò la famosa ball.i-
FRA.
glia di RocroY) e prese Thionville.
Il maresciallo di iirezé diede una
rolla alla (lotta spaglinola in vista
di Carlagena ; e il viscr-nte di Tu-
renna, vero genio, come il Condé,
dell'arte della guerra, vinse la bat-
taglia di Rotweil nel i644- I"
quest'anno essendo morto Urbano
Vili, il suo nipote carùinal Anto-
nio Barberini, protettore della co-
rona di Francia presso la santa
Sede, procurò da Luigi XIV l'e-
sclusiva contro il caidinal Pamphi-
ly; ma essendo stata sospesa dall'ani-
basciatore, venne eletto Papa col no-
me d'Innocenzo X. Per tal sospensio-
ne restò dispiacente il re, non per-
chè fosse contrario alia persona del
nuovo Pontefice, ma perchè avevano
essi stessi provocato l'esclusiva; ed è
perciò che tolse la protezione del re-
gno al cardinal Barberini, e richiamò
l'ambasciatore : tultavolta essendo
poscia i Barberini caduti dalla gra-
zia d' Innocenzo X, il re gli accor-
dò un asilo in Francia. Agli arti-
coli Conclave, Elezione de^ Ponte-
fici, ed Esclusiva (Fedi), sono ri-
portate le notizie riguardanti l'esclu-
siva, gli ambasciatori al conclave,
e quanto fecero in questo i cardi-
nali protettori, o ministri di Fran-
cia co' loro nazionali ed aderenti.
Nel 1647 ^^ istanza di Luigi XIV
il Papa creò cardinale Michele Maz-
zarini, fratello del cardinale primo
ministro di Francia, indi fatto am-
basciatore di questo regno in Ro-
ma. Continuando la Francia i suoi
trionfi, il duca d'Enghien vinse la
battaglia di Noidlingen ; il principe
Tommaso, ed il duca di Richelieu
superarono in mare gli spagnuoli
vicino a Castel-a-mare nel 1647;
e nell'anno seguente i francesi fu-
rono più fortunati , colla disfatta
che diede il maresciallo di Turena
voL. xxvir.
FRA 33
in Leus agli spagnuoli : fruito di
questi prosperi avvciiinienti, e dei
piicifìci accordi ch'ebbero luogo Ira
l'Olanda e la Spagna fu la pace
che venne conchiusa nel medesimo
anno 1648 in Munster pel tratta-
to di Osnabruch e di West fa Ila ,
tra la Francia, l'imperio e la Sve-
zia ; ma la Francia restò in guerra
cogli spagnuoli. In virtù di questa
pace l'Alsazia restò sotto il domi-
nio di Luigi XIV, che nel tempo
slesso acquistò Metz, Toni e Ver-
dun ; ma siccome pregiudicava la
religione cattolica in Germania, In-
nocenzo X la riprovò come perni-
ciosa alla cristiana repubblica. Nel-
l'anno appiesso insorse la gueira
civile, cagionata dalla gelosia che
i grandi avevano concepito contro
il ministero, e la somma autorità
del cardinal Giulio Mazzarini.
Continuavano frattanto in Fran-
cia le perturbazioni a cagione del
libro di Giansenio, per la qual co-
sa sul fine del luglio 1649 essen-
dosi scritto dall'una e l'altra parte
copiosamente, il sindaco delia fa-
coltà teologica di Parigi presentò
airassendjlea sei proposizioni esliatle
da quel libio, le quali egli diceva
essere la cagione di tanti disturbi.
Furono esse esaminate da nove dot-
tori dalla medesima Sorbona de-
putati , i quali deliberarono eh' e-
l'ano degne delle più rigorose cen-
sure. Il signor Luigi Gorino di Saint-
Amour famoso dottore della Sor-
bona, e rettore dell' università di
Parigi , fu mandato a Roma in
quest'occasione a fine di patroci-
nare la causa dei difensori di Gian-
senio. Egli fu il solo che si op-
pose alla decisione dei nove dotto-
ri, ma dipoi essendogli riuscito gua-
dagnare sessanta dottori, con essi
sì appellò al parlamento; ma i no-
34 FRA
ve commissari non riconoscendo per
giudici competenti quelli del par-
lamento, ricorsero al tribunale dei
Tescovi di Francia. Ottantacinque
prelati del regno , a' quali poi si
aggiunsero tre altri, ricevettero la
causa de' commissari, e restringen-
do a cinque le sei proposizioni, che
il sindaco aveva denunziato, con
una lettera, che si legge in un alle
proposizioni nell'Oldoino, P^it. Pont.
tom. IV, col. 655, da tutti sotto-
scritta a' I?. aprile i65i, le in-
viarono al Pontefice Innocenzo X,
afljnchè il successore di s. Pietro,
dicevano essi, insegnasse alla Chie-
sa universale ciò che si doveva sen-
tire intorno alle cinque proposizio-
ni. 1 discepoli di Arnaud e fautori
di Giansenio spedirono quattro
deputali a Roma (il cui nome e
carattere lo descrive il Nuzzi nella
Storia della lolla UnigenìtitSj tom.
I, pag. 83 e seg.), per impedire
che le cinque proposizioni fossero
condannate. I vescovi francesi in-
viarono al Papa i loro deputati
(pur descritti dal Nuzzi a pag. 85),
per sollecitare la condanna delle
cinque proposizioni, che sono le se-
guenti, e che furono la causa di
tante inquietudini nella Chiesa.
1. Alcuni precelti divini sono
impossibili ai giusti, che desidera-
no e procurano di osservarli se-
condo le loro forze, poiché manca
loro la grazia, con cui li facciano
possibili.
2. Nello stato della natura cor-
rotta non si resiste mai alla gra-
zia interiore.
3. Per meritare, o demeritare
nello stato della natura corrotta,
non è d'uopo all' uomo di avere
una libertà esente dalla necessità di
operare, ma bastagli di avere una li-
bertà esente da qualunque violenza.
FRA
4. 1 semipelagiani ammettevano
la necessità di una grazia interio-
re e preveniente per' ciascuna a-
zione in particolare, anche pel prin-
cipio della fede, ed erano ei-etici
appunto perchè pretendevano che
questa grazia fosse di tal natura ,
che nella volontà dell' uomo fosse
il poter ubbidire o resistere.
5. E errore de' semipelagiani il
dire, che Cristo abbia sparso il san-
gue o sia morto per tutti gli uo-
mini senza eccezione.
L' Histoire des cinq propositions
de Jansenius fu stampata a Liegi
nel 1699 in due tomi.
Air esame delle cinque proposi-
zioni a' 20 aprile i65i Innocen-
zo X stabilì una congregazione dei
pili scienziati uomini che avesse in
Roma la santa Sede ( i cui nomi
e gradi riporta il Novaes nel tom.
X, pag. 87 della Storia de sommi
Pontefici), e di tutte le scuole cat-
toliche di ordini religiosi diversi, i
quali, intese diligentemente le par-
li, dopo il maturo esame di alcuni
mesi, dopo molte congregazioni a-
vanti i cardinali, e dieci o undici
congregazioni, che durarono ognu-
na tre o quattro ore , innanzi al
Papa, cioè dai io marzo a' 7 lu-
glio i652 , ammettendovi anche
una volta a dire le loro ragioni
alcuni dottori venuti di Francia
per la difesa di Giansenio, quattro
consultori a materia non per anco
perfettamente discussa furono a
Giansenio favorevoli, mentre nove
consultori, ed i cardinali sentenzia-
rono le suddette cinque proposizio-
ni onninamente contrarie alla cat-
tolica verità, e come tali le con-
dannò Innocenzo X a' 3 1 maggio
i653, con la bolla Cimi occasione^
presso il Ballar. Rom. tom. VI,
par. Ili, pag. 248, avendo intese
FRA
le istanze con cui l'ambasciatore di
Francia non cessava di chiedere in
nome del suo sovrano una decisio-
ne assoluta. Questa condanna pro-
vocò pure efficacemente colla voce
e con la penna il dotto francese
Francesco Allier, poi vescovo di Ca-
vaillon , che allora si trovava in
Roma come deputato de' vescovi
francesi. La bolla fu composta dal
cardinal Chigi, poi Alessandro VII,
e dall' Albizi assessore del s. offi-
zio, poi cardinale, quindi fu pro-
mulgata ed affissa a' 19 giugno,
essendosi per ordine pontificio pre-
messe pubbliche orazioni in tutte
le chiese di Roma. E riportata al-
tresì dal citato Oldoino, Fit. Pont.
tom. IV, col. 656 , coi due brevi
che Innocenzo X inviò al re Luigi
XIV, e a tutti i vescovi di Fran-
cia a' 3i marzo i654-
Mentre si celebravano le trenta-
sei congregazioni dai consultori de-
putati, undici vescovi di Francia ,
avendo alla testa monsignor Gou-
din arcivescovo di Sens, ingannati
dai giansenisti, scrissero una lette-
ra al Pontefice, cui la presentò ai
I o luglio il Saint- A mour, nella quale
pretendevano dimostrare, ch'era
d'uopo consegnar questa causa ai
vescovi di Francia, per giudicarla
in prima istanza, oppure differirla
a tempo più comodo. Ma gli ot-
tantacinque prelati loro colleghi ,
avevano scritto ad Innocenzo X,
che il costume della Chiesa era di
denunziare alla santa Sede le cau-
se di maggior importanza, e però
i mali, che da dieci anni cagiona-
va nel regno di Francia la dottri-
na delle cinque proposizioni, erano
il giusto motivo, pel quale essi ri-
correvano al supremo giudizio apo-
stolico, che confessavano infallibile.
I giansenisti vedendosi condannati,
FRA 35
si diedero la misera consolazione
d' ingiuriare i loro giudici , e di
calunniare un ceto di persone le-
ligiose, che ad essi furono sempre
contrarie. Per far ricevere nel suo
regno questa bolla pontificia volle
Luigi XIV che in Parigi si adu-
nasse un'assemblea de' vescovi che
si trovassero in quella corte, o nel-
le vicinanze, e per vieppiìi solleci-
tarne r accettazione fece spedire ai
4 luglio i653 lettere patenti a
tutti i vescovi di Francia: queste
sono le prime lettere patenti che
i re di Francia accordarono per
appoggiare una bolla dommatica
della santa Sede , come avverte
monsignor Lafiteau. Agli 1 1 luglio
di detto anno si radunarono in
Parigi nel palazzo del cardinal Maz-
zarini trenta vescovi, fra' quali di
Chalons, Valence, e di Grasse, de-
gli undici che corrotti dai gianse-
nisti avevano scritto ad Innocenzo
X in favore delle cinque proposi-
zioni. Tutti ricevettero unanima-
raente la bolla del sommo Ponte-
fice, e a' i5 dello stesso luglio scris-
sero ad Innocenzo X una lettera ,
degna della erudizione, pietà e zelo
di que' prelati, nella quale lo rin-
graziavano di aver fatta una bolla
di tanto giovamento alla Chiesa ,
confessando che in essa avea par-
lato s. Pietro per la bocca di lui.
Fu questa la prima volta che do-
po il convento o concilio di Ba-
silea, i francesi uniti in atto so-
lenne confessarono, che il Papa
senza il concilio possa obbligare \
cristiani con definizioni di fede. Nel
giorno medesimo spedirono ancora
la loro deliberazione agli altri ve-
scovi del regno, che si conferma-
rono con essa nelle provincie.
Sembrava che la decisione del
capo della Chiesa, l'appoggio del
36 FRA
sovrano francese, e rautorilà dei
pastori della Chiesa gallicana, do-
vessero aver superata la contuma-
cia de' giansenisti ; ma nulla di que-
sto avvenne. Dal vescovo di Ren-
nes era stata portata la bolla alla
Sorbona nel primo di agosto, e
qui fu essa registrata. Indi ad un
mese la stessa facoltà teologica di-
chiarò che se alcuno de' suoi mem-
bri avesse difeso alcuna delle cin-
que proposizioni condannate, sareb-
be escluso da quel corpo, e cassato
dal catalogo de' dottori. Malgrado
però questa uniformità, l'arcivesco-
vo di Sens a' 2 3 settembre i653,
il vescovo di Comminges a' io ot-
tobre, ed il vescovo di Beauvais ai
12. novembre, pubblicarono tre pa-
storali alla bolla pontifìcia ingiurio-
se. Tosto il Pontefice nominò alcu-
ni vescovi per formare il processo
di questi prelati disubbidienti, co-
me abbiamo dalle costituzioni pon-
tificie, IViiperde 22 dicembre i653,
Nuper de' iG marzo i654, ed Alias
de' 26 ottobre dell'anno stesso, tutte
riportate dal Ditll. Rom. tom. VI,
par. IV, pag. 264 274 e 284. Il car-
dinal IMazzarini commise a dodici
vescovi (juesto affare, e l'arcivesco-
vo di Sens in questo tempo pro-
mise di soggettarsi all'assemblea
de' vescovi, che subito si adunò per
la cagione che andiamo a narrare.
I giansenisti volendo sfuggire la
censura apostolica, ricorsero ad un
nuovo stratagemma , che fu di
confessare per una parte, che le
cinque proposizioni considerate in
sé stesse erano giustamente condan-
nale, ma sostenevano dall' altra par-
te, ch'esse non si contenevano nel
libro di Giansenio, né erano con-
dannate nel senso dello stesso li-
bro. Aduuaronsi pertanto nel Lou-
vre tientotto vescovi a' 9 marzo
FRA
1654, e nominarono otto commis-
sari per esaminare il testo di Gian-
senio per rapporto alle cinque pro-
posizioni. Dopo dieci sessioni dichia-
rò l'assemblea a' 28 di manto, che
le cinque suddette proposizioni si
contenevano veramente nel libro
del vescovo d' Ypri, e che nel sen-
so dello stesso libro erano state
condannate. L'arcivescovo di Sens,
ed il vescovo di Comminges fino
allora contrari, si assoggettarono a
questa decisione, che sottoscrissero,
ed i vescovi la spedirono al Pon-
tefice Innocenzo X, il quale a' 25
di aprile condannò di bel nuovo
il libro di Giansenio, con tutte le
opere che si erano pubblicate in
favore e in difesa di esso; anzi eoa
un breve de' 29 settembre, rese le
grazie ai vescovi francesi per la
bella deliberazione della loro assem-
blea, e protestò ai medesimi, che
egli aveva condannato nelle cinque
proposizioni la dottrina di Gianse-
nio, la quale si conteneva nel li-
bro intitolato Auguslinus.
Con queste decisioni non si ac-
quietò Arnaud, che anzi a' 20 lu-
glio i655 pubblicò una lettera di-
retta ad un duca pari, nella quale
sosteneva che Giansenio non aveva
insegnato le cinque proposizioni
condannate. Ma già per reprimere
questa tracotanza a' )4, 29 e 3i
di gennaio dell'anno stesso, e poi
nel primo febbraio i656 centotren-
ta dottori della Sorbona condanna-
rono questa lettera, e decretarono
che se nel termine di giorni quin-
dici Arnaud non avesse ritrattato il
suo erroneo sentimento, e non avesse
sottoscritta la loro censura, fosse de-
gradato dal dottorato, ed escluso dal-
la Sorbona, come in effetto avvenne
a' 3 I gennaio, per non voler sotto-
mettersi alle decisioni pontificie, per
FRA.
tenere perturbata la Sorbona, e
per imprimere proposizioni condan-
nale. Questa pena soffrirono pure
settanta altri dottori, che contuma-
ci come l' Arnaud, non vollero sot-
toscrivere la censura della slessa
Sorbona, la quale per rendere eterno
il suo deci'eto ordinò, che nessuno
fosse ricevuto ad alcun grado di es-
sa, il quale non 1' avesse prima sot-
toscritta. Qual fosse il parlilo, a cui
poi si appigliarono i giansenisti, ne
parleremo nel trattare di Alessan-
dro VII. In mezzo alle rivoluzioni
dai giansenisti cagionate, il Ponte-
fice Innocenzo X, con decreto del-
la sagra inquisizione de' 24 genna-
io 1647, Cosi. 3i, Bull. Rom. tom.
IV, p. 287, e nell'Hardion, Conci-
lior. tom. XI, pag. i43, aveva
condannato il libro Delle grandez-
ze della Chiesa romana stabilita
sull'autorità di s. Pietro e s. Pao-
lo. Martino di Barcos, uno degli
eroi del partito giansenistico, il più
caro nipote di Giovanni du Ver-
ger, e suo successore nell'abbazia di
s. Cyrano in cui morì nel 1678,
è l'autore del libro. La grandeur
de l'Eglise ec, 1 645; e dell' altro
libro ancora condannato dal Papa
con questo titolo: De V autoritc.
de s. Pierre et de s. Paul qui resi-
de dans le Pape, successeur de ces
deux Àpólres, i645. Egli pubblicò
queste due opere, e poi l' Epistola
ad Innocentium X, 1646, per giu-
stificare la dannevole ed eretica
proposizione, che s. Pietro e s. Pao-
lo sono due capi della Chiesa, che
non fanno che uno solo, da lui in-
serita nella prefazione del libro.
Della frequente comunione, scritto
da Antonio Arnaldo d'Andilly con-
tro di uu opuscolo dello stesso ar-
gomento del gesuita Pietro de Ses-
raaison. Quindi è che l' autore del
FRA 37
Dizionario dell' eresie, degli errori
e degli scisnù ec, tradotto dal fran-
cese nella lingua italiana dal p.
Tommaso Antonio Conlini C. R.,
tom. I, pag. 297, attribuisce que-
sta opera al signor Arnaldo. Sem-
bra evidente, che il Barcos nel com-
porle, avesse avanti gli occhi il li-
bro della Repubblica ecclesiastica
dell'apostata Marc' Antonio de Do-
minis arcivescovo di Spalalro, atte-
sa la conformità che passa Ira l'una
e l'altre nel ragionare, nelle pro-
ve, e nelle citazioni. Dictionnaire
des livres Jansenisles tom. I, An-
vers 1752, pag. i45 e seg. L'au-
tore dunque del libro La grandeur
stabiliva in esso s. Paolo eguale al
principe degli apostoli nell'ammini-
strazione della Chiesa, e senza ve-
runa subordinazione a questo nel
sommo pontificato. Non credendo-
si poi Innocenzo X abbastanza sod-
disfatto con aver condannato la
sciocca dottrina del Barcos, ordinò a
Giovanni Agostino di Belly chierico
regolare, a Teofilo R.aynaud gesuita,
e ad altri uomini in doUrina insigni^
che la confutassero co' loro scritti.
Dicemmo di sopra che nel 1649
incominciò la guerra civile in Fran-
cia, per la gelosia che i grandi del
regno provavano pel potere e gran
favore, che. presso Luigi XIV godeva
il cardinal Mazzarini, e per le imposi-
zioni che si trovò necessitato il go-
verno d'imporre. Nell'anno seguen-
te furono imprigionati il princi-
pe di Condé, il principe di Gon-
dy, e il duca di Longueville, ol-
tre altri distinti signori , che con
Turenua, tranne il principe di Con-
dé, figuravano nel malcontento del
rivoltato popolo. I sediziosi presero
il nome di frombolieri, frondeurs,
il perchè barricale le strade s'im-
padronirono della Bastiglia, e bar-
38 . FRA
ricarono le strade de' sobborghi a
sostegno del parlamento. La corte
si ritirò dalla capitale, e solo \ri
rientrò dopo che fu espugnata dal
duca d'Orleans; lecosesi ricompose-
ro mediante un'amnistia, magli spa-
gnuoli profittarono delle circostan-
ze, e presero varie città, tuttavolta
furono vinti alla battaglia di E.he-
tel dal maresciallo Du Plessis-Pras-
lin, I principi furono indi liberati,
il cardinal Mazzarini allontanato nel
i65i e rilegato ad Havre-de-Grace,
ed il re venne dichiarato maggiore.
Nel tempo dell'esilio seppe il car-
dinale Mazzarini provare la falsità
delle calunnie de' suoi emuli, per
cui tornò in corte nel i652, si vi-
de come prima dal monarca ap-
prezzalo, ed acquistò subito l'anti-
co potere. Tale ritorno diede ori-
gine alla seconda guerra di Parigi,
ed il principe di Conde' eh' crasi
dato al partito de' ribelli, dopo avei-
vinto il maresciallo d'Hoquincourt,
sarebbe slato preso nell'azione del
sobborgo di s. Antonio dal viscon-
te di Turenna, ch'era accorso per
salvare la famiglia reale minacciata,
se i parigini non gli avessero aper-
te le porte. Poco dopo il Condé si
gettò nel partito degli spagnuoli, dai
quali fu fatto generalissimo : intan-
to il re, coll'allontanamento del
ministro, e con altra amnistia dis-
sipò la fazione della fronda, laonde
dopo il richiamo del ministro i di
lei seguaci furono più che mai an-
nientati. Il cardinal Mazzarini rite-
nendo che tra i suoi maggiori ne-
mici uno fosse il cardinale prelato
Gianfrancesco Paolo di Gondy, ori-
ginario fiorentino, nipote dei cardi-
nali Enrico e Pietro, ed arcivesco-
vo di Parigi, chiamato comunemen-
te il cardinal de Retz, fu arrestato
per ordine del cardinal IMazzarini,
FRA
con intelligenza del re, e portalo
prima prigione in Vincennes, poi a
Nantes. Di ciò se ne offese grave-
mente Innocenzo X, e scrisse di
proprio pugno a Luigi XIV, pro-
testandosi che non poteva vedere con
indifferenza la violenza usata con-
tro i diritti della Chiesa ad un
cardinale di essa. A questo dissapo-
re si aggiunse altro disgusto : aven-
do Innocenzo X richiamato da Pa-
rigi il nunzio monsignor Bagni, ed
avendovi destinato a succederlo mon-
signor Corsini, l'ambasciatore fran-
cese aveva richiesto al Papa chi
fosse il prelato che in qualità di
nunzio destinavasi per la sua cor-
te. Questa ricerca fu in Roma sti-
mata offensiva all' autorità ponti-
ficia, onde si trascurò di compiace-
re l'ambasciatore. Poco dopo fu
spedito il Corsini in Francia, ma
non essendo egli alla corte nelle
spinose circostanze delle guerre ci-
vili, e dell'affare dei giansenisti, il
re gli vietò l'ingresso nel regno,
rompendosi cosi la buona armonia
tra il re ed il Papa. Intanto il
cardinal de Retz indotto dal tedio
della prigione a rinunziare l'arci-
vescovato di Parigi, colla pensione
di trentamila scudi sulla mensa ,
e su altri benefizi ecclesiastici, il
capitolo deputò vicari capitolari.
Però Innocenzo X negò di ammet-
tere la rinunzia, finché il cardina-
le posto in libertà la confermasse.
Egli in tale stato di cose scalò la
torre della prigione, e si pose in
salvo rivocando subito la rinunzia
come violenta. Risanato il cardina-
le da una rottura della spalla, fat-
tasi nella scalata, si portò in Roma,
e negli ultimi del pontificato d'In-
nocenzo X ricevè da lui il cappel-
lo cardinalizio, ed intervenne al
conclave in cui a' 7 aprile i655
F II A
fu eletto Alessandro VII, della cui
esaltazione fu uno dei più efficaci
promotoii . Nell'anno precedente
Luigi XIV fu consagrato in Reims
a' 7 giugno.
Dopo il conclave uscirono contro
il cardinal de Retz nuove dichiara-
zioni come ribelle , seguace della
fazione della fronda, e perturba-
twe della pace, ed una lunga scrit-
tura sullo stesso argomento Luigi
XIV fece pervenire ad Alessan-
dro VII. In essa narravasi, non prò-
vavasi i delitti del cardinale, il qua-
le avea inasprito i regi ministri con
lettere pungenti scritte al suo cle-
ro, e col deputare a suoi vicari
persone diffidenti alla corte. Quindi
il cardinal de Retz domandò in
concistoro il consueto pallio arci-
vescovile, cui non contraddicendo ve-
run cardinale attinente alla Fran-
cia, il Papa glielo impose nella sua
cappella segreta , di che in Roma
e in Francia si fecero gravi doglian-
ze, come con tale concessione aves-
se Alessandro VII canonizzato per
buon arcivescovo un individuo che
dui francesi era tenuto per fellone.
Allora il Pontefice si mostrò me-
ravigliato come il re non ricono-
scesse nel suo silenzio la paterna
sua affezione , dappoiché era onta
alla santa Sede la carcerazione del
cardinale, le condanne contro di lui
promulgate senza ricorrere al giu-
dice competente, e senza dichiarare
a questo per autentico modo prove
di fatti. Aggiunse Alessandro VII
che piuttosto doveva essere grato
al cardinale che a costo d' una
spalla rotta, avesse liberato la san-
ta Sede forse dalla necessità di fa-
re uso delle armi spirituali , contro
i violatori della duplice e sublime
dignità cardinalizia ed arcivescovile.
Fece riflettere che non poteva al
FRA 39
cardinale negare il pallio, pel quale
né il cardinal protettore della co-
rona di Francia, né verun altro
cardinale ben afiletto al re, si erano
opposti in concistoro allorché ne fu
fatta la domanda ; e che in quanto
alla scrittura rimessagli dal re, non
contenendo che accuse riservate ,
non potevano esse pubblicarsi, sen-
za offendere la maestà del re. Per
riguardo ai gravami sui vicari de-
putati dal cardinale per la sua
arcldiocesi , che dicevansi dagli ac-
cusatóri giansenisti, essi non piace-
vano nemmeno al Papa , benché
dopo la bolla d' Innocenzo X non
avessero palesemente aderito alla
condannata dottrina, alla quale o
almeno alla fazione qualche pro-
pensione esisteva nel cardinale. Con
tutto ciò non dovevasi permettere
alla podestà secolare l'autorità di
deporre un arcivescovo, o condan-
narlo in Roma per meri stragiudi-
ziali sospetti ; voler bensì Alessan-
dro VII che rivocati i vicari , altri
se ne sostituissero di soddisfazione
del re. Questi sentimenti del Pon-
tefice, ed altri pieni di saggezza ,
equità e moderazione, diminuirono
il risentimento de' francesi contro
il cardinal Gondy o sia de Retz.
Tuttavolta Luigi XIV, e il car-
dinal Rlazzarini, costanti nell' ira
contro il cardinal de Retz, ripugna-
rono ad ogni atto di giurisdizione
fatta da lui, come s' egli per delit-
to di lesa maestà fosse decaduto
dalla dignità di arcivescovo di Pa-
x"igi. Alessandro VII perché sì ri-
spettabile chiesa non restasse priva
di cura pastorale, condiscese a de-
putarvi un vicario apostolico come
i regi ministri richiedevano , ma
prevedendo qualche inconveniente,
usò l'avvertenza di mandar l'ana-
logo breve al nunzio , con ordine
4o . FRA
di non consegnarlo , se priuja non
era certo che l'assemblea del clero
fosse per acconsentirvi. In fatti i
vescovi dell'assemblea al sentire tal
proposta, dichiararono che tal de-
putazione mentre viveva l'arcive-
scovo, offendeva i privilegi della
Chiesa gallicana , onde il cardinal
Mazzarini vedendo la qualità dei
difensori del cardinal de Retz, sa-
gacemente si ritirò dall' impegno ,
restando così il secondo riconosciu-
to per arcivescovo come desiderava
il Papa, al quale si rivolsero però
i ministri regi, pregando di quanto
egli stesso avea prima suggerito e
da loro rifiutato, cioè di contentar-
si che il re nominasse sei persone^
fra le quali ne sciegliesse una l'ar-
civescovo e la costituisse suo vica-
rio. A ciò essendosi convenuto, ne
fece la patente il cardinale , che
mandò a Parigi senza parteciparlo
al signor di Lione, ministro del re
in Roma, il quale era mal veduto
dal Papa , perchè scriveva di lui
cose calunniose, e perchè amico se-
i^reto de' giansenisti. Nel i656 A-
Icssanbro VII come padre comune
si trovò nicjlto angustiato per la
guerra che i francesi e il duca di
IModcna facevano contro gli spa-
gnuoli nel Milanese, onde ne trattò
la concordia. Nel tempo medesimo
il cardinal ìMnzzarini mostra vasi dis-
gustato col Papa perchè favoriva il
cardinal de Retz, ch'egli temeva che
potesse sbalzarlo dal suo ministero, e
fermo in questo errore ed aizzato da
persone torbide eh' erano in Roma,
molti dispiaceri diede al Pontefice,
il quale attese che il tempo e i fatti
contrari l' illuminassero come poi
successe. Il re di Francia ch'era
disposto alla pace alla quale Ales-
sandro VII r esortava , avendo ri-
pevuto dalla Spagna uu privato per
FRA
trattarla senza strepito, spedì subito
la nuova al Pontefice per assicurar-
lo, che nulla avrebbe concluso se
non colla sua intervenzione. Allora
Alessandro VII esplorando dal car-
dinal Bichi che faceva le parti di
ambasciatore di Francia, e dal duca
di Terranova ambasciatore di Spa-
gna , quali dei soggetti che propo-
neva spedire per nunzi pacificatori
potessero essere accetti , prescelse
per la Spagna monsignor Bonelli
governatore di Roma, e Celio Pic-
colomini segretario de' memoriali per
la Francia. Questa pace però , co-
me vedremo, tardò a conchiudersi,
ostandovi gli inglesi cui erasi allea-
to Luigi XIV.
Continuando i giansenisti contu-
maci e resistenti alla censura d'In-
nocenzo X, per deluderla avevano
ricorso al riprovevole ripiego di di-
re « che veramente la Chiesa avea
» creduto di avere ritrovato nel
M libro di Giansenio le note cin-
M que proposizioni, ma che in que-
M sto fatto ella aveva preso abba-
« glio, perchè ella non è infallibile
» allorché giudica di un fatto ".
Nei primi due giorni di settembre
i656 r assemblea generale di Fi'an-
cia volle riparare a questa perni-
ciosissima iniquità, dichiarando ««che
» la Chiesa giudica delle questioni
" di fatto inseparabili dalle mate-
» lie di fede, colla Stessa infallibi-
« lilà, colla quale giudica della fe-
« de medesima ". Dall' altra parte
Alessandro VII, che trovavasi inqui-
sitore allorché Innocenzo X con-
dannò le cinque proposizioni di
Giansenio, e che aveva una parti-
colar cognizione de' settarii gian'^e-
nisli , e di quanto si era fatto nel
trattale la causa loro , dirputò op-
portunamente per questo affare una
nuova congregazione, la cui conse-
FRA
guenza fu la bolla che emanò a* i6
ottobre 1 656 , .4d sanctam, eh' è
riportata nel Bull. Roni. toni. VI,
par. IV, pag. 1 5o, e dal Bernini ,
Storia dell' eresie t. IV, p. 665. Con
questa bolla dommatica , che fu
ricevuta per tutta la Chiesa, Ales-
sandro VII dichiarò che le cinque
proposizioni condannate da Inno-
cenzo X, erano veramente del libro
di Giansenio , e che egli di nuovo
le condannava nel medesimo senso
dello stesso Giansenio. L'assemblea
del clero di Francia ricevette la
bolla pontifìcia, che il nunzio Pic-
colomini gli presentò a' i4 marzo
1657, e nel febbraio 1661 stese
una formola della fede, che doveva
essere nell'avvenire sottoscritta da
tutti gli ecclesiastici sì regolari del-
l' uno e r altro sesso, come secola-
ri, dottori, reggenti ec. Questa de-
liberazione fu autorizzata dal re con
un decreto del suo consiglio di sta-
lo de'i3 aprile, e dalla Sorbona
ancora, la quale a' 2 maggio ordinò
la sottoscrizione del formolario sud-
detto a tutti i suoi membri, sotto
pena di degradazione del dottorato
a chiunque ripugnasse di sotto-
scriverlo. Malgrado tutte queste
provvide deliberazioni non voleva-
no i giansenisti sottomettersi alla
sottoscrizione del formolario, per la
qual cosa Luigi XIV si portò al
parlamento , affine di tenervi il suo
letto di giustizia , e quivi fece re-
gistrare a' IO aprile 1664 una di-
chiarazione in cui ordinava assolu-
tamente detta sottoscrizione, e que-
sta fu la prima dichiarazione dei
monarchi francesi che si portò al
parlamento, per appoggiare la de-
cisione di una bolla dommatica
<lc-IIa Chiesa, della quale essi me-
desimi si protestavano figliuoli pri>
tnogeniti.
FRA 4t
Frattanto pregato Alessandro VII
da parecchi vescovi francesi con let-
tere de' 2 ottobre i663, ed ezian-
dio dal re, di raffrenare que' rivol-
tosi cristiani , a' 6 febbraio 1 665
pubblicò la bolla Regiminis Apo-
stolici, che si legge nei citati Bull.
Rem. tom. VI, par. VI, p. 52 , e
Bernini tom. IV, pag. 678, con la
quale ordinò rigorosamente la sot-
toscrizione del formolario, che pre-
scrisse con formola pontificia, simi-
le a quello già fatto dall'assemblea
del clero, da chiunque aspira ai
gradi delle accademie, e alle digni-
tà, nel quale si condannano con
animo sincero le cinque proposizio-
ni cavate dal libro di Giansenio, e
nel senso del medesimo autore, co-
me appimto le aveva condannate
la santa Sede. Ecco la formola pon-
tificia di Alessandro VII. « Ego N.
» Constitutioni apostolicae Innocen-
» tii X die 3i maii i653, et Con-
« stitutioni Alessandri VII datae
M die 16 octobris i656,et Summo-
»» rum Pontifìcum, me subijcio, et
» quinque propositiones ex Corne-
» Hi Jansenii libro, cui nomen Aii'
» guslinus, exceptas, et in sensu ab
" eodem auctore intento , prout il-
» las per dictas constitutiones Sedes
» apostolica damnavit, sincero ani-
» mo reijcio ac damno, et ita juro.
» Sic me Deus adjuvet , et haec
>» sancta Dei evangelia". Luigi XIV
dopo la bolla Regiminis, subito
spedì una dichiarazione di egual
forza a quella dell' anno preceden-
te, e a' 29 aprile i665 si portò in
persona a farla registrare nel par-
lamento, comandando a tulti i pre-
lati del suo regno, che sottoscrives-
sero il formolario del Papa , e di-
chiarando che se dentro a tre mesi
qualche vescovo non avesse a ciò pre-
stalo sommessione, volleva che contro
42 l U A
di essi si procedesse per la via dei
sagri canoni. Ciò non ostante quat-
tro vescovi, cioè di Alet Pavillon,
di Beauvais Choart de Bunzaval ,
di Pamiers Caulet, e di Angers Ar-
nauld fratello del capo de' gianse-
nisti Antonio, non vollero ubbidire,
anzi colle loro pastorali protestaro-
no che sopra il fatto di Giansenio
non si doveva alla Chiesa piìi che
un ubbidienza di rispetto, consisten-
te in osservare un ossequioso silen-
zio. Il re soppresse le quattro pasto-
rali a' IO luglio 1 665, e il Pon-
tefice con decreto della congrega-
zione dell' indice , le condannò an-
cora a'i8 febbraio 1667. Quindi ad
istanza del medesimo re, stabiPi
Alessandro VII nove vescovi per
fare il processo ai quattro vescovi
refrattari, ma lasciò per cagione
della sua morte al suo successore
il proseguimento d' un affare cotan-
to delicato. E qui noteremo , che
nel tempo medesimo in cui agita-
vasi la causa delle cinque proposi-
zioni, Alessandro VII a' 24 settem-
bre i663, colle costituzioni 28 e
162 del Bull. Rom. tora. V, pagi-
na 233 e 2o5, condannò ancora
ventotto altre proposizioni scanda-
lose cavate da alcuni autori di teo-
logia morale; e poi a' ib marzo
1666, con la costituzione 167 loco
citato, pag. 409, riprovò colla me-
desima censura diecisette altre pi"0-
posizioni della stessa materia.
Proseguendosi dalla Francia la
guerra contro la Spagna , per la
quale come dicemmo s' interpose
Alessandro VII sino dal i656, il
valoroso visconte di Turenna gua-
dagnò nel i658 la battaglia delle
Dune, e sottomise colla maggior ce-
lerità Dunkerque, Furnes, Grave-
line, Oudenarde, Ypres, IMortagne,
ec. Tanti prosperi avvenimenti pò-
FRA
sero in timore la Spagna , e fu
conchiusa la pace nell'isola de'Fa-
giani per il trattato de' Pirenei li ■"
settembre 1639. Allora Luigi XIV
rimise nella sua grazia il principe
di Condé , sposò dopo otto mesi
Maria Teresa d'Austria infanta di
Spagna, figlia di Filippo IV, assi-
curando alla Francia il Rossiglione,
r Artois , e la cessione del Charo-
lois, e Filippo IV rinunziò ad ogni
diritto sull'Alsazia. A questa pace
sopravvisse soli due anni l' irrequie-
to Gastone duca d' Oileans zio del
re, e tre il cardinal Mazzarini, che
pareggiando ne' politici talenti al
suo predecessore , venne maggior-
mente commendato per le qualità
del suo spirito, e per aver pacifi-
cato la Francia, che il cardinal Ri-
chelieu aveva impegnata in disa-
strose interminabili guerre. Nel 1660
Luigi XIV si recò ad Avignone, al
quale articolo dicemmo della splen-
dida accoglienza che vi ricevette dai
ministri pontificii e dalla città , e
come nel dì di Pasqua toccò otto-
cento scrofolosi nel chiostro del
convento de' frati minori, dopo la
santa comunione: in detto articolo
è pur descritta l' accoglienza che
nella medesima città si fece a Lui-
gi XIII , quando vi si recò. Luigi
XIV non governò da sé stesso che
dopo la morte del cardinal Maz-
zarini nel 1661 , durante il mini-
stero del quale i francesi si stabi-
lirono nelle isole di Maria Galante,
s. Bartolomeo, Bourbon, e la Gra-
nata; ed i cacciatori francesi detti
les boucaniers presero possesso del-
la parte occidentale di s. Domingo.
Incomincia da questo punto il bel
secolo di Luigi XIV, che rivolgendo
i pensieri a far provare ai suoi
sudditi i frutti della pace, resse do-
po (piest' epoca in modo assoluto la
FU A
monarchia, giovandosi nell' ini por-
tante ramo della finanza degli estesi
lumi dell' illustre Colbert che fece
rivivere la memoria di Sally; onde
le scienze , i letterati , ed il com-
mercio furono protetti, e fiorii'ono
accrescendo lustro, decoro e ricchez-
za alla Francia. Mentre con questo
regno ed Alessandro VII passava
tranquilla armonia, all'insaputa del
Papa i soldati corsi al servizio pon-
tificio, essendo stali provocati, fece-
ro diversi affronti all' ambasciatore
Créquy , il quale essendo nemico
della santa Sede, fu cagione delle
gravi esigenze di Luigi XIV verso
il Papa , e della temporanea occu-
pazione armata di Avignone e del
contado Venaissino, dominii tem-
porali della Chiesa romana in Pro-
venza. L'origine di questo disgu-
stoso emergente, le conseguenze e
la pacificazione, sono riportate alvo-
lume III, pag. 261, 262, 263, 264,
265 e 266 del Dizionario^ non
che in altri luoghi relativi. In
quanto agli articoli della pace con-
chjusa a Pisa tra Alessandro VII
e Luigi XIV, sono riportati anco-
ra dal Guerra ueW Epitome tom. J,
pag. 362 ; trattano inoltre di que-
sti avvenimenti il Du Fresnoy, Prin-
cipii della storia per la gioventìi ,
tom. VII, par. II, art. yS, p. i^i ;
ed il Muratori ue^W. Annali d Ita-
lia tom. X'I, anno 1660 fino al
1664.
Nel 1662 Luigi XIV si fece fare
altresì ragione dell' insulto fatto a
Londra dal barone di Batteville
ambasciatore di Spagna , al conte
d'Estrades ambasciatore di Francia.
Nel medesimo anno le finanze ri-
stabilite permisero a Luigi XIV di
acquistare Dunkerque , che dopo
l' occupazione del visconte di Tu-
renna avea rimesso in potere de-
FRA 43
gì' inglesi ; nel parlamento fece re-
gistrare la donazione fattagli della
Lorena dal duca Carlo IV; nel me-
desimo anno fu stabilita la cn.npa-
gnia francese delle Indie nel (iu-
zurate, per cui furono spedite del-
le colonie nel Senegal ; poscia ebbe
origine lo stabilimento del Forte
Delfino a Madagascar. Nel 1664
Luigi XIV spedi contro i mori del-
le truppe che presero Gigeri, e soc-
corse i tedeschi contro i turchi, ed
a questo aiuto si dovette princi-
palmente la vittoria di s. Gottardo
in Ungheria nel 1664. Nell'anno
seguente raffrenò le scorrerie degli
algerini, prestò aiuto ai portoghesi
contro gli spagnuoli, e dichiarò la
guerra agl'inglesi per soccorrere
gli olandesi suoi alleati; la pace fu
conchiusa a Breda fra l' Inghilter-
ra, l'Olanda, la Francia e la Da-
nimarca li 26 gennaio 1667. In
quest' anno ad Alessandro VII suc-
cesse nel pontificato Clemente IX,
il quale subito si oppose ai danni
che nella Francia cagionavano i
quattro vescovi renitenti alla sot-
toscrizione del formolario di Ales-
sandro VII, che perciò avevano ab-
bracciato il partito dei giansenisti.
A favore di questi quattro vescovi
scrissero altri diecinove ( presso
monsignor Nuzzi nella ristampa del-
la bolla Unigenitus tom. I, p. i55),
nel primo dicembre 1667 a Cle-
mente IX, dicendogli che la Chie-
sa non può definire con infallibili-
tà i fatti umani , che Dio non ha
rivelati, onde in tal caso essa non
esige da' fedeli se non che un ri-
spetto a suoi decreU. Questi era-
no gli stessi vescovi che avevano
sottoscritta la risoluzione , in cui
l'assemblea del clero gallicano di-
chiarò che la Chiesa ne' fatti appar-
tenenti alla fede risolve colla stessa
44 FR^
infallibilità che nelle slesse male-
lie di fede, come si è dello di so-
pra. Voleva Clemenle IX che ai
menzionali qiiatlro vescovi fosse
fatto processo, e quindi fossero de-
posti dal grado che occupavano.
Intanto i medesimi quattro prelati,
incoraggili dal numero degli altri
diecinove , scrissero a' aS aprile
1668 una lettera circolare a tutti
i vescovi del regno per invitarli ad
unirsi seco loro, a fine d'impedire
l'esecuzione del breve pontificio, in
vigore del quale si faceva loro il
processo : ma Luigi XIV condannò
questa enciclica come sediziosa, ed
ordinò a tutti i vescovi, che in ve-
runa guisa non l'attendessero.
Questa regia risoluzione , e il
consiglio de' loro amici costrinsero
i quiitiro vescovi a promettere di
venire alla sottoscrizione del for-
mobrio, purché ad essi venisse ri-
sparmiala la confusione di ritrat-
tare le loro pastorali. Vi acconsentì
Clemente IX, al quale essi scrisse-
ro nel primo di settembre 1668
una lettela piena di rispetto e di
sommissione alle costituzioni apo-
stoliche; essendo però giunto a co-
gnizione del Papa che la loro con-
dotta non era sincera, né la lette-
ra conforme alla sottoscrizione, che
dovevano aver fatto senza distin-
guere in essa, come facevano, la que-
stione di fatto e di diritto, richiese
dai medesimi un attestato di avere
sottoscritto il formolario di Alessan-
dro VII. Tutto fu da essi eseguito,
ma con frode , poiché sebbene la
loro sottoscrizione del formolario
in apparenza sembrava pura e sem-
plice, tuttavia negli atti diocesani ,
o siano processi verbali, vi aveva-
no aggiunta la consueta distinzio-
ne del diritto e del fatto. Ciò non
oblanle Clemenle IX, ingannalo da
FRA
questa apparenza, rese loro le gra-
zie con una lettera, nella quale di-
mostrò la sua soddisfazione per la
loro sommissione alle bolle aposto-
liche, li ammetteva alla pace e alla
comunione, ed insieme li assicurava
ch'egli non permetterebbe mai in ta-
le affare eccezione o restiizione veru-
na. Questa fu chiamata la pace di
Clemente IX conchiusa nel 1669,
ma siccome era stala maneggiata con
frode dall'Arnaud e da Pietro Ni-
cole, cioè dai due più fanatici ca-
pi del giansenismo, cos'i non pote-
va durale lungamente, come si dirà
parlando di Clemente XI, La sto-
ria di questa pretesa pace, fonda-
ta nell'inganno di quattro vescovi,
che al Papa si finsero obbedienti ,
venne lungamente trattata dal men-
tovato monsignor Nuzzi nel tom. J,
p. i54 e seg. della Storia della
bolla Unigenitus, ristampata nel
1794. Nell'anno 1668 Clemente
IX costrinse Arduino arcivescovo
di Parigi a rimettere ì giorni fe-
stivi che tolto avea senza il con-
senso della santa Sede. Per la sti-
ma poi ed affetto che questo Pa-
pa nutriva per Luigi XIV, gli con-
cesse la facoltà di poter nominare
i vescovi delle chiese, e le provvi-
ste dei monisteii ed altri benefìzi,
nelle provincie che nuovamente e-
ransi unite alla Fi'ancia, nelle qua-
li comprendevansi i vescovati di
Metz, Toul e \ eninn nella Lorena,
di Tournay nella Fiandra, e di Ar-
ras nei Paesi-Bassi ; dell' acquisto
dei quali ultimi domìnii ora andia-
mo a parlare.
Non volendo gli spagnuoli con-
tentare Luigi XIV sopra le preten-
sioni ch'egli avea nei Paesi-Bassi a
cagione della regina sua sposa, fi-
glia di Filippo IV, morto li 27 set-
tembre i665, il re entrò in Fian-
FRA
dra , e prese Armanlieres , Cliaro-
lois, Tournay, Douay, Alost, Lilla
e varie altre piazze. S' inipadróm
l'anno dopo della Franca Contea,
e fece Ja pace con Carlo II re di
Spagna per mezzo del trattato
d'Aquisgrana Ji 2 maggio 1668,
in virtù del quale Luigi XIV cede
la Franca Contea alla Spagna, e
ritenne tutte le città che avea pre-
se nei Paesi-Bassi. Molta paite in
questa pace ebbe lo zelo di Cle-
mente IX, che mandò in Aquisgra-
na a tale effetto per nunzio il pre-
Iato Fianciotti , e i due monarchi
dichiararono il Papa arbitro della
conclusione: 1' Oidoini nel tom. IV,
col. 73 1, P'it. Pont.j riporta la let-
tera che Luigi XIV scrisse al Pon-
tefice, in cui gli dice essersi deter-
minato alla concordia, per riguai'-
do de' suoi uffizi. In questa occa-
sione Clemente IX ottenne dal re
di Francia la demolizione della pi-
ramide eretta nel 1664 in Roma
presso s. Salvatore in Lauro , sic-
come ingiuriosa alla nazione corsa,
per l'affare dell' ambasciatore Cre-
quy, togliendo in vece la croce
innalzata per l'assoluzione di En-
rico IV , come già si è detto. Nel
1669 Luigi XIV, a mezzo del ma-
resciallo Crequy, s' impadronì di
tutta la Lorena, per avere il duca
eccitati tumulti contro la Francia;
indi nel 167 1 fece fabbricare l'o-
spedale degl' invalidi in Parigi. Nel
seguente anno il re, malcontento
degli olandesi , dichiarò loro la
guerra, fece reggente della monar-
chia in sua assenza la regina, e
passò la Mosa colla sua armata ,
comandata sotto di lui dal princi-
pe di Condé e dal visconte di Tu-
renna celebratissimi capitani. Es-
sendo gli olandesi stati battuti per
ogni parte, e ridotti a cattivissimo
FRA 45
stato, r imperatore Leopoldo I, la
Spagna e 1' elettore di Brandebur-
go, spaventati di tali progressi dei
francesi si collegarono contro di
essi. Luigi XIV avea ridotto la re-
pubblica olandese e sue proviucie
unite, quasi al punto di cadere, ma
non seppe approfittare delle sue
vittorie, e della presa di Maestriclit
riputata una fortezza inespugnabi-
le. Indi il visconte di Turenna nel
1673 s'impadronì della maggior
parte delle piazze de' ducati di Cle-
ves e di Juliers, per cui l'elettore
di Brandeburgo domandò una tre-
gua, che gli venne accordata. Ve-
dendo il Papa Clemente X tanti
principi cristiani in guerra, si appli-
cò per pacificarli, ed ottenne per le
sue diligenze che venisse destinala
Colonia per trattare la concordia ,
dov'egli spedì colle sue istruzioni
il nunzio di Brusselles , sperando
che nella conclusione della pace
dovesse fare progressi la religione
cattolica nelle provincia unite di
Olanda, al qual fine designò un
vescovo cattolico per la città d'U-
trecht occupata dai francesi. Ma i
continui trionfi di questi mossero
gli alleati ad unirsi contro la Fran-
cia coir imperatore ottomano, col-
r Inghilterra e con Carlo IV duca
di Lorena ; anzi ai nemici della
Francia nel 1674 si unì l'elettore
palatino del Reno. Gli affari cam-
biarono faccia, per cui Luigi XIV
si trovò costretto di abbandonare le
piazze degli olandesi fuorché Mae-
stricht e Grave.
Non andò guari che il re di
Francia alla testa di due potenti
armate , passò nuovamente nella
Franca Contea , e ne conquistò le
piazze più forti ; gli spagnuoli fu-
rono battuti nel Rossiglione dal
conte di Schòmberg, ed i tedeschi
4*3 FRA
unitamente agli olandesi ebbero la
rolla alla battaglia di Senef dal
principe di Condé : il visconte di
Tiuenna riportò un gran numero
di vittorie in Germania sul palati-
no del Reno, ed altri principi del-
l'impero ; vinse l'elettore di Bran-
deburgo che aveva rotto la tregua,
ed obbligò i tedeschi ad abbando-
nare l'Alsazia. Ma una cannonata
a' 27 luglio 1675 uccise il gran
Turenna, la cui grave perdita riu-
scì sensibilissima a Luigi XIV ed
a tutta la Francia. Intanto il si-
gnor di Quesne disfece le flotte spa-
gnuole ed olandesi in due combat-
timenti, nel secondo de' quali il fa-
moso ammiraglio Ruyter perde la
vita a' 2 aprile 1676, ed il mare-
sciallo di Yvone tagliò a pezzi set-
te mila uomini vicino a Messina :
Vauban si distinse in varie batta-
glie. Circa lo stesso tempo la Fran-
cia dichiarò la guerra alla Dani-
marca per sosteneie la Svezia; gli
alleati comandati dal principe d'O-
range furono dislatti a Cassel da
Filippo di Fi-ancia unico fratello
del re. D'Hamieres, Schòmberg, la
Feuillade, Luxemburgo e de Lor-
ges erano all'assedio di Valenciennes,
che neir anno seguente fu preso
con Saint- Omer e Cambrai ; de
Noitilles si distinse ne' Pirenei, e
Ducjuene sul mare. Finalmente fu
conchiusa la pace a Nimega a' io
agosto 1678, perla quale co' suoi
nunzi tanto eiasi adoperato il de-
funto Clemente X, fra la Francia
e l'Olanda; vi aderì anche la Spa-
gna li i4 settembre, in appresso
fecero lo stesso i tedeschi a' 5 feb-
braio , e dopo qualche tempo 1' e-
lettore di Brandeburgo e la Dani-
marca. Questa pace conservò a Lui-
gi XIV una gian parie della Fian-
dra, gli diede la Franca Contea e
FRA
l'isola di Gorea, e l'isola di s. I\Iar-
lino ebbe allora delle colonie. In-
tanto il Mississipì, detto ancora la
Luigiana, nell'America settentriona-
le, all'ovest del Canada, fu dal gover-
natore di questa regione Fronte-
nac discoperto, e chiamato col no-
me del suo re , il fratello del quale
die in isposa la sua primogenita a
Carlo li re di Spagna. Non lascia-
vano i giansenisti d' insinuar da
ogni parte la loro dottrina colla
molteplicità non meno di errori ,
che di libri. Ad un libro scritto
con poca maturità di sentimenti a
favore dell'uso frequente della co-
munione sagramentale, rispose l'Ar-
naud con altro libro , nel quale
censuravasi la comunione frequen-
te come il principale abuso del cri-
stianesimo, allontanando i fedeli da
questo mistero con mendicati timo-
ri , con inventate necessità di su-
blimissime disposizioni, contrarie al
sentimento della Chiesa e de' santi
padri. Ma siccome qualche cattoli-
co zelante avendo scritto contro ta-
le errore, il fervore della frequen-
te comunione era divenuto ecce-
dente, massime in Ispagna , così
per regolare la poca divozione de-
gli uni e la troppa negli altri, In-
nocenzo XI nel febbraio 1679 pub-
blicò un analogo e salutevole de-
creto, che si legge appresso il Bei-
nini, Storia dell' eresie toni. IV ,
p. 104.
In vigore di questa zelantissima
provvidenza del venerabile Innocen-
zo XI , avendo egli veduto che
sempre più s'avanzava la temera-
ria baldanza di alcuni scrittori con-
tro la disciplina morale, da essi or
troppo ristretta, or troppo rilassa-
ta, prese giusto motivo di condan-
nare e proibire a' 4 marzo 1679
scssantacinque propo«;izioni , presso
FRA
il Bull. Boni. tom. Vili, p. 44) e
nel citato Bernini a pag. io6, dai
loro libri estratte. Indi scorgendo
similmente, che ogni giorno com-
parivano nuove edizioni di libri ,
ne' quali sotto pretesto delia seve-
rità della morale, si rinnovava la
dottrina delle cinque proposizioni
condannate di Giansenio, per dar-
ne pronto provvedimento pubblicò
la proibizione del libro intitolato :
Difesa della disciplina che si osser-
va nella diocesi di Sens circa l'im-
posizione della penitenza pubbli-
ca per li peccati pubblici, Seiis
1673. Nel quale libro con novità
di riti o inventati dal capriccio
giansenistico, o antiquati dal costu-
me ecclesiastico, susci lavasi tra' fe-
deli distinzione pi-egiudiziale e di-
versità odiosa di penitenze. Colla
medesima censura Innocenzo XI
avea condannato a' 22 maggio
1678 il libro della Traduzione del-
le omelie di s. Gio. Grisostonio ,
quello di Egidio Gabriele adulte-
ratore della vera morale, con de-
creto de' 27 settembre 1679, inti-
tolato Speciniina moralis christia'
nae , et nioralis diabolicae, e con
esso a' 18 giugno 1680, tre opu-
scoli differenti, ne' quali da anoni-
mo giansenista si accusavano i ge-
suiti come autori delle sopraddette
sessantacinque proposizioni da In-
nocenzo XI condannate. Continuan-
do i giansenisti a render sospetti o
odiosi a' cristiani i sacramenti, nuo-
vi riti introducendo nelle peniten-
ze pubbliche de' peccati pubblici ,
per cagionare maggiore orrore al-
la confessione, si avanzarono inol-
tre contro r inviolabile segreto di
essa , sostenendo per cosa lecita il
potersi violare in alcune determi-
nate occasioni, per utilità e bene
del penitente, tuttoché esso a ciò
FRA 4?
renitente. Questo dannosissimo er-
rore, che già per molti paesi era
divenuto notorio a tutti, fu subilo
dal zelante Innocenzo XI soffocato
con severissimo decreto del s. ofli-
zio de' 19 novembre 1681, che si
legge nel medesimo Bernini a pag.
177. Dalla violazione del sagra-
mentale segreto, passarono i viola-
tori della morale ad un più per-
nicioso errore, cioè di censurare
l'assoluzione a' penitenti avanti al-
l'attuale esercizio dell'imposta pe-
nitenza, deducendo con antichi e-
sempi malamente addotti, che i pe-
nitenti non erano mai assoluti, se
non dopo 1' esecuzione della peni-
tenza dai sacerdoti prescritta. Que-
sto errore già sostenuto da Pietro
d' Osma professore di Salamanca ,
era stato condannato da Sisto IV
colla sua costituzione 17: veggasi
Anton Maria Bonucci, Vindiciae
proposition. prohibitar. ab Alexan-
dre Vili, sect. 16, pag. 99, citato
dal Bernini a pag. 211. Quindi
usci il libro, Fentalogus diaphori-
cus 3 sive (juinque differenliaruni
rationes, ex quibus veruni judica-
tur de ratione absolutìonis ad mcn-
tem gemini Ecclesiae solis ss. Au-
gustini et Thomae, oblatus ad exa-
men ss. D. N. Innocentii XT. In
questo libro 1' autore non seppe
distinguere 1' assoluzione sagramen-
lale dalla canonica , ed essendone
olferta al Pontefice medesimo la
lettura, egli nel primo adocchiarne
il titolo, venne a scuoprirne la frau-
dolenza, e però con rigoroso decre-
to de' 3 aprile i685 lo proscrisse,
e condannò dopo maturo esame.
Nei primi anni del pontificato
d'Innocenzo XI si vide nuovamen-
te agitata la differenza delle rega-
lie, cioè del diritto che pretende-
vano avere i re di Francia di go-
48 FRA
dere le rendile de' vescovati vacan-
ti, e di conferire, durante la va-
canza della sede vescovile, i bene-
fizi, che non sono incaricati di que-
sto reame esenti di tal diritto, il
parlamento di Parigi con un de-
creto del 1668 lo estese a tutti,
ciò che confermò Luigi XIV con
editto del 1673, ed approvò per
timore il clero gallicano, fuorché i
vescovi di Pamiers e d' Alet, ai
quali perciò furono dal re confi-
scati i loro beni temporali. Inno-
cenzo XI fermo sostenitore de' di-
ritti ecclesiastici, insistendo nella co-
stituzione del concilio generale di
Lione lì, celebrato da Gregorio X
nel 1274, si oppose all'estensione
delle regalie, procurando che il re
cedesse, ed a tale effetto gl'invio
due brevi pieni di elogi e di pre-
ghiere nel 1678, cioè a' 12 marzo
ed a' 2 2 settembre, indi due altri
pieni di zelo e di minacce, l' uno
indetto anno a' 25 dicembre, l'al-
tro nel 1680 a' 3o marzo. Questi
quattro brevi sono riportati dallo
^i^òndrati, nella sua Gallia vinifi-
cata. Fu poi celebrata a' 3 febbra-
io 1682 la famosa assemblea del
clero di Francia, composta di tren-
taquatlro tra arcivescovi e vescovi,
e trentotto minori ecclesiastici, nel-
la quale fu riconosciuta questa es-
tensione delle regalie per tutto il
regno di Francia, e si stabilirono
Je famose quattro proposizioni, chia-
mate del Clero gallicano, sopra
r indipendenza dei re, sopra 1' au-
torità de' concili generali, e sopra
il potere in esse limitato dei roma-
ni Pontefici, le quali per comando
d'Innocenzo XI furono bruciate per
mano del boia. Oltre a ciò ilj Pa-
pa ricusò di dare le bolle a più
di trenta vescovi nominati da Lui-
gi XIV, né cedette per tutto il suo
FRA
pontificato su questa differenza, che
da Innocenzo XII fu poscia acco-
modata. 11 dotto cardinal d'Aguir-
l'C in defension. Cath. s. Petri di-
sp. 2, sect. I et seq. dimostra, che
questa dichiarazione del clero gal-
licano è affatto contraria al senti-
mento e dottrina comune de* ve-
scovi francesi, espressa nella lette-
ra ad Innocenzo X nel i653. Veg-
gasi il Talucci, Osservazioni sulla
promessa d' insegnare ì quattro ar-
ticoli della dichiarazione del 1682
del clero di Francia, Roma 1820;
ed il libro intitolato : Confutazione
dell'opera sur la déclaralion de
l'assemblée du clergé de France
en 1682 ec. , Roma 1822. Ecco
le quattro proposizioni, che oltre
a molti altri, si vedono nel Berni-
ni, Storia delle eresie tom. IV, pag.
6SS, e nel Guarnacci, Fit. Pont.
tom. I in Innocent. I.
» I. Beato Petro, ejusque succes-
" soribus Christi Vicariis, ipsique
» Ecclesiae capiti, rerum spiritua-
» lium, et ad aeternam salutem
» pertinentium, non autem civilium,
» ac temporalium a Deo traditam
» potestà tera , catholici reges er-
»» go et principes in temporalibus
" nulli Ecclesiasticae potestati Dei
>» ordinatione subjici, neque aucto-
» ritate clavium Ecclesiae directe,
" vel indircele deponi, aut illorum
« subditos exìmi a fide ac obedien-
» tia, aut praestito fìdelitatis sacra-
» mento solvi posse etc.
« II. Sic inesse Apostolicae Sedi
» ac Petri successoribus rerum spiri-
" tualium plenam potestatem, ut
» simul valeant , atque immota
» consistant sanctae aecumenicae
» synodi Constansiensis a Sede A-
» postolica comprobata, ipsorum-
>> que Romanorum Pontificum, ac
» totius Ecclesiae usu confirmata,
FRA
.•5 atrjiie ili) Ecclesia Gallicana pei-
-•^ jìctiia religione custodita decreta,
>f <le aiictoritate conciliorum gene-
5) ralium, quae sessione quarta et
J5 quinta continentur etc.
» 111. Hinc Apostolicae potesta-
» tis usum inoderandum per cano-
» nes Spiritu Dei conditos, et to-
M tiiis mundi reverentia consecra-
" tos etc.
» IV. In fìdei quoque quaestio-
•5 nibus praecipuas summi Pontifi-
« cis esse partes, ejusque decreta
» ad omnes et singulas Ecclesias
»» pertinere. Nec tamen irreforma-
5j bile esse judicium , nisi consen-
» sus Ecclesiae accesserit.
Queste quattro proposizioni, com-
pendiate e tradotte in italiano di-
cono come segue.
»j I. Il Papa non ha autorità
55 diretta, né indiretta sopra il tem-
55 porale de' principi: non può de-
55 porli dal regno, né assolvere i
55 sudditi dal giuramento.
55 11. I concili generali sono su-
55 periori al Papa.
55 III. Quindi doversi moderare
55 l'uso dell'apostolica potestà in
55 forza dei canoni dettati dallo
55 Spirito di Dio, e consecrati dalia
55 venerazione di tutto il mondo.
55 IV. Anche nelle questioni di
55 fede essere principale l'autorità
55 del sommo Pontefice, e i di lui
>9 decreti appartenere a tutte, ed
55 a ciascuna chiesa, né tuttavia
•5 essere irreformabile il giudizio
5! se non vi acceda il consenso del-
» la Chiesa.
Il cardinal Celestino Sfondrati
con profondissima erudizione e for-
za scrisse contro queste quattro pro-
posizioni nel libro: Regale Sacer-
dotium , e nella Gallia vindicata
etc. Lo stesso parimenti fece Anto-
nio Charlas nell'opera: De. liberta-
voi.. XXVI.
FRA 49
tìhuf Ecclesiae Gallicnnae, che fu
ristampala tradotta in italiano nel
1720 in Roma. Le confutarono an-
cora ampiamente il cardinal Oi-si,
Pietro Ballerini e Zaccaria nell'uno
e nell'altro Anlifehronio. Sull'in-
giunzione che fece a' giorni nostri
M.r Corbière, ministro dell'interno,
agli arcivescovi e vescovi della Fran-
cia, di fare cioè insegnare nei se-
minari le IV proposizioni decretate
neir assemblea del clero dell'anno
1682, come formanti la base delle
libertà gallicane, va letto il dottis-
simo opuscolo del celebre avv. d.
Carlo Fea commissario delle antichi-
tà romane, intitolato : Riflessioni
storico^poUticlie sopra la richiesta
del ministro deW interno di Parigi
ai vesco<>'i e arcivescovi della Fran-
cia in far insegnare nei loro se-
minari le IV proposizioni dell' as-
semblea del clero gallicano nel
1682, Roma 1825 pel Poggioli.
E in quanto alla prima delle quat-
tro proposizioni, il medesimo eh.
Fea pubblicò l'opuscolo che porta
per titolo: Ultimatum per il do-
minio indiretto della santa Sede
apostolica sul temporale de sovra-
ni. Conclusioni, Roma 1825, pel
Contedini.
Profittando Luigi XIV della pa-
ce di Nimega, e di quella conchiu-
sa pure coir imperio nel 1679, ^
sei articoli della quale si leggono
nel Teatro della pace tom. II, per
estinguere ne' suoi stati i semi del-
le divisioni, che fino da centocin-
quanta anni prima vi si erano in-
trodotte colle riforme del calvinis-
mo e degli ugonotti, nel 1680 co-
minciò a ridurre gli ugonotti ai
termini dell'editto di Nantes pub-
blicato da Enrico IV nel iSgS, e
perciò distrusse quatti'ocento loro
chiese, le quali non erano compre-
4
5o FRA
se nel metlesimo editto. Quindi
spedi Luigi XIV pel suo regno
ecclesiastici zelanti e dotti per i-
struire gli ugonotti nella vera reli-
gione cattolica, e lece slampare più
di un milione di libri cattolici per
distribuirli a loro. Fra i libri vi
fu quello aureo di monsignor Ijos-
suet, sopra V Esposizione della rfollii-
na della Chiesa cattolica, opera che
molto inquietò i calvinisti, e che non
poterono mai combattere, malgrado
gli sforzi del loio partito. Nel mede-
simo anno 1680 Luigi XVI ebbe il
titolo di Grande àviWhótel de ville
di Parigi, e fece restituire i suoi sta-
ti al duca d' Holstein. Avendo la
Francia preso Strasburgo nel 1681,
acquistato Casale, e mosse preten-
sioni sopra Alost, diede nuove in-
quietudini ali Europa. In questo
tempo la Francia aveva più di cen-
to vascelli di linea e sessanta mila
marinari; fondò i porti di Tolone
e di Brest; inventò le galeotte a
bomba con le quali castigò due vol-
te Algeri facendolo bombardare, e
poco dopo punì Genova per aver
soccorso gii algerini. Luigi XIV
nel 1684 ottenne soddisra2Ìone dal-
la città di Algeri, i cui ambascia-
tori implorarono in Parigi la sua
clemenza a'41i'gl'o; ed a preghie-
re d'Innocenzo XI accordò la pa-
ce a' genovesi, il cui doge e quat-
tro senatori si portarono dal re a
dargli soddisfazione. Nel medesimo
anno 1684 il re di Siam spedi a
Luigi XIV ambasciatori a render-
gli omaggio, mentre egli faceva
fortificare più di cento cittadelle.
Inoltre nell'istesso anno 1684 il
clero di Francia adunato in assem-
blea diresse ai calvinisti ima lette-
ra pastorale, in cui spiegavansi tut-
ti i motivi pe' quali essi dovevano
ritornare al grembo della santa
FRA
Chiesa cattolica. Ma la dolcezza e
l'affabilità che adoperarono i zelan-
ti ecclesiastici francesi, non furono
bastanti a vincere tali settari, i
quali in vece ribellaronsi armati.
Luigi XIV però seppe reprimere
subito i primi movimenti de' calvi-
nisti ugonotti, e con l'editto del
11 ottobre 168" die loro l'ultimo
tracollo, abolendo in Francia il cal-
vinismo. Con esso rivocò quello di
Nantes, spianò tutti i loro templi,
e costringendoli abbandonare o la
setta o il regno, da questo parti-
rono più di un milione d'eretici ;
mimerò esagerato dal filosofismo e
dtdle sette, massime nelle opere del
secolo passato: oggi con migliori
calcoli si fa ascendere il nume-
ro degli emigrati a duecento mi-
la. V. il Guarnacci, Vit. Pont. toni.
I, in T it. Innoc. XT. Laonde Inno-
cenzo XI sebbene avesse molivi di
malcontento con Luigi XIV, pure
gli rese distinte grazie con bi-eve dei
I 3 novembre.
Xel i685 il maresciallo della
Feuillade, nella piazza della Vitto-
ria di Parigi, innalzò una statua
equestre a Luigi XIV , che rice-
vette una seconda ambasceria dal
re di Siam ; indi costrinse Tuni-
si e Tripoli a domandar la pa-
ce, ed i possedimenti di oltremare
si aumentarono colla nuova Or-
leans. Un'altra differenza nel 1687
insorse fra le due corti di Roma
e di Parigi. Fino dal principio del
suo pontificato aveva Innocenzo XI
protestato, che non avrebbe am-
messo i nuovi ambasciatori dei so-
vrani, s'eglino non avesseio prima
rinunziato al preleso diritto delle
franchigie, che volevano godere in-
torno ai loro palazzi , locchè era
impunemente un piegiudizievole e
sicuro asilo ai malviventi, prepo-
FRA
lenii, omicicliaii, e rei d'allri de-
lìlti , i quali con lai riprovevole
sicurez7a si sottraevano alla puni-
tiva giuslÌ7Ìa. Quindi a' 12 mag-
gio 1687 Innocenzo XI con la bol-
la Cum aliasj presso il Bull. Rom.
tom. ^111, p. 432, sottoscritta dal-
la maggior paite de' cardinali, rin-
novò le costituzioni di Giulio 111,
di Pio IV, di Gregorio XllI, di
Sisto V, e di altri Pontefici, nelle
quali si abolivano e severamente
proibivano dette franchigie, fulmi-
nando la scomunica a chiunque nel-
r avvenire pretendesse di aver a
godere di tal preteso diiitlo, già
condannato nella bolla in Coena
Domini al § 20 , e con editti di
Urbano Vili, e dello stesso Inno-
cenzo XI che li aveva emanati ai
26 novembre 1677, ^ ^^ febbraio
1680. Se ne offese Luigi XIV, il
quale per mantenersi nelle sue pre-
tensioni, spedì prontamente in Ro-
ma Enrico Carlo marchese di La-
vaidino, colla qualifica di amba-
sciatore slraoidinario. Giunse egli
in Roma a' 16 novembre del me-
desimo anno, accompagnato da una
truppa di famigliari, e da quattro-
cento cinquanta soldati armati. Fe-
ce subilo mettere le guardie in-
torno al palazzo Farnese, in cui
abitava , e con mille e duecento
uomini sulle armi cominciò prepo-
tentemente a difendere lo spazio
delle sue pretensioni, nel quale non
voleva che potessero entrare i mi-
nistri di giustizia della corte ro-
mana. V. su questo grave affare il
libro che nel 1688 pubblicò Cele-
stino Sfondi ali con questo titolo:
Legalio Eoriìnm marchionis Lavar'
(lini, et oh tnniìem legis ihristia-
nissìmi Clini Bomano Ponlifìce dia-
si din ni.
Non si sbigottì però Innocenzo
FRA 5 r
XT, quanto santo, altrettanto d'a-
nimo imperturbabile, che anzi non
volendo ammettere alla sua udien-
za l'ambasciatore, lo dichiarò tosto
scomunicato, e per avere esso as-
sistilo agli uffizi divini il gioino di
Natale nella chiesa nazionale di s.
Luigi de' francesi^ ancor contro di
questa fulminò il Papa l' interdetto.
11 re non contento de' passi ingiu-
riosi finora ordinali contro il vica-
rio di Cristo e di un sovrano ter-
ritoriale nella stessa sua capitale
e residenza, fece interporre dal par-
lamento di Parigi l'appello al fu-
turo concilio contro l'editto di Pa-
pa Innocenzo XI eh' egli chiamava
ingiusto. Tale non era, giacche il
Pontefice con quello nuH'altro vo-
leva, ch'esercitare la giustizia nel
suo dominio, nella stessa maniera
che il re di Francia ed ogni altro
principe sovrano liberamente la e-
sercitavano ne' piopri stati. In tal
modo Innocenzo XI più che mai
offeso dalla prepotenza di Luigi
XIV, richiamò a Roma il cardinal
Ranuzzi nunzio di Parigi, mentre
il re tenace del suo ingiusto pun-
tiglio, gli vietò colla forza la par-
tenza, e solfo il pretesto di sicu-
rezza, conculcando il diritto delle
genti, lo fece custodire da buon
numero di truppe; e come se fos-
se in guerra colla Sede apostolica,
ordinò alle sue milizie di occupare
improvvisamente la città d'Avigno-
ne, usurpandone il possesso al Pa-
pa che n'era il legittimo signore.
Tuttavolla venuto il re in cogni-
zione della costanza d'animo d'In-
noren7o XI, e della fortezza inde-
clinabile con cui ragionevolmente
sosteneva i propri diritti, senza sa-
puta del Lavardino, tiè del cardi-
nal d'Eslrées, scrisse di suo pugno
ad Innocenzo XI, e spedi in Ro-
5> FRA
ma perdono di sua confiden?.! , la
(jnale però non potè aveie udien-
7a. Vedendo dunque Luigi XIV
che il Papa nell'opporsi alle fran-
chigie era quello slesso che nel-
l'opporsi all'estensione delle regahe
aveva mostrato tanto zelo, richia-
mò il Lavaidino da Roma nell'a-
prile del 1689, aspettando miglior
congiuntura per accomodar la dif-
ferenza, lo che segui come si dirà
sotto Innocenzo XII , dopo che il
re non poco denigrò il glorioso suo
nome, non meno per l'aspro trat-
tamento fatto ad Alessandro VII
che pel disprezzo praticato con In-
nocenzo XI, per cui in punto di
morte sofFrì poi atroci angustie ,
come scrisse il Piatti nelle Pile dei
Pontefici.
Gli ugonotti e calvinisti usciti
dalla Francia, eccitarono alla guer-
ra contro Luigi XIV quasi tutte
le potenze di Europa, di già pro-
vocate dal principe d'Oranges. La
guerra ricominciò per la lega di
Augusta , fatta contro la Francia
fra il duca di Savoia, l'elettore di
Baviera e vari altri principi. 11 del-
fino apr\ la campagna colla presa
di Haiibron, e s' impadronì di Fi-
Jisburgo nell'ottobre 1688; quindi
a' 3 dicembre il re dichiarò la
guerra agli olandesi : la Germania,
gli spagnuoli e gl'inglesi nell'an-
no seguente dichiararonsi contro la
Fj'ancia, e così la guerra si riac-
cese per tutta l'Europa, e la Fran-
cia ebbe a un tempo in piedi cin-
que armate. 11 maresciallo duca di
Luxemburgo disfece gli inimici al-
la battaglia di Fleurus , il primo
di luglio I 690 ; e dopo dieci gior-
ni Tourville battè le flotte inglesi
ed olandesi nella Alauica. Il ma-
resciallo di Catinai riportò a Staf-
farda una compiata vittoria sopra
FRA
il duca di Savoia , e prese varie
piazze. Inoltre i francesi per tutto
riportarono vantaggi, ma l' intera
flotta di Tourville fu dipoi dagf in-
glesi infelicemente disfatta a Chei-
burtì;o, ed alla Nogue nel i69'j>,.
Neil anno i6qo essendo divenuto
Pontefice Alessandro VIII e du-
rando ancora le differenze colla
corte di Francia, per dimostrar l'a-
nimo suo inclinato ad accomodar-
le, accordò a Luigi XIV le nega-
te bolle pei vescovi che avea no-
minali, e gli concesse l'indulto di
poter nominare i vescovi di Metz,
Toul, Verdun, Arras, e Perpigna-
no, siccome vescovati non coojprcsi
nel concordato di Leone X. Allo-
ra il re a mezzo del duca di Chaul-
nes, che aveva spedito ambascia-
tore al conclave, promise di rinun-
ciar alle franchigie, al cui esempio
fecero il simile gli altri sovrani, co-
me di restituire lo stalo di Avi-
gnone occupato per intimidire ed
imporre al predecessore. Indi Ales-
sandro VIII con la costituzione 35
del Bull. Roni. tom. IX, pag. 96,
data a' 24 agosto 1690, condannò
il Peccato filosofico, su del quale
è a vedersi il p. Domenico Viva,
Theologica Trutitia daniiialiir. lìie-
.siunipav. Ili, p. 347, e il Bernini, t.
IV, p. 728. Condannò pure a' 7
dicembre, con la costituzione citata,
treni' una proposizioni, quali leg-
gonsi nel Bernini, tom. IV, p. 737,
che si dicono dei giansenisti Sin-
nicliio, Arnaldo ed altri : fra que-
ste la XXIX dice : » Futilis et to-
" ties convulsa est assertio de Poii-
>' tificis romani supra concilium oe-
" cumenicum auctoritate, atque in
» fidei quaestionibus decernendis
» infallibilitate" onde si deduce per
la condanna dell' indicala proposi-
zione, che grave ferita fu portata
FRA
alle sentenze di coIokì die inipii
i^iicino l'infallibilità del soiniuo l'un-
lefice, come osserva il Saudini, ì ìt.
Pontif. tom. Il, p;jg. (>97. JVon a-
vendo Alessandro Vili ottennio dal-
la Francia quello che aveva do-
mandato riguardo alle quattro pro-
posi/ioni del clero gallicano, nulla
più eseguì di quanto aveva pro-
messo a Luigi XIV. intanto ve-
nendo il Papa assalito nel gennaio
1691 da grave infisrmità, chiamò
a sé i cardinali, gli denunziò che
sino dai 4 t'^' precedente agosto
aveva preparalo la bolla Inter iiiuL-
t'plices, che riporta il Heinini toni.
IV, p. 734, in cui condannava le
quattro proposizioni del clero gal-
licano stabilite nel i(J8'2, come in-
giuriose alla santa Sede, erronee e
scandalose. Quindi disse a' cardinali
che ne avea sospesa la pubblica-
zione, spelando di elfeltuare colla
Francia i ripromessi amichevoli ac-
cordi , onde li esortò a sostenere
la bolla ch'egli allora fece promul-
gare dal cardinal Albani, poi Cle-
mente XI, e di non cedere ai di-
ritti , autorità e prerogative della
romana Chiesa. Finalmente Alessan-
dro Vili l'ultimo giorno di dello
me.se, giorno piecetlenle alla sua
morte, scrisse al re un amorevole
breve sul medesimo aliare, che si
legge nel Bernini a pag. ySy.
Gli successe Innocenzo XII, il
quale subito spiegò la medesima
energia de' predecessori per l'abo-
lizione delle franchigie, come noti-
ficò agli ambasciatori, e come pra-
ticò colla forza. Allora Luigi XIV
dehnitivamente rinunziò alle pre-
tensioni sulle franchigie, rivocò l'e-
ditto che a' 2 marzo 1682 avea
pubblicato, risguardanle la dichia-
razione fatta in quel tempo dal
clero di Francia nell'assemblea, cir-
FRA 53
i:a !a potestà ecclesiastica; e nel
Bernini a pag. 789 del tom. IV
della Storia dell'eresie^ si vede la
lettera con cui Luigi XIV avvisò
il I'a|)a di tal rivocazione, in data
24 settembre 1693. In pari tem-
po i vescovi francesi che furono
nominati per l'assemblea del clero,
convennero di scrivere Lina lettera
ad Innocenzo Xll, piena di som-
missione e di rispetto, nella quale
attestavano il di.spiacere di quello
ch'era passato, contro i diritti del-
la Chiesa romana, anzi contesta-
vano che dette quattro proposizio-
ni non si dovevano, né si poteva-
no sostenere, come si ha dal Du
F'resnoy, Principii della storia, tom.
MI, par. II, art. 77. Dall'altra
parte Innocenzo XII acconsentì al-
l'estensione delle regalie in tutto il
regno di Francia, e in tal guisa
restò conchiuso l'accordo delle due
corti, con piena soddisfazione d'In-
nocenzo Xll, e di Luigi XIV. A
quest'epoca si ritirò in Francia il
re cattolico d' Inghilterra Giacomo
II, col figlio principe di Galles, per
essere slato chiamato al trono il
principe d'Oranges come protestan-
te, il perchè il Papa l'ingraziò il
je per tale asilo. Intanto la som-
missione che i vescovi ed altri ec-
clesiastici di Francia avevano pra-
ticato verso la santa Sede, non fu
punto imitata dai giansenisti, i quali
nemici del pontificato romano, ed
insofferenti della propria depressio-
ne , si scagliavano conlinuamenle
contro il formolario prescritto da A-
lessaiidro VII, ora alterandone il
sen.so, or variandone le parole. In-
nocenzo XII per ovviare a questo
male, prima con un decreto del s.
oftizio de' 28 gennaio, indi col bre-
ve de' 6 febbraio 1694, che si leg-
ge nel lìeiiiiui a pag. 74^, diretto
54
FRA
ad alcuni vescovi delle Fiaadie, nel
quale vietò l' aggiungere o levare
cosa alcuna in dello formolario, e
poi con altro breve de' ^3 novem-
bre 1696, appresso il medesimo
Bernini a p. 748, dichiarò di aver
confermato la bolla e il formola-
rio di Alessandro VII. Indi con
nuova temerità cercarono i gian-
senisti di trovare scampo alla loro
perfidia, al qua! fine Elia du Pin
pubblicò un attestato della loro
ostinazione nella nuova Biblio'eca
degli autori ecclesiastici, ed in altri
libri che furono prontamente con-
dannati : cioè Litterae Rotnae da-
tae ad doctoreni Lovanìensem circa
novuni decretarli, et breve SS. D.
N. Innoceiitii XII ad episcopum
Beigli de formulario cantra Jause-
niuni, Roma i3 febbraio 1694; e
Panegyrìs Janseniana, seu testimo-
nia eruditorum virorum celebrali-
tia librum, cui titulis Cornelii Jan-
semi episcopi Iprensis Auguslinus,
Grenoble 1698.
Ritornando all'anno 1692 per
le notizie politiche del regno di
Francia, Luigi XIV prese Namur,
il duca di Luxemburgo disfece al
piincipe d' Oranges più di dieci-
mila uomini a Steenkerque nel-
1 Haynaut 5 e nell'anno seguente
glie ne sconfisse più di dodicimila
a Kervinda. Il duca di Savoia es-
sendo stato disfatto nel medesimo
anno 1698 dal maresciallo di Ca-
tinai alla battaglia della Marsaglia,
in Torino fece la pace col re nel
J 096, ed unì dipoi le sue armi a
quelle della Francia, il che obbli-
gò Leopoldo I imperatore, e Car-
lo Il re di Spagna ad accettare
la neutralità : alla fine , la presa
di Barcellona fatta dal duca di
Venderne nel 1697, e quella di
Cartagena nell' America eseguita
FRA
da Poinlis, determinarono gli al-
leati ad una pace generale, per la
quale molto si adoperò Innocenzo
XII coi gabinetti cattolici , e fu
conchiusa a Riswick colla Spagna,
r Inghilterra, e l'Olanda li 2 set-
tcmbie 1697, e indi a sei setti-
mane coir imperatore e coi princi-
pi dell'impero. In questo trattato
le acque del Reno furono prese
per limite della Germania e della
Francia. L'elettore di Treveri, e il
duca di Lorena rientrarono nei lo-
ro stati ; Luigi XIV riconobbe il
principe di Grange per re d' In-
ghilterra col nome di Guglielmo
111, e gli spagnuoli ricuperarono
quanto era stato loro preso dopo
il trattato di Nimega. In questo
le(npo s'introdusse in Francia il
Quietismo [f^edi), già condannalo
da Innocenzo XI, ed alcuni scrisse-
ro che per un momento ne fu se-
guace il celebre FénéLon (Fedi),
precettore dei duchi di Borgogna,
d'Angiò, e di Berry, figli del del-
fino, e nipoti di Luigi XIV, il cui
libro intitolalo Massime de santi
fu condannato dal zelante Inno-
cenzo XII. Vuoisi che questa con-
danna con minacce ed insistenze la
provocasse Luigi XIV, le spiega-
zioni poi che il pio e dotto arci-
vescovo diede del suo libro, ed i
suoi edificanti sentimenti, furono
tutti conosciuti ortodossissimi. Si
sa poi con qual grandezza d' ani-
mo e umiltà insieme , pubblicò
egli stesso dal pulpito della sua
metropolitana il breve pontifìcio
di condanna del libro suo, e poi
notificò a tutta l'arcidiocesi a mez-
zo di una pastorale che si legge
nel Bernini a pag. 749- ^*il 169S
gl'inglesi ed olandesi si divisero gli
stati della corona di Spagna, cpian-
tunque ancor vivente Carlo 11 che
I
FRA
non avea successione, da ciò prin-
cipalmente prese motivo queblu
principe, come dai legami di pa-
rentela , di chiamare a succederlo
un principe della casa di Francia
nella persona del duca d' Angiù ,
dichiarandolo erede di tutti i suoi
stati. Carlo II nioà il primo iiu-
vemhre 1700, e Luigi XIV fece
subito partire per la Spagna il ni-
pote duca d' Angiò , che preso il
nome di Filippo V , prese possesso
della monarchia, e fece il pubbli-
co ingresso in ìMadrid. Prima di
narrare le famose guerre per la
successione di Spagna, che agitaro-
no una gran parte dell' Europa ,
continueremo per ordine di tempo
la storia del giansenismo per ciò
che x'iguarda il pontificato di Cle-
mente XI, e la Fiancia, il cui cle-
ro nell'assemblea generale del 1700
apfrtovò la condanna del libro
Massime de santij fatta eroicamen-
te da Fénéion arcivescovo di Cam-
bra], e nel tempo istesso l'assem-
blea condannò molte proposizioni
troppo rilassate di morale.
JVel pontificato di Clemente XI,
e a' 20 luglio 1701 i giansenisti
proposero un Caso di coscienza ,
che fecero sottoscrivere in tal mese
da quaranta dottori della Sorbona,
e stampare in Liegi, nel quale per
iscusare la condanna di Alessan-
dro VII e de' suoi successori, soste-
nevano non doversi negare V asso-
luzione ad un ecclesiastico, il quale
soUosc/ii'cndo , e giurando esterna-
mente il forniolario di Alessandro
J^ II, e condannando le cinque pro-
posizioni di Giansenio nel medesi-
mo senso, in cui le aveva condan-
nate la santa Sede, negasse tuttavia
internamente che dette proposizioni
SI contenessero nello stesso senso
nel libro di Giansenio : riguardo
FRA 55
poi alla questione di fatto, ciac al
contenersi nel mentovato libro la
condannata dottrina, essere bastante
una sommissione di rispetto, ed un
religioso ed ossequioso silenzio in
quello che la Chiesa decide. 11 p. d.
Teodorico de Xa'w benedettino, cele-
bre per essere autore degli atti delle
congregazioni de Auxiliis del Le-
iiios (della Congregazione de Auxi-
liis divinae graliiie , parlammo al voi.
XVI, pag. i47 e 148 del Diziona-
rio), e per la sua prigionia per ordi"-
ne del re di Francia, dichiarò che
l'autore di questo Caso di coscienza
era stato il Perrier, nipote di Pa-
scal, canonico di Cleimont. Il Guer-
ra nel tom. I Epitoni. Pontificiar.
Constil. p. 146 dice, che Antonio Ar-
naldo lo propose. Monsignor Guar-
nacci nel tom. Il Pit. Ponlif. pa-
gina 11, scrive che ne fu autore
Luigi du Pin, e perciò esiliato per
ordine di Luigi XIV. Forse il du
Pin sarà stato V autore dell' edizio-
ne fattane a Parigi nel 1703 col
titolo Lettre de 31. . . chanoine de
B. à monsieur T. D. A. eie. Cas
de conscience par un confesseur de
province touchant un ecclésìasli'
que , qui est sous sa condiate , et
resolu par plusieurs de la faculté
de theologie de Paris. 11 Pontefice
Clemente XI col breve de' 12 feb-
braio 1703, Cum nuper, presso il
Bull. Rom. tom. X, par. I, pagi-
na 4^ > condannò la decisione di
questo Caso di coscienza, come
contrario alle costituzioni di Inno-
cenzo X, Alessandro VII, ed In-
nocenzo XII, ricevute dalla memo-
rata assemblea del clero gallicano
nel 1700; indi nel giorno seguen-
te , con due brevi diretti a Luigi
XIV , ed al cardinal de Noailles
arcivescovo di Parigi, riportati nel-
VEpist. et Brevia Clem. XI, tom. I?
56 F li A
p. i4o e seg., raccomandò loro di
ricercarne gli autori, e severamente
])unirli.
Da questa pontificia condanna
nacque, die de' quaranta dottavi die
avevano sottoscritto il Caso di co-
scienza, trentasei se ne ritrattarono,
restando due soli ostinati, e perciò
mandati in esilio, poiché due altii
erano morti dopo la loro sottoscri-
zione. Fra quelli che si ritrattaro-
no fu il celebre domenicano Cala-
le Alessandro, il quale avendo do-
mandato al Papa la permissione di
dedicargli i' suoi Conimenlari sugli
evangeli, ch'egli finiva di compie-
re, ed essendogli questa negata , a
meno che non cominciasse dal ri-
trattare la sottoscrizione del Caso
ili coscienza, egli lo fece nella let-
tera dedicatoria al Papa, posta al-
la testa de' detti Commentari. I
più celebri fia i quaranta dottori
che approvarono il Caso di coscien-
za erano Petitpied che non si ri-
trattò mai, Bourret professore come
quello della Sorbona, Parrozin, Pin-
sonat, Elia du Pin, Hideux, Blam-
pignon , e Feu tutti e tre curati ,
Delam teologo di s. Cloud, Gueston
canonico regolare di s. Vittore, e
il p. Natale Alessandro già ram-
mentato. Era però necessario che la
santa Sede si dichiarasse più efììca-
cemente su questo punto, dal qua-
le dovevano nascere gravissimi dan-
ni a' fedeli. Clemente XI adunque,
sempre vigilante negli affari della
Chiesa, ad istanza ancora di Luigi
XIV, con la bolla Vineam Domi-
ni Sabaoth, emanata a' i6 luglio
1705, e riportata nel Bull, lìoni.
lom. X, par. I, pag. i45, condan-
nò con più solennità il Caso di
coscienza, confermando le costitu-
zioni d'Innocenzo X de' 3r maggio
j653, di Alessandro \II de' 16 ut-
P' R A
tobre i6ji6, di Clemente IX dei
ig gennaio 16(19, e di Innocen-
zo XII del 1694 e del 1696. Nel-
la stessa bolla, che da tutti i ve-
scovi francesi fu solennemente ri-
cevuta, Clemente XI riprovò come
insuftleienle ì'ossecfuioso silenzio so-
pra la questione di fiitto, dichiaran-
do la necessità dell' interna, vera e
sincera confessione del medesimo fat-
to, dalla Chiesa chiaramente giudica-
to. Contro questa bolla si scatenaro-
no i giansenisti, ed uno di loio, Teo-
doiico di Vaix, ia un libretto in-
tilolato: Atto di denunziazione al-
la Chiesa unii'ersale, ed al fatui o
concilio , ardi di appellarla ; opera
delle tenebre , e degna di essere
adottala dall' Anticristo j chiede a
nome di Dio, che il formolario di
Alessandro V II ■, e la bolla Fi-
neani Domini Sabaoth, sieiio con-
dannate, e ridotte al niente, per
aver questa bolla realizzato il vano
fantasma del giansenismo (come
l'aveva chiamato il vescovo d' A-
lelh scrivendo ad Innocenzo XI ai
3o giugno 1677), e riprovato il
silenzio ossequioso. 11 p. Le Tei-
licr nel Recueil hislorique des bui-
les etc. p. 354j attesta contarsi .so-
pra quaranta libri, in cui le ordi-
nazioni de' vescovi pei- la sincera
sottoscrizione del formolario di A-
lessandro FU, si chiamano teme-
rarie, empie, eretiche ed idolatri-
che. E qui noteremo, che di poi
Clemente XF, con bolla de' 27 mar-
zo 1708, ad istanza di Luigi XIV,
abolì il monastero delle monache
cistcrciensi di Porloreale de' Cam-
pi in Francia, che nel seguente an-
no fu demolito, essendo esse osti-
nate gianseniste, ed appellanti dal-
la bolla Fineam Domini, delle qua-
W, e de' Solitari di Portoreale, loro
direttori dopo il s. Cyrano, fa uqa
F il A
esatta storia iiionsiyiioi' IXiizzi , in
quella cioè della bulla Unigenitus ,
tom. I, p. 12.
Il p. Pascasio Quesnello sacer-
tlute dell' oratorio di Francia ( il
di cui carattere fu descritto dal
ÌNuzzi a p. 184)) *^"^^ '' pi'""0 ca-
j)o de' giansenisti dopo la morie di
Arnaud, prima della sua fuga nel
Biabante, per non aver voluto sot-
toscrivere il formolario di Ales-,an-
tìvo VII, avea nel 1671 pubblicato
il libro : Le Nouveau Testament cn
francois avec des réflexioiis mora-
ics sur cliaqiie verset , oii Abregé
de la inorale de l' é\'angile , dcs
acles des Apòtres, des epìires de
saint-Paul de. che dopo alcuni an-
ni fu accresciuto di due altri vo-
lumi. Di questa opera si fecero due
edizioni in Parigi nel 1692, e nel
1 694) 6 contro di essa ne uscirono
pur altre, come quella che purtii per
titolo : Le pere Qaesnel hérclKpic
daiis ses ré/lexiori'i sur le Noui'tau
Testament, Biiixelles 1703 : altre
ne rammenta Lafiteau , nella T ie
de eie me ut XI, tom. J, p. 247.
11 p. Michele Tellier gesuita , con-
fessore di Luigi XIV, per certa
graziosa occasione che racconta il
Muratori, nel tom. XII, an. i 7 i 3,
degli Annali d'Italia, trovò nell'o-
pera di Quesnello cento una pro-
posizioni , da lui credute degne di
condanna. Il re le denunziò a Cle-
mente XI, e questi col breve Uni-
versi, de' i4 luglio 1708, Bull.
Roni. t, X, p. 200 , condannò in
generale il Nuovo Testamento del
p. Quesnello, per quattro ragioni
che riporta nello stesso breve, e
poscia più formalmente agli 8 set-
tembre 1713 colla celebre bolla
Inigenitus Dei Fdius , della quale
trattammo nel volume XVI, pagi-
W4 65 e 6Q del Dizionario. La
FRA Sj
storia di questa bolla fu pubblica-
ta in francese da monsignor Lali-
teau gesuita, vescovo di Sisteron ,
e poi venne tradotta in italiano da
Innocenzo Nuzzi , indi stampala in
lìoma colla data di Colonia nel
1 742. Il di lui nipote monsignor
Angelo Nuzzi la ristampò correda-
ta di annotazioni, appendice storica
e documenti, in Roma nel 1794 >
in quattro volumi. I sislemi di
Eaio, di Giansenio, e di Quesnello
sono nella sostanza quasi i medesi-
mi. Baio precedette, seguì Gianse-
nio rinnovandone gli errori ed ac-
crescendoli, indi Quesnello, adottati
gli erioii di ambedue, altri ne ag-
giunse. J^. il p. Duchesne nella Sto-
na del Baianisnw, e la Relazione
ìstonca e teologica del Baianisnw,
del Giansenismo e del Quesnelli-
S//10 pubblicata nel Supplemento al
giornale ecclesiastico di Roma qinn-
lerno \ 1, per i mesi di novembre
e dicembre 1792, pag. 44^ ^ *^g*
La bolla Lnigenitus Dei Filius
fu mandata dal Pontefice Clemcnle
XI iu Francia, ove la licevè il cle-
ro gallicano adunato nell'assemblea
di quell'anno I7i3, approvandola
quaranta prelati, tuttoché sette che
restavano della stessa assemblea, cioè
i vescovi di Verdun, di Laun, di
(ihalons, di Senez, di Boulogne, di
s. Malo, e di Bajonna, si unissero
dubbiosi al cardinal de Noailles, che
avea approvato il libro di Que-
snello. Veggasi il libro Delibera-
tions de V assemblée dcs cardinaux,
arclié^-équeSy et évéques, tenue à Paris
e/i Vannée l'jiZ et 1714 surVacce-
ptatioii de la conslitutiou en forme
de bulle (Unigenitus) de N. S. P. le
Pape Clemenl XI, Paris 17 13. In
esso lungamente si tratta di questo
argomento. La bolla l'approvai uno
ancora , e soleuuemculc la pubbli*
58 FRA
carono piìi di cento vescovi per
ttilto il regno; lutlavolla essa sof-
fri alcune difìicoltà per parte del
parlamento, ove malgrado la ripu-
gnanza del presidente Menard , fu
nondimeno registrata per ordine del
re a' i4 febbraio 17 14- Quindi
molto maggiori ne soffri per parte
di alcuni pochi vescovi che negaro-
no di riceverla, fra' quali fu il pri-
mo Matteo de Hervaux arcivescovo
di Tours, il quale arditamente l'im-
pugnò eoa sua pastorale nel mar-
zo i7i4j come pure fece il cardi-
nal de Noailles con altra pastora-
le, le quali furono da Clemente XI
condannate in un decreto de'5 mag-
gio 1714» 6 i5 agosto ij 16, Bal-
lar. Maga. tom. Vili, p. ^01, colle
altre ancora de' vescovi di Boulo-
gne, di Chalons, e di Bajonna. Po-
teva Clemente XI chiudere la boc-
ca ai refrattari alla sua bolla, se
avesse "voluto condiscendere al re
Luigi XIV, il quale coir esilio , e
con maggiori pene voleva castigar-
li; ma il Pontefice animato soltan-
to dallo spirito cattolico, che non
punisce senza prima aver messi in
opera tutti i mezzi della dolcezza
e della clemenza, moderò per quan-
to potè l'intenzione del re, che
mandò tuttavia in esilio alcuni re-
frattari , e con allre pene castigò
diversi altri, avendo determinato di
fare lo stesso col cardinal de Noail-
les, e co'vescovi disubbidienti. Quan-
do però Luigi XIV trattava più
seriamente col Papa di metter fi-
ne a questo scisma , per mezzo di
un concilio in Francia, quel prin-
cipe dopo il regno il piìi glorioso
che mai abbia avuto la Francia,
mori il primo settembre 17 15. Il
marchese Ottieri nel tom. VI, Islo-
ria delle guerre awenute in Euro-
pa, e parlirolarinente in Italia per
FRA
la successione alla monarchia di
Spagna dall'anno i6.)6 all'anno
1725, a pag. 277 e 36 1, descrive
assai bene questi fatti , e la reni-
tenza, e poi la ritrattazione del car-
dinal de Noailles, in ordine alla
balla Uiiigeuilus.
A favore di questa bolla non si
mostrò zelante come Luigi XIV
il reggente del regnoduca d'Orleans,
per cui gli aCfari subito cangiarono
faccia. Quindi furono richiamati co-
me innocenti quelli che per essere
slati disubbidienti alle pontificie de-
cisioni si trovavano esiliati . La
facoltà teologica di Parigi detta la
Sorbona, che prima aveva accet-
tata la bolla, cominciò ad attaccar-
la ; il perchè Clemente XI sperando
inutilmente per qualche tempo che
i dottori si ravvedessero, fu poi co-
stretto a sospendere con la costi-
tuzione Circiimspecla, de' 1 8 novem-
bre 1716, Bull. Roni. tom. X, par.
11, pag. 9^, i privilegi di detta uni-
versità a beneplacito della santa
Sede, nel qual tenpo proibì che
ad alcuno in essa si conferissero i
gradi scolastici. Seguitò nondime-
no la Sorbona nel suo impegno, e
nel I 7 I 7 si unì agli appellanti, rivo-
caudo il decreto, col quale nel 1714
avea fulminata la pena di esclusione
da ogni grado, e dalla speranza del
magistero, a chiunque di quel cor-
po avesse in voce o in iscritto con-
traddetta la bolla Unigenilus ora at-
taccata. A' 5 poi di marzo di detto
anno 1717 pubblicarono la loro
appellazione della bolla al Papa
meglio informato, ovvero al conci-
lio generale, i quattro vescovi re-
frattari, cioè de la Brone vescovo
di Mirepoix , Colberfc de Croisi
vescovo di Montpellier, de Langle
vescovo di Boulogne, e Soanen ve-
scovo di Sencz, alla testa de' quali
FRA
v' era il cardinal de JVuailles con
un hfgiiito di moltibsimi ecclcsiaslici,
che poco stettero a veder piib-
biicalo il loro torto. P . la Réfuta-
tìoii du méinoire pubhlié en favcur
de l'apel des qiiatie éveques addres-
sée à inoiis. l' é^'éque de Mirepoix,
avec le témoignage de VEglise uiùvcr-
selle en fui'cur de la bulle Unige-
ìiitits, Bruxelles 1718. Ma siccome
le appellazioni non si moltiplica-
vano a misura del numero de' ques-
iiellisti, licorsero essi al mezzo di
comperarle a peso d' oro; e perciò
avendo già consumato i fondi che
avevano nella cassa comune del
partito, presero iu prestito, per con-
fessione d'uno de' loro principali
storici, Anecdot. t. Ili, p. 248, più
di un milione e quattioceuto mila
lire di Francia, somma che dove-
va servire a pagare le appellazio-
ni di coloro, che la necessità o la
cupidigia spingeva al precipizio. Da-
vansi cinquecento lire a chiunque
nelle pubbliche dispute difendesse
imo degli errori condannati nella
bolla suddetta, e così pagava anco-
ra i curati che volevano tradire la
loro fede: ma somme maggiori
somministrarono a' canonici, ed ai
religiosi che impegnavano i loro
capitoli, e le loro comunità ad ap-
pellare. Durò questa cabala finché
al duca d'Orleans reggente giun-
sero i lamenti de' creditori di M.
Loid segretario del cardinal de
IVoailles, e di Servien segretario del
vescovo di Chalons sur JMarne, i
quali avevano preso in prestito la
riferita somma, che non fu mai
resa ai creditori, essendo servita ad
acquistare due mila appellanti di
ogni condizione, de' quali era il
maggior numero nelle diocesi di
Ileiiiis, d' Orleans, e di Rouen. V.
1 Ad\-crtisseiiieiit de iiioiis. J. Jo-
FRA 59
seph Laiiguct éi'eipic de Soissoiis
à ceitx qui daus san diocese se
noni declaréi- appcUauls. de la con-
stiiuiioii Liiigcuitus, ili tre volumi,
de' quali i primi due sono senza
luogo dell'edizione, e l'ultimo ha
la data di Reims 1718.
Tultociò cagionava un sommo
jammarico al zelante Clemente XI,
il quale non potendo ridurre a
miglior sentimento i traviati, con-
dannò le appellazioni del Noailles
e degli altri vescovi, e fece abbru-
ciare per mano del boia nella piaz-
za della Minerva la gran copia dei
libri, che in questa occasione ave-
vano pubblicato i giansenisti, come
ingiuriosi alla santa Sede, ed al-
la cattolica religione. P^. monsi-
gnor Filippo Anastasi arcivescovo
di Sorrento, e poi patriarca d'An-
tiochia, nella sua opera Suprema
Romani Pontificis in Ecclesia pò-
testas propugnata adi'ersus instru-
mentum appellalionis quatuor Gal-
line episcoporwn a constilutione
Unigcnitus ad futuruni concilium,
Beneventi 1723. Stefano Abate nel
suo Squiltinio della discolpa de' pochi
vescovi renitcnli a ricevere la costi-
tuzione U/iigenitus, Colonia (data
falsa) 17 19. Luigi Santandrea An-
dreuzzi nella sua Clementina con-
sti tutio Unigenilus Ecclesiae tradì tic-
num vindex, Bononiae 1723. Cle-
mente XI riprovò ancora un edit-
to del reggente di Francia, col qua-
le nel 1717 imponeva silenzio ad
ambe le parli, e nell' anno seguen-
te a' 26 marzo scrisse di proprio
pugno in lingua italiana, dimostra-
zione di maggiore affiìbilità, al car-
dinal de Noailles, per ridurlo alla
ubbidienza della santa Sede; ma
trovando inutile questa sua pater-
na indulgenza, a' 17 agosto dell'an-
no stesso 1718, con la costituzio-
6o FRA
\ut Pasloralis. cht i>lii nel tom. XI,
p. i3g del Bull. Ilorn., dichiarò
eli" egli non riconosceva per figli
della Chiesa, anzi li denunziava se-
parati da essa, tutti quelli che ri-
cusassero di ubbidire alla bolla
r iiigenitus, benché ius.'>ero ornati
colla dignità vescovile o cardinali-
zia. La costituzione Pastoralis fu
pubblicata agli 8 di settembre per
tre motivi, che Clemente XI espres-
se in un suo breve, epist. 64 5i;
«iiretlo al cardinal di Bissy: i. per-
i he appunto in quel giorno si so-
lennizzava la festa di Maria, di cui
dice la Chiesa, cwicta ìmerescs no-
li inierernisti j i. perchè nello stes-
so giorno terminava il quinquennio
(lacchè fu spedita la bolla Lnige-
nitus, tempo assai lungo per rav-
vedersi i refrattari di essaj 3. par-
tile nel giorno medesimo termina-
va la dilazione di tre mesi, che
dal cardinal di Bissy gli era stata
licliiesla. Atterriti pertanto il duca
reggente ed i vescovi refrattari
ilalf imperturbabile costanza di Cle-
tnente XI, proposero a questi, che
avrebbero ricevuta ed accettata la
bolla, purché egli vi facesse alcu-
ne spiegazioni; ma il Papa ridutò
questa condizione come ingiuriosa
a quello che la Chiesa assolutamen-
te decide. Alcuni zelanti vescovi
della Francia si offrirono per fare
queste spiegazioni, e lo eseguirono
con onore della santa Sede. Cle-
mente XI però, sebbene lodasse il
loro zelo, non vi prestò in modo
alcuno il suo consenso, afìlnchè
non sembrasse che la Sede aposto-
lica avesse bisogno di alcuna spiega-
zione in quello che onninamente
risolve. Quindi nacque la pace glo-
riosa a Clemente XI, poiché il du-
ca reggente ordinò con decreto dei
4 agosto 1718 che in tutta la
FRA
Fiancia si ricevesse, e fedelmente
si eseguisse la bolla UuìgenitiiSy
vietando qualunque appellazione al
futuro concilio, ed annullando quelle
già fatte. Oi'a torniamo ali 700, ed al-
le gueiiedella successione di .Spagna.
Luigi XIV coir indomabile w.\-
nìa delle conquiste , fomentata dal
ministro della guerra Louvois , ne
trasse nuovo argomento io sostene-
re il duca d'Angiò figlio del delfi-
no, eh' era moritato sul trono di
Spagna, per mantenervelo , e con-
servargli tutti i do.niinii alla vasta
monarchia spagnuola appartenenti.
Ma l'imperatore Leopoldo I volen-
do vendicare le proprie ragioni di
più stretta parentela col defunto
Carlo li, volle fare ogni sforzo per-
chè questa corona cadesse in vece
sul capo del suo secondogenito ar-
ciduca Carlo d'Austria, poi impe-
ratore col nome di Carlo VI : pre-
tensioni che r Inghilterra secondò
in un air Olanda, ai principi del-
l'impero, e al duca di Savoia, che
tutti uniti dichiararono la guerra
alla Francia e alla Spagna. Filip-
po V re di questa, e l' imperatore
fecero istanza a Clemente XI per
l'investitura delle due Sicilie ch'e-
rano in mano degli spagnuoll ;
ma il saggio Pontefice, volendo
essere interamente neutiale , a
ninno la concesse. I francesi fu-
rono prima vittoriosi sotto gli or-
dini di Villars e di V^endome che
estese sino al Ferrarese le sue azio-
ni militari; ma poscia il principe
Eugenio di Savoia e il duca di Marl-
borough , liberi di agire secondo
le circostanze, ebbero il vantaggio
contro i generali francesi, obbligali
di secondare gli ordini che Cha-
millard, ministro incapace, manda-
va loro da Versailles. Eugenio fu
pm prendere Cremona nel 1702, e
una flotta inglese s'impadronì tli
Gibilteiia , che l' Inghilterra non
restituì mai più. Non si possono
riferire tulli gli avvenimenti di que-
sta giieira, laonde accenneremo i
principali. La guerra ebbe buon e-
sito per li francesi sino a' i/j. ago-
sto 1704, in cui poi gli alleati co-
mandati dal principe Eugenio, da
milord Marlborough, e dal prin-
cipe di Bade disfecero ad Hoclie-
stet l'armata francese comandata
dal maresciallo di Tallard e dal
maresciallo di Marchin, per cui la
Francia dovette abbandonale tutto
il paese dal Danubio al Reno, co-
me della Baviera. In questo frat-
tempo Luigi XIV ridusse a partito
i fanatici , eh' eransi sollevati nel
Yivarese e nella Linguadoca : que-
sta guerra religiosa delle Cerennes,
fra i protestanti delti carniciardi ,
ed i cattolici, kce nuotare quelle
regioni per sei anni nei sangue. 11
duca di Venderne disfece il prin-
cipe Eugenio alla battaglia di Cas-
sano nel Milanese li io agosto
1705, nel quale anno a Leopoldo I
successe l'imperatore Giuseppe 1 ;
ma il maresciallo di Villeroy fu
vinto alla battaglia diliamillies vi-
cino a Namur li 23 maggio 1707.
Dopo questo famoso fatto d'arme
gl'imperiali s'impadroniiono di An-
versa, di Gand, d' Ostenda e di
varie altre piazze, cioè di quasi tut-
ta la Fiandra sino alle porte di
Lilla. Nel medesimo anno 1707 il
Nivernese fu riunito alla Francia ,
che poi si stabilì nell' isola del suo
nome in America, e nell' isola E.ea-
je o Capo Bretone. In questo stes-
so anno il duca Filippo d'Orleans
nipote del re fu disfatto dal prin-
cipe Eugenio avanti a Torino, il
che fu cagione della perdita del
Milanese e del Modenese.
L'anno 1707 fu piìi felice ali;»
Francia, il maresciallo duca di Ber-
wick con l'esercito di Filippo V^
riportò sopra gli alleati e sull'ar-
ciduca Carlo la celebre vittoria di
AImnnza li -2 5 aprile, che fu poi
seguita dalla riduzione dei regni
di Valenza e d'Aragona ; ma gl'im-
periali s' impadronirono del regno
di Napoli. Villars forzò le linee di
Stolholfen, mentre Forbin e Guay
si distinsero sul mare battendo le
flotte avversarie in diversi incontri,
e fecero delle prese considerabili :
i seg>ienti anni furono meno favo-
revoli per la Francia. Essa perde
la battaglia d' Oudenarde, gl'ingle-
si presero Porto-Maone , Tournay
venne superata dal principe Euge-
nio, e Mons andò perduta dopo il
micidiale combattimento di Mal-
plaquet. Nel 1710 Donai venne oc-
cupata dagli alleati , e Filippo \'
con nuove vittorie si stabilì sul
trono di Spagna. In qnest' anno
Luigi XiV conuiìise al parlamento
di Parigi il processo contro il car-
dinal di Buglione, per una biasime-
vole lettera a lui diretta nel riti-
rarsi in Fiandra, dai nemici occu-
pata. Clemente XI disapprovando
altamente il contegno del cardina-
le, pregò il re ad annullare quan-
to e^a.^i fatto sid cardinale per l'in-
competenza del tribunale, protestan-
do di far egli diligentemente a for-
ma de' sagri canoni esaminar que*
sta causa, laonde il re non ne paio-
lo più, e lasciò tranquillo il cardi-
nale nel Biabante. Intanto nel 171 1
il delfino Luigi, unico figlio di Lui-
gi XIV, e padre di Filippo V, mo-
rì a Meudon di vaiuolo, di circt
anni cinquanta : degno allievo di
Bossuet e di Montausier, le sue
belle qualità Io fecero compiangete
da tutta la Francia. Luigi XIV die
62 FRA FR\
il titolo ili tliKlno al duca di Ror- della religione, e la difesa dei di-
gogna figlio del tlefiiiito , egregio ritti della Chiesa e dei cattoliei: in
discepolo dell'illustre Fenélon. Nel quest'anno mor'i il duca di Beriy
medesimo anno nini'i 1 imperatore altro nipote di Luigi XIV, indi nel
Giuseppe I, e fu assunto all'impe- 171') questo re ricevette nella galle-
rò il fratello Carlo VI; ciò cani- ria di Versailles gli omaggi dell'am-
biò faccia agli affari. Nell'anno basciatore del re di Persia , e dopo
1712 mori ancora il delfino du- breve malattia morì il primo settem-
ca di Borgogna, non che la del- bre d'anni settantasette, avendone re-
flua e il loro figlio duca di Tue- gnati dodici. Il suo regno venne pa-
tagna che Luigi XIV avea nomi- ragonato a quello d'Augusto, e fu
nato delfino, titolo che allora die uno de' più gran prineipi non so-
al duca d'Angiò, che poi il succes- lamente della monarchia francese,
se col nome di Luigi XV, anch' es- ma eziandio di Lutta l'Europa,
so figlio ilei duca di Borgogna. In Aveva un gusto naturale per tut-
quanto ai politici avvenimenti, la tociò che forma gli uomini gran-
regina d'Inghilterra Anna ascoltò di: seppe distinguere ed impiegare
proposizioni di pace, che il re di le persone di merito: fece fiorirei
Francia gli fece fare , mentre la dotti, le scienze, le arti ed il com-
vitloria riportata a Denain dai ma- mercio ne' suoi stati. L'ambizione
lescialli Villars e IMontesquieu in- e l'amore della gloria gli fecero
deboli r armata avversaria, e prò- intraprendere ed eseguire i più
mosse definitivamente la pace, che fu grandiosi progetti, e si distinse so-
sotloscritta ad Utrecht agli riaprile pra tutti i principi del suo secolo
17 i3 coir Inghilterra, il re di Por- per mezzo d'un' aria di grandezza,
togallo, il duca di Savoia, il re di di magnificenza e di liberalità, che
Prussia e gli olandesi. Questa pace accompagnava tutte le sue azioni,
era stata preceduta da una solen- I suoi molti amori sono noti, e la
ne rinunzia di Filippo V re di Spa- celebre madama di Maintenon fu
gna per lui e per la sua posterità l'aia de'figli ch'ebbe da madama
a tutti i diritti che potesse mai a- di Montespan , massime del duca
vere alla corona di Francia, e da del Maine, e meritò il suo spirito, il
una simile riirunzia del duca di suo buon senso e le belle qualità che
Berry, e del duca d'Orleans a tut- l'adornavano, la grazia eia stima
ti quelli ch'eglino potessero avere di Luigi XIV, che se le uni con
alla corona di Spagna. Con questa matrimonio segreto negli ultimi an-
pace la Francia cede agl'inglesi la ni di sua vita. De la Beaumelle
Nuova Scozia vicino al Canada , e scrisse le Mérnoires poiir seri'ìr à
l'isola di s. Cristoforo, demolendo C histoire de madame de MaiiiLe-
le foi tifìcazioni di Dunkerque. non et à celle da siede passe, Mae-
Luigi XIV si pacificò pure col- stricht 1789. Dopo la morte di Lui-
r imperatore Carlo VI, prima a gi XIV, Filippo duca d'Orleans, di
Rastadt a mezzo del maresciallo Chaitres, di Valois ec, figlio di Fi-
Villars, trattato che venne ratifi- lippo di Francia, fiatello del defun-
cato a Baden li 6 marzo 1714- ^^ to, fu dichiarato reggente del re-
1 apa Clemente XI raccomandò in gno dal parlamento, seguendo il di-
tal pace ai due sovrani gli affari ritto che a lui ne dava lo sua na-
FRA
scita , diiiante la minorila di Lui-
gi XV allora di cinque anni ; i di-
sastri delle ultime guerre furono
in parte riparati sotto questa reg-
genza , ma i torbidi religiosi , che
già abbiamo veduti erano ancor
più grave argomento da provve-
dere. Il piincipe disgraziatamente
ligio al giansenismo non seppe ap-
porvi il necessario rimedio; quindi
il consiglio di coscienza ch'egli fe-
ce presiedere dal cardinale de Noail-
les, non fece che eternar le dispu-
te sulla Lolla Unigeni/ns, e produs-
se quella moltitudine di appellanti
fanatici, che descrivemmo di sopra.
Per le finanze poi fu posto in atti-
vità lo strano sistema inventato dallo
scozzese Law, che fondavasi sul com-
mercio del Mississippi nell'Indie oc-
cid( nlali , dal quale promettevasi
immenso vantaggio agli azionisti
del banco reale appositamente isti-
tuito. Il progetto venne accolto con
entusiasmo, e 1' unione della com-
pagnia dell' Indie orientali ne ac-
crebbe H credito; non solo tutti
i ricchi di Francia , ma eziandio
gì' inglesi , gli olandesi , i genovesi
versarono molto denaro per acqui-
star le azioni , impinguandosi così
il regio erario. INon tardò per al-
tro a comprendersi che si correva
ad abbracciare una chimera: il cor-
-so del cambio si alterò , svanì il
numerario, gli americani tesori non
giunsero mai, i biglietti della ban-
ca caddero nel totale avvilimento,
e Law a slento si salvò dalle mi-
nacce del popolo con pronta fuga.
Il sistema di Law^ desolò la Fran-
cia ; ed il pagamento del debito
pubblico eseguito con queste azioni
vote di sostanza, cagionò la rovina
miiversale.
Ebbe inoltre il duca d'Orleans
a combattere i maneggi e progetti
F li A 63
ambiziosi del cardinale Albeinni,
primo ministro favorito di Filippo
V re di Spagna , che cospirò a
togliergli la reggenza, e col mezzo
del principe di Cellamare amba-
sciatore spagnuolo a Parigi, e del
giovine Portocarrero suo nipote,
fomentò il partito contrario al
duca , e fece entrare nelle sue
viste molti distinti personaggi di
rango, pe'quali l'equivoca condotta
del duca, e del suo scaltro mini-
stro, già suo precettore Guglielnio
du Bois, non fu immune dai più
neri sospetti di avvelenamento del
giovine re, sospetti ch'erano pur
caduti sulla morte de' precedenti
principi. Siccome poi a questa or-
ditura andavano congiunti mille
altri progetti del cardinal Albero-
ni, le potenze europee si posero
in guardia, e la Francia collegan-
dosi coir Inghilterra , e coli' O-
landa si trovò in necessità di di-
chiarare guerra alla Spagna, entrò
nell'anno 17 19 in Catalogna ed
in Navarra colie sue truppe, ed il
congedo dell'inquieto ministro spa-
gnuolo mise fine a questa guerra
nel 1720. Nell'anno precedente l'i-
sola s. Giovanni, nel golfo s. Lo-
renzo, ricevette alcune colonie. I-
nollre nel 1720 Clemente XI pre-
gò il duca reggente a rivocare l'e-
ditto che in nome di Luigi XV
avea promulgato, nel quale dichia-
ravansi, e mutavansi con grave dan-
no della disciplina ecclesiastica e
della pontificia autorità molte co-
stituzioni da alcuni Papi emanate
circa i priorati e benefìzi di di-
verse congregazioni regolari del re-
gno ; offrendosi pegli opportuni
provvedimenti ove abbisognassero,
acciò tutto procedesse con potestà
apostolica, e senza lesione dell'im-
munità ecclesiastica. Nel 172 1 il
6t FRA
Poiilcfif.-e liiiK)(;i-ii/(j \III con sua
jijuignanza , ad istanza tli quasi
lutti i sovrani e tlel legL^eiite^ creò
cardinale il favolilo ed arbitro di
questi, l'indegno Gnglielaio du Bois
arcivescovo di Cambrai, e nel se-
guente anno investì del regno del-
le due Sicilie l'imperatore Carlo
VI, in conseguenza dei trattati di
pace. Il reggente dopo aver ali<m-
tanato dal fianco del reale suo
pupillo il maresciallo Vilieroi suo
aio, essendone il maestro il cele-
bre vescovo di Frejus Fleury, al-
l'uscir di tutela del piincipe nel-
l'anno suo quattordicesimo fu pre-
gato da ini d'iucaricar-<i del detta-
glio degli alFai'i, e delle funzioni
di primo ministro, carica clic non
godette molto tempo, essendo, mor-
to a Versailles a'^ decembre 1723
colla lode di protettore delle arti,
delle scienze, e di ipielli che in
esse distinguevansi. Luigi XV die
eguale incarico al duca di Borbo-
ne, principe debole ed altero, che
die in isposa al re Maria Leczin-
ski figlia di Stanislao re di Po-
lonia; ma il re conosciuto me-
glio il suo primo ministro, lo
ringraziò, ed in vece elesse a bene
della Francia il suo illustre mae-
stro Andrea Ercole de Fleury^ ed
allora l'ordine, l'economia, e la
modestia regnò nella corte; quindi
Fleury ad istanza del re fu creato
cardinale nel 1726 da Benedetto
XIII, il (piale nel concilio romano
da Ini celt^brato nel precedente an-
no, dichiarò fra le altre cose per
regola di fede la bolla Vnigenitus,
e però si condannò da lui colla
hoWa Quatuor cum stiprn, nel Bull.
Rnm. toin. XII, p. 48, lutti gli
scritti contro di essa pubblicati.
Il di lui predecessore Innocenzo
XIII aveva seguilo l'esempio di
FRA
r.lcraente XI , per la completa e-
sliiizione del giansenismo, benché
per le istanze del cardinal Arman-
do de Rohan grande elemosiniere
del re, zelante difensore della bolla
Uiiigenitas , ed anima degli affari
ecclesiastici del regno, avesse pro-
messo di non innovare cosa alcu-
na nella chiesa di Francia, sinché
Luigi XV non fosse uscito di mi-
norità, ed i giansenisti non avesse-
ro dato r occasione al contrario.
Era veramente Innocenzo XIII di
questo animo, allorché monsignor
Bartolomeo IMassei nunzio in Fran-
cia, poi cardinale, gli die 1' avviso
che i vescovi refrattari avevano
pubblicate per le loro diocesi al-
cune pastorali piene «li errori. 11
Pap 1 scrisse subito un breve al re
ed un alilo al reggente a' 9.8 mar-
zo 1722, ne' quali suggeriva ad
ambedue i modi e le ragioni per
chiudere la bocca di tali vescovi,
anche agli ordini del sovrano dis-
ubbidienti, per cui i vescovi furono
costretti al silenzio. 11 successore
Benedetto XUI profittando della
stretta amicizia che avea contratti»
nel conclave del 1700, e poscia
coltivata col cardinal de Xoaiiles,
seppe disporlo a poco a poco ad
abbandonare lo scandalo con cui
viveva, per non volere accettare la
bolla Vnigenitus. Trovandosi il car-
dinale nell'età di anni ottanta, e
considerando al disonore cui erasi
abbandonato , coli' avere unita la
sua appellazione a quella do'quat-
tro vescovi lefrattari , e di altri
giansenisti, scrisse a'rg luglio 172S
una lettera a Benedetto XIII, nel-
la quale protestò di a.ssoggettai--
si sinceramente alla bolla Unigeni-
(n<:: inolile condannava il libro
delle Ri //fissioni morali del Quc-
snelln, ch'egli aveva approvato, e
FRA
le cenlo una proposizioni da que-
sto estrattCj nella stessa maniera che
nella bolla erano condannate, e
nel medesimo ten)po rivocò la sua
pastorale dell'anno 17 r 9, con tutto
f|Ucllo eh' era stato pubjjlicato in
nome suo contro la mentovata
bolla. Indi confermò con un'altra
pastorale quanto aveva scritto al
Papa, il quale con questo trionfo,
in cui avea avuto la maggior par-
te il suo zelo, a'2 I agosto col bre-
ve Sapientissinnini coiisilium, pres-
so il Guerra, Bull. Epitom. tom.
I, p. i5o, rispose al cardinale lo-
dando grandemente la sua risolu-
zione, come più teneramente re-
plicò con lettera di proprio pugno,
ciò che al suo esempio fecero al-
tresì tutti i cardinali francesi. Di
più Benedetto XIII gli concesse il
giubileo, che gli domandava per
la sua diocesi di Parigi, del qua-
le però dichiarò nell'anno seguen-
te con la costituzione Nuper nos^
tom. XII, p. 358 del Bull. Rom.,
che non erano capaci di acquistar-
lo 1 refrattari alla bolla Unigeni-
tus. Dal cardinale Marc' Antonio
Ansidei, vescovo di Perugia sua
patria , si ha la ; Relation ficlèle
dts letlres, et des brcfs écrits, et
des congregations deputées sous le
pontifìcat da Pape Benoit XIII,
avec les résohuions qui y ont élé
prises touchant l'acceptation de la
coiisdlution Unigeuitus, que de^'oit
fair-e M. le cardinal de Noail-
les, et la formule de celle accepta-
tìon, senza nota di tempo, né di
luogo della stampa , che fu in
Roma.
Non seguirono il cardinal Noail-
les COSI ubbidienti que' vescovi, che
seguito lo avevano appellante, Yi
era fra questi il vescovo di Se-
iiez, il quale sempre più si mo-
VOl. XXV li.
FRA (.:
strava ostinato ed audace, per cui
il suo metropolitano monsignor Pie-
tro Guerin de Tencin arcivescovo
d'Embrun, deliberò di adunare un
concilio nazionale, e costringerlo a
comparirvi onde processarlo e giu-
dicarlo. Benedetto XIII approvò
tal risoluzione, ed il re vi prestò
la sua autorità, promettendo di
far eseguire quanto si fosse delibe-
rato dal concilio^ previa 1' appro-
vazione della Sede apostolica. Nelle
prime sessioni fu giudizialmente ci-
tato a comparirvi monsignor Gio-
vanni Soanen, già .sacerdote del-
l' oratorio di Francia, vescovo di
Senez ; indi furono prodotte le ac-
cuse contra di lui, le quali consi-
stevano nell'essere uu raffinato gian-
senista, neir aver scritto contro la
bolla Unigenitus , prima e dopo
aver fatta la sua appellazione al
futuro concilio generale, e nell'a-
ver difeso la condannata dottrina
di Quesnello. Non seppe il Soa-
nen fare la sua giustificazione, mo-
strò anzi arroganza di non curar-
la, protestando eh' egli non cono-
sceva competente a giudicarlo l'au-
torità di diciotto vescovi congre-
gati, dai quali si appellava di nuo-
vo al futuro concilio. Ma i vesco-
vi siccome seguaci delle sode dot-
trine , sospesero il Soanen dalle
funzioni vescovili e sacerdotali, e gli
prescrissero l' esilio nella badia di
Chaize-Dieu nell'Ai vergna. Questa
sentenza fu approvata da Benedetto
Xlll, in un a tutto quello che i
vescovi avevano operato nel conci-
lio, e Luigi XV fece tutto eseguire.
In tal guisa terminò l'affare degli
appellanti alla bolla Unigenitus. li
successore Clemente XII ottenne
colle sue esortazioni, che i benedet-
tini della congregazione di s. Mau-
ro in Fi'ancia , tanto celebri per
6(> FRA
le loro opere date alla luce, sino
allora refrattari alla bolla, la ri-
cevessero con amplissima forma nel
loro capitolo celebrato nel settem-
bre 1733. Governantlo i destini del-
la Francia il genio pacifico del car-
dinal Fleury, quest'abile ministro
coi trattati e conferenze di Parigi,
di Cambrai, di Soissons, e di Si-
viglia, non che di Vienna, dissipò
le guerre che la Spagna e l'impe-
ro meditavano principalmente ai
suoi danni. Tuttavolta la pace che
da tredici anni si godeva dai fran-
cesi sarebbe stata forse sei'iamente
compromessa, se l'imperatore Car-
lo VI non avesse impedito che
fosse rieletto re di Polonia Stani-
slao Leczinski suocero di Luigi XV,
già deposto, per cui si era accesa
fra lui e la Francia nuova guer-
ra, che ternìinò presto colia pace
di Vienna. La Spagna e la Sar-
degna eransi congiunte alla Fran-
cia sosteufatricè del suocero del
suo re, tutto però fu combinato
colla cessione del ducato di Bar e
della Lorena a Stanislao, con la
condizione che 1' uno e l'altra pas-
serebbero alla Francia, alla mor-
te del principe, che avvenne tren-
ta anni dopo. Tutlavolta gli spa-
gnuoli profittando di tal guerra^
coi francesi e savoiardi conquista-
rono il regno delle due Sicilie per
Carlo di Borbone figlio di Filippo
V, a cui poi Clemente XII con-
cesse l'investitura, restando tuttora
neir augusta casa di Borbone lo
scettro delle due Sicilie.
Fra gli appellanti più ostinati della
bolla Uriìgenùiis, fu certo Francesco
Paris diacono parigino. Aveva que-
sti saputo talmente coprir la sua
malizia con un rigido esteriore,
che dai suoi giansenisti fu onorato
col culto di santo nel loro calen-
FRA
dario, e spacciato per un tauma-
turgo di miracoli fatti al suo se-
polcro nel cimiterio di s. Medar-
do. Conosciutasi da Clemente XII
la frode de' giansenisti, .«.no dal
lySi proibì sotto pena di scomu-
nica l'andare alla tomba di quel
fanatico inìpostore, del quale si è
pubblicato un breve ritratto isto-
ri co, nella Realtà del progetlo di
Borgo Fontana, tona. I, p. 220.
Ordinò pure il Pontefice, che e-
stratto il di lui cadavere dal luo-
go distinto che godeva, fosse con-
fusamente cogli altri tumulalo. Con-
dannò i libri che al medesimo at-
tribuivano la santità ed i miracoli,
che esaminati dai medici furono
dichiarati imposture, come consta
dai regi editti de'27 gennaio 1782
e 17 febbraio 1733. Avendo poi
nel 1734 il vescovo di Montpel-
lier pubblicato una pastorale, in
cui aifermava per certo un falsis-
simo miracolo dal diacono della
sua diocesi operato, considerando
Clemente XII la pastorale intera-
mente contraria allo spirito della
cattolica religione, la quale propo-
ne alla venerazione de' fedeli gli
autentici miracoli esaminati de've-
ri seguaci di Gesù Cristo, non i
capricciosi deliri di quelli del ve-
scovo d'Ypri, agli I I ottobre con
la costituzione Ciini sicut, presso
il Bull. Rem. tom. XIV, p. 6, la
riprovò e severamente condannò,
come poscia fece ancora la roma-
na inquisizione a' 1 8 febbraio del
1731), col libro del Carré de Mont-
geron consigliere al parlamento di
Parigi, ed intitolato, La i'e'rilé des
miracles optrés à l' intercession de
Mr. de Paris 1737, che sosteneva
questi miracoli, ed a' 4 marzo se-
guente fu brucialo per mano del
boia, come narra il Lambertini,
FRA
De canon. 55, lib. IV, par. I, cap.
7, num. 20 e seg. Monsignor Lan-
guet de Gergy arcivescovo di Sens
dimostrò con un'opera la falsità di
questi miracoli, quali ancoi-a provò
per imposture il protestante de
Voeux con libro che pubblicò ad
Amsterdam nel 174°» diviso in let-
tere crìtiche, sui miracoli del sud-
detto diacono, narrati dal mede-
simo Monlgeron, che dalla setta
dei deisti era passato a quella dei
giansenisti.
Nel 1787 Clemente XII solenne-
mente canonizzò s. Vincenzo de'Pao-
li francese, fondatore della congre-
gazione de' signori della missione e
delle donzelle della carità. Il par-
lamento di Parigi proibì con decre-
to, che niuuo potesse ritenere la
bolla Superna, che si legge nel
Bull. Rom. tom. XIV, pag. i54,
che il Pontefice avea pubblicato
per tal solennità , col pretesto che
essa fosse contraria alla libertà del-
la Chiesa gallicana. Nella bolla lo-
davasi il santo per aver indotto
ottantacinque vescovi della Francia
a chiedere al sommo Pontefice^, la
condanna delle cinque proposizioni
di Giansenio, e si rifiutavano i fal-
si miracoli dell' impostore Paris
diacono di s. Medardo. Avendo per
questi motivi il parlamento emes-
so il decreto, esso venne condanna-
to da Clemente XII a' i5 febbraio
1738, onde il cardinal de Fleury
procurò che fosse ri vocato. È vero
che il santo ebbe stretta amicizia
col famoso giansenista Du Verger
detto l'abbate di s. Cyrano; ma egli
l'abbandonò quando il conobbe e-
i"etico, perciò il Lambertini piena-
mente lo giustificò, loco citato lib.
II, cap. 42, num. 9. Dipoi Clemen-
te XII nel gennaio 1 740, coli' au-
torità della bolla Alias, nel Bull,
FRA 67
Roni. tom, XIV, pag. 898, concesse
ai re di Francia la facoltà perpe-
tua di nominar ai benefizi vacanti
ne' ducati di Lorena e di Bar, co-
me Alessandro VII avea concesso a
Lodovico XIV pe' vescovati di Metz,
Toul e Verdun, e Clemente IX pei
benefizi de' medesimi vescovati. Nel
medesimo anno Clemente XII con la
costituzione Inler caeteras, nel Bull.
Rom. , loco cit., p. 443 ) condannò
un libro della storia giansenistica
e quesnelliana, con questo titolo:
Histoire da livre des réjlexions
iiioìides sur le nouveau Testamenti
et de la constitution Unigenitus,
Amsterdam , siccome pieno d' im-
posture. Con la costituzione Cunt
sicut , loc. cit. p. 44^ j condannò
pure un libro del parlamento di
Parigi, in cui sopprimeva quel ma-
gistrato le pastorali di alcuni ve-
scovi , nelle quali venivano privati
della messa e dei suffragi della
Chiesa gli appellanti della bolla Uni-
genitus. Ecco il titolo del libro :
Arresi de la Cour du Parlement,
portant suppression d" un imprimé
inlitulé Lettre de plusieurs évégues
sur Vohligation de priver de l'obla-
lion du sacrijìce de la messe, et
des sujfrages de VEglise ceux, qui
meurent appellants de la conslìtu-
tion Unigenitus. Paris, et Ypri lySg.
Ciò non pertanto Clemente XII eb-
be la piacevole notizia^ che l'acca-
demia di Parigi aveva accettato la
bolla Unigenitus j come giudizio
dommalico della Chiesa universale
e legge del regno, confessando l'er-
rore di averne appellato , onde il
Pontefice penetrato di gioia, con
un breve apostolico colmò di lodi
il rettore dell'università. Il succes-
sore Benedetto XIV nell'assunzione
al pontificato pubblicando il con-
sueto giubileo, con la costituzione
68 FRA
Laeliliora del novembre 1740, Bull.
Benecl. XIV, totn. I, p. i, v'impose
per lucrarne l' indulgenza, un'ope-
ra nuova, cioè l'ubbidienza inter-
na ed esterna alla bolla Unigeni-
tus contro i giansenisti.
La morte dell'imperatore Car-
lo VI, avvenuta nel 1 742 senza fi-
gli maschi, lasciando erede l'unica
sua figlia Maria Teresa maritata al
duca di Lorena Leopoldo, accese
lunga ed aspra guerra, e ad onta
del costante pacifico sistema del pri-
mo ministro cardinal de FJeury ,
Luigi XV ne volle prendere attiva
parte, malgrado i precedenti accor-
di co' quali il defunto imperatore
avea garantito l'intero suo retng-
gio. La sua successione fu perciò
reclamata da Augusto HI re di Po-
lonia, da Carlo Alberto elettore di
Baviera poi eletto imperatore, da
Filippo V re di Spagna, da Fede-
rico II re di Prussia e da altri prin-
cipi. La Francia sostenne l'elettore
di Baviera; l'Inghilterra, l'Olanda
e la Sardegna presero parte per la
casa d' Austria e per Maria Teresa.
11 maresciallo di Sassonia battè gli
inglesi a Fontenoy nel 174?; ma
questi disponendo di una agguerri-
ta e nuuiei'osa armata navale^ in-
vasero (pialche colonia francese per
dispute dei confini sui possedimen-
ti americani, e ben tosto Luigi XV
non ebbe più che due soli vascel-
li di linea da opporre loro; ed in
Boemia i suoi eserciti solirirono
notevoli perdite a cagione delle scis-
sure tra' generali francesi , meno
J" espugnazione della capitale Pra-
ga, che il conte di Bellc-Isle dovè
abbandonare. La pace d' Aquisgra-
na mise fine nel 1748 a questa in-
giusta guerra, nella quale diverse
volte Luigi XV avea preso parte
in persona, e quando già da circa
FRA
tre anni Leopoldo di Lorena era
divenuto imperatore, e la moglie
Maria Teresa imperatrice. Per gra-
ve malattia da cui non risorgeva
Luigi XV, giacché essendo morto
di 90 anni il cardinal Fleury, do-
vette applicarsi indefessamente agli
affiiri, nel 174^ i' Pontefice Bene-
detto XIV con la costituzione Cum
ntultorunt, nel Bull. Bened. XI F^
tom. I, p. 5o2, fece pubblicare nel
regno di Francia un giubileo di
quindici giorni, per impetrare da
Dio quella guarigione che concesse.
Nel breve Nullis verbis, de' 20 feb-
braio, Bull. Magli, tom. XVI, pag,
287, in cui il Papi dava avviso ai
re del giubileo, da questo escluse
apertamente i refrattari della bolla
Unigenitiis , cioè i giansenisti mem-
bri recisi dcdla Chiesa. L'arnoie che
in tale infermità dimostrò il popo-
lo francese pel suo re, fecero chia-
mare Luigi XV il Prcdilello {Ineii-
aimé). Ma guarito che fu, la du-
chessa di Chateauroux prese di nuo-
vo l'impero su lui, che già avea
amato due sorelle della favorita :
non andò guari che Luigi XV pre-
se ad amare Giovanna Antonietta
Poisson, maritata a Lenormand si-
gnore d'Etioles, conosciuta meglio
sotto il nome di marchesa di Pom-
padour, della quale trattarono va-
rie opere , come le Memorie che.
servono alla vera storia di mada-
ma di Poinpadour, Venezia 1780.
La pace d'Aquisgrana fu simile a
quella diRyswich, in cui Luigi XIV
avea mostrato un disinteresse che
fece stupire ed affliggere i suoi sud-
diti. Luigi XV stipulò soltanto pei
suoi alleati, ed unico risultato fu
di stabilire un ramo della casa di
Borbone nei ducati di Parma e
Piacenza, nella persona dell'infan-
te di Spagna Carlo figlio di Filip-
FRA FRA 69
pò V , e poi neir altro figlio Filip- co?igregatis posi paceni Ecclesiae
pò , divenendo Carlo re delle due GalUcanae constilutum , et metìio-
Sicilie. duin propedìeni cdituris prò sludiis
Nel lySo era risoluto Luigi XV peragendis ah alurnnis collegii Vr-
di stendere la nuova gabella, detta banì de propaganda Jlde ad hae-
del vigesiino denaro, sopra i beni reticos pìoflulaiidos, ad genliles, et
ecclesiastici del suo regno, la qua- alheos in sinutn Ecclesiae reducen-
le tuttavia , per le lappresentanze dos. Contro di essa scrisse il p. Pa-
falte al re dall'assemblea generale tuzzi domenicano col finto nome
del clero, fu poi convertila nello di Eusebio Eraniste. L'anonimo poi
spontaneo grosso sussidio per cin- si scuoprì, ma morì in buon cou-
que anni, in luogo del dono gra- cetto essendosi pentito. Fattosi l'e-
tuito, che la medesima assemblea same della lettera , fu trovata te-
soleva ordinare pfl re, ogni volta meraria, favorevole allo scisma ec,
che si radunava , soyiiiiunuendovi onde Benedetto XIV la condannò
"00
una dichiarazione di tutti i beni con la costituzione Cam ad non^
del clero, affinchè il riparto della nullos, de 5 settembre ij^7, pres-
contribuzione fosse fatto con più so il Bull. Alagli, tom. XIX, pag.
esatta proporzione. Nel 17 jj a' 3 287. In oltre Benedetto XIV ordi-
oltobre essendosi adimata l'assem- nò alla congregazione della sagra
blea del clero di Francia, e dubi- inquisizione, che facesse diligenza
tando se si dovesse negare la co- per trovarne l'autore, carcerarlo e
munione per viatico ai refrattari processarlo col castigo che merU
della bolla Lnigeiiifiis^ licorse per- tava.
ciò a Benedetto XIV, il quale con L'imperatrice Maria Teresa pre-
i\n breve diretto ai prelati dell'as- occupata dal desiderio di riconqui-
semblca , Ex omnibus, dato a' i5 stare la Slesia contro il re di Prus-
settembre 1^56, Bull. Btned. XI F sia, che l'avea occupata nella pre-
tom. IV, p. 480, dichiarò , che ai cedente guerra, lusingò la marche-
soli refrattari pubblici si dovessero sa di Pompadour, chiamandola iu
negare i sagramenti della Cliiesa , una lettera col titolo di amica, la-
tali essendo quelli che per senten- onde la Francia si armò per la
za del giudice uè erano dichiarati, guerra dei selle anni, dandone mo-
oppure nel tempo di ricevere il tivo l' ultimo trattato esteso in ter-
viatico persfstessero temerariamente mini troppo vaghi. La guerra di-
nella loro disubbidienza, e non cu- venne quasi generale in Europa ,
rassero la bolla di Clemente XI, la per le alleanze dalle due parli con-
quale prescrivendo il necessario al- tratte, e dopo aver inondato di
la salute dell' anima, obbligava in- sangue i due emisferi, dette luogo
dubitatamente sotto peccato. Con- al patto di famiglia, secondo i voti
tro la pontificia lettera, un'altra di Luigi XIV, conchiusoli i5 ago-
nass. di un anonimo fu mandata sto 1761 tra la Francia e la Spa-
al cardinal Archinto segietario di gna, col quale ambedue si guaren-
stato, perchè la facesse vedere al tivano i rispettivi stati, fissandosi
Papa, ed avea questo titolo : Ani- alle evenienze reciproci soccorsi^ ed
plissiniis S. R. E. cardinalibus, et ebbe termine col trattato di Pari-
clariss. theologis in urbe Praeneste §i del io febbraio 1763. Questa
70 FRA '
pace lasciò agi' inglesi Je isole Rea-
le e di s. Giovanni^ il Canada con
tutte le terre alla sinistra del Mis-
sissipì (eccettuata ia Nuova Orleans),
Ja Granada ed il Senegal, e stipu-
lò la rinunzia della Francia alla
Dominica , Tabago e s. Vincenzo ,
lasciando solo a questa potenza
s. Lucia eh' essa avea preso nel
17 56: e qui noteremo che nel
1754 alcuni coloni francesi della
Guadalupa si stabilirono alla Desi-
derada ed alle Sante. Mentre du-
rava la guerra, nacr[ue nel popolo
malcontento, per cui il re soppres-
se tutte le camere parlamentarie,
fuoichè una col titolo di camera
reale; siccome l'interno ordine della
Francia veniva sempre più perturba-
to dalle opposizioni del parlamento di
Parigi alla regia autorità, già Lui-
gi XV nel 1753 avea dovuto eser-
citare un atto di severità col rile-
garlo in Pontoise, e quindi abolir-
lo come si è detto. Tali però ri-
mostranze ed impegni ne conse-
guitarono, che nel corso di un an-
no si decise il monarca a richia-
mare il parlamento, il quale con
questa specie di trionfo, accrebbe il
male anziché porvi rimedio. Nel
1757 la resistenza del parlamento
divenne sì aperta ed orgogliosa ,
che fu necessità di meditare ed
eseguire salutari riforme. Il popolo
ed i tribunali gelosi de' propri di-
ritti, ai sostegno de' quali persua-
devansi che il parlamento vegliasse
contro la regia preponderanza, spin-
ti furono al fanatismo, intanto che
Luigi XV viveva nell'indolenza, e
abbandonato ai suoi piaceri, ed al-
la vana favorita. A^ 5 gennaio il
re volle partire da Versailles per
recarsi a Tri a non ; ma mentre sa-
liva in carrozza l'assassino Pietro
Damiens lo ferì col temperino, on-
FRA
de furono accusati i giansenisti di
averlo armato, né mancarono i ne-
mici de' gesuiti di gettare sospetti
su di loro. Nel tempo della cura
r egregio Luigi delfino ed unico fi-
glio del re governò saggiamente il
regno , ed il fanatico Roberto fu
punito con esemplare supplizio. Ri-
sanato il re licenziò i due primi
ministri rivali, Machault ed Argen-
son, e dichiarò a successore il con-
te Francesco de Bernis canonico di
Lione e cardinale nel 17 58. Certo
Diipré avendo inventato un fuoco
più vorace del fuoco greco , Lui-
gi XV per sopprimere un mezzo
formidabile di distruzione comprò
il. segreto e ne proibì l' uso , ciò
che onora la sua umanità. L'amo-
re che il virtuoso ed illuminato
delfino portava ai gesuiti, la ni-
micizia della Pompadour , del pri-
mo ministro Choiseul, quella dei
parlamenti , dei giansenisti e del
numeroso partito de' filosofi incre-
duli , sagrificarono la benemerita
compagnia di Gesù , in un punto
eh' era per soccombere nei regni
più religiosi d' Europa , il Porto-
gallo e la Spagna. Ne prese la di-
fesa il magnanimo e zelante Cle-
mente XIII sommo Pontefice: que-
sti nel 1761 scrisse caldamente a
Luigi XV, facendogli riflettere che
i nuovi sedicenti filosofi, che già si
disponevano a distruggere coll'uma-
nità la cattolica religione, non pote-
vano ottenere il loro malnato fine,
se prima non rovinavano i gesuiti,
fortissimo baluardo della cattolica
religione. Indi Clemente XIII a' 9
giugno 1762 indirizzò al re il bre-
ve Tuain Rex , presso il Guerra,
Epit. tom. Ili, p. 356, pregando-
lo colle più vive espressioni, a non
permettere mai che dal suo regno
fossero cacciati i gesuiti , la causa
FRA
de' quali era essenzialmente con-
giunta con quella della cattolica re-
ligione: i diritti di questa venendo
violati dai magistrati laici, distrut-
ta veniva ancora la religione. Trat-
tarsi delle redole di un santissimo
istituto, dalla santa Sede approva-
to e confermalo, le quali non dove-
vansi né potevansi in modo alcuno
lasciare all'esame dei laici magi-
strali. Scongiurava il re a riparar
i minaccianti mali , ed evitare gli
scandali che ne seguirebbono.
Clemente XIII col breve Quan-
do in dolore, loco citato, ricorse
ai vescovi della Francia, dicendo
loro che non potevano lasciare di
commoversi , in vedersi strappare
dal loro seno cos'i prodi difensori,
cos'i dotti maestri, e così utili ope-
rai ; in pari tempo si condolse che
nella Francia fossero da molto tem-
po più i nemici , che i difensori
della religione ; che la compagnia
di Gesù sempre vegliante per di-
fendere la fede cattolica, fosse da
una perversa fazione oppressa e
dissipata, e l'istituto di lei dal con-
cilio di Trento approvato, dai Pon-
tefici confermato, e dai re di Fran-
cia di benefìzi colmato, fosse con
tanti obbiobri laceralo, fino a ve-
dersi l'assurdo, che i religiosi voti,
della cui validità spetta alla sola
Chiesa il giudicare, dai laici fos-
sero dichiarati di niun valore ;
quindi dopo altre cose Clemente
XIII esortava i vescovi alla pazien-
za, alla costanza, ed alle premure
per sostenere la compagnia bersa-
gliata. Avendo il vescovo di Va-
lenza scritto all'afflitto Papa le a-
troci ingiurie che in Francia si
proseguivano a danno de* gesuiti,
Clemente XIII col breve Lùerarum
tuariim, de' 24 g'^^g^^ 1762, Guer-
ra loco cit., gli rispose lamentan-
FRA 71
dosi, che gì uidividui della compa-
gnia di Gesù, tanto benemeriti del-
la cattolica fede, e della cristiana
repubblica, fossero dai suoi nemici
alla Chiesa cattolica comuni, sì mi-
seramente vessati , fino ad essere
spogliati de' loro beni ; ma molto
più si maravigliava, che ricevuti i
gesuiti due secoli prima nel regno
di Francia, e dalla regia benevo-
lenza protetti (allora era confesso-
re di Luigi XV il gesuita p. Pe-
russeau ), fossero improvvisamente
lacerati da que' medesimi, che deb-
bono essere i custodi della giusti-
zia, giudicati non solamente senza
processo o costituto, ma né anche
per delitto alcuno, ma per incerte
accuse soltanto, dalla malevolenza
ed invidia di alcuni faziosi eccita-
te, contro ogni diritto estinti con
notabile danno della repubblica e
sommo detrimento della Chiesa cat-
tolica. II Papa piangeva l'infelicità
de' gesuiti , ma molto più si ram-
maricava per quelli che a danno
della loro salute eterna si scaglia-
vano così fieramente contro un i-
stituto cotanto pio, e alla Chiesa
utilissimo. Dipoi col breve Per mo-
lesta tibij de' 4 settembre, loco cit.
tom. III, p. 356, diretto a ciascu-
no de' cardinali de Rohan, de Ro-
chechouart, de Choiseul, e de Ber-
nis, Clemente XIII disse loro, che
avendo i parlamenti di Francia de-
cretato l'esilio de' gesuiti, e dichia-
rato empio ed irreligioso il loro
istituto, che dalla Chiesa cattolica
nel concilio Tridentino radunata
si era approvato come pio, egli che
fino alloia avea tollerato, non po-
tendo più farlo senza tradire il suo
ministero, nel concistoro del gior-
no precedente alla spedizione del
breve, con solenne decreto aveva
rescissi e dichiarati nulli gli atti
rjl FRA
de' parlaiiiciili, e però eglino pei-
la stretta unione che hanno per la
loro dignità cardinalizia al Ponte-
fice, procurassero a suo esempio di
vendicare con coraggio e costanza
l'onore della Chiesa di cui era la
causa, avendo essa sempre tenuto
per esemplare e per religioso quel-
la istituto, che i parlamenti dichia-
ravano ii'religioso ed empio.
Continuando il ministero unito
ai parlamenti nell' intento di estin-
guere i gesuiti, non solo in Fran-
cia ma ovunque, monsignor Cri-
stoforo de Beaumont du Repaire
arcivescovo di Parigi, vale a dire
im prelato in cui tutti vedevano
copiato s. Atanasio, vedendo questi
religiosi oppressi da cosi fiere ca-
lunnie, stimò dovere del suo mi-
nistero di difenderli e di giustifi-
carli, come egregiamente fece, con
una pasturale al suo gregge, eh e-
la una polemica disseriazione, nel-
la quale svelò non meno le calun-
nie degli oppressori , che l' inno-
lenza de' gesuiti. La voce di un
prelato di tale dottrina e di no-
toria virtù, non poteva restare im-
punita, da chi avendo la forza in
mano, non la poteva sentire con
pace, per l'odio dichiarato contro
la compagnia. Per ordine dunque
del parlamento fu l'arcivescovo man-
dato in esilio fuori di Parigi ; e
Luigi XV che l'amava molto per
la sua virtù ed apostolica costan-
za, non avendo coraggio di oppor-
si al parlamento, dal quale ancor
egli sempre più veniva bersagliato,
permise all'arcivescovo di scegliere
quel luogo che più gli piacesse,
nel quale come a porto sicuro si
ricovrasse dalla tempesta. Appena
Clemente XI 11 fu di ciò informa-
to, subito spedi all'arcivescovo un
breve consolatorio, Non puLainns,
FRA
dato a' i5 febbraio 1764, loco cit.
tom. Ili, pag. 358, per confortarlo
ne' suoi patimenti : ne lodò alta-
mente la fortezza sacerdotale, pa-
ragonandolo agli antichi ed intre-
pidi cristiani, perchè con tanta lo-
de ed approvazione de' buoni avea
intrapreso a difendere la divina
potestà della Chiesa; lo confortò
nel vederlo soffrire in un tempo
di disprezzo, in cui portavasi il
\ iatico accompagnato da satelliti ,
ad uomini che anche in punto di
morte si protestavano refrattari al-
l'autorità ed ai decreti della Chie-
sa; lo rignardava come l'esempio
dell'antica disciplina e costanza c-
piscopale, mentre il generale scon-
volgimento d idee pareva voler stra-
volgere tutta la Chiesa gallicana ;
finalmente Clemente XIII dolevasi
che la veneranda chiesa di Parigi
in tempi sì calamitosi fosse priva
di un pastore cotanto degno. In-
tanto avendo il parlamento dai li-
bri della morale de' gesuiti estrat-
to alcune proposizioni che per au-
torità propria sentenziò perniciose,
ne mandò il catalogo col titolo di
Asserzioni a' vescovi del regno, af-
finchè avvisassero i loro diocesani
a non abbracciarle. Il vescovo d'An«
geis Giacomo de Grasse di Beau-
vais fu il prin)o ad eseguirlo con
lui.i [)astorale ; ma appena l'ebbe
lelt.i Clemente XIII, che ad esso
scrisse il breve Leda pasloralis ,
de' 19 settembre 1764, loc. cit., in
cui altamente lo riprese per aver
con si sanguinosa scrittura lacera-
to i gesuiti. Gli disse pure, che il
parlamento di Parigi , che aveva
compilato r infame libro , già da
molto tempo si sapeva essere com-
posto di soggetti nemici della Chie-
sa , ed usurpandosi la potestà ec-
clesiaslica avea commesso la mas-
FRA.
sima ingiuria contro i vescovi, cui
spetta l' esame e il giudizio de' li-
bri, e però era massimo il delitto
del vescovo d'Angers, approvando
l' attentato della curia laicale , e
giudicandolo degno di lode , con
false opinioni riprovate dal corpo
episcopale. Co' medesimi sensi Cle-
mente XIII scrisse ai vescovi d'A-
leth e di Soissons, che avevano co-
me quello d'Angers approvato il
decreto del parlamento, esortando
in pari tempo i loro popoli a fug-
gire r estralte proposizioni.
Avea frattanto monsignor Enri-
co Giacomo de Montsquion-Poyle-
bon vescovo di Sarlat scritto a
Clemente XIII tre lettere: nella
prima gli parlava in generale del
misero stato della Chiesa di Fran-
cia; nella seconda gli faceva la
storia di quanto in detta Chiesa si
era operalo dal 17 55 sino a quel
icmpo, palesando principalmente da
quali cagioni^ e da chi comincias-
sero a perturbarsi le cose ecclesia-
stiche in Francia fino agli estremi
pericoli: parlando dell'enciclica di
Benedetto XIV sul giansenismo,
diceva che questa a dispetto dei
nemici della fede, e degli amici
della tolleranza, considerata in sé
stessa, era la tutela della bolla Uni-
genitus, il trionfo dei forti, l'ignomi-
nia dei deboli, e la condanna de' re-
frattari, onde su questa sembra va ac-
cusare in qualche modo Clemente
XIII di connivenza. Nella terza let-
tera il vescovo di Sarlat compilava
i nefandi donimi de' giansenisti, e gli
errori che da questi erano deriva-
ti in danno di tutta la religione
cristiana, come delle empie, atroci^
e scellerate cose che s' insegnavano
e si praticavano nella Francia; in
fine gli scriveva ch'estinta in Fran-
cia la compagnia di Gesù, la Chie-
FRA 73
sa aveva ricevuto una fei-ita mor-
tale da' suoi nemici, i quali ne pro-
curarono l'esilio per rendersi più
facile la strada ad estinguei e ih
Chiesa catlolica, stimando i gesui-
ti baluardo inespugnabile n'ioio
pravi disegni. Clemente XI II nel
rispondergli col breve De misero,
de' 14 novembre 1764, loco cit. p.
35g, prese particolarment-e per argo-
mento la parte della lettera seconda
del vescovo sarlatense; e per le stesse
ragioni che lodava l'enciclica di Be-
nedetto XIV, l'aveva egli confer-
mato, anzi per dimostrargli quali
fossero i veri sentimenti dell'animo
suo, egli avea condannato solenne-
mente il catechismo di INIeseiighi,
ciò che solfiiroiio così mal volen-
tieri i giansenisti, die coi loro la-
menti dichiararono essere stato con
((uesta condanna nuovamente per-
cosso dalla santa Sede il libro di
Quesnello, e con nuovo appoggio
munita la bolla Uiiigenkus. Gli
die parte il Papa di aver scritto
a parecchi vescovi della Francia a
tenore del consiglio datogli dal ve-
scovo di Sarlat, cioè di aver loro
scritto: I." che la costituzione Uiii-
genilus era un decreto dommatico,
a cui si doveva intera riverenza; 2."
che a' pubblici refrattari della stes-
sa costituzione si doveva negare il
ss. Sagramento dell'Eucaristia; 3."
che quelli i quali affermavano essere
il giansenismo un mero fantasma
ed una falsa finzione erano rei di
una massima ingiuria contro la
Chiesa di Dio, e contro i decreti
apostolici de' Pontefici suoi predeces-
sori, poiché supponevano che que-
sti avessero proscritto errori pura-
mente immaginari; ^.° che le co-
stituzioni, colle quali si condanna-
no gli errori di Baio, di Gianse-
uio, e di Quesuello esigono intera
-4 FRA
ubbidienza dai fedeli. In quanto
poi a ciò cìie il vescovo di Sarlal
diceva al Papa intorno ai gesuiti,
egli con vari passi della Sciittura
gli descrisse il furore de' loro ne-
mici, e lo confortò nel suo ram-
marico, ad ambedue comune, colle
parole del Salmo 35: Judicia tua,
Domine, ahyssus multa.
Nel tempo che Clemente XIII
ciò scriveva all'afflitto vescovo di
Sarlat, questi gl'indirizzo la quarta
lettera in cui lungamente trattò
del famoso libro del parlamento
sulle Asserzioni, pel quale nuove
angustie si accrescevano all' animo
suo. Clemente XIII gli aggiunse;
nel breve medesimo, esser ben no-
lo a lui, ciò che molti vescovi aper-
tamente dichiaravano, cioè esseie
quello dolosamente compilato dai
giansenisti; contenere molte pro-
joosizioni, delle quali parte sono
comuni alle scuole , parte sono
seguite da quasi innumerabili au-
tori, e parte sono insegnate per
vere dai teologi. Egli aveva vedu-
to con orrore, che quella setta
donde il riprovato libro proveniva,
nulla riguardava il danno delle ani-
me, che con esso si perderebbono,
purché tutto il suo veleno vomitas-
se contro la compagnia di Gesù,
non vergognandosi di esporre nel-
la lingua volgare una gran farra-
gine di propf)SÌzioni, che dovrebbe-
jo giacer sepolte nelle tenebre; ma
questo è, coMchiudeva il Papa, il
roslume de' giansenisti, far d'ogni
campo strada, sol che potessero la-
tei are i gesuiti; si congratulò in
line col vescovo del zelo, della co-
stanza, e dell'episcopale libertà, con
cui diportalo si era, degno di som-
me Iodi, e di essere imitato da
tutti i vescovi della Francia, non
solo in queste virtù, ma nel pub-
FRA
blicar eziandio le pastorali, simili
a quelle ch'egli disse essere dispo-
sto a rèndere pubbliche. Continuan-
do Cletnenle XIII a difendere i
bersagliati gesuiti, per la tutela che
la santa Sede deve avere degli or-
dini regolari da essa approvati, con
tutto zelo aveva a cuore la compa-
gnia di Gesù fondata da s. Ignazio,
e dopo diligente esame approvata
da Paolo IH, Giulio III, Paolo IV,
Gregorio XIII, e Paolo V, non
che da altri Papi, di particolari
grazie arriccliita, dai vescovi d'ogni
tempo singolarmente commendata,
per avere avuto nove santi, stimò
suo dovere di non più indugiare
il rimedio al male, e al grave dan-
no fatto alla Chiesa con le ingiu-
rie che si spacciavano contro det-
to istituto, e perciò colla bolla
Àpostolicuni pascendi monus, de'7
gennaio 1765, emanata di moto-
proprio, Clemente XIII nuovamen-
te approvò la compagnia di Gesùj
altamente encomiandola; e per sod-
disfare ai desideri di tutti i vesco-
vi, che da tutte le parti lo solle-
citavano, dichiarò l'istituto e i mi-
nistri che in esso si esercitavano,
pio, utile al vantaggio della Chie-
sa, e degno delle costituzioni colle
quali diecinove Pontefici l' avevano
approvato e commendato.
Appena fu divulgata questa bolla,
che dalle immense calunnie, allora
da per tutto affastellate contro i
gesuiti, pienamente li giustificava,
si vide subito un libro in Napoli
contro di essa con questo titolo :
Istruzione intorno alla santa Se-
de, Buglione 1765, per Guglielmo
livrardi, traduzione dal francese.
Questo libro per ordine dell'inqui-
sizione romana fu bruciato per ma-
no del boia agli i i settembre, e
coud.uniato da Clemente XIII, co-
r R A
rtie contenente proposizioni erronee,
false, promoventi allo scisma, calun-
niose, temerarie, sediziose, e all' au-
torità della santa Sede soprammodo
ingiuriose; per le quali cause fu an-
cora bruciato pubblicamente per or-
dine della medesima inquisizione al-
tro simile libro intitolato: Brevi di
S. S. Clemente XIII emanati in fa-
vore de' gesuiti, colle osservazioni
sopra i medesimi, e sopra la bolla
Apostolicuni pascendi etc, Venezia
presso Vincenzo Radici 1766. Esso
restò condannato e proibito con
decreto de' 2 marzo 1766. Altresì
per comando dell' inquisizione ai
IO luglio fu parimenti bruciato per
mano del boia altro libro della sles-
sa materia, cioè: Lettera I, II, e III
contro la bolla che comincia Apo-
stolicum y7rt*ce/ic?i etc, Napoli per Se-
bastiano Poletti 1765. Il quale li-
bro fu proibito leggersi con decreto
de' 4 di detto mese, con approva-
zione pontificia. Intanto nella corte
di Francia il delfino Luigi dotato
delle più belle qualità, pe'suoi lo-
devoli prlncipii, pressoché abban-
donato dalla corte ove dominava la
Pompadour e il ministro Choiseul
nemici de'gesuiti, essendosi affaticato
nel campo di piacere a Compiegne
dov' eragli stato permesso eserci-
tarsi ne' travagli della guerra, morì
a Fontainebleaua'20 dicembre 1765,
nell'età di circa trentasei anni: es-
so fu uno de' principi la cui per-
dita cagionò i più profondi ram-
marichi; gli fu eretto nella metro-
poli di Sens un monumento di
scultura, riputato uno de' più belli
del decorso secolo. La prima sua mo-
glie fu Maria Teresa di Spagna che
poco visse; la seconda che il seguì
nel sepolcro fu Maria Giuseppa di
Sassonia, ornata delle più splendide
■virtù. Da essa ebbe quattro figli,
FRA 75
nell'educazione de' quali ambedue
seppero trasmettere la loro bontà:
il primogenito duca di Borgogna
morì nel 1771; il secondo fu Luigi
XVi, il terzo fu Luigi XVIll, ed il
quarto fu Carlo X. Dotato il delfi-
no delle più felici disposizioni, e di
mi'anima naturalmente inclinata al-
la virtù, aveva destato sino dalla
stia infanzia l'ammirazione di tutti:
la sua dolcezza, affabilità, coltura,
e costante applicazione a tutti i
suoi doveri, ne formarono presto
un principe perfetto. Tra le vite
che di lui abbiamo, evvi quella
fatta da Du Rozoir con questo tito-
lo: // delfino padre del re, la sua
f,/ miglia, ed i suoi figli, e stam-
pata nel 18 r 5. La tenerezza di Lui-
gi XV pel suo unico figlio si ridestò
vivamente nella sua malattia, e ne
pianse la perdita per più di tre
giorni; indi peggiorò nella sua con-
dotta, non degna di un re di Fran-
cia, tuttavoUa il possesso della Cor-
sica fece per un momento dimen-
ticare ai francesi i motivi del loro
malcontento. Nell'anno precedente
1764, dopo vent'anni di favore, era
morta di quarantadue la Pompa-
dour da regina, e fa sepolta da cor-
tigiana: gli successe nel cuore del
re laDubarri, e il duca di Choiseul
venne esiliato, e poco dopo all'an-
tico parlamento di Parigi fu sosti-
tuita una corte reale.
Nel 1768 l'infante duca di Par-
ma avendo ordinato ai gesuiti di
parfire dai suoi stali, emanò pure
alcune leggi enormemente lesive al-
la disciplina ecclesiastica, il perchè
furono da Clemente XIII annulla-
te e riprovate. II duca ricorse al-
l' appoggio delle corti Borboniche,
e subito Luigi XV fece occupare
Avignone e il contado Vcnaissino,
domini! della santa Sede in Pro-
76 FRA
venza. Intaxìto insistendo alcune po-
tenze, e la Francia a mezzo del-
l'ambasciatore d'Aubeterre per la
intera soppressione de' gesuiti, da
farsi per Clemente XIII, questi fu
preso da tali angustie che a' i
febbraio 1769 terminò di vivere,
e gli successe Clemente XIV. In
quest'anno la Francia cedette la
Luigiana alla Spagna, ed acquistò
tutti i possessi dell'Indie, cioè a
dire, Pondichery, Cbandernagor,
]\Iahé, Karihal, e le loro dipenden-
ze, che questa compagnia avea ac-
quistati dal 1676 al 1739. Il nuo-
vo Papa nel mese di luglio scrisse
a Luigi XV, dicendogli che aveva
sospeso il breve emanato dal pre-
decessore contro il suo parente du-
ca di Parma, in un a tutti gli atti
su tale emergente; e che in quan-
to all'abolizione de' gesuiti egli non
poteva farlo per le tante ragioni
già addotte da Clemente XIII, es-
sere piuttosto disposto convocare un
concilio, in cui tutto si esaminasse
legalmente, ed i gesuiti in esso
fossero sentiti, ed ammessi a pur-
garsi di quanto loro attribuivasi,
trovandosi egli qual capo della Chie-
sa neir obbligo indispensabile di
proteggerli come tutti gli altri or-
dini religiosi, avendogli l' impera-
tore, il re di Sardegna, e il re di
Prussia raccomandato la conserva-
zione della compagnia di Gesti. In-
oltre gli domandò la restituzione
di Avignone e del contado Venais-
sino: per allora Luigi XV non la
elTettuò, ma donò al Papa la pre-
ziosa raccolta di tutte le medaglie
che formavano la serie cronologica
di tutti i principi suoi predecesso-
li; indi nel 1778 fece lestituire i
detti dominii alla Chiesa. Finalmen-
te stretto Clemente XIV dai mi-
uistri delle potenze a sopprimere i
FRA
gesuiti, per amor della pace, per
la forza delle circostanze, con som-
ma ripugnanza e dolore lo fece col
breve Rex pacijicus de' 2 1 luglio
l'j'j'ò. Cosi per allora finì una
congregazione religiosa, che nella
sola Francia aveva una delle sue
sei assistenze, che il cardinal di
fiourbon avea introdotta nel regno;
i cui grandi graziosamente ricevet-
tero per opera dei cardinali di Lo-
rena, e Tournon, encomiata dal
cardinal Gondy vescovo di Parigi,
quando fu calunniata sotto Enrico
IV, altamente pur lodata dalla Sor-
bona, per l'impegno che ammirò nei
suoi individui nel reprimere l'ere-
sia de'calvinisti ugonotti, de' quali in
poco tempo ne ritrassero alla fede
cattolica circa sessanta mila. Mon-
signor di Tumel disse a Luigi XV,
che i gesuiti avevano la gloria che
i loro nemici lo erano pure del
suo trono e della Chiesa.
Progredendo la Francia nelle ri-
forme e nelle insubordinazioni ,
moltiplicandosi i sediziosi libelli, ed
aumentandosi dal general fermento
i sinistri presagi, Luigi XV fu col-
to repentinamente dal vainolo la
seconda volta, e ne restò vittima ai
IO maggio 1774) d'anni 60: i
suoi funerali furono turbati da san-
guinosi oltraggi, che la moltitudine
proferì contro la sua memoria, es-
sendo la nazione profondamente
umiliata per aver fatto passi retro-
gradi verso il governare dispotico.
La storia gli deve un elogio senza
restrizione; fu umano: sotto di lui
fu fondata la scuola militare, e fe-
ce fabbricare la sontuosa chiesa di
s. Genevetfa ( il Pantheon) a Pari-
gi, il ponte di Neuilly, e molti al-
tri monumenti di rimarco. Nel me-
desimo anno morì Clemente XI V,
il quale conosceva bene la lingua
FRA
francese, ma non la parlava die
cogli amici, avendola studiala per
l'inclinazione che sempre avea nu-
Irito pei francesi : essa fu tale, che
a leslimonianza del p. Savorini suo
discepolo, si affligeva ogni volta
che la Francia essendo in guerra,
non trionfava de' suoi nemici. Mon-
tò sul trono di Francia Luigi XVI
figlio di Luigi delfino, già duca
di Berry, che fu consagrato a Reims
agli II giugno i']']5; la sua ani-
ma leale ed aperta accolse di buona
ora tutti i sentimenti virtuosi, ed
il suo spirilo retto e sodo tutte le
utili cognizioni. Ma la fermezza ed
una giusta confidenza in sé slesso
mancarono al suo carattere; e tale di-
fetto rese inutile o funesto quanto
aveva ricevuto od acquistato per
la sua gloria e per la felicità dei
suoi popoli. Senti il più profondo
dolore alla perdita del genitore, e
svenne quando la prima volta in-
lese chiamarsi delfino . Il primo
avvenimento delia sua vita fu il
suo matrimonio con la figlia della
immortale imperatrice Maria Tere-
sa, cioè Maria Antonietta d'Austria,
la quale doveva essere partecipe
del suo trono e delle sue sventure:
dopo quattro anni divenne re, gra-
ve peso che accettò tremando. Egli
ereditò un regno senza denaro, sen-
za credito, senza truppe, senza leg-
gi o costumi. Lungi dal voler de-
scrivere i mezzi impiegati ai mali
della nazione, continueremo ad in-
dicare gli avvenimenti, e le cose
più importanti. Luigi XVI procu-
curò guadagnarsi l'affetto dei sud-
diti, cangiò que' ministri che all'u-
niversale non erano accetti, rinun-
ziò a taluni diritti di regalia, ri-
pristinò i parlamenti soppressi, usò
di tutta la economia nelle spese
della corte, islilui per Parigi il
FRA 77
monte di pietà e la cassa di .scon-
to , si diportò con dolcezza nel
soffocare le sedizioni di Dijon, di
Metz, di Ver.sailles, di Parigi e cu-
rò di riparare alla carestia dai ma-
levoli esagerata, che ne avea som-
ministrato il pretesto.
Luigi XVI con ripugnanza, per
secondare l' opinione pubblica, so-
prattutto quella della capitale, im-
politicamente inviò de' soccorsi alle
colonie inglesi dell'America, che
sotto il nome di Slati Uniti riconob-
be indipendenti a' 1 3 marzo 1778,
il perchè dovette sostenere la guer-
ra contro la gran Bretagna, a so-
stegno di que' popoli da essa eman-
cipatisi, ad onta del dissesto delle
finanze francesi. L' emancipazione
degli Stati Uniti protetta dalla Fran-
cia, fu corroborata pel trattato di
pace del 1782: mercè di esso che
cancellò la umiliazione di Dunker-
que, la Francia ottenne la cessione
di Tabago, la restituzione degli
stabilimenti sul Senegal, il diritto
di commerciare sulle coste delle
Indie, e di pescare a Terra-Nuova,
e nelle vicine isole di s. Pietro e
di Miguelon. Nel 1777 vari sta-
bilimenti furono formati a La Cal-
le, e a Bona, più tardi s. Bartolo-
meo fu ceduto alla Svezia. L'At-
lantico e le Antille divennero per
cinque anni teatro de' più formi-
dabili navali combattimenti, e l'in-
nalzamento della marina degli Stati
Uniti, fatta omai rivale della sua
antica metropoli, fu assicurato col-
la pace di Versailles de' 20 genna-
io 1785, mentre l'odio tra' france-
si ed inglesi erasi rinnovalo con
furore. Ma quello che fu di mag-
gior disgrazia, si è che la malattia del-
la libertà ed eguaglianza democra-
tica degli inglesi americani, si co-
municò ai giovani guerrieri france-
7» FRA FRA
si, e la Plancia poscia la difTnse iu giua medesima, per riacquistarne la
tutta l'Europa. Indi Luigi XVI co- perduta grazia, fu grande. jXon po-
strui il porto di Cherburgo, e con- tè addurre discolpe a sua difesa,
siderabilmenle restaurò quello del- solo dicliinrò di essere stato ingan-
la Roccella, rendendo la marineria nato, e ben lo poteva dire, come vitti-
francese in istato florido. Fra le ma della cabala e del raggiro di ai-
corti che mantenevauo intima unio- cuui scellerati, da'quali incautamente
ne e concordia colla santa Sede, e erasi fatto circondare. Tuttociò il fece
col Papa Pio VI, eravi questa di credere reo, onde sul momento dal-
Francia; e quando il i-e domanda- le guardie fu condotto al proprio
va al Papa diminuzioni sulle an- palazzo per essere presente alla
nate concordate per la spedizione formale ricognizione delle carte, già
delle bolle de' vescovati, Pio VI ac- per ordine del re sigillate. Per aver
cordava sempre di più del richie- dunque il cai'dinale compromesso
sto, solo faceva osservare che ciò il nome della regina, ed avendo da-
era lo stesso che chiedere limosina to in pagamento cambiali firmate
ai poveri. Ma si bella armonia nel da altra mano ed in suo nome, fu
1786 fu sul punto di turbarsi per il re costretto ad ordinare un li-
la famosa causa de* brillanti, sulla goroso processo, che di consenso del
quale tanto allora si parlò in tut- cardinale fu rimesso al tribunale lat-
ta l'Europa, ad onta del misterio- co del parlamento di Parigi,
so velo con cui cercavasi cuoprir- Trovavasi allora unito il clero
la. Fino dai i5 agosto del 1785 gallicano in assemblea, e però alta-
era stato chiamato a corte il car- mente reclamò al veder violati 1
dinaie Lodovico Renato Edoardo diritti ecclesiastici, ed i privilegi del-
de Rohan vescovo di Strasburgo, la Chiesa gallicana, coli' essersi com-
mentie in abito di solennità stava messo al foro secolare il giudizio
per celebrare, come gran limosiniere d'un di loro individuo. Non meno
di Francia, la messa solenne dell' As- l'assemblea del clero, che il cardi-
sunta nella reale cappella. Sul mo- naie de Piohan detenuto, con due
mento si presentò il cardinale al diversi corrieri esposero a Pio VI
re, che trovò nel gabinetto colla la dolorosa di lui situazione. Il Pa-
regina, col guardasigilli, e col ba- pa restò trafitto da tale avvenimen-
rone di Breteuil. La cagione di lai to, quasi presago delle conseguenze
chiamata era una collana di brìi- che dovevano risultare di avvilimen-
lanti, comprata dal cardinale ano- to all'alta nobiltà ed al trono, e
me della regina Maria Antonietta, dovesse poi servire di pretesto ai
dal gioielliere della corona Bobe- fieri colpi, che contro di essi non
mer, per la somma di un milione si tardò a scagliare. Pio VI prima
e seicento mila lire tornesi, non di prendere alcuna risoluzione su
noai pagale. Il turbamento e lo questo affare , tenne una segreta
scompiglio del cardinale nelle sue congregazione di cardinali, ai quali
risposte alle interrogazioni che gli gliene commise la discussione e il
vennero fatte, sulla cagione di que- maturo esame ; e dopo una confe-
sta compera e sull'uso che aveva lenza di più ore col cardinal de
preteso di farne, ch'era quello di Bernis ministro di Francia presso
far credei e averla regalata alla re- la santa Sede, scrisse una lettera a
FRA
Luigi XVI, pregandolo a fiir gode •
re al caidinal Rohan tutte le pre-
rogative eh' erano unite alla sua
dignità, facendogli osservare nel tem-
po istesso, che sebbene il cardinale
si fosse scello per essere giudicato
il foro del parlamento a lui non
competente, non polca sottrarsi ud
un altro giudizio dell' intero sagro
collegio de' cardinali, di cui era il
Piohau uno degl' individui. Infili-
ti la predetta congregazione ri-
solvette, che avendo il cardinale de
Rohan chiamato a giudicarlo un
tribunale incompetente, e perciò
\iolati i giuramenti prestati nel ri-
cevere la dignità cardinalizia, non
poteva più aspirare alle prerogati-
ve ed onori che porta un tal gra-
do. Il Ta vanti ne Fasti di Pio PI,
tom. I, p. 224, riporta il decreto
pontificio de' i3 febbraio 1786,
pronunziato in concistoro segreto
del Papa, pel quale il cardinale fu
sospeso e privato della voce attiva
e passiva, e di tutti gli onori del
cardinalato, finché dentro a sei me-
si non si fosse presentato alla san-
ta Sede e purgato dell'elezione che
avea fatto di tribunale incompe-
tente. Prima però che spirasse il
tempo prefisso in questo decreto,
il parlamento di Parigi dichiarò in-
nocente il cardinale, che il re al-
l'opposto rilegò all'abbazia di Chai-
ze-Dieu, spogliandolo della distinta
carica di grand' elemosiniere, e del
cordone dell'ordine equestre dello
Spirito Santo. Con tutto ciò il car-
dinale spedi a Roma le sue giusti-
ficazioni accompagnate con lettera
a Pio VI, per dimostrare le cru-
deli circostanze che l'avevano co-
stretto a scegliersi per giudicai lo un
tribunale secolare. In seguito si
presentò in concistoro monsignor
Albani quale procuratore del car-
FRA 79
dinaie, rappresentò le sue ragioni, ne
ottenne l'assoluzione, e il godimen-
to dei diritti e distinzioni proprie
della dignità cardinalizia. Giuseppe
Balsamo, detto il conte Caglioslro,
fu uno dei primari stroraenti del
raggiro della collana, che rivoltò
la testa al cardinale, e poi venne
punito da Pio VI.
Nel 1786 un trattato di com-
mercio fra la Francia e l'Inghil-
terra sembrò che dovesse essere
la base di una buona armonia du-
revole fra questi due regni, ma
gli avvenimenti della rivoluzione,
che con pena andiamo ad accen-
nare, disposero allrimenti le cose.
Nel 1787 Luigi XVI concesse ai
protestanti la pienezza dei diritli
civili, dando ai loro matrimoni uu
carattere legale. La scelta de' ministri
Machault , Turgot , Malesherbes ,
Saint-Gei main, eNecker, come quel-
la di Calonne, e dellarcivescovo
Lomenié di Brienne con ripugnan-
za di Pio VI creato cardintde nel
1788, non furono le piìi opportune
ai gran mali che minacciava il flo-
ridissimo regno di Francia. Quindi
l'imbarazzo delle finanze giunse a
discoprirsi interamente, ed i pallia-
tivi rimedi di Necker, Calonne, e
di Brienne non poterono impedire,
che nel detto anno 1788 il credi-
to pubblico non si trovasse annien-
tato da un deficit irreparabile.
Venne invano proposta una misu-
ra, che i fautori della libertà ed
eguaglianza degli uomini in faccia
alla Tegge avrebbero dovuto enco-
miare, cioè la contribuzione fondia-
ria giustamente ripartita non solo
fra i semplici possidenti, ma anco-
ra fra le due classi privilegiate del
clero e della nobiltà, che sino al-
lora ne erano rimaste esenti, e il
dazio indiretto del bollo sulla clas-
8o FRA
se forense e commerciante. I par-
lamenti ricusarono di registrare ta-
li editti, e il le convocò l'assem-
blea de' notabili, che durò tre me-
si a conferire, ma senza alcun ri-
sultamento. Tenne poi Luigi XVI
un letto di giustizia per dare alle
controverse leggi finanziarie la so-
vrana sanzione; ma il parlamento
dichiarò alteramente l'illegalità del-
l' atto, ed accennò la convocazione
degli stati generali. I membri di es-
si furono esiliati a Troyes, ma in-
di a poco richiamati: l'esilio a
\ille-Cotterets susseguito dall' im-
mediato richiamo, fu la sola mor-
tificazione data a Luigi duca di
Orleans promotore principale dei
tumulti eccitali in Parigi, de'sedio-
si applausi ai parlamentari, e de-
gli ostinati rifiuti di secondare le
mire -del governo. Lomenié di
Brienne ministro delle finanze, e
Lamoignon guarda-sigilii saivaron-
si colla fuga. Necker fu richiama-
to ad amministrare l'erario, ed an-
ch'egli nell'adunanza degli stati ge-
nerali indicò il solo rimedio atto
alle circostanze. Grave discussione
insorse pure sul metodo da osservar-
si nelle future deliberazioni, e sic-
come i progetti da discutersi feri-
vano i due primi ordini del clero e
della nobiltà, i quali avevano esor-
bitante prepoderanza sul terzo sta-
to, che sentiva dalle nuove misu-
re alleviamento, si propose di ac-
crescere il numero de' rappresentan-
ti del terzo stato, sino ad eguaglia-
re quello degli altri due ordini, e
di raccogliere i voti per testa, e
non per classe, come per lo avan-
ti crasi usato. Diatribe insolenti,
sanguinose dissensioni, furono l'ef-
fetto della nuova questione. I no-
tabili per la seconda volta adu-
nati rigettarono l'innovazione del-
FRA
la doppia rappresentanza del ter-
zo stato, e della votazione per
testa ; i parlamenti opinarono per
la conservazione del metodo anti-
co ; i pari si dichiararono pronti a
soggiacere al peso delle nuove im-
posizioni, onde rimovere ogni pre-
testo; in fine il consiglio reale de-
cise a favore della doppia rappre-
sentanza, ordinando che gli slessi
stati generali decidessero poi dopo
il loro radunamento sul modo di
raccogliere i voli. Ne fu intimata
la convocazione a Versailles per il
dì 5 di maggio del 1789.
Siccome da questo passo ebbe
origine la strepitosa rivoluzione,
che cangiò più volte la forma del
governo francese, cosi ci permette-
remo qui, oltre quanto abbiamo
detto superiormente, un cenno del
sistema governativo della Francia
a queir epoca. Essa dividevasi in
Irentadue grandi provincie, e talu-
ne tra esse ne racchiudevano altre
minori, amministrandosi ciascuna
da un intendente: sotto l'aspetto
militare però riparti vasi in quaran-
ta governi. Il re riuniva nella sua
persona il potere legislativo e lo
esecutivo; i suoi editti però dove-
vano essere registrati o dagli stati
generali, o dai parlamenti, i primi
componevansi de'tre ordini della na-
zionej cioè dal clero, dalla nobiltà
e dal così detto terzo slato, che
tutti i cittadini abbracciava non
inclusi nelle precedenti categorie, e
dedicati al foro, alle lettere, al com-
mercio, ed alle arti liberali, ovvero
industriali: essi però raramente e-
ransi convocafi, né mai emanarono
deliberazioni importanti. I parla-
menti che ne riempivano le veci
erano corli sovrane di giustizia, che
temperavano nella loro istituzio-
ne la regia; ma negli ultimi tem-
FRA
pi il potere crasi aflfievolito, che
erangli permesse appena umili ri-
rhostranze al sovrano, e poche era-
no le modificazioni che si oltene-
vano; era frequente lo scioglimen-
to di tali corpi, come l'esilio dei
membri, quando imprendevano a
cozzare col volere esternato dal re.
Quattro erano i consiglievi ministe-
ricili, cioè delle relazioni estere, dei
dispacci delle provincie ossia del-
l' interno, delle finanze, e del com-
mercio. Un consiglio privato, tenu-
to dal cancelliere coli' assistenza dei
referendari e dei consiglieri di sta-
to, aveva il diritto di cassare i de-
creti de' parlamenti e delle corti
superiori . Le principali autorità
giudiziarie e finanziarie erano : il
gran consiglio, la di cui giurisdizio-
ne estesa a tutto il regno risguar-
dava gli affiiri degli ecclesiastici e
de' grandi ufficiali della corona, che
avevano il privilegio di evocazione;
i tredici parlamenti che enumeram-
mo, le dodici camere de' conti, le
tre corti degli aiuti che giudicava-
no gli appelli in materia di finan-
za, i due consigli superiori o tribu-
nali ordinari di appellazione, le cen-
tottanta elezioni o tribunali per le
vertenze finanziai-ie di prima istan-
za, i sessantaquattro giudici-conso-
li stabiliti in varie città per giudi-
care singolarmente le questioni com-
merciali, una corte delle monete
con dieciottt) uffici subalterni , i
baliaggi reali presidiali, ed altri
tribunali ordinali per le controver-
sie civili in primo grado di giuris-
dizione; talune città si valevano
del diritto scritto, talune avevano
particolari statuti, e quattroceuto-
iiovanta se ne contavano non solo
diversi ma anche contraddittorii. fi-
guai disordine osservavasi nella va-
rietà dei pesi e misure; l'istruzione
VOL. xxvii.
FRA 8i
pubblica era affidata a venfuna uni-
vei'sità, ad una scuola militare, a
vari licei di medicina e di giuris-
prudenza, ed ai collegi e semina-
ri ecclesiastici.
Gli stati generali adunati a Ver-
sailles, ove la corte soggiornava ,
nel di 5 maggio 1789, dopo lun-
ghe ed animate discussioni sui me-
todi da eseguirsi per la verificazio-
ne de' poteri, per l' esecuzione dei
lavori, e per la collezione de' voti,
nel 17 giugno si costituirono in
assemblea nazionale, facendo scom-
parire i tre ordini : ciò fii tutta
opera del terzo stato, che avendo
invitato gli altri due ad unirsi, ed
avendo essi negato, si costituirono
in assemblea. Le misure di repres-
sione per impedirne le adunanze
col circondare di armati la sala
delle sedute, le proteste della no-
biltà e del clero contro atti tanto
contrari alle basi dell' anfica monar-
chia, furono inefficaci, mentre i de-
putati convennero nella sala del
giuoco della palla, e nella chiesa di
s. Luigi per continuare le deliberazio-
ni, giurando di non separarsi prima
d'aver compiuta la costituzione e la
rigenerazione pubblica . La comparsa
del re Luigi XVI nella seduta del
2 3 giugno, ed i vani suoi sforzi
e concessioni per separare i mem-
bri raccolti , che persistevano nel
lavoro, ad eccezione della nobil-
tà e del clero che si separaro-
no, e poscia si unirono al terzo
stato per compiacere il re, non
produssero verun bene; i mem-
bri raccolti fecero cessare la so-
vrana autorità, e tiasfiisero ogni
influenza morale ncW assemblea na-
zionale o costituente, deponendo i
tre ordini il nome di stati genera-
li. Fin da quel momento l'antica
monarchia francese fu distrutta, la
6
«2 FRA
rivoluzione consumata ; e luttociò
die partoiì d'assurdi e di delit-
ti ne fu soltanto la conseguenza
inevitabile. La viiluosa candiscen-
denza di Luigi XVI , l'illimita-
ta fiducia nella nazioOe, l'essere
disposto a qualunque sagriflzio per
essa, il non }>ermettere che neppu-
re un uomo perisse per la sua cau-
sa, fu la regola della sua condotta,
non che cagione delle sciagure della
Francia e delle sue pi'oprie, seb-
bene in apparenza sembrassero sen-
timenti lodevoli degni del suo bel
cuore. V . Granié, Histoire de l'as-
stiiihlée consliuiaiitede France, Paris
1797. INel di i4 luglio colla presa
della bastiglia, e coH'armamento del-
la guardia civica parigina, il popolo
s'impadronì del potere materiale,
ed il re presentossi a piedi e sen-
za corteggio all'assemblea per unir-
si alla nazione, ed allontanò le trup-
pe che volevano condurlo salvo a
Metz. Tale fiducia fece tacere i fa-
ziosi, il re fu applaudito, ed entrò
tiioufalmente in Parigi, preceduto
da una deputazione di cento mem-
bri, e ricevuto dal famoso astro-
nomo Jjailly maire della capitale,
e da La Fayette comandante della
guardia urbana, fra le acclamazio-
ni della popolazione. Il maire fe-
ce a Luigi XVI questo singolare
complimento: » Il vostro avo En-
« rico IV conquistato avea il suo
M popolo; oggi il popolo ha conqui-
« stato il suo re ". Arrivato Lui-
gi XVI al palazzo della città vi
ricevè la nappa, o coccarda nazio-
nale, e fu accollo con entusiasmo
quando con essa al cappello com-
parve alla finestra. La rivoluzione
così sanzionata procedeva a gran
passi, e la sessione del 4 agosto,
in cui dietro la proposta del viscon-
te de Auailles di sopprimere la ser-
FRA
vitii personale, e rendere i diiitli
feudali redimibili, i membri, le cit-
tà, le Provincie gareggiarono nel
distruggere le antiche costumanze,
ne compi coli' abolizione de' privi-
legi il primo stadio. L'insurrezio-
ne popolare del 5 e 6 ottobre fu
sul punto di scannare la regina nel
suo letto, tolse al re le sue guar-
die, lo trasportò dalla villa reale
di Versailles nella capitale, ponen-
dolo sotto la sorveglianza del po-
polo, incominciando la sua lunga
prigionia nelle Tuilleries, donde
passò nella torre del tempio: allo-
ra dai ribelli si effettuò la muta-
zione dell'antico reggimento. La
Francia fu divisa in ottantatre di-
partimenti suddivisi in distretti, ed
in cantoni; ogni dipartimento eb-
be un'amministrazione centrale, ed
un tribunale criminale; ogni distret*
to un amministratore particolare,
ed uu tribunale civile; ed ogni
cantone una giustizia di pace, ed
un' amministrazione municipale; i
giudici e gli amministratori ven-
nero nominati dal popolo. L'assem-
blea nazionale abolì la tortura, di-
chiarò di non riconoscere i voti
monastici, aboh gli ordini regi
conosciuti sotto il nome di Leltres
de cachet, le dogane interne, le
decime, e i diritti feudali; riformò
la giuiisprudenza, riconobbe la li-
bertà de' culti, consagrò la libertà
individuale e l'eguaglianza propor-
zionale dei carichi pubblici, e sta-
bilì un sistema di finanza uniforme
e semplice.
Nella sessione del 2 dicembre
furono posti alla disposizione della
nazione i beni del clero, e messa
(juindi in circolo la carta moneta-
ta per riparare \\ dissesto delle fi-
nanze. La rivolta fu propagata nei
domiuii the la santa iiede aveva
FRA
in Provenza, nella città d'Avigno-
ne e contea Venaissina, che l'as-
semblea fece occupare malgrado le
proteste di monsignor Casoni vice-
legato poi cardinale , e quelle di
dieci e più mila buoni cittadini ,
cui fu risposto che il re avrebbe
pensato d' indennizzare la corte l'o-
raana; e indarno l'abbate Maury
poi cardinale difese con robusta e-
loquenza le ragioni della Sede apo-
stolica avanti l'assemblea nazionale.
Ma nel tempo che questa sembra-
va preparare dei gran beni, lasciava
ogni principio religioso annullato,
i costumi all'ultimo termine di de-
pravazione, il diritto di proprietà
minato dai suoi fondamenti; le fi-
nanze, le flotte , le colonie in una
confusione estrema, cose tutte che
si devono riguardare come la cau-
sa principale delle calamità dalle
quali fu poscia desolata la Fran-
cia. L' incredulo Mercier nel suo
libro intitolato, U anno i^^o, che
fu stampato nel 1768, sino d'allo-
ra avea annunziato con piena chia-
rezza tutto il nefando progetto, che
la miscredenza filosofica andava a
realizzar nell' assemblea di Parigi ,
e tutte le inique massime del fu-
turo regno fìlos-ofico rivoluzionario,
di cui la principal mira era il di-
slruggimento della religione catto-
lica. Parlando 1' abbate JauflFret
della morte di Luigi XV, avvenu-
ta nel 1774» fa un vivo quadro
dello stalo di questo regno per
circa sessanl'anni, nel quale si rav-
visa quanto le cose si disponesse-
ro alla rivoluzione, e gli scritti che
pubblicavansi erano tendenti non
meno alla distruzione de' troni, che
del santuario ; rimproverando di
debolezza il governo, come immer-
so ne' vizi e dominato dagl' incre-
duli. Veggasi il Gusta, Memorie
FRA S3
(L'ila rn'oluzhne francese tanto po-
litica che ecclesiastica, e della gran
parte che vi hanno avuto i gianse-
nisti, Assisi 1793; e Manzi, Isto-
ria della rivoluzione di Francia,
Firenze 1826. Mentre l'assemblea
nazioaale molti decreti emanava ,
offensivi 1' ecclesiastica gerarchia ,
ch'essa apertamente voleva distrug-
gere in un colla religione, di tut-
to i zelanti vescovi ne informavano
Pio VI. Temendo questi che i fran-
cesi in tanta convulsione maggior-
mente s'irritassero se avesse fatto
udir la sua voce, pazientando pru-
dentemente , piangeva le dolorose
vicende di si illustre regno, e fa-
ceva fare apposite e pubbliche pre-
ghiere, perchè Iddio vi provvedesse.
Di tutto però e del suo silenzio ,
commendato dal Barruel nel Jour-
nal ecclés. tom. II, pag. 200, rag-
guagliò Pio VI il sagro collegio in
concistoro, sino dai 20 marzo 1790,
con tenera , commovente e dotta
allocuzione, che si legge nella rac-
colta intitolala: Rescripta SS. D.
N. divina providenlia Pii Papa VI^
editio novissima collecta, et aiicta
ab H. L. (Enrico Lodovico) IIu-
lot praesbilero Rhemensi, Venetiis
anno aerae vulgaris i 799. Da que-
sta ultima collezione ben si rav-
visa con quanto zelo e con quan-
ta pastorale sollecitudine abbia Pio
VI procurato per ogni mezzo che
nella rivoluzione fatale della Fran-
cia si mantenesse salva la religio-
ne cattolica, allora vacillante e scon-
volta nel regno.
Dopo tal concistoro il Papa
scrisse a diversi prelati francesi ,
ch^ egli conosceva per piìi zelanti
della gloria di Dio, esorlandoli al-
la costanza , e nel tempo medesi-
mo a sottomettersi con tutta la
rassegnazione alla divina provvi-
84 FRA
denza. Nel breve che Pio VI a' 3 (
marzo diresse al cardinal de Roclie-
foucault arcivescovo di R.ouen, pres-
so Hulot pag. 5, per evitare mag-
giori scandali, gli accordò la facol-
tà di dispensare dai voti religiosi
che dall assemblea erano stati sop-
pressi. E nel breve che Pio VI
ai IO luglio inviò all' arcivesco-
vo di Vienna di Francia, egual-
mente presso Hulot p. 9 5 lo pregò
a distogliere il re dall' approvare o
sanzionare i decreti sulla CosùUiziO'
ne cii'ile del clero, dall'assemblea
nazionale emanati a' I2 luglio, e dal
re poi sanzionati per violenza a'24
agosto, la quale costituzione il Pon-
tefice nel breve de' io luglio al-
l'arcivescovo di Bordeaux Girola-
mo Maria Champion de Cioè, pres-
so r Hulot pag. 7, dichiarava op-
posta direttamente all' unità della
Chiesa cattolica, e tendente espres-
samente a rompere ogni vincolo
e corrispondenza di unione fra la
Francia e la santa Sede. Questa
costituzione civile, del clero, col ti-
tolo: Code ecclésiast'ique francais,
fu inserita da Barruel nella sua
Collectioii ecclésiastique, ou Recneil
complet des ouvrages faits diipniM
loiaerture des ètats généraux ré-
lattvenient au clerge, à sa cowili-
tutioii civile, decretée par r assem-
blèe nationale , sanctionée par le
roi, premier volume, tome premier,
première partie. A Paris cliez Cra-
part 1791. Seconde volume, tome
premier , seconde partie, Constitu-
tioii 1791. Troisième volume, to-
me premier, troisième partie, Coii-
stitutiori Serment 1791. Quatrième
volume, coraprenant: i. Parallele
des révolutions, par M. l'abbé (Ma-
rie Nicolas Silvestre) Guillon, pre-
te parigino, ed estensore di que-
sta raccolta insieme coli' abbate
FRA
BarrUel. 2. Le schisine déclaré par
M 179'- Sixième volume, to-
me second, deuxième partie^ Con-
stitution Serment iiq\. Questa pre-
ziosa raccolta contiene le pastorali
di molti vescovi, e le scritture di
molli ecclesiastici , nelle quali si
combattono con somma erudizione,
e con argomenti pienamente vitto-
riosi, gli errori e le ingiustizie del-
la Costituzione civile del clero. Una
simile collezione si ha col titolo :
Testimonianze delle chiese di Fran-
cia sopra la così delta Costituzio-
ne civile del clero, decretata dal-
l assemblea nazionale, raccolte dal
dottore Giovanni Marchetti poi ar-
civescovo di Andra e vicario apo-
stolico di Rimini, col testo origina-
le francese, e con noie, Pvoma nel-
la stamperia di Gio. Zempel i7<)r.
In questa interessantissima collezio-
ne si contengono le pastorali prin-
cipalmente de' vescovi gallicani ,
pubblicate al fine di ribattere l'at-
tentato che la nuova cosliluzione
veniva a portare sopra tutto il si-
stema eoclesiaslico. Veggasi la lun-
ghissima lettera da Pio VI scritta
agli II marzo 1791 al cardinal
arcivescovo de R^ochefoiicault, e ad
altri vescovi delia Francia, riporta-
ta dal citato Hulot a pag. ^1 lino
a 97, nella quale il Papa con vasti
e sagra erudizione, ed incontrasta-
bile verità, dimostra quanto la Co-
stituzione civile del clero gallicano
sia opposta alla religione cattolica,
ciò che ancora hanno dimostrato
alcuni scrittori. E pure da vedersi
il discorso del senatore Luciano
Bunaparte fatto al tribunale in oc-
casione di annunziarvi il concorda-
to col Pontefice Pio VII nel 1802,
Inoltre Pio VI si rivoltò al re
Luigi XVI con un breve de' io lu-
glio, inserito dall' Hulot nella sua
FRA
raccolta a png 6, nel quale lo e-
soilava a non lasciarsi sorprende-
re nel sanzionare i decreti dell'as-
S(!mblea nazionale riguardanti il
(loro francese, poiché nel sanzio-
narli avrebbe condotto la Francia
alio scisma, non essendovi potere
alcuno temporale che fosse autoriz-
zato a variare la dottrina della
(hiesa: in (Ine gli diceva il solle-
cito Pontefice, che se tanto avea
sua maestà ceduto in benefìzio dei
suoi popoli , cioè di que' diritti
ch'erano suoi propri e della sua
cotona, non poteva tuttavia in ve-
riui conto fare lo stesso per ri-
guardo a ciò ch'era dovuto a Dio
ed alla sua Chiesa. Restò il re va-
cillante con questo breve, non sa-
pendo a qiial partito appigliarsi ,
mentre veniva fortemente pressato
dall'assemblea ad approvare la co-
stituzione civile del clero, nella qua-
le tutti gli ecclesiastici, a norma
di quanto in essa si prescriveva, do-
vevano prestare giuramento civile,
che ai diritti della Chiesa si opponeva.
l^iima però di apporvi Luigi XVI la
sua ralifìca, voile renderne inteso il
Papa della sua dubbiezza, e sentirne
il suo consiglio ; ma perchè l' im-
portanza dellalfare non dava luo-
go a Pio VI di darne subito de-
cisa risposta , egli si contentò di
I ispondere sul momento al re, con
lettera che 1' Hulot riporta a pag.
i6, per avvisarlo che avea stabili-
to una congregazione di venti car-
dinali per esaminare, discutere, e
lissare quanl' era necessario a cosi
rilevante oggetto. Non vedendo po-
scia il re alcuna risoluzione per
parte di Roma, la quale aveva h\~
sogno di piìi tempo per le neces-
sarie sessioni della predetta con-
gregazione , ed essendo continua-
Diente pressato dall^ assemblea na-
FRA
8^
zionale, approvò sebbene contro sua
voglia la costituzione civile del cle-
ro. Con amaiissimo rincrescimento
ricevette Pio VI dal re medesimo
questa notizia , per la quale tosto
Ib rimproverò, facendogli vedere i
inali gravissimi a' quali con siffat-
ta approvazione aveva esposto il
suo regno, la religione e sé mede-
simo , con breve de' i settembre ,
presso r Hulot a pag. 20, nel qua-
le fece in tal modo spiccare l'evan-
gelica libertà, eh' esso sarà sempre
un monumento del suo pontifìcio
instancabile zelo. Questa saggia con-
dotta di Pio VI è ben rilevata con
lode dall'abbate Barruel, nell'arti-
colo : De la conduìle da Pape
dans les circonstances présentes, nel
suo Journal ecclés. tom. II _, pag.
1 04. La costituzione civile del cle-
ro, che riduceva i vescovati, va-
riava le circoscrizioni delle diocesi,
sopprimeva i capitoli, e faceva mol-
te altre ecclesiastiche e perniciose
innovazioni, piodusse gravissimi dis-
pareri , eh' ebbero poi funestissime
conseguenze. Pure la festa della fe-
derazione celebrata nel campo di
Marte il i4 luglio 1790, anniversa-
rio della presa della Bastiglia, e la
serenità con che il re, la regina e
la famiglia leale vi presero parte,
guidavano a speranze d' una since-
ra riconciliazione. L' infelice Luigi
XVI accordava tutto, sperando di
salvare alcima cosa, e sagri fica va
lo stato per compassione de' parti-
colari minacciati o perseguitati in
tutte le parti della Francia. La re-
ligione sola lo avrebbe salvato dal
naufragio, se raccoltosi nell'asilo in-
violabile della sua coscienza , ed
assicurato com'era di essere soste-
nuto dalla maggioranza del popo-
lo tuttavia cristiano, avesse ricusa-
to di confermare gli accennali de-
86 . FRA
creli spogliatori della Chiesa , e U
coslituzione civile del clero. Ma due
ministri di stato, ed anche eccle-
siastici, gli occultarono molte lette-
re del Papa, che condannavano le
dette innovazioni. *
Intanto a' 20 maggio 1791 fu-
rono in Mantova con la famosa di-
chiarazione gettate le basi di una
prima coalizione contro la Francia,
mentre Luigi XVI istruito final-
mente troppo tardi sui progetti dei
faziosi, ed incoraggiato dai piìi fe-
deli suoi servi, si determinò di fug-
gire dalla capitale, e cercare un
asilo sidla frontiera , da dove po-
tesse trattare col suo popolo. Par-
ti a' Il giugno 1791 , e ad onta
delle usate precauzioni, fatalmente
fu riconosciuto a Varetmes, arre-
stato e condotto a Parigi in mez-
zo agli oltraggi ed alle violenze.
V. V Histoire de l' évéaement de
Vairnnes mi ixjuin 1791, par le
coni te de Seze, Paris i843. Nondi-
meno tale evento intimorì alcuni
de' suoi persecutori , tremando pel
disciedito e pubblica indegnazione
in cui era caduta 1' orgogliosa as-
semblea costituente, cui successe la
legislativa. Dal seno pertanto del-
I assemblea costituente siuse il par-
tilo repubblicano a combattere l'al-
tro moiiarchico-costituziunale, i cliibs
òtt giacobini , de' cordelieri, de' fo-
giianti , de' girondini destarono la
guerra civile, ed il campo di Marte
fu insanguinato per reprimere la
nuova insurrezione. Il re (u prowiso-
naaiente sospeso, e la Prussia, ì' Au-
si ria ed il re di Sardegna strinsero
CDufro la Francia nel dì 27 luglio
d famigerato trattato diPlinitz, che
preparò l" invasione della monar-
chia, incominciando la insurrezione
d dia Vaitdea. La nuova assemblea
Itgislativa però procede oltre con
FRA
fermezza, ed emano la coslilnzion^
del 1791- Il popolo esercitava con
essa il diritto di elezione dei rap-
presentanti, a' quali spettava l'eser-
cizio della facoltà legislativa , ma
la regia autorità vi era soverchia-
mente ristretta. Dopo essere siala
sospesa la sua autorità reale a Lui-
gi XVI, egli prese lo statuto ad
esame, e ne pronunciò la solenne
accettazione, e confermollo nel di-
scorso pronunziato al pubblico il
dì 29 settembre, allorché l'assem-
blea costituente si dimise dalie sue
funzioni. La nuova assemblea na-
zionale legislativa si radunò nel
primo ottobre 1791, e ricevette
con solennità il libro della costitu-
zione, che doveva guidale al caos
il pili disordinato della feroce anar-
chia, giurandone 1' osservanza. Nel
medesimo anno il Papa Pio VI sti-
mò necessario di spiegare l'animo
suo apostolico contro i decreti coi
quali si conculcavano tutte le leggi
del domma e della disciplina ec-
clesiastica : egli aspettava il ricorso
ed il sentimenlo de' vescovi france-
si , per manifestare con maggior
opportunità la voce del vicario di
Gesù Cristo, ed a ciò dierono oc-
casione trenta di que' zelantissimi
prelati, deputati all'assemblea na-
zionale, per avere il sentimenlo del
successore del principe degli apo-
stoli. A' 3o novembre 1790 sotto-
scrissero e gli spedirono V Esposizio-
ne de' principii della co'ilituzione
civile del clero, la quale costituzio-
ne era stata formata dai teologi
repubblicani le Camus, Treilhard ,
Martineau e Maillane coli' incom-
petente autorità della predetta as-
semblea nazionale , e richiesta con
impero di essere mantenuta con
giuramento dai deputati Baruave
proleslante, e Rebaud de Saint-E-
FRA
tienile ex-ministro calvinista. Veg-
gnsi ìi BaiTuel nel suo Journal
lom. I, pag. 5i. Préjngés legitimcs
sur la constitution civile, et le scr-
ment exigé. dit rlergé.
L'autore della Esposizione dA
principii sulla costituzione civile citi
clero fu monsignor tle Boisgelin ar-
civescovo di Aix , poi cardinale e
arcivescovo di Tours, deputato al-
l'assemblea nazionale, ed uno dei
trenta prelati in essa sottoscritti.
Egli vi difendeva e rivendicava i
veri principii della Chiesa senza
querele, senza amarezze, e con una
moderazione ed una solidità, che
avrebbe potuto ricondurre al giu-
sto sentimento gli spiriti meno pre-
venuti. La sua esposizione reclama-
va la giurisdizione essenziale alla
Chiesa, il diritto di fissare la di-
sciplina, di fare de'regolamenti, di
istituire de' vescovi, e dar loro una
missione giuridica, diritti che inte-
ramente rubavano alla Chiesa i de-
creti dell' assemblea nazionale: cen-
to e dicci vescovi francesi, la lista
de' quali è presso il Barruel nella
sua Collection ecclésiastiaue, voi. I,
tom. I, par. I, p. 236, 24^^ con
molti altri ecclesiastici nel numero
di novantolto, per combattere coi
loro scritti la dottrina del partito
dell'assend^lea, ed attaccare l'aulo-
re della nuova Costituzione civile
colle proprie sue armi, si unirono
a' trenta vescovi della medesima as-
semblea, onde la loro Esposizione
divenne un giudizio di tutta la Chie-
sa gallicana. Ma i nemici della reli-
gione continuavano sempre la mar-
cia per abbatterla. Su questo argo-
mento si può consultare lab. L. F,
Jaullret nelle sue preziose i^/e/noiVe5
pour servir à l' Histoirc. ecclés. da
siede XF III, tom. II, pag. 352 e
seg. ; V Espositioii sur la Conslitu-
FRA 87
tion civile du clergé, par les évc-
(jues deputés, suivie de la lettre des
mémcs évèfjues , en reponse au href
du Pape, cu date du 1 i tnars 1791
et de la lettre de 31. Varchéveque
d'Aix, en reponse au href du Pa-
pe Pie FU cu date du i5 aoilt
1801, la quale è ancora riportala
dal Barruel nella menzionata Col-
lection ecclésiasticpie , ou recueil
compiei des ouvrnges fails .... ré-
lativement au clergé, à la Constitu-
tion civile ec. voi. I, t. I, par. I, pag.
)5i e seg. A questi vescovi dun-
que rispose Pio VI con breve de-
gli II marzo 1791, nel quale emu-
lando il coraggio, lo zelo e la dot-
trina dei Leoni e dei Gregori i
grandi , eruditamente confuta, e
maestrevolmente abbatte e condan-
na gli errori che nella Costituzio-
ne civile si contengono, la quale
ancora fu dichiarata un estratto di
molte eresie, nel breve diretto al
cardinal de Brienne arcivescovo di
Sens, dove lo rimprovera di aver-
ne fatto il giuramento. Il breve di-
retto a' vescovi lo riporta il Bar-
ruel, Journal tom. II, mai 179' ,
p. 91, con una nota sulle diverse
traduzioni che ne furono fatte in
Francia molto difettose; lo riporta
pure r Hulot nella citata raccolta
a pag. 4'- Sul breve poi al cardi-
nale de Brienne si può consultare
il Barruel nelle sue Observations
sur la lettre pastorale de 31. Ro-
bert ( Thomas Lindet, cure de Ber-
nay diocèse de Lisieux, par la g: ace
de la constitution se disant anjour-
d'hui) V évèque (ìnlvm) du dépar-
temenl de l'Eure aux fide les de son
diocèse. Journal ecclés. mai 179'!
tom. Il, p. 5 e seg.
Pio VI di questa sua pastorale
fermezza avvisò ancora il re Lui-
gi XVI, con breve de' io mar-
ss FRA
zo , presso V Hulot a pag. 97 ,
col quale gli ricorda il giuia-
inento che nella sua coronazione
avea fatto di difendere e conser-
vare i privilegi canonici della Chie-
sa e de' vescovi, al quale il re a-
vea contravvenuto nel sanzionare i
decreti dell'assemblea, manifesta-
mente opposti e contrari ai diritti
di §anta Chiesa. Con altro somi-
gliante breve de' i3 aprile, presso
r Hulot a p. 106, diretto ai vesco-
vi, al clero ed al popolo francese,
Pio VI condannò tutti gli ecclesiasti-
ci che prestato aveano il detto giura-
mento civico, sul quale bisogna qui
rammentare con gloria dell'episcopa-
to gallicano, che di cento treutacin-
que vescovi della Francia, quattro
solamente si arrolai'ono col loro
giuramento civico sotto gli stendar-
di della nuova condannata costitu-
zione, i quali furono il cai'dinal de
Biienne arcivescovo di Sens , ed i
vescovi de la Font de Savine di
Vivici s , de Jarenle d' Orleans , e
de Tallejrand Périgord d' Autun ,
dei quali gli ultimi due , già con-
sagrati vescovi , si ammogliarono ,
ne la condotta di tutti quattro
insieme poteva dar gran lustro al-
la nuova Chiesa rivokizionaiia, co-
me osserva il Jaufìret, Méinoires p.
364 e seg. Condannava ancora Pio
\I tutti i vescovi intrusi, ch'egli
in detto breve nominava , dichia-
randoli sospesi e scismatici per la
loro illegittima consagrazione. Con-
futava pure vittoriosamente molti
articoli della Costituzione civile del
clero, siccome manifestamente con-
trari ai principii della Chiesa cat-
tolica, rovescianli i dommi piìi sa-
gri e la disciplina più solenne della
stessa Chiesa, e che disti uggevano i
diritti della Sede apostolica, quelli
de' vescovi , de' preti , degli ordini
FRA
religiosi e di tutta la comunione
cattolica, ciò che con ditVusione trat-
ta il Jauffret, Méinoires tom. 1!, p.
871 e seg. Nello stesso gim-no Pio
VI spedi quel medesimo breve ai
vescovi della Corsica, presso 1' Hu-
lot a p. I?. 3, dove ancora erasi ab-
bracciata la costituzione civica. A
riparare quindi ai molti mali de-
rivanti dai decreti dell'assemblea
nazionale, provvisoriamente Pio VI
spedi a' vescovi della Francia un
breve dato a Teriacina a' io mag-
gio 1791, presso r Hulot a p. i54>
col quale concesse loro molte fa-
coltà, e da esse si ravvisa quanto
in questo regno fosse diminuita la
religione cattolica , poiché quelli
che la conservavano erano costret-
ti, come i cristiani della primitiva
Chiesa, a praticarla di nascosto. Le
stesse facoltà furono ampliate dal
cardinal Antonelli prefetto della
congregazione di propaganda fide ,
con rescritto de' 18 agosto, presso
r Ilulut a p. 1 56, dal cardinal Ze-
lada segretai'io di stato, con rescrit-
to de''26 settembre, presso l'Iiulot
a p. 157, e presso il Barruel, /L»»^/^.
tom. Ili, p. 367, col quale le comu-
nicava ad alcuni di que' vescovi
che lo consultavano sulla condotta
che dovevano tenere, per riguardo
a' battesimi , a' matrimoni ed alle
sepolture de' fedeli , le quali fun-
zioni erano costretti dall'assemblea
medesima a farsi dai pairochi in-
trusi. Nel concistoro poi de '26 set-
tembre i''9i , il Papa degradò e
depose dal cardinalato il suddetto
de Brienne.
Dalla nuova assemblea naziona-
le legislativa i germi delle fazioni
pullulavano ognor piìi rigogliosi, e
preparavano lotte sanguinose del
repubLlicanisino co' partigiani della
costituzione. La real corte entrata
FRA
in difTidenza, lungi dal sostenere i
costituzionali moderati, favori la
nomina del girondisla Petion a
maire di Parigi j ma il re titu-
bando sempre nel vario cangia-
mento del suo ministero, prestossi
ad intimare alle potenze estere il
disciogliniento degli eserciti che si
riunivano ai confini francesi, e non
contento AeW uldinatiini comunica-
to dal gabinetto austriaco, si recò
nella seduta de' 20 aprile 1792 a
pioporie la guerra contro Fran-
cesco li succedalo allora a Leopol-
do II nel regno d' Ungheria e di
Boemia. La proposizione fu accol-
ta con gioia dall'assemblea , e ne
risuonò il grido per tutta la Fran-
cia. Si tentò il 20 giugno la nuo-
va insurrezione : questa giornata
anniversaria delle rivoluzioni prese
dall'assemblea costituente nella sala
del giuoco della palla, ne sommi-
nistrò il prelesto colla celebrazione
di una festa civica, in cui vedevasi
erigere l'albero della libertà. Un'or-
da armata di ottomila popolani si
presentò all'assemblea, lamentando
l'inazione delle armate, ed accu-
sando il re di connivenza. Condot-
ta da San terre, e dal marchese di
Saint-Horugues investì il domicilio
reale, e fece temere i più terribili
eccessi ; ma la fermezza del re, e
la fiducia con cui presentossi in
mezzo a loro, la popolarità fami-
gliare che dimostrò a' cittadini, e
l'ariinga di Pelion accorso al tu-
multo, giunsero a dissipare l'altnip-
paraenlo. Tuttavolta il manifesto
impetuoso del duca di Brunswick,
e i'avanzamento delle truppe prus-
siane nel territorio francese esalta-
rono maggiormente gli spiriti , e
liei di 10 agosto si consumò l'in-
surrezione democratica di ventimila
arnìati, cli'cransi proposti l' ussassi-
FRA
89
nio del re e di tutta la sua fami-
glia, tranne i fratelli ch'eransi ri-
fugiati altrove, che cagionò il mas-
sacro degli svizzeri, la convocazio-
ne d'una Coìivciìzione nazionale^
cui alcuni chiamarono adunanza
di furie d'inferno, la destituzione
de' ministri, la sospensione del re
trasportato alla Ione del Tempio,
e distrusse col trono costituzionale
ogni sociale guarentigia. La regina
Maria Antonietta, i suoi figli Ma-
ria Teresa Carlotta, e Luigi Car-
lo delfino duca di IVormaudia, non
che Elisabetta sorella del re divi-
devano la prigionia del monarca,
e ne aumentavano l' amarezza coi
loro patimenti. Tutti i sagrifizi
pubblici o personali cui Luigi XVI
fatti aveva al suo amore per la
pace, tutte le concessioni estorte al-
la sua debolezza, non avevano ser-
vilo che per eccitare la rabbia dei
faziosi, e per accrescere la loro au-
dacia. Intanto Luigi XVI beisa-
glio di tutte le piìi inaudite inde-
gnità, insulti e bassezze, tranquillo
in mezzo a tanti pericoli, ed inac-
cessibile a tanti oltraggi, opponeva
a' suoi fieri persecutori la tran-
quillità dell' anima sua, ed il co-
raggio che gl'ispirava la sua tede
religiosa. L' Eurcjpa frattanto inu-
tilmente avvertita, gelosa o distrat-
ta, lasciato avea consumare il gia-
ve scandalo, che le preparava più
tardi crudeli umiliazioni: costretta
alla guerra armato aveva, ma de-
bolmente e senza accordo.
La Fayetle ch'arasi accinto a
sostenere il sistenia della monar-
chia temperata, dovette abbando-
nare a sé stessa una nazione eb-
bra de' suoi successi , anteponendo
il proprio sacrifizio alla civile re-
sistenza. La sanzione de' decreti
contro il clero, e contro gli cmi-
go T'KA
grati fino allora impedita dal regio
i'cto, la dislruzioiie degli emblemi
della Luoiiarcliia, l'abolizione della
nobiltà ftiiono i primi passi , che
succedellero la nuova rivoluzione.
1 terroiisli piofiltarono delle noti-
zie allarmanti , che venivano dal
campo prussiano, per armare i cit-
tadini sotto il pretesto della comu-
i)e difesa, meditando frattanto i
più atroci massacri, dopo il grido
della occupazione di Longwy e di
Verdun , mandati li 2 settembre
ad effetto. Una compagnia di tre-
cento sicari pagati dalla comune
eseguirono per tre giorni continui
l'orrenda strage di tutti i prigio-
nieri racchiusi nelle prigioni del
Carmine , ove furono massacrati
tre vescovi, e cento quaranta pre-
ti, dell' Abbadia, della Concergie-
rie, della Forza. Intanto l'armata
di Dumouriez ai confini rinforzata
dai generali Kellerman e Beur-
nonville sommava già a sessanta-
mila uomini, e nella battaglia di
Valmy, sebbene insignificante, l'en-
tusiasmo nazionale impose ai prus-
siani, e li decise alla ritirata, men-
tre Gustine invadeva gli elettorati
ecclesiastici dell' impero, Montes-
quieu la Savoia , ed Anselmo la
contea di iS'izza. Dopo alcuni ten-
tativi, fortunati dapprima, e presto
impediti da brighe di cui non si
penetrò mai l'essenza ed i mezzi ,
l'esercito collegato ritirossi dal ter-
ritorio francese, dove la sua ap-
parizione altro non aveva fatto che
aumentare il furore de' suoi nemi-
ci, ed aggravare la condizione del
le e le disgrazie della Francia. Da
tale momento Luigi XVI fu per-
duto, né altra corona dovè atten-
dere che quella del martirio. I fa-
ziosi tenevano che nulla si fosse
operato finché non avessero dichia-
FilA
rato il re soggetto alla giustizia de!
popolo sovrano, né avessero olferto
r illustre vittima in olocausto alla
nuova divinità della repubblica che
andavano preparando. Luigi XVI
si era tolto il mezzo di vivere da
re ; volle morire da santo, né più
potendo cosa alcuna per la Fran-
cia, le lasciò grandi esempi reli-
giosi.
Sempre più era convinto Pio
VI, che la religione cattolica nel-
l'attuale rivoluzione della Francia
andava a gran passi a mancare, e
che tutto era in essa diretto a que-
sto fine , coir estinzione totale di
ogni culto e di ogni suo ministro.
A tutti era già manifesto, che l'e-
secrando piano dell'irreligioso Di-
derot, il quale molto prima altro
non desiderava di vedere, com'egli
spesso diceva, che l'ulttnio de' suoi
re strangolalo cogli intestini del-
l' ultinio de suoi preti, passato fos-
se dal cuore di quest' infame let-
terato, in quello di Gondorcet, di
Manuel, di Massimiliano Robespier-
re, e di Paris, e di tutti i com-
ponenti la grandadunanza de' mae-
stri rivoluzionari, come si esprime
r ex-gesuita Fantin des Odoards
neir imparziale sua Storia della
rivoluzione francese, che in più vo-
lumi fu stampata per ordine del
governo consolare di Francia, ad
uso delle pubbliche scuole di Fran-
cia ; ond'altro da loro non si po-
teva aspettare, che l' infelice rove-
sciamento della disciplina e del
domma. In fatti con un solo de-
creto dell'assemblea legislativa lestò
distrutta l'opera di tanti secoli,
cioè tutti gli ordini religiosi, tutte
le congregazioni morali , tutte le
confraternite, e quasi ogni memo-
ria di religione cattolica , facendo
sopra tutti gli ecclesiastici che la
FRA
sostenevano, una carneficina si cru-
dele, che la niauu s'inorridisce al
solo accennarla, onde per la storia
degli orrendi massacri del clero
francese, si vegga il fiancese I3ar-
luel che ne compilò la storia con
ecclesiastica libertà, nel tempo che
dimorava nell'Inghilterra, dove si
era ritirato, per non restar vittima
anch'esso di questa fiera persecu-
zione. Il fanatismo, l'irreligione,
J'empietàj la barbarie più inaudi-
ta e crudele, furono capaci di sov-
vertire in pochi momenti que' cuo-
ri, che prima si decantavano per
saggio della gentilezza, dell'umani-
tà, della dolcezza, e della ge^iero-
sità , di cui l'anteriore storia ne
presenta gli esempli. Eppure a me-
moria dell'età futura bisogna qui
darne qualche idea irrefragabile ,
lasciataci da uno spassionato fran-
cese. Il Montjoie nella sua His Coi-
re de la conjuration de Maxiini-
lien Robespierre, Paris 1801, nel
tom. IJ, pag. 64, parlando dell'in-
fame massacro delle vittime della
rivoluzione di Francia, dice che i
calcoli più moderati fanno monta-
re a trecento il numero delle te-
ste, che ne' soli sei ultimi mesi del-
la tirannia di Piobespierre cadeva-
no giornalmente, onde in detti sei
mesi cinquantaquattro mila infelici
perirono sotto la guillottina. Si va-
lutano a centomila il numero dei
francesi, che in alcuni mesi furo-
no massacrati ne' dipartimenti del
mezzogiorno, a duecentomila quelli
che nello stesso tempo furono guil-
lottinali nel Lionese e nel Forez.
Il solo sanguinario Carrier, satellite
furioso dell' inumano Robespierre,
fece dare la morte a quarantamila
de' suoi concittadini. In qual secolo
della barbarie, soggiunge il pre-
detto scrittore francese, e sotto qual
FRA 91
tiranno, vi fu un esempio di cos\
spaventosa carneficina ?
Or Pio VI in questa dolorosa
catastrofe, in cui la principal mira
del governo francese d'allora, era
la totale distruzione dell'antica loro
religione, spedi un breve de' ic)
marzo (presso l'Hulot p. i8g) al
clero e popolo francese , in cui
trionfa non meno il suo zelo, che
la ragione, appoggiata e convalidata
con sagra erudizione della più anti-
ca inconcussa ecclesiastica discipli-
na. Dopo avere ammirata la loro
costanza , ed il coraggio con cui
avevano resistito alle atroci irre-
ligiose minacce dello slesso gover-
no, il Papa li esortava vivamen-
te alla perseveranza, e a richiamar
col loro cristiano esempio al retto
sentiero quelli che da esso avesse-
ro . traviato , e seco loro si ralle-
grava per le molte ritrattazioni
dal loro zelo acquistate da infi-
nite persone, le quali per la spe-
l'anza di caduchi beni, e per ti-
mor de'pericoli, erano cadute nello
scisma, onde Pio VI protestava di
riammettere colla maggior dolcez-
za alla comunione della Chiesa
quelli lutti, che dato avessero sicu-
re prove del loro ravvedimento, e
però richiamava nuovamente a'ioro
doveri, nel termine di due mesi,
tutti que'vescovi e preti che trop-
po deboli si erano dimostrali nel
sottomettersi alla nuova Costìluzio-
ne civile del clero, dall' assemblea
prescritta, dopo i quali due mesi, e
dopo un termine simile di moni-
torio, egli sottoponeva tutti gli osti-
nali alla scomunica da'sagii cano-
ni fulminata non meno contro gli
eretici, che contro i fautori anco-
ra dello scisma.
Quindi sollecitato il santo Padre
dai vescovi francesi, con lettera dei
02 FRA
i6 dicembre i 791, ad accordar lo-
ro ìli circostanze lauto infelici, piti
yinple e più estese facoltà del con-
sueto j egli con altro breve del
giorno predetto 19 marzo (presso
J'IInlot p. 2o5) gliene concesse in
gran numero, e con alcune con-
dizioni, che il medesimo Hulot ri-
porta a pag. 207. Una così stiaor-
dinaria condiscendenza di Pio VI,
ili cui nella stoiia ecclesiastica si
trovano rari e.»empi, non soddisfe-
ce pienamente le richieste di quei
juelati, giacché domandando essi
l'ia le altre facoltà, ancor quella
di assolvere gli ecclesiaslici intrusi,
e credendo che il Papa di questa
8i fosse dimenticato, gliene replica-
rono la richiesta. Egli adunque in-
dirizzò ad essi un altro bieve dei
i3 giugno (presso l'Hulot p. 222),
nel quale li avvisava di non esser-
si punto scordalo, ma che non l'a-
veva fra le altre facoltà inclusa ,
perchè questa ad esempio di quan-
to era stato praticato in diversi
concili della Chiesa, doveva essere
iissolulamente riseibata all' auto-
rità pontificia. Ciò non ostante, do-
po aver riportalo nel suo breve
alcuni lumiiiusi esempi dell' antica
Chiesa , unifurmaiidosi al conci-
lio Alessandrino, presso il Labbé
Conci!, toni. IH, col. 343, accordò
loro la facoltà di assolvere i sacer-
doti intrusi e .scismatici del secon-
do ordine, purché avessero prima
abiuralo il giuramento civico, e
tutti gli errori contenuti nella nuo-
va costituzione civile del clero, a-
vessero giurata obbedienza alla san-
ta Sede, ed a' vescovi legittimi, ri-
nunziato alle parrocchie usurpate, ed
eseguito tuttociò in pubblico, per
riparar lo scandalo da loro dato ai
fedeli. Riguardo poi a'vescovi intru-
si, Q consagrauti gì' intrusi, come
FRA
capi dello scisma di quella nazione,
ne liserbò Pio VI a sé solo, o suoi
successori l'autorità di assolverli.
JNello slesso breve il Pontefice
palesava la sua afflizione per l'o-
stinazione de' quattro antichi ve-
scovi nel partito che avevano prc'
80 obbrobrioso di unirsi alle mire
dell' assemblea nazionale , e per
l'insolen/a di quelli, che intitolan-
dosi vescovi costituzionali , sem-
bravano darsi loro stessi un nome
di partito, contrario alla Sede apo-
stolica , che parlavano per deri-
zione della loro comunione colla
santa Sede medesima, e declama-
vano contro il Papa, che li esorta-
va a ravvedersi , ed a soddisfa-
re pienamente la Chiesa. In fine
condannava i loro scritti e fra gli
altri V Accora des vrais principes
de VEglìse, de la morale, et de la
raison, sur la constitution civile du
clergé , par le.s évécjues des de-
partemens, mernbres de V assem-
blée conslìluante j nel quale die-
ciotto di questi vescovi, con l'intru-
so vescovo di Parigi monsignor
Gobel alla testa, procuravano di
rispondere all' Exposiùon de'tren-
taquattro vescovi; ma null'altro fa-
cevano, che radunare con manife-
sta ostinazione i sentimenti erronei,
scismatici ed eretici, da lungo tem-
po prima confutati e proscritti.
Sulla scrittura /^ccor<i ec. , veggasi
Jaiiffret, lìlemoires, tom. II, p. 376,
e Darruel che la confuta con una
lunga lettera all'intruso Gobel, ch'e-
ia uno de' dieciotto sottoscritti ;
nonché l'opera intitolata: Causa
de:" vescovi costituzionali della Fran-
cia in risposta al libro intitolalo:
Accordo dei veri principii della
Chiesa, 1795.
Or siccome gì' intrusi avevano
fallo girare un finto breve di Pio
VI, colla falsa data di Roma de'i
aprile, nel quale veniva questo Pon-
tefice a dichiarar falsi tutti i pre-
cedenti suoi brevi , ad approvare
la Cosdtuzionc civile del clero ,
ed insieme ad esortare i popoli a
sottomettersi a' vescovi ed ai par-
rochi costituzionali, così il Ponte-
fice nel predetto breve de' 1 3 giu-
gno avvisò i mentovati vescovi di
non lasciarsi sedurre da un s\ sfac-
ciato inganno del fìnto breve, che
egli condannava , avvertendo nello
stesso tempo, che gli audaci fab-
bricatori del falsificato breve, non
pensando a poter essere facilmente
scoperti nella loro sciocca menzo-
gna, senza prevedere i' errore che
li tradiva, lo pubblicarono dato in
Roma presso a s< Maria Maggiore
a'2 aprile 1792; quando appunto
Pio VI in quel tempo, non in s.
Maria Maggiore cioè nel palazzo
Quirinale, ma bensì a s. Pietro
in Vaticano faceva la sua residen-
za, dalla quale avrebbe segnato quei
breve, se fosse sfato suo, com'è l'u-
so costante de'Pontefici da più se-
coli a questa parte. E chi nei se-
coli avvenire non avrebbe dato fe-
de a questa scelleratezza, se non la
trovasse contestata da questo breve,
ma dalla sola storia con artifizio-
so dolo registrata ?
Ricorsero pertanto i vescovi co-
stituzionari ad un altro de'suoi ver-
gognosi raggiri, cioè di protestare,
che se il Papa li aveva condanna-
ti, questa condanna non poteva a-
ver forza alcuna, se non era rati-
ficata per la Chiesa, e che questa
non aveva a tal proposito pronun-
zialo cosa alcuna. Ma fu anche tol-
to loro questa risorsa. Si raccolse-
ro i nomi de' vescovi, che si erano
uniti al giudizio di Pio VI, e se
ne pubblicò la lista, in una difesa
FRA. \)%
de'brevi di questo Pontefice contro
lo scritto di un religioso tedesco, nel-
la quale si contavano oltre a cento-
ventotto vescovi della Francia ch<;
avevano ricusato aderire al nuovo
ordine di cose, ventiquattro cardi-
nali, cinquanta vescovi dello stato
pontificio, tredici di diversi luoghi
dell' Italia, dieci della Germania ^
nove de' paesi vicini, quattro della
Savoia, quattro del contado d'Avi-
gnone, sette della Spagna, quattro
vicari apostolici nell'Olanda e nel-
l'Inghilterra ; r arcivescovo di Du-
blino, quello della Piata in Ame-
rica, due vescovi della China, e sei
in parlibus, in tutto duecento ses-
sanlatre prelati, ai quali si potreb-
bero aggiugnere ancora alcuni ve-
scovi dell'Irlanda, ed altri vicari a-
postolici della Scozia.
In questo modo i primi pastori
si uniscono al loro capo. Il corpo
episcopale aderisce alla decisione del
Vicario di Gesù Cristo, ed il giu-
dizio della santa Sede diviene quel-
lo di tutta la Chiesa. Una siffatta
autorità decide interamente la que-
stione de' vescovi costituzionali, e
non permette più il minor dubbio
a' fedeli, istruiti dell'ordine stabili-
to nella Chiesa, e del potere dei
primi pastori sulle cose della fede:
su questo punto veggasi il Jauffret,
Memoires tom. II, p. 385. Sembra
adunque, che con decisione sì chia-
ra si potesse dire con s. Agostino,
serm. 1 de verb. Aposlolor. » Jam
>' enim hoc de causa duo concilia
» missa sunt ad Sedem apostoli-
« cam ; inde etiara rescripta vene-
» runt; causa finita est; error u-
" tinam aliquando fìniatur ". La
Francia ha sentita la voce de'suoi
pastori, la Sede apostolica è stata
consultata, ed ha giudicato, la cau-
sa è terminata; potessero i france-
9 i F R A
si veder cos'i (lui lo l'errore! Eppu-
re questo in v«;ce ili terminare cre-
sceva sempre piìi. K nolo come l'in-
truso Gobei in comp;ii;;ni;i di altri
pieti e del cappuccino (Jiabof, com-
parirono a' 7 novendjre 1793 di-
nanzi alla convenzione nazionale,
abiurando solennemente il cristiane-
simo e il suo sacerdozio, dichia-
randosi atei. In quel giorno la con-
venzione emanò il decreto col qua-
le ordinò che si sostituisse un cul-
to ragione\'ole al cullo cattolico.
Seguirono allora le ributtanti pro-
cessioni di Hehort, (^haumette e lo-
ro compagni mascherati cogli abiti
sacerdotali, portando in trionfo per
nuova divinità una famosa danza-
trice di teatro avviluppata in un
velo, la quale fu condotta dalla sa-
la della convenzione nella chiesa
metropolitana di Parigi, e colà sa-
lutata quale Dea della ragione.: l'e-
sempio dato in Parigi fu imitalo
in molti luoghi della Francia. In-
oltre in Parigi per maggior di-
leggio fecesi percorrere le vie un
giumento vestito degli ornamenti
sacerdotali, accompagnato da un
carnefice armato di flagello.
Ma prima di uscire da questo
punto de' vescovi costituzionali gùi-
"verà qui l'osservare, che anche in
questi si ravvisò il frutto della
predetta decisione della Chiesa, e
de'suoi pastori. Tre aimi dopo que-
sta, cioè nel 1795, piìi della metà
delle sedie, che potevano riguardar-
si siccome occupate dai vescovi co-
stituzionali , erano vacanti. Molti e-
rano morti; altri fuggendo il terrore
di Robespierre (il quale colle mani
fumanti di sangue proclamò la fe-
sta deW Essere supremo, e sé stesso
sacerdote di tal divinità) avevano
rinunziato alle loro funzioni ; altri
avevano abiurato il loro stato, ed
FRA
altri si erano ammogliali ; onde
circa quaranta di questi falsi ve-
scovi si trovavano in qualcuna di
di queste classi. Ma ciò che piìi
interessa al nostro proposito, mol-
ti altri ritornarono all'unione del-
la Chiesa; fra questi Fauchet, detto
vescovo di Calvados, famoso per
l'ardore del suo patriottismo rivo-
luzionario , e per la stravaganza
de'suoi discorsi, nella sua prigione
altamente protestò nel 1793 il pen-
timento delle sue mozioni civiche,
del suo giuramento, della sua in-
trusione al vescovato, e degli altri
suoi misfatti . Lamourette, detto
vescovo di Rhone e Loire, giusti-
ziato alcuni mesi dopo Fauchet,
aveva sottoscritto a'7 gennaio 1794
una dichiarazione, dove si confes-
sava colpevole, per aver ricevuto
la consagrazione episcopale, occu-
pato una sede che non era vacan-
te, e disprezzato le leggi della di-
sciplina, e r autorità della santa
Sede. Egli stesso dopo la sentenza
della sua condanna, data dal tri-
bunale rivoluzionario, confessò pub-
blicamente di essere stato l'autore
dc'discorsi, che Mirabeau avea fat-
to sulle materie ecclesiastiche, on-
de riguardava il suo supplizio co-
me un giusto castigo di Dio.
Nella stessa maniera, Gobel, detto
vescovo del dipartimento di Parigi,
mostrò gli stessi sentimenti nella
sua prigione, dove non potendosi
confessare a monsignor Lathringer,
suo vicario vescovile , gli .scrisse
dalla carcere, inviandogli la sua con-
fessione, domandandogli perdono di
averlo indotto all' errore, e pregan-
dolo di trovarsi nel suo passaggio
al supplizio, per dargli l'assoluzione.
Per prova del suo ravvedimento e-
gli nella stia lettera si sottoscriveva
semplicemente vescovo di Lidda,
FRA
titolo legittimo, che aveva prima
di essere intruso nel vescovato di
Parigi. Paniset, detto vescovo di
Monte Bianco nella Savoia, dopo
aver lungamente lottato contro la
grazia, che lo richiamava al pen-
timento, ai l'i. febbraio 1796 fir-
mò la ritrattazione de' suoi scritti
e del suo scisma, conformandosi in
tutto ai giudizii della santa Sede
sulla (Jostiluzione civile del clero,
ed inviò questi atti a Pio VI, il
quale con un amorevolissimo cuo-
re lo felicitò del suo ritorno alla
unità della Chiesa. La stessa ritrat-
tazione fecero Roux, detto vescovo
delle Bocche del Reno ; Charriei-,
detto vescovo della Senna inferiore;
Montani, detto vescovo di Vienna;
ed altri, come abbiamo da JaufFret,
Memoires tom. II, p. 4?^ ^ seg.
Tal fu la fine de' vescovi costitu-
zionali, compensati con orrido sup-
plizio da que' medesimi capi del
governo rivoluzionario, al quale es-
si avevano prestato i loro rei talen-
ti, e le loro fatiche nelle perlìde
massime che progettavano per la
rovina delia religione, premiandoli
allora cogli immaginari vescovati^
e poi colla morte obbrobriosa, giac-
ché da simili rappresentanti non
si potevano aspettar altro che la
perfidia per compenso, e per gui-
derdone la crudeltà.
A tutti essendo nota la gene-
rosità di Pio VI, e perciò fuggen-
do dalla cominciata barbara per-
secuzione tutti i francesi, che vo-
levano conservare la religione an-
tica, e principalmente gli ecclesia-
stici non giurati, i quali altro in
Francia non potevano allora incon-
trare fuor della morte, a cui era-
no ricercati questi in gran numero,
e molti ancora di quelli che in al-
tri stati si erano rifugiati; si ritira-
FRA 95
vano nello stato pontifìcio, siciui
di miglior fortuna. Allettati veni-
vano essi da un breve del santo
Padre de' 24 ottobre, presso l'Hu-
lot pag. 2 35, diretto a lutti i
vescovi del suo dominio, per ani-
mare il loro zelo verso quei pre-
ti francesi, che la persecuzione del
loro paese faceva passare nelle lo-
ro diocesi. Con eguale impegno rac-
comandò Pio Vi gl'infelici emigra-
ti francesi a tutto il clero secolare
e regolare, e a tutti i vescovi della
Germania, con un breve de' 2 1
novembre, egualmente riportato
dall'Hulot a p. sSy, col quale pro-
curava di destare in essi l'antica
ospitalità a cui i santi padri han-
no sempre esortato i vescovi e gli
ecclesiastici d'ogni classe: in questo
stesso breve Pio VI lodò la nazio-
ne inglese, e Giorgio 111 per la
generosa pietà con cui accolsero gli
esuli francesi.
Per dare il Pontefice a tutti l'esem-
pio dell'ospitalità generosa che agli
altri raccomandava in favore dei
francesi, egli stesso assegnò del suo
proprio erario son)me considerabili
pel loro mantenimento, distribuendo
in oltre questi infelici, sotto la cura
di Gio. Francesco Falzacappa poi
cardinale, in diversi conventi dei
regolari, a convivere in proporzio-
nato numero, la qual cosa si fece
ancora nel restante dello stato pon-
tificio; onde questa pia accoglienza
di Pio VI fu riconosciuta con gra-
titudine da uno dei beneficati con
una lettera da tutti gli altri com-
pagni ratificata. È qui da notarsi,
che circa sei mila di questi emi-
grati per causa di religione, furo-
no accolti e mantenuti per diversi
anni negli stati del Papa, con quel-
la sufìicienza di vitto e vestiario,
che le gravi angustie di que' tempi
tì6 .FRA
hanno permesso : sicché a raggua-
gliare soli cento scucii annui a
testa, Io «tato pontificio ha volen-
tieri sofferto un peso di seicenlo-
uiila scudi annui. Eppure dalla
Francia non veniva piii un sol-
do in Roma per causa di sussi-
dio religioso dovuto al capo del-
la religione. Quando poi negli anni
seguenti il numero di questi esuli
crebbe all'eccesso, Pio VI fu costret-
to ad invitar tutti i luoghi pii per
soccorrerli, onde sollevar la came-
ra apostolica da tanto dispendio,
per non lasciarli privi di quella
carità, che loro usava, la quale si
ifide autenticala nelle medaglie in
oro ed argento, coniate nel I7q5,
e distribuite secondo il solito per
s. Pietro; ove si vedeva il Papa ri-
cevere amorosamente in trono ve-
scovi, preti, monache, ed altri esu-
li del clero francese colle parole:
CLERO GALllAE EXPULSO HOSPITIUM
ET ALIMENTA PRAESTiTA ; nel rove-
scio eravi l'effigie dello stesso Pon-
tefice, Ma in tanta affluenza di
foiastieri che la pietà di Pio VI
tirava al suo stato, da un paese di-
chiarato apertamente nemico suo,
la prudenza volle di diramare una
circolare a'vescovi, j-iportata dal-
l'Hulot a pag. I Da , per invigilar
sugli emigrati francesi, esigendo la
professione di fede, e di giurare
non esser seguaci di Giansenio. Ed
in fatti con questa vigilanza Tespe-
rienza fece conoscere doversi pren-
dere severe misure. Que' francesi
che si trovavano rifugiati a Lore-
to, tentarono nei primi di aprile
forzare le porte del tesoro della
santa Casa; in Bologna si tramò
una congiura dagli emigrali fran-
cesi e loro fautori; in Koma stes-
sa fu arrestata una sedicente pito-
nessa avignonese in abito da pel-
legrina, armata di aguzzo sfile, e
munita di due boccie di potente
veleno; alcuni emissari girovagava-
no vestiti simulatamente da veso-
vi, ed in via Condotti fu arrestato
un complotto di giacobini francesi,
fi^alquali eravi tutta la corte del-
le zie di Luigi XVf, IMaria Ade-
laide Clotilde, e Vittoria, che sino
dall'aprile del 1791 eransi rifu-
giate in Roma, che perciò licen-
ziarono sì indegni famigliari.
Costituitasi il 20 settembre i79'2
la convenzione nazionale, che tro-
vò le finanze neh' annientamenlo
dopo la emissione di due miliardi
duecento milioni di assegnati, nel
dì seguente tenne la prima sessio-
ne coH'abulire la regia autorità e
proclamare la repubblica, impren-
dendo a numerare da quel punto
la nuova era. L'anno si compose
di dodici mesi , ciascun de' quali
divisi in tre decadi, ec, nuovi no-
mi s' imposero ai mesi ed ai gior-
ni, incominciandosi l'anno repub-
blicano a' 2 I settembre, come me-
glio si è detto all'articolo Era del-
la repubblica francese {^Fecli). Lo
spirito di fazione dominò le succes-
sive adunanze, e diede luogo alle
pili accanite diatribe, ma sciagura-
tamente per la Francia i Danton,
i Robespierre , i ìMarat ed altri
mostri ebbero il predominio, e si
moltiplicarono i piii atroci delitti.
Un cupo rumore minacciava i gior-
ni di Luigi XV I, le accuse contro
il detronizzato monarca si succes-
sei'O, i più cavillosi sofismi si po-
sero in campo per distruggere la
inviolabilità personale dalla costi-
tuzione del 1791 riconosciuta: il
re fu separato da suo figlio, quin-
di aniihe dalla moglie, dalla figlia,
e dalla sorella, tristo preludio dil-
la baibara sorte che l'attendeva.
FRA
Nel tVi i3 novembre si agitò nel
calore de' partiti il suo futiuo de-
stino, e per risparmiare ai turenti
montagnardi l'assassinio, che non
t.i facevano ribrezzo di proclamare
a sangue freddo senza forma di
procedura, come colpo di stato,
dovettero cedere anche i più mo-
derati, dichiarando che Luigi XVI
sarebbe giudicato dalla coiivenzio-
ne , debole salvaguardia contro le
macchinazioni de'canibali del re-
gio sangue assetati. Fu chiamato
il l'e alla sbarra , onde udisse la
lettura dell'atto di accusa , e vi
fosse interrogato : la convenzione
era avida di tale confessione della
sua competenza di giudicale un re.
Le risposte di questi furono sem-
plici, chiare, precise, tutte verità
e dignitose; e se fosse stato un
particolare, sarebbe andato assolto,
ma egli era re, ed il popolo sovrano
giudicava un competitore. L'infernale
adunanza volle dare alla condanna
una forma legale, e fare della giu-
stizia una esecrabile belfa; permise
a Luigi XVI di farsi assistere da
uu difensore ; missione pericolosa
e la più onorevole ch'essere potes-
se conferita a de' sudditi, e cui ac-
cettarono con gioia , Malesherbes,
Desèze e Tronchet, nomi immor-
tali, cui la storia ha già associati
al più memorabile evento de' tem-
pi moderni. La loro eloquenza fu
inutile. Luigi XVI condannato pri-
ma di essere giudicato, il fu con-
tro ogni forma de' giudizi crimina-
li ; la sentenza fatale (u pronunzia-
ta il di 17 gennaio del 1793.
Una prima decisione quasi unani-
me lo dichiarò reo di cospirazione
e di attentato contro la sicurezza
pubblica; la seconda il privò del-
l'appellazione al popolo, e Ja terza
il condannò alla pena di morte,
voi. XXVil.
FRA 97
con la maggiorità di cinque voti.
La convenzione era allora formata
di 748 membri, de' quali mancarono
dodici; quindi se la condanna fu
decisa dalla maggiorità de' votanti,
noi fu dal maggior numero dei
membri dell'adunanza, ed invano
i difensori reclamarono contro la
illegalità di tale decisione. Un quar-
to appello nominale sentenziò la
nullità d'una nuova domanda del-
l'appellazione al popolo da Luigi
XVI interposta, ed un quinto or-
dinò r esecuzione della condanna
entro le ventiquattro ore. Rasse-
gnato alla sua sorte l'eroe cristia-
no, l'attese colla calma e serenità
di sua coscienza.
Il buon re avea giurato a Ma-
lesherbes, colla verità d'un uomo
che sta per comparire alla presen-
za di Dio, che in tutto il corso dei
suo regno non poteva rinvenire
argomento del più leggero rimpro-
vero. Pieno di fiducia nella divina
misericordia, richiese del prete En-
rico-Esse.^ Edgeworth de Firmout
vicario generale di Parigi e diret-
tore della sorella Elisabetta, ed uno
di quelli che non avevano prestato
giuramento, perciò dal re scelto ,
dopo l'intimazione della condanna
a morte. Gli ultimi momenti di
Luigi XVI furono i più gloriosi
della sua vita, pei pensieri geue^
rosi e per le pratiche di pietà;
egli stesso partecipò la sua con-
danna alla moglie ed ai figli, l'ul-
tima volta che li riabbracciò , nel
giorno precedente il suo supplizio.
Il mio cuore rifugge a descrivere
le lagrimevoli particolarità che pre-
cedettero, accompagnarono e segui-
rono r infame regicidio : tanta emo-
zione, pel complesso delle circostan-
ze e la qualità del personaggio sa-
grifitato, forse non provai giammai
7
q8 FRA
neir immenso interminabile cam-
po della storia, benché in questa di
Francia Giovanna d'.\j;co m' abbia
commosso grandemente coll'immeri-
tato suo fine. Il virtuoso re doman-
dò ed ottenne di ascoltare la mes-
sa, e di essere comunicato dall'ab-
bate Firmont prima di uscire dal-
la prigione, avendo a tale effetto
eretto un altare nella di lui ca-
mera, Clery suo cameriere fedele.
Trasportalo Luigi X"VI dalla sua
prigione col detto suo confessore
Firmont, alla piazza di Luigi XV,
giunto sul ripiano del patibolo ,
pronunziò distintamente le segnen-
ti parole. " Io muoio innocente
» di tutti i delitti che mi si ap-
« pongono ; perdono agli autori
» della mia morte , e prego Dio
>• che il sangue cui siete per spar-
» gere non si riversi mai sulla
» Francia ". Voleva continuare ,
ma Santerre lo impedì col battito
di circa venti tamburi, i carnefici
trascinarono lo sfortunato monarca
sotto l'ascia che con un sol colpo
cadere gli fece la testa , mentre
l'ab. Edgeworlh de Firmont escla-
mò : » Figlio di s. Luigi ascendete al
cielo"! essendo il 21 gennaio 1793,
ed il re nell' età di trentotto an-
ni, dopo averne regnato circa die-
cinove, lasciando grandi lezioni pel
mondo. Il suo corpo fu traspor-
tato nel cimiterio della Maddalena,
in cui i manigoldi il copersero di
calce viva, perchè non ne restasse
nessuna traccia; nondimeno per le
ricerche fatte nel i8i4) se ne scuo-
prì una parte, e tali reliquie pre-
ziose vennero trasferite solennemen-
te in s. Dionigio nel 2 1 gennaio
1 8 1 5. V. Storia, coììipiuta della
cattività di Luigi XVI e della fa-
miglia reale, Parigi 181 7. Memo-
rie particolari che formano con
FRA
l'opera di Hue^ e col giornale di
Clery la storia compiuta della cat-
tività della famiglia reale nella
torre del Tempio. Si attribuiscono
tali Memorie all'augusta figlia di
Luigi XVI, Maria Teresa Carlot-
ta duchessa d'Angouléme. Il sa-
cerdote de Firmont dopo essersi
recato in Iscozia dal fratello del
defunto il conte d'Artois, invitato
da Luigi XV 111 si portò a Blan-
kenbourg col quale rimase dieci an-
ni, finché mori nel 1807: il duca
d'Angouléme accor.ipagnò a piedi
la pompa funebre, la duchessa Car-
lotta sua sposa intervenne alle ese-
quie di chi avea ricevuto l'ultimo
sospiro di suo padre, e Luigi XVIII
compose l'epitaffio che fu posto sul-
la di lui tomba. Passiamo ora a
dare un cenno della regina e del
delfino.
La regina Maria Antonietta, do-
tata di uno spirito vivace e pe-
netrante, nonché di bellezza ed al-
tie doli, stimò ed amò il re suo
marito e ne fu teneramente ricam.-
biata. La sua troppa semplicità^ e
disprezzo per l' inesorabile etichet-
ta di corte gli fece de' nemici ; e
il discendere dal suo grado, e il
vantarsi di non essere più regina
per la privata vita cui si abban-
donò, dai più moderati venne di-
chiarato fallo non piccolo; quindi
calunnie e taccie d'imprudente con-
dotta, di leggerezza ed altro in suo
discredito. Si arrivò a credeila di
accordo co' suoi fratelli l' impera-
tore Giuseppe li, e l'arciduca Mas-
similiano a danno della Francia.
La didaraazione e i libelli si ac-
crebbero quaxìdo divenne madre,
e si giunse a dire che a spese del-
l'erario prodigalizzò per assoldare
i nemici della Francia; come gii
si imputò di grande influenza sul-
FRA
l'animo del regio consorte. L'im-
peralore fratello previde i pericoli
cui essa andava esposta , ma ella
per non separarsi dal re e dai suoi
figli, preferì d' immolarsi a' suoi
doveri. Anche la regina vide poi
le catastrofi che dovevano oppri-
inerla^ in un alla famiglia; parlò
inutilmente, e i suoi cousigli non
furono apprezzati. Dopo la rivo-
luzione Mirabeau istituì un pro-
cesso contro la regina, ed a Ver-
sailles si osò dai ribelli domandar
la sua testa, ed Orleans per re :
alcune guardie del corpo e La
Fayette generalissimo di quelle na-
zionali, impedirono la morte della
regina, ed altri eccidii. Indi la cor-
te fu trasportata, come dicemmo,
prigioniera a Parigi, nel modo il
più ributtante, oltraggioso e cru-
dele. Coll'aumentarsi le sciagure,
s'ingrandì il di lei carattere, e si
mostrò degna figlia dei Cesari. Ce-
dendo Luigi XVI a cercare un a-
silo a Montmedi nel comando del
marchese di Bouillé, la regina si
occupò de' segreti preparativi del
viaggio, che a Varennes ebbe ter-
mine per fatale destino, e per l'ec-
cessiva indulgenza del re, che non
si difese col drappello di cavalle-
ria comandato da Choiseul e Go-
guelat. Ricondotta la famiglia rea-
le prigioniera a Parigi, ove scam-
pò per prodigio a' 20 giugno 1792
d'essere tutta scannata, Maria An-
tonietta non s' illuse sui pericoli
imminenti ond' era circondata, pu-
re ricusò un' progetto di fuga cui
voleva proteggere La Fayette, per
non separarsi dai figli e dal re
consenziente. Di questi più previ-
dente e più ferma, ebbe la sven-
tura di non vedere accolti i suoi
consigli. Nella prigionia fu ridotta
alle più vituperevoli umiliazioni ,
FRA 99
non che a rifare il proprio letto ,
ed a scopare la sua camera, come
a rattoppare mentre era in letto
il re l'unico abito che questi ave-
va, divenuto cencioso. Disgiunta dal
consorte agli 11 dicembre iJQ'i,
lo rivide a' 20 gennaio 1793 per
darsi l'eterno addio: la separazione
de' coniugi, e del re dalla famiglia,
la descrisse con semplicità commo-
vente il lodato Clery. Rifugge l'a-
nimo a descrivere le pene della re-
gina per l'infelice fine del re, e
gli si negò di fargli vedere Clery
che avea ricevuto l'ultima volontà
del suo consorte. Tanta sciagura si
accrebbe quando gli fu tolto il del-
fino, che più non rivide.
Maria Antonietta ricusò ancora
una volta di porsi in salvo, men-
tre il suo processo progrediva. A' 5
agosto fu separata dalla cognata e
dalla figlia, e condotta nella carce-
re della Conciergierie; indi subì ini-
qui ed ingiuriosi interrogatorii di
giudici spregevoli ed inverecondi,
e quello che mosso a compassione
della sua sete ardente in mezzo
alle discussioni, gli die un bicchier
d'acqua, fu sgridato e tolto d' im-
piego. La regina si mostrò subli-
me nel suo processo, tutte le sue
risposte sono semplici, precise, pie-
ne di calma e di nobiltà. Il ter-
rore era al suo colmo in tutta la
Francia, per cui nessuno osò pren-
der le sue difese, ed il tribunale
elesse d'officio Trongon du Cou-
dray, e Chauveau-Lagarde, i quali
adempirono tanta pericolosa fun-
zione con tutto il coraggio e la
divozione che permettevano le cir-
costanze, e la persuasione dell'inu-
tilità del loro ministero. Maria An-
tonietta fu condannata ad unani-
mi voti a morte, sentenza eh' essa
udì alle ore quattro del mattino.
too FRA
senza mostrarsi sgomentata, a' i5
ottobre 1793. Alle oie undici, ve-
stita di bianco, co' capelli tagliati,
la regina accompagnata da un pre-
te e dal carnefice fu condotta su
di una carretta al supplizio, colle
mani legate dietro il dorso. Essa
erasi proposta di morire con pari
fermezza del suo sposo, e forse nel
massimo splendore di sua potenza
non mostrò la grandezza e mae-
stà con cui comparve nell'estremo
punto. 11 patibolo era stato eretto
sulla piazza di Luigi XV, nello stes-
so sito che nove mesi prima era
stato bagnato dal sangue di Luigi
XVL Tagliata che gli fu la testa,
fu dal carnefice presentata alla ple-
baglia, in mezzo alle grida di vwa
la repubblica : il di lei corpo fu
posto nella medesima fossa del ma-
rito, e pure ricoperto di calce vi-
va; tuttavolta nel i8i5 si rinven-
ne parte delle ossa , la quale fu
trasferita a s. Dionigio. Nel 18 16
venne eretta una cappella espiato-
ria nel luogo della sepoltura via
d'Anjou. In quanto al delfino Lui-
gi XVII, egli era nato nel 1785,
ed ebbe il titolo di duca di Xor-
mandia, e nel 1789 quello di del-
fino per morte del fratello Luigi
Giuseppe Francesco Saverio, a cui
Pio \ I avea mandato quelle fascie
benedette che descrivemmo ai voi.
XXI II, p. 220 e seg. del Diziona-
rio. Alla bellezza più rara ed a
tutte le grazie dell'età sua questo
principe accoppiava uno spirito pre-
coce, ed il germe delle piìi felici
qualità. Aveva soli quattr'anni quan-
do sua madre il presentò tra le
sue braccia ai parigini sollevati a'5
ottobre 1789, e sette quando fece
colla famiglia l'infausto viaggio di
Varennes. JVella prigione del tem-
pio i suoi detti ingenui, e le sue
FRA
risposte ingegnose furono per lun-
go tempo la sola distrazione che
provarono i suoi genitori ne' loro
immensi mali. Egli divenne re a' 2 i
gennaio 1793, quando perde la
vita il padre, da cui era stato se-
parato due mesi prima.
Il maggiore de' fratelli di Luigi
XVI, Luigi conte di Provenza, di-
morava nel castello di Ham in
Westfalia coti Carlo conte di Ar-
tois monsignore, quando seppe il
regicidio; si dichiarò allora reggen-
te del regno, e notificò alle varie
corti l'avvenimento del nipote Lui-
gi XVII al trono , mentre questi
era ristretto in dura carcere. L'In-
ghilterra e la Prussia non esitarono a
riconoscei'lo, e vennero imitate dal-
le altre potenze. II reggente infor-
mò in pari tempo i francesi di tale
avvenimento, ed il IMonitore ben-
ché ligio a' rivoluzionari, inserì per
intero nel suo giornale tale di-
chiarazione : allora a Tolone, nella
Bretagna , e singolarmente nella
\ andea tutta la popolazione prese
le armi per Luigi XVII. Temen-
do i ribelli che il principe venisse
involato ai loro feroci artigli, lo
separarono dalla madre , dalla so-
rella e dalla zia , ed il giorno 3
luglio 1793 egli fu consegnalo al-
l' infame e crudele Simon calzolaio
crapulone, che gli uiiiziali della
municipalità qualificarono precet-
tore, in un a sua moglie vera Me-
gera, che andarono perciò a dimo-
rar seco nella prigione. A seconda
dell' inique istruzionf de' comitati
della convenzione , la vile coppia
mise in opera quanto la scellerag-
gine pila brutale potè immaginare
per annichilare le forze morali e
fisiche del reale fanciullo. L'obbli-
gavano a ripetere i loro canti em-
pi e popolari , a bere de' liquori
FRA
forti, abusando di sua innocenza, e
quando esitava il principe a sotto-
mettersi al menomo capriccio di
Simon, questi lo batteva. Nel mese
di gennaio 1794 Simon tornò a
sedere nel consiglio della comune,
colla peggio di Luigi XVII più
ristretto in più cattiva prigione, e
dato in custodia a due mostri che
il trattarono iniquamente, con cibi
grossolc.ni , senza mai farlo cam-
biare di biancheria, e spaventan-
dolo persino ne' sonni ch'era co-
stretto prendere: la rivoluzione del
9 termidoro che mitigò i mali di
tanti francesi, non arrecò che lievi
cambiamenti all'orribile condizione
del giovane monarca, che deterio-
rò notabilmente nella sua salute ,
e solo negli estremi di sua vita gli
fu accordato per medico il celebre
Dusault, ma chiamato troppo tar-
di com'egli si protestò. Dusault mo-
rì pochi giorni dopo, ciò che die-
de motivo a molte congetture. Del
resto, se è provato che non si usò
l'clfettivo veleno per viccidere il
principe, si usarono equivalenti mo-
di, e lasciando l'illustre vittima af-
fatto chiuso, senza aria , ricoperto
d'immondizie, e in mezzo al feto-
re il più insopportabile. Pelletan
e Daumangin altri medici, egual-
mente dichiararono 1' impossibilità
di salvare il principe, che agli 8
giugno 1795 in età di dieci anni
morì. 11 suo corpo fu sepolto nel-
la fossa comune del cimitero della
parrocchia di s. Margherita, in cui
non fu . possibile rinvenire poi le
reliquie.
A voler poi dire del fine di ma-
dama Elisabetta sorella di Luigi
XVI , essa ornata delle più belle
■virtù, di eccellente intelletto, ezian-
dio fu dotata di tal fermezza, che
sembrava fatta per le disgrazie ter-
FRA IDI
ribili alle quali era l'iserbata ; la
Francia intera applaudì a tante
egregie doti, in cui rifulse la pietà
e la carità. Amò e coltivò con buon
successo la botanica ; mai s' immi-
schiò degli affari di governo ; pure
sagacemente giudicò delle conse-
guenze degli avvenimenti ch'ebbe-
ro principio nel 1789. Divise le
disgrazie colla famiglia reale, e in
mezzo alle più spaventevoli cala-
mità, fece risaltare la rassegnazio-
ne e la generosità del suo animo :
inutilmente scongiurò spesso il re
ad usar di sua autorità, e ad ap-
porre un argine al torrente della
rivoluzione. Lungi dall' ubbidire il
fratello a seguire le zie, che credè
bene mettere in salvo, madama Eli-
sabetta volle restar al suo fianco,
per affrontare tutti i pericoli da
cui lo vedeva circondato per la sua
eccessiva indulgenza, e sagacemen-
te mantenne segreta corrispondenza
co' suoi fratelli Luigi conte di Pro-
venza, e Carlo conte d'Artois, che
in diverse epoche erano usciti dal-
la Francia. Fu a parte di tutte le
umiliazioni , affronti ed angoscie
della famiglia reale , ne divise ed
alleggerì le amarezze , obbliando i
propri mali, e divenne una secon-
da madre pe' sfortunati suoi nipo-
ti Carlotta e Luigi, restandogli so-
lo la prima dopo la separazione e
morte del fratello, della cognata e
del nipote. Dopo sì fatali perdite
Elisabetta non si occupò che di
conservare in madama Carlotta
quelle virtù sublimi, che tuttora
formano l'ammirazione del mondo.
A' 9 maggio 1794 Elisabetta fu
svelta dalle braccia della rispetta-
bile nipote , e condotta alla Con-
ciergerie, ed il giorno dopo venne
giudicata , condannata e giustiziata
ueir età di trent'anai. La sua spo-
I02 FRA
glia mortale fu senza pompa por-
tata a Mousseaux , e confusa con
quelle che vi si ammassavano gior-
nalmente dopo tante sanguinose
giustizie. In quanto alle zie di Lui-
gi XVI, Maria Adelaide Clolilde,
e Vittoria, che nel iJQi eransi ri-
tirate a Roma presso il Pontefice
Pio VI, poscia per porsi in salvo
dai loro nemici passarono alla cor-
te di Napoli , accompagnate da
monsignor Ercole Consalvi poi car-
dinale. Da Napoli le principesse si
trasferirono in Sicilia ove moriro-
no, senza regia pompa sepolte, fin-
ché a cura dell'eccelsa casa d'Au-
stria le loro spoglie mortali furo-
no portate in Gratz nella Stiria ,
ed ivi collocate nei sepolcri degli
antichi principi di quella provincia.
Quando il Pontefice Pio VI seppe
r orrendo regicidio, fu penetrato da
paterno e profondo cordoglio, e con
patetica commovente allocuzione,
presso l'Hulot a p. 264, spesso in-
terrotta dal pianto, il partecipò al
sagro collegio de' cardinali , con
queir apostrofe alla Francia che ri-
portammo al voi, XV, pag. 212
del Dizionario. Ivi pur si disse del-
ie esequie celebrate nella cappella
pontificia alla presenza delle zie
del defunto , e dell' orazione fune-
bre che vi fu pronunziata. Questa
fu pubblicata colle stampe, e tra-
dotta dal Ialino in italiano dal p.
d. Giuseppe Bernardo Carlieri , vi-
de la luce in Foligno coi torchi
del Tomas.^ini nel 1794-
Continuando Pio VI a procura-
re soccorsi al perseguitato clero di
Francia, oltre quelli che generosa-
mente somministrava ne' suoi do-
minii , premurosamente si rivolse
pure alla Germania, alla Spagna,
alle due Sicilie, e persino agli sviz-
seri, lodando il governo di Fribur-
FRA
go per il suo operato, con breve
che l'Hulot riporta a pag. 259, per
l'umanità, ospitalità ed aiuti dati
agli esuli ecclesiastici francesi. A-
vendo ordinato la convenzione na-
zionale che i matrimoni si fa-
cessero davanti alla municipalità
con quattro testimoni, in presenza
de' quali si dovesse fare una sem-
plice dichiarazione di pura cerimo-
nia , che bastasse alla validità di
questo sagramento; su questo pun-
to fu Pio VI interrogato da mon-
signor de Mercy vescovo di Lucon
a'28 maggio 1793, ed egli vi rispose
col breve presso 1' Hulot a p. 260,
con la l'isoluzione della congrega-
zione de'cardinali sugli affari allora
correnti della Francia, che i fedeli
cattolici di questa nazione, essendo
privi di parrochi legittimi, poteva-
no sposarsi in presenza di testimo-
ni cattolici , e poi presentarsi alla
municipalità per fare la dichiara-
zione comandata dalla legge della
convenzione, approvando la validi-
tà di tali matrimoni, benché sen-
za l'assistenza del parroco. Con al-
tro breve de' 3 1 luglio , presso
l'Hulot a p. 283, diretto al clero
e popolo francese , Pio VI condan-
nò un proclama apocrifo pubblicato
in Francia , col quale s' invitava i
popoli a prendere le armi contro i
nemici del trono ; e con altri brevi
riportati a p. 286, die schiarimenti
ai dubbi propostigli dai prelati fran-
cesi. Frattanto la convenzione na-
zionale avendo già abolito ogni cul-
to di religione, tutto dispose oc-
cultamente per abbattere colla san-
ta Sede la religione medesima: il
nunzio del Papa monsignor Dugna-
ni ruppe a Parigi ogni comunicazio-
ne, e si ritirò in Roma, ove al car-
dinal de Bernis rappresentante di
Francia erano stati tolti i poteri ,
FU A
restando nella capitale del cristia-
nesimo il solo console francese Di-
gue. A questo fine erano diretti i
molli emissari che clandestinamen-
te inviava a Roma, per comincia-
re dallo sconvolgimento della pub-
blica tranquillità e del buon ordi-
ne; e l'imprudenza del maggiore
di marina La Flotte, che voleva in-
nalzare lo stemma repubblicano sul
palazzo dell'accademia di Francia
e nella sua abitazione, non che
l'ardore manifestato per promove-
re il popolo romano a rivoluzione
dal console francese Ugo Basville,
provocò lo sdegno nel popolo: il
secondo ne fu vittima, e forni pre-
lesti alla repubblica francese per
effettuare la meditata occupazione
dello stato pontificio, e detronizza-
zione di Pio VI. Tra gli scrittori
francesi che compilarono imparzial-
mente la storia della loro rivolu-
zione, avvi r ex-gesuita Fantin des
Odoards succitato. Merita ancora
di essere letta la Raccolta di reta-
zoni pubblicate in Bologna nel
1 7g5 dall' autore del Dizionario
democratico , la quale non è che
una scelta dell' altra raccolta già
pubblicata in diversi piccoli volu-
mi nel 1794 e lyg?. Abbiamo in-
oltre , De Conny, Histoire de la
revolution de France, Paris i834,
tomi due.
Dopo la morte di Luigi XVI
lo scettro di sangue impuguato da
Robespierre colpiva ogni giorno
nuove vittime ; la legge costituzio-
nale del 1793, che nel popolo non
solo concentrava il potere, ma gUe
ne delegava altresì l'esercizio, si
dovè sospendere nell'atto stesso del-
la sua promulgazione, come rico-
nosciuta ineseguibile , benché san-
zionata da un milione ottocento
mila novecento dieciotto voti. Il go-
FRA io3
verno rivoluzionario mantenne l'or*
renda sua forma ; le stragi, le prò'
scrizioni , 1* empietà e le follie si
continuarono per tutta la Francia
sino al famoso giorno del 9 termi-
doro. A Parigi si profanò la celebre
chiesa di s. Genevett'a protettrice del-
la città, venne ridotta a sacrilego
Pantheon d'infami deità, e vi si tras-
ferirono le ceneri del sofista Rous-
seau, dell' incredulo Voltaire, e del
fazioso parricida Mirabeau. Mentre
la coalizione disponeva all' esterno
le sue forze per invadere la Fran-
cia, le truppe prussiane furono for-
zate di evacuare il territorio fran-
cese; la vittoria di Jemmapes pre-
parò la conquista del Belgio; e
quelle della Savoia e della contea
di Nizza, come dicemmo superior-
mente , fecero decretare la riunio-
ne di questi paesi alla Francia. De-
siderosa la repubblica di spargere
le sue massime all' estero, la con-
venzione nazionale dichiarò poscia
la guerra all'Inghilterra, all'Olan-
da, alla Spagna, e l'Europa in ve-
ce si collegò contro di essa : forza-
ta la Francia di resistere non so-
lamente a queste Ire potenze, alla
Prussia ed all'Austria, ma anche a
tutto l'impero di Alemagna, al Por-
togallo, alle due Sicilie, allo stato
della Chiesa, al re di Sardegna ed
ai vandeisti, che continuarono in-
quietarla, ordinò una leva in mas-
sa. Frattanto che , lo ripetiamo ,
nell'interno il sangue scorreva a
rivi sulle pubbliche piazze , e che
città intere erano in pieda alla de-
vastazione ed alla carni ficina, le ar-
mate della repubblica vittoriose nel
Belgio , dalla parte della Spagna ,
ed in Alemagna, preparavano la riu-
nione dei paesi di Porentruy e di
Montbeliard, ed i trattati conchiu-
si al fine del governo terrorista con
io4 FRA
la Toscana, la Prussia, le Provin-
cie-Unite, le quali cederono tutto il
territorio batavo alla sinistra della
Schelda occidentale, come pure sul-
le due rive della Mosa, al sud di
Vanloo, e compresavi questa piaz-
za, non che colla Spagna che cede
la parte orientale di s Domingo.
Prima della morte di Robespierre,
accaduta nel luglio 1794? che mise
fine al regno del terrore, la con-
venzione avea abolito le accademie,
le società scientifiche ed il culto
cattolico, sostituendovi come si dis-
se quello della Dea della ragione ;
aveva decretato l' atterramento di
tutti i castelli fortificati, torri o tor-
rette guernite di merlature, e po-
co dopo sottomessi i monumenti
alla vigilanza dell'autorità, il che
fu causa della distruzione di mol-
tissimi capi d'opera, sotto il pre-
testo che indicavano se2;ni di feu-
dalità. Devesi però alla convenzio-
ne nazionale , quando divenne in
qualche modo ragionevole, la scuo-
la normale, la scuola politecnica,
lo stabilimealo dei pesi , misure e
monete lUìiformi, secondo il siste-
ma decimale, ed il conservatorio di
musica ; essa a poco a poco ritrat-
tò i suoi primi decreti i-estituendo
le chiese, e sostituendo l'istituto
delle scienze e delle arti all' acca-
demia. Il decreto sulla tolleranza
dei culti, promulgato dalla conven-
zione nazionale nella quale per al-
tro dominava il filosofismo av-
verso alla religione rivelata , fu ac-
colto come un gran benefìzio, do-
po gli orrori commessi da Ro-
bespierre, da Marat e da altri pa-
ri loro. 11 culto cattolico se fu
permesso ebbe moltissime restri-
zioni neir esercizio , e questa leg-
ge fu in vigore sino al concorda-
lo di Pio VII. Parigi ed altre
FRA
città della Francia, massime Bour-
ges, presentarono un commovente
spettacolo religioso , nel riaprire
molti sagri templi, uscendo dai na-
scondigli parecchi preti cattolici, e
gran numero di quelli che aveva-
no giurato, con edificazione si ri-
trattarono. L'era repubblicana co-
minciò a cadere in disuso, veden-
dosi osservate le domeniche ed al-
tre feste.
]Ma fatalmente ancora all'ombra
di tale religiosa tolleranza si scoprì
quanta zizania fosse nella chiesa di
Francia, giacché vi apparve pre-
ponderante quel clero che contro
la proibizione della santa Sede a-
vea giurato , e che scismatico di
fatti, affettava di farsi credere cat-
tolico, ed unito al centro dell'uni-
tà. Anima di questo corpo fu il
famoso Gregoire vescovo costituzio-
nale di Loir e Cher, che spaccia -
vasi dai suoi partigiani uomo straor-
dinario suscitato da Dio. Sotto la
sua direzione si convocò in Parigi
un concilio nazionale, che presiedè
Claudio Leone vescovo di Rennes,
i cui decreti furono degni di tale
assemblea. Quindi deplorabile di-
venne la condizione de' fedeli in
Francia, dove, come a tempo degli
ariani, due cleri contrastavansi le
chiese e la ciurisdizione. 11 clero
scismatico dispregiato dalla piì» par-
te del popolo, ma che godeva il fa-
vore del governo repubblicano, e-
sercitava tutte le funzioni del culto
pubblicamente, intrudeva nuovi ve-
scovi sopra le sedi vacanti, ed an-
che sopra quelle che avevano tut-
tora il legittimo pastore , affettava
il maggior zelo per 1' osservanza
della religione, ch'era poscia smen-
tito dalla loro incontinenza. 11 cle-
ro cattolico poi. che aveva per sé
l' intima adesione de' fedeli, era o^
FRA
«lialo dai rivoluzionari, ed i preti
(hìamati nel loro gergo refrattari,
trovavansi continuamente esposti
fid ogni sorta di vessazioni, in on-
ta alia predicata tolleranza. Allor-
rliè stette per cessare il predomi-
nio del direttorio esecutivo, furono
incolpati di tutte le sollevazioni che
scoppiavano d'ogni parte, e perciò
proscritti con barbara legge de' 18
fiuttidor, come prevenuti di atti e
di sentimenti opposti a' principii re-
pubblicani, e perciò deportali nel-
le isole di Oieron e di Re. Allora
nuovamente lialzarono da per lut-
to il capo i giacobini , trionfaiulo
col suo teofilanlropismo il membro
del direttorio Reveillere-Lepnux.
Dopo r eccidio di Basville ve-
dendo Pio VI quanto fosse gran-
de l'u'a de'suoi nemici, prese delle
«nisure di sicurezza pei suoi stati
che vedeva minacciati, ed aumen-
tò le milizie: non prese 1 oliensi-
va, né si unì alla gran lega delle
potenze contro la Francia. Intan-
to la convenzione nazionale volle
prendere aspra vendetta del Pon-
tefice, non solo per la morte di
Basville, ma per non avere volu-
to il Papa riconoscere il suo mi-
nistro Segur, per la celebrazione
dell' esequie consuete ad ogni mo-
narca cattolico, e perciò fatte a Lui-
gi XVI, e per la promozione al
cardinalato dell' abbate Mainy, il
quale essendo deputato di Piccar-
dia, aveva in mezzo alla conven-
zione coraggiosamente diteso la san-
ta Sede, massime contro l'usurpa-
zione dello stato d'Avignone, per
cui la infuriata plebe voleva attac-
carlo alla lanterna. A' 26 ottobre
lygS la convenzione nazionale fu
a Parigi disciolta, sostituito il di-
rettorio, e proclamata la costitu-
zione dell' anno terzo, che pose il
FRA IO?
potere legislativo in due consigli,
l'uno di cinquecento membri, in-
caricato di compilare e proporre
le leggi, e l'altro di duecento cin-
quanta, che doveva sanzionarle. Il
potere esecutivo fu accordato al
direttorio perciò chiamato esecu-
tivo, e composto di cinque indivi-
dui: il numero de'voli che nepru-
dussero l'accettazione, ascese ad un
milione cinquantesette mila trecen-
to novanta. A fronte di tante in-
terne calamità, ed indescrivibili ec-
cessi, la guerra si continuava nel-
le esterne aggressioni sul Pieno ,
sulla Schelda, sulle Alpi, sui Pi-
lenei , e sulle coste di Bretagna,
e fu tale 1' ardore guerriero degli
eserciti repubblicani, tanti i pro-
digi di valore de'generali Pichegru,
]\loreau, Jourdan, che lungi dall'es-
sere invaso il suolo francese, si e-
seguì rapidamente la conquista del-
l'Olanda, si vinsero gli austriaci
nel Belgio, si occuparono le piazze
furli della Biscaglia, si preparò la
discesa in Italia, e la sanguinosa
strage di Quiberon compresse la
reazione degli sciovani prodotta dal
ministero inglese, il quale erasi
impadronito di tutti gli stabilimenti
francesi al Bengala, sulla costa di
Coromandel e di Malabar, di Ta-
bago, della Martinica, e d'una par-
te di s. Domingo; avea inoltre pre-
so la città di Tolone, la cui ripre-
sa manifestò il genio militare di
Bonaparte. La guerra della Vaa-
dea non si eslinse che nel marzo
1796 nel sangue di Charette, a-
vendola pacificata il generale Ro-
che, insieme alla Bretagna. Quin-
di incominciarono a spezzarsi i vin-
coli della coalizione, e la Prussia,
la Spagna, le Provincie- Uni te, la
Toscana, la Svevia, e l'Annover
riconobbero la repubblica france-?
io6 FRA.
se una ed indivisibile, e stabiliro-
no cou essa le dipiomaliche rela-
zioni; anzi la Spagna fece un'al-
leanza offensiva e difensiva, e di-
chiarò la guerra all' Inghilterra.
L'anno 179^ il nuovo ordine
di cose meno turbolento \alse a
riorganizzare i confusi elementi
della civile amministrazione, a sopi'
re lo spirito di parte, e ravvivare
Je sociali virtìi spente nell'esecrato
interregno dittatoriale. 11 nuovo
governo del direttorio, conservan-
do le prave intenzioni di chi lo
avea preceduto, d'invadere lo stato
della Chiesa, si gravò perchè Pio VI
aveva infranta a danno de' francesi
la sua neutralità, nel permettere nei
suoi dominii il passaggio d'un corpo
di cavalleria napoletana, che recava-
si nel Milanese ad unirsi alle arma-
le coalizzate contro la Francia, e mi-
nacciò vendicarsi. Intanto tre gran-
di armate marciarono contro l'Au-
stria , r una di Sambra e Mosa,
comandata da Jourdan, la secon-
da del Reno guidata da Moreau,
e la terza delle Alpi capitanata da
Bonaparte. E qui comincia la se-
rie di que' trionfi che sbalordirono
l'attonita Europa: le giornate di
JMontenotte, di Millesimo, di Mon-
do vi, di Lodi, di Castiglione di-
slaccarono dall' alleanza il re di
Sardegna, ed aprirono a'francesi l'I-
talia, ove fondarono le repubbliche
Cispadana e Traspadana, che riu-
nite formarono poscia la Cisalpina.
La brillante ritirata di Moreau
dal lato d' Alemagna non fu me-
no gloriosa, e salvò l'armata dal
disastro in cui la fiacca cooperazio-
ne di Jourdan era per avvolgerla.
Nel seguente anno 1796 i fran-
cesi senza preventiva dichiarazione
di guerra , determinarono di occu-
pare i dominii della santa Sede,
FRA
laonde Pio VI a risparmiare mu-
tili effusioni di sangue, ordinò ai
suoi sudditi di non opporre loro
veruna resistenza, contentandosi i
legati, i delegati , e i governatori
di fare soltanto legali proteste. In-
di avendo la Spagna, alleata della
Francia, fatta esibizione a Pio VI
di sua mediazione, il Papa accettò
l'offerta ed incaricò per la pace il
cav. Nicolò de Azzara allora mini-
stro spagnuolo in Roma. Giunto il
cavaliere in Milano per trattarla col
genei-ale supremo Ronaparte trovò
che questi si era portato in Bolo-
gna e l'avea occupata a' 19 genna-
io, invadendo successivamente tut-
ta la provincia e il Ferrarese. Di-
poi a' 23 giugno 1796 in detta
città il generale Bonaparte, coi
commissari Saliceti e Garrau, con-
chiusero col cav, Azzara, e mar-
chese Antonio Gnudi per la santa Se-
de l'armistizio con quelle durissime
condizioni che noi riportammo nei
relativi luoghi, oltre la cessione del-
le legazioni di Bologna e Ferrara,
e della città di Faenza, e il do-
versi chiedere scusa al direttorio
per la violenta morte dell'audace
Basville. Pio VI a' 28 giugno fir-
mò gli umilianti articoli dell'armi-
stizio, in vigore del quale doven-
dosi trattare la pace col direttorio
a Parigi, vi spedì a plenipotenzia-
rio il conte Pieracchi col grado di
internunzio, dandogli per aggiunto
il minutante di segreteria di stato
Evangelisti, che avea accompagnato
a Milano ed a Bologna colla qualifica
di segretario il ministro di Spagna.
Nella prima conferenza che il
conte ebbe in Parigi col ministro
degli affari esteri, questi gli mani-
festò che per articolo preliminare
della pace definitiva, voleva il di-
rettorio una pubblica ritrattazione
FKA
del Papa sui brevi co' quali avea
condannata la costituzione civile del
clero di Francia, senza la quale ri-
trattazione non poteva intraprende-
re trattativa di pace, ed osò pre-
scrivere la formola dell'atto. Som-
mo fu il dolore che provò Pio VI
nell'udire l' inammissibile esigenza
del direttorio francese, e co! pare-
re della congregazione de' cardina-
li, rispose a' i4 settembre, ch'era
pronto piuttosto a subire la morte ,
che tradire il suo onore, e violare
le massime costantemente osservate
dalla Chiesa. Allora il direttorio e-
secutivo, col pretesto che il Pierac-
chi e r Evangelisti non avessero
bastante plenipotenza per cedere le
due memorate legazioni, ambidue
li congedò da Parigi, Tentò Pio
VI a mezzo di monsignor Caleppi
poi cardinale, e del p. Soldani che
spedi a Firenze, di intavolare la
pace coi commissari Saliceti e Gar-
rau; ma essendo questi ostinati nel-
le pretensioni del direttorio , nulla
si conchiuse. Tutta volta Pio VI
sempre più inculcava a' suoi sud-
diti rispetto alla nazione francese ,
ma essi ma! soffrivano le loro mas-
sime rivoluzionarie, e le angherie
che commettevano in tutti i paesi
che andavano usurpando alla san-
ta Sede , più coi tradimenti , che
colle loro armi desolatrici. Finché
si trattò di piantar ne' luoghi gli
alberi della libertà, di atterrare lo
stemma pontificio, di abolire i ti-
toli e distintivi feudali ; tinche dai
rozzi agricoltori si credette, che si
volesse rinnovare a favor loro la
legge agraria, onde tutti indistinta-
mente fossero eguali, non solo nel
nome di cittadini, ma ancora nel
possesso de' terreni, la tranquillità
esteriore si manteneva sufficiente-
mente ; ma dacché si accorsero, co-
FRA 107
me descrive il Tavanti , Fasti di
Pio VI, tora. IH, p. 3o8, che sotto
il nome effimero di eguaglianza, non
intendevasi altro , che lo spoglio ge-
nerale delle casse pubbliche e dei
sagri depositi, la rapina, il saccheg-
gio, le contribuzioni , le requisizio-
ni e gì' imprestiti forzati per saziar
l'avidità de' repubblicani, e suppli-
re all' ingordigia de' loro coman-
danti ; dacché i popoli conobbero
clie più non v' era sicurezza né
delle proprietà, né delle persone,
che r ospitalità era violata co' tra-
dimenti, che le donne di qualun-
que stato erano esposte alla bru-
talità ed agl'insulti, allora il fer-
mento occulto, e il desiderio di ven-
dicarsi da tanti oltraggi si rese ge-
nerale, per cui alcune città e terre
massacrarono quanti francesi cad-
dero loro nelle mani, vendicati poi
con aspro rigore.
Procedendo Bonaparte vincitore
dal Tirolo sulle pianure alemanne,
JVIoreau ed Hoche ripresero sul Re-
no e sulla Mosa con miglior foi'-
tuna il piano di campagna, e l'Au-
stria con l'armistizio di Leoben per-
dette i Paesi-Bassi e i possedimen-
ti d' Italia , cioè il Mantovano
ed il Milanese, come il Modenese,
che furono uniti alla repubblica
Cisalpina. Conoscendo Pio VI le
mire del direttorio esecutivo, af-
fine di non essere rimproverato
di non avere posto in opera ogni
diligenza e precauzione per la si-
curezza de' suoi dominii , aumentò
il numero delle milizie, e la guar-
dia civica , e rese noto a tut-
te le potenze cattoliche i gravi
e sacri motivi che l'avevano in-
dotto a negare al direttorio francese
di convenire nelle sue esigenze, co-
me la risoluzione presa di pos-
sibilmente difendere lo stato se as-
io8 FRA
gl'edito. Ma già la sorte dello sta-
lo pontificio e quella del venera-
Lile capo della Chiesa romana era
slata dal direttorio decretata, tuas-
siiiie per l'istigazioni d' uno de' suoi
membri, Reveillere-Lepaux ben co-
uosciuto pel suo odio al cristiane-
simo, e pel suo stolto fanatismo di
stabilire la setta dei teofiiantropi ,
che principalmente consisteva in
non amare né Dio, né gli uomini.
11 generale in capo Ronaparte spe-
lando di ottenere pel direttorio
quanto desiderava da Pio VI , per
SI importante affare prescelse a me-
diatore il cardinal Mattei arcive-
scovo di Ferrara, che inviò in R.0-
xna al Papa con una lettera, nella
quale insistette sulla ritrattazione
de' brevi riguardanti la nuova Co-
sliluzione civile dtl clero più volte
<Ja Pio VI condannata. E qui ri-
flette a proposito il saggio francese
Jauffret, Méinoires tum. II. p. 479?
che questa costituzione non era in
Francia piLi in vigore da lungo tem-
po; ch'essa non faceva piìi parte delle
leggi dello stato , e che il direttorio
di cui r antipatia contro la religio-
ne e contro i preti non era equivoca,
non si curava più di questa costi-
tuzione , che dell aulica disciplina
della chiesa gallicana, e perciò non
bi poteva concepire per qual ragio-
ne si mettesse lauto ardore e tan-
to impegno neir esigere dal Papa
s"i fatta litraltazione, se non per
prendere un pretesto per non fare
la pace, e per tormentare ingiusta-
mente il Pontefice. Ma il Papa
fermo ne' suoi doveri, rispose con
quella bella lettera che riporta il
Tavanti, toni. IIl,p. 33o, insieme a
quella scritta da Ronaparte al detto
cardinale da Verona, in cui gli fa-
ceva sapere ch'era risoluto di far
marciare le sue truppe contro Roma,
FRA
per vendicarsi de' cattivi consiglie-
ri del Pontefice. In falli si aumen-
tò nel Rolognese l'esercito france-
se, ed il ministro francese Cacault
residente in Roma part'i per Ro-
logna, ov' erasi trasferito il genera-
le Ronaparte. Questi a' 3 1 genna-
io e primo febbraio pubblicò due
manifesti, in cui vantando le vitto-
rie riportate , e gì' ineseguiti palli
dell' armistizio , invitava il general
Victor a maiciar su Rnola. Avan-
zandosi dunque le truppe francesi
sid Senio accadde quell'assalto tra
le truppe francesi e papali, che ac-
cennammo all'articolo Faenza (^e-
di)^ perchè vinti i papalini, i fran-
cesi presero quella città , ed indi
Forlì e Cesena , non che S. Leo ,
Sinigaglia , Ancona ed altri luoghi
sino a Macerata; laonde al Papa
non restavano che le provincia di
Sabina, del Patrimonio, e di Ma-
rittima e Campagna, col timore
ben l'ondato di perdere tutto, avan-
zandosi i francesi rapidamente vex*-
so R.oma.
In tal frangente Pio VI spedi
plenipotenziari a Tolentino per con-
chiudere col generale Bonaparte la
concoidia , che ivi fu sottoscritta
a' 19 febbraio in ventisei articoli,
presso il Tavanti, e meglio nel Bec-
ca ti ni, Storia di Pio FI, tom. IV,
p. 69 e seg. Il Papa si obbligò a
separarsi da (pialinniiie coalizione
contro la Francia, licenziar le sue
truppe, chiudere i porti ai nemici
della Francia, ricevere guarnigione
francese in Ancona, rinunziare alla
sovranità su Avignone, sul V'enais-
sino, e sopra le tre legazioni di Ro-
logna, di Ferrara e di R^omagna ,
come ancora di pagar quindici mi-
lioni di lire tornesi, di somministrare
gran numero di cavalli e buoi, di
consegnar i quadri, le statue e i
FRA
tnss. convenuti nell' armistizio di
Bologna , oltre l' invio fi' un mini-
stro a Parigi per disapprovar la
violenta morte di Basville. L'auto-
re delle Memorie istori e he e filo-
sofiche di Pio fi, riflette che, tut-
to calcolalo, i francesi in queste vi-
cende forse avranno tolto dallo sta-
to ecclesiastico un valore di circa
duecento milioni di lire tornesi.
Pio VI adempì puntualmente ai
durissimi patti , e fu inoltre co-
stretto a rimuovere il cardinal Bu-
sca dalla carica di segretario di sta-
to, e conferirla al cardinal Giusep-
pe Doria già nunzio in Francia.
Inviò a Parigi per ambasciatore il
marchese Massimo, e l'avvocato Go-
rirossi quale inviato straordinario,
per disapprovare la morte di Bas-
ville. Intanto in sequela dei pre-
liminari di Leoben 5 a' 17 ottobre
il generale Bonaparte segnò la pa-
ce co' ministri austriaci a Campo-
formio, nella quale la Francia ac-
quistò le isole Ioniche con porzio-
ne dell'Albania, oltre i Paesi-Bassi,
e la repubblica Cisalpina allora for-
mata s'ebbe il INlilanese, il Man-
tovano e il Modenese: cosi termi-
nò la prima guerra continentale
della rivoluzione francese. Un qual-
che commovimento però si mani-
festò nei consigli e nel direttorio
di Parigi, ma le armi di Augerau
nella giornata del 18 fruttidoro ri-
condusse l'armonia, e l'esilio colpì
Carnot e Barlhélemy membri del di-
rettorio, undici individui del con-
siglio degli anziani, e quarantuno
del consiglio de' giovani sospetti di
cospirazione. Avendo Bonaparte for-
mato colla repubblica Cispadana e
Traspadana la Cisalpina , poi re-
gno d'Italia, coll'aggiunta delle tre
cedute legazioni , fu dessa procla-
mata indipendente dal direttorio ,
FRA lof)
fu obbligato Pio VI a riconoscerla
a media/ione del ministro della re-
pubblica francese in Roma , Giu-
seppe Bonaparte fratello del gene-
rale, ricevendo il suo inviato cav.
Bussi ; mentre i francesi non la-
sciando di promovere la democra-
zia, molte città de' pontificii domi-
nii r avevano proclamata ribellan-
dosi alla santa Sede.
Non contento ancora il diretto-
rio degl'immensi sagrifizi di Pio V f,
e mirantio sempre all' intera occu-
pazione dello stato pontificio ed al-
la detronizzazione del Pontefice ,
nel timore che Giuseppe Bonapar-
te non secondasse completamente i
suoi desiderii. ordinò al general Dn-
phault di piocurare l'adempimento
di sue brame colle armi e con le
rivoluzioni. Recatosi Dupbault in
Roma, apertamente incominciò le
sue manovre co' suoi fautori , che
onninamente volevano piantar l'al-
bero della libertà sul Campidoglio.
A tale effetto a' 28 dicembre 1797
i rivoluzionari con grida di viva la
libertà e coccarde tricolori , si re-
carono al palazzo Corsini alla Lun-
gara , abitazione di Giuseppe Bo-
naparte, per cui il governo ponti-
fìcio ordinò alla guardia civica di
richiamarli all'ordine, e n/icque zuf-
fa nel cortile e scale del medesimo
palazzo e presso la porta Settimia-
na. Allora sconsigliatamente il ge-
neral Duphault con la spada sfo-
derata si gettò in mezzo ai rivol-
tosi, animandoli a resistere alla ci-
vica ed ai dragoni accorsi al tumul-
to, laonde nel conflitto restò ucci-
so da un colpo di fucile. A nulla
valsero le rimostranze fatte à Giu-
seppe Bonaparte dell' innocenza del
governo sull'accaduto, pronto a dar
soddisfazione; egli sul momento ab-
bandonò Roma. Subito il cardinal
no FRA
Doria scrisse l'infausto avveuimen-
to al marchese Massimo , acciò in
Parigi offrisse al direttorio ogni sod-
disfazione, venendo contemporanea-
mente istruite le corti amiche del
fortuito accaduto. Non voile altro il
direttorio per consumare il suo pia-
no, dichiarando vero assassinio sen-
za esame la morte del suo gene-
rale ; commise quindi al general
Berthier comandante le truppe fran-
cesi in Italia, di occupare il resto
dello stato ecclesiastico, e d' impa-
dronirsi della sagra persona di Pio
YI. Si avanzò il general Berthier
col pretesto di punire i soli auto-
ri della morte di Duphault, ed in
vece s'impadronì a poco a poco dei
dominii restali al Papa, che ad on-
ta delle sue pacifiche intenzioni, e
contro tutte le assicurazioni ricevu-
te dai francesi, per cui non parli
da Roma , si vide invadere Castel
s. Angelo e la città, proclamare la
repubblica Tiberina, venendogli in-
timato che il suo regno era finito
alla presenza de' cardinali. Inoltre
si ardi offrirgli la coccarda e una
pensione, che l'eroico Pontefice pron-
tamente ricusò . S' imprigionaro-
no i cardinali, molti prelati e pri-
mari ministri; si dilapidarono per-
sino le camere inlime abitate da
Pio VI, cui dopo indescrivibili ol-
traggi gli s'intimò la partenza da
Roma pel di seguente, ed a' 20
febbraio i 798 un distaccamento di
francesi trasportò prigioniero il Pon-
tefice a Siena. A tenore dei pres-
santi ordini del direttorio, si volle
dai cardinali, prelati, ministri del-
la santa Sede, ed altri il formale
giuramento di odio alla monarchia,
e di fedeltà alla repubblica ed alla
costituzione , la cui virtuosa e co-
raggiosa ripulsa fu punita colla de-
portazione, e in altri modi sover-
FRA
chianti che altrove narrammo, col-
le circostanze di tanti lagrimevoli
avvenimenti. V. Roma ed i relati-
vi articoli.
Dopo il trattato di Campo For-
mio, il direttorio si preparò alla
guerra contro l'Inghilterra, nello
stesso tempo che inviò al congresso
di Rastadt il generale Bonaparte^
per combinare la pace coli' impero
d'Alemagna. Indi fece invadere la
Svizzera sotto pretesto di domare
i vandesi ribelli ; riunì con un trat-
tato le città libere di Mulhouse e
di Ginevra alla Francia, poscia inviò
il generale Bonaparte alla memo-
randa spedizione di Egitto, arman-
do in egual tempo contro la re-
pubblica di Venezia, colla flotta
della quale il detto generale si re-
cò in Egitto, la Russia, la Porta
ottomana, le due Sicilie, e le altre
potenze continentali, fuorché la
Spagna e la Prussia. Un seguito
di vittorie e di romantici aneddo-
ti accompagnò la bandiera france-
se fino nella Siria, e gli sforzi com-
binati dell'armata anglo-turca non
riuscirono che dopo tre anni ad
ottenerne l'evacuazione; tuttavolta
questa spedizione s'ebbe gli epite-
li di sgraziata e di gloriosa, il pri-
mo per la repubblica, il secondo
pei generale. Dimorando il prigio-
niero Pio VI in Siena, pel forte
terremoto che si fece sentire ivi il
primo giugno i 798 venne traspor-
tato alla Certosa di Firenze colla
piccola sua corte, ove il Papa fu
ossequiato da Carlo Eramanuele
IV re di Sardegna, e dalla ven.
Maria Clotilde sua consorte e so-
rella di Luigi XVI, che per aver
perduto il Piemonte e la Savoia
occupate dai francesi, si recavano
nella Sardegna. Mentre duravano
ancora le conferenze di pacificazio-
F R A
ne coli' impero a Rastadt in con-
seguenza del predetto trattato di
Campo Formio, si preparò la se-
conda coalizione, in cui le potenze
europee, tranne la Prussia e la
Spagna mentovate, rivolsero di nuo-
vo le armi contro la Francia, che
Joro come si è detto dichiarò guer-
ra. Il rinforzo d'una considerabile
armata russa guidata da Suvarow
fece piegare la bilancia a vantaggio
degli alleati, e le tiuppe repubblica-
ne dovettero dopo le disfatte del-
l'Adige, della Trebbia e di Novi, man-
canti del prode Joubert, che in que-
st'ultimo fatto rimase estinto, ab-
bandonare l'Italia. Dodici giorni di
ostinato conflitto nella Svizzera ar-
restarono la vittoriosa marcia di Su-
varow posto a fronte dell' intre-
pido Massena, mentre Brune fece
mancare in Olanda il tentativo di
invasione eseguito dalla flotta an-
glorussa sotto gli ordini del du-
ca di York. Erano però le cose a
mal partito, per la poca considera-
zione di che il direttorio godeva
in balia delle redivive fazioni che
agitavano Parigi e la Francia.
Sapendo Pio VI che in Roma
alcuni prestarono giuramento alia
costituzione, ne' primi del 1799 lo
condannò solennemente con due
brevi. Intanto non essendo tranquil-
lo il direttorio del luogo centrale ove
teneva prigioniero il Papa, e temen-
do i successi della guerra, prima sta-
biPi di tradurlo nella badia di Molk
presso Vienna, poi in Sardegna, o
meglio in Corsica, acciò vi rimanes-
se obliato secondo i pensamenti di
la Reveillere-Lepaux , e di Merlin
di Douai, ma a questo piogetto si
oppose il ministro Rheynhard te-
mendo gl'inglesi che padroni del
Mediterraneo nou riuscissero a libe-
rarlo. Dunque il direttorio decise
FRA itr
per maggior sicurezza e strazio del-
l'ottuagenario ed infermo prigio-
niero, di farlo trasportare nell' in-
terno della Francia. A' 27 marzo
1 799 Pio VI scortato da duecento
soldati fu portato via dalla Certosa
di Firenze, e sotto le ali della pro-
tettrice provvidenza, ed a traverso
di tanti pericoli, per Bologna, Par-
ma, Torino, e Moncenis giunse sul-
le frontiere di Francia. Entrato che
fu il sommo Pontefice su quella ter-
ra bagnata dal sangue di tante vit-
time, ed imbrattata de' più nefandi
delitti, benché d' animo grande e
disposto a qualunque martirio, si
intese ingombro de' più ftmesli pen-
sieri, considerando l'infelice fine di
Luigi XVI, delia consorte, della so-
rella, e di tante migliaia d'innocenti
francesi, fermi seguaci delia religio-
ne de'loro antenati. Fu Briancon la
prima città di Francia, che a'3o apri-
le accolse fra le sue mura Pio VI, e
fu qui eh' egli soffrì l' amara divi-
sione d'alcuni suoi fedeli famigliari,
divenuti sospetti ai francesi. Indi
proseguì dopo un mese il viaggio
per Grenoble. Il direttorio volendo
risecare le spese del viaggio, non
permise che supplisse l'eiario, e ne
gravò i diversi dipartimenti; ma
Pio Vi prese le sue misure acciò
non costasse ad essi neppure un
soldo. Da Grenoble s'avviò per Gap,
s. Marcellino, eRomans, giungendo
a Valenza a'i4 luglio, città che Dio
avea destinato per termine delle sue
sciagure. Allora il direttorio con uà
decreto dichiarò Pio VI prigioniero
di stato, che in mezzo alle durezze
ed alle privazioni, mai si lasciò usci-
re dalla bocca la più minima la-
gnanza. Così gemeva Pio VI sotto
la più ingiusta schiavitù, per cui ia
tutta la Francia, e nell'intera Eu-
ropa non si parlava che di lui, e
lì-i FRA
de' suoi oppressori: giammai il vi-
cario (li Gesù Cristo comparve si
grande sul trono medesimo del \a-
ticano, circondato da tutto il suo
maggior splendore ; e la dimora
di Pio VI in Francia servì nota-
bilmente a ravvivare la religio-
ne cattolica illanguidita in mol-
ti, e riuscì una serie di trionfi pel
suo augusto capo. E troppo no-
to con qual trasporto di divozio-
ne accorsero le popolazioni fran-
cesi dovuncpie fu condotto Pio VI,
con quali lagrime accogliessero le
di lui benedizioni, e con quale
figliale premura s' ingegnassero di
alleviare il peso delle di lui catene,
e come la schiavitù del vicario di
Cristo produrre vi facesse ravvedi-
menti, ritrattazioni, conversioni, vo-
lendo Iddio visibilmente far trion-
fare la sua Chiesa con que' mezzi
medesimi, che adoperavano gli in-
creduli per farla cadere nelT avvi-
limento e nel dispregio. Fu questa
ima manifesta prova, chela maggior
parte del popolo rimaneva fc-rma-
mente attaccato alla sua religione
cattolica.
Dubitando ancora il direttorio sul-
la sua preda, voleva fare strascinare
Pio VI a Dijon, ciò che non ebbe
elfetto, perchè deteriorando la sua
logora salute, fu vicino al punto
estremo. Nel ricevere il gran Papa
il ss. Viatico, pregò caldamente Dio
a restituire a Roma il Pontefice,
ed alla Francia la religione, la pro-
sperità e la pace, perdonando i
suoi nemici con tutta relfusione del
cuore; indi nella notte àe'iS ago-
sto venendo il 29 cessò placidamen-
te di vivere in Valenza. Roma, la
Chiesa, i suoi popoli furono il sog-
getto delle ultime sue voci mori-
bonde, colle quali teneramente be-
nedì gli affettuosi famigliari che com-
FRA.
pagni delle sue disgrazie erangli sfa*
li restituiti a Grenoble. In una la-
pide di marmo nero nella chiesa
cattedrale si legge la memoria delle
sue sventure, delle sue eroiche virtù,
e della sua gloriosa morte. In tal
modo il magnanimo Pio VI fra'cep-
pi, lontano dalla sublime sua Sede,
spogliato de'suoi dcminii terminò
la sua penosa vita. Uomo in tut-
to mirabile per le virtìi dell" ani-
mo , principe generoso e magni-
fico , meritava sorte migliore : pe-
rò fino dal punto di sua morte
gli stessi suoi nemici lo acclamarono
in Parigi grande sul trono, mag-
giore dopo esserne sbalzato, e mas-
simo nella gloria eh' erasi merita-
ta coir eroismo del suo contegno.
Tutte le nazioni gareggiarono per
onorarne la memoria, che immor-
talarono penne illustri. Da ultimo
il cappellano segreto d'onore del
regnante Gregorio XVI, monsignor
Pietro Baldassarri, già segretario
del prelato Innico Caracciolo mae-
stro di camera di Pio ^ I, e per
ciò testimonio de'suoi avvenimen-
ti, in quattro volumi ci ha dato
l'interessante e veridica Relazione
delle avversità e patimenti di Pio
VI, Modena 1840. Di questo ar-
gomento noi ne abbiamo trattato
in parecchi articoli del Dizionario,
ai luoghi relativi, come nell'artico-
lo Pio VI (Vedi). Intanto mentre
suonava tuttora il grido delle vit-
torie di Zurigo e di Berghen, e
della precipitosa ritirata russa, e
mentre il direttorio era lacerato
dalle divisioni dei suoi quinquevi-
ri, Bonaparte reduce dall'Egitto
sbarcò a Frejus il 9 ottobre 1799,
e volò a Parigi sul teatro degli
avvenimenti. Un suo colpo decisi-
vo, nel presentarsi cioè audacemen-
te a punta di baionette dentro il
I'^ R A
c(jnsigli() dei cinqiierento, dì con-
certo col direttore Sieyes, e con
gran numero di deputati, rovesciò
nelle giornate del 18 e 19 bni-
Miale, cioè 9 e i o novembre, la
costituzione direttoriale, ossia il so-
vrano potere del direttorio esecutivo,
in una parola dissipò la rivoluzione
incominciata da IMirabeau, ed in-
nalzò sulle sue rovine il nuovo
governo, del quale prese egli le
redini col titolo di primo console,
assoibi tulio il potere di un mo-
iiiucH, e come tale pas'^ò a risiede-
re nel palazzo delle Tuilleries. Eb-
be a colleghi Sieyes, e Pioger-Du-
cos, poco dopo rimpiazzali da Cam-
baceres, e Lebrun, andando però
sagacemente concentrando in sé so-
lo il potere esecutivo: in tal mo-
do il prode ed avventuroso corso
pose termine all'usurpazione del
1789 con un'altra usurpazione,
sotto il fantasma del governo con-
solare, e riun\ gli elementi che gra-
datamente dovevano condurlo al
sommo potere. 11 potere legislativo
fu affidato al senato, al corpo le-
gislativo, ed al tribunato. Cosi ven-
ne snaturata la costituzione, che
Sieyes meditava da molti anni di
dure alla Francia, e proclamossi
la costituzione consolare dell' anno
ottavo nel di 24 dicembre 1799
approvata da tre milioni undicimila
sette cittadini, f^. Colleclioii de
piéces inipovlantes relatives à la
ìé^'olution fraiicaise et aux homines
Cini cornine fondaleurs de la républi-
cjue. Oli comtìie defenseiirs des prin-
cipes inonarchiques, en ont cté les
acteurs ou le i'icn'nies, tomi cinquan-
ta, Paris, chez Brissot-Thivars. Vit-
torio Barzoni , Memorabili avveni-
menli accaduti sotto i tristi auspi-
ci della repubblica francese^ Italia.
J. P. Rabaud de Saint-Etienne,
voi.. XXVI.
FRA Ti3
Prcci<: de la revolution francaise
ornée de fìgures, Paris i833. Lui-
gi Thiers, Storia della rivoluzione
francese tradotta da Gaetano Bar-
beri, ]Milano 1840, tomi cinque. A.
Thiers, Storia della rivoluzione fran-
cese, prima traduzione italiana del-
l'edizione di Parigi del i834 di
Ermenegildo Potenti, Firenze i838
in tomi quindici. Il primo console
fece conoscere all'Inghilterra la sua
nomina, ed il voto della Francia
per la pace, ma il ministero non
volle aderirvi ; si rivolse allora a
riparare le perdite fatte in sua as-
senza, e marciò per riconquistare
r Italia. A riparare poi gli affron-
ti e le ingiustizie del direttorio
contro Pio VI, Bonaparte con de-
creto consolare ordinò sino dai 28
novembre, che dai magistrati di
Valenza si facessero al rispettabile
Pontefice solenni e decorose ese-
quie, ch'ebbero luogo a 29 genna-
io 1800, giacché per le sventure,
e pel sublime grado che aveva oc-
cupato in terra, avea diritto ai più
luminosi attestati della pubblica
considerazione.
La ritirata che nel 1799 ^^^^a
fatto Macdonald dall'Italia meri-
dionale, per cui le repubbliche ces-
sando del suo appoggio, disparve
prontamente 1' effimera romana ,
che aveva avuto consoli, tribuni, e
questori, nel qual tempo l'anarchia
e la depredazione erano all' ordine
del giorno, si in Roma che in
quella parte dello stato pontificio ,
che non essendo stata aggregata
alla repubblica Cisalpina, faceva
parte appunto della jepubblica ro-
mana. A' 28 settembre 1799 cessò
in Roma l'anarchico governo, par-
tì da essa il generale Garnier col-
la guarnigione francese, ed invece
r occupò il maresciallo Bonrcai d
8
ii4 FRA
colle truppe tlel re di Nnpoli Fer-
dinando IV^; indi il generale Nasel-
li in nome di tal monarca v'istal-
lò un governo provvisorio, prote-
stando che prendeva possesso di
tali dominii pel futuro Pontefice.
La divina provvidenza permise che
le potenze alleate nel togliere al
direttorio l' Italia, vi rimanesse tan-
to largo di tempo per eleggere
quietamente il successore di Pio
VI; e l'imperatore Francesco II
ch'era divenuto signore di Venezia,
olfr'i ai cardinali questa città per
la celebrazione del conclave, sicco-
me lontana dal teatro della guer-
ra, e più propria in quella circo-
stanza che non Roma, di recente
liberala dal giogo straniero. In Ve-
nezia riunironsi i cardinali disper-
si dalla precedente tempesta, ed
entiarono in conclave nella prima
domenica dell'avvento, ove ricevet-
tero lettere conforlalrici dall'im-
peratore, e da Ferdinando IV. Il
conte di Provenza, che alla morte
del nipote Luigi XVll aveva assun-
to il nome di Luigi XVllI, essen-
dosi ritirato in Russia, dalla sua
dimora del castello di Mittau in
Curlandia , nel rispondere alla let-
tera colla quale il sagro collegio
gli aveva partecipato la morte di
Pio VI, si esternò nel modo il più
religioso, ed affettuoso uisieme; e
qui noteremo che sino dai io giu-
gno del medesimo anno i '■09 la
superstite figlia di Luigi XVI, Ma-
ria Teiesa Carlotta, il re l'aveva
unita in matrimonio all' altro nipo-
te Luigi Antonio duca d' Angoule-
me e poi delfino, figlio del fratello
Carlo conte d' Artois. Intanto a' i4
marzo 1800 i cardinali esaltarono
al pontificato il cesenate caidinal
Barnaba Chiaramonti vescovo d'I-
mola, parente e concittadino del
FRA
predece.ssore, che ne volle prende-
re il nome, e chiamossi Pio VII;
egli si trattenne alcuni mesi in Ve-
nezia, e facendo prendere le redi-
ni del governo de' suoi slati ai
propri ministri, entrò poscia in Ro-
ma a' 3 luglio 1800, mentre i fran-
cesi tornavano a dominar l'Italia.
Aveva il primo console Rona-
parte riunito in Dijon sotto il co-
mando di Berthier un'armata di ses-
santamila combattenti, quando col
simulato passaggio del Varo, inve-
ce operò la porten'osa discesa del-
l'Alpi, superando le cime del gran-
■san-Bernardo: tutto cede all'impe-
to francese, e la battaglia guada-
gnata coir avanguardia da Lannes,
non fu che il preludio della stre-
pitosa vittoria di Marengo ottenu-
ta dall'eroe della guerra Bonapar-
te a' i4 giugno 1800, che rimise
tutte le piazze forti d' Italia nel-
le sue mani. Ritornato a Parigi
cogli allori di questa breve e
gloriosa campagna, e preservato
dalia cospiiazione della macchina
infernale ordita dagli sciovani ,
compì la pacificazione dell' ovest
della Francia, le armi della quale
nel medesimo anno liportarono vit-
toria ad Elionopoli in Egitto. Indi a
poco le vittorie di Moreau nell' Ale-
magna, massime quelle di Hochstedt e
di Hohenlinden, indussero più solle-
citamente gli alleati a pi^iposizioni
di pace, che poi si conchiuse nel
di 8 gennaio 1801, mediante il
trattato di Luneville, coli' Austria,
e coir impero germanico; le cessio-
ni della pace di Campo Formio
vi furono confermate, il Reno sino
al territorio olandese divenne il
confine della Francia, la Toscana
fu eretta in regno di Etruiia ce-
dendosi all'infante di Spagna Lo-
dovico, in cambio del ducalo di
FRA
Pnrma che pnssò alla repubblica
Cisalpina, e furono riconosciute le
indipendenze delle repubbliche Ba-
iava, Elvetica, Ligure, e Cisalpina.
Nel dì 28 febbraio mediante il trat-
tato di Firenze col re di Napoli,
che cede i suoi diritti sull'isola
dell'Elba, su Piombino e dipenden-
ze. Nel d\ 29 setlembr-e col Por-
togallo, mediante il tiatfato di Ma-
dridp che estese i limili della Gu-
iana francese all'imboccatura del-
l'Amazzone, limite portato l'anno
seguente a venti leghe più al nord.
Nel dì 8 ottobre colla Russia in
forza del trattato di Parigi ; nel dì
9 ottobre mediante i preliminari
colla Porta ottomana, e colla succes-
siva pace fu assicurata alla Fran-
cia la libera navigazione sul mar
Nero; finalmente ancor l'Inghilter-
ra depose le armi, e segnò col
trattato di Amiens del ^5 marzo
1802 la pacificazione del mondo,
dappoiché le repubbliche francese
e baiava, e la Spagna da una
parte, e l'Inghilterra dall'altra si
terminò la gueria di nove anni,
restituendo alla Francia le colonie
di cui erasi impadronita, senza che
la repubblica perdesse alcuna delle
sue conquiste, tra le quali trova -
vasi il Piemonte, riconobbe peiò
la repubblica delle sette Isole. Inoltre
la Spagna restituì la Luigiana, che
poscia gli Stati-Uniti acquistarono
dalla Francia nel i8o3. Frattanto
Bonaparte contribuì da un lato a
ristabilire l'ordine, ad innalzar nuo-
vamente gli altari, a fabbricare la
)<rosperità della Francia, non meno
che il suo ingrandimento: abolì il
calendario repubblicano, promulgò
nuovi codici di leggi unifoimi, ri-
dusse ad unità il sistema de' pesi
e misure, organizzò stabilmente le
finanze e tutti i rami di ammini-
F R A I r")
strazione, ordinò pubblici lavori di
abbellimento e di utilità nella ca-
pitale e nei dipartimenti, ed elevò
in somma la Francia al primo
rango delle potenze europee. Le
forzate lelazioni tra il nuovo Pa-
pa Pio VII, e i francesi contratte,
accordarono a quello il corpo del
suo illustre predecessore, che secon-
do la sua ultima volontà, con so-
lennissima pompa fu deposto nella
basilica vaticana, avanti il sepolcro
del principe degli apostoli.
Qualunque fosse stato il modo,
col quale il primo console arbitro
divenne della Francia, è certo che
in sulle prime si assodò il potere
adoperando i migliori provvedimen-
ti di un savio e robusto governo,
per cui la religione e la umanità
subitamente respirarono. Cadde a-
bolita la legge degli ostaggi che
faceva i pacifici cittadini malleva-
dori delle azioni de' loro parenti
contro il governo, e quella la quale
puniva ne' preti non solo gli atti,
ma persino i pensieri contrari alle
massime l'ivoluzionarie. Allora quei
magnanimi confessori della fede di
Cristo, che stavano rilegati sulle
coste della Francia, furono resti-
tuiti alle loro famiglie. Bonaparte
ordinò che ai preti non si doman-
dasse se non che un semplice giu-
ramento di fedeltà alla costituzio-
ne, senza obbligarli a quelle for-
mole sospette, che o inquietavano
la coscienza, o fomentavano lo spi-
rito di partito. Fu abolita la sa-
crilega festa de' 21 gennaio, il giu-
ramento d'odio alla monarchia, e il
divieto che dagli uffici escludeva i
nobili e i parenti degli emigrali:
fece pure scomparire le feste pa-
gane, e le mascherate de'teofilan-
Iropi. I piìi felici effetti si videio
nascere da questi nuovi regolamen-
ii6 FRA
li: più di ventimila preti, liberati
dal carcere, o dall'esilio rialzarono
gli abbattuti altari, e rinacque il
pubblico credito. Bonaparte nelle
sue viste politiche vide necessaria
lina riconciliazione colla santa Se-
de; conosceva che la maggiorità
della nazione francese intimamente
avversa al clero costituzionale, so-
spirava la sua riunione al centro
comune della Chiesa cattolica, per-
suaso che nel secondare il voto
della nazione accresceva il presti-
gio del suo nome, e si agevolava
la via al trono. Inoltre il line re-
ligioso del rialzamento degli altari
abbattuti in Francia al culto del
vero Dio , aprirono quasi sul)ito
negoziati colla santa Sede per uno
spirituale componimento, per ista-
bilire oltre altre cose , la pubbli-
cità del culto cattolico, il diritto
del primo console alla nomina de-
gli arcivescovi e vescovi, e del som-
mo Pontefice alla canonica loro
istituzione ; una nuova circoscrizio-
ne di diocesi, e la rinunzia de' ti-
tolari alle sedi loro , nelle quali
cose per le deplorabili circostanze
de' tempi, e pel bene della Chiesa
gallicana fu d' uopo convenire.
A. conchiudere un concordato su
tali basi Bonaparte si serv'i della
mediazione del cardinal di Marlinia-
iia vescovo di Vercelli, e Pio \ II
nominò plenipotenziari, che lo sta-
bilirono a Parigi il i4 luglio 1801,
fc nel dì seguente lo sottoscrissero,
ad onta della discordia seminata
dai giansenisti, nel concilio nazio-
nale di Parigi , che scaltramente
Bonaparte avea permesso si com-
ponesse de' vescovi costituzionali ,
recitando il discorso d'apertura il
famoso Gregoire. Quindi per l' e-
«•ecuzione del concordato Pio \'II
«peili in Francia il cardiual Coa-
FRA
salvi, e poscia v' inviò pure coll.i
dignità di legato a Intere i\ cardi-
nal Caprara; il concordato si ri-
porta al volume XVI, pag. 39 e
seg. del Dizionario. Il Barruel ci ha
dato l'opera intitolata . Sul Papa
ed i suoi diritti religiosi all' occ^t-
siane del concordato del l'òoi, fra
la repubblica francese, e la santa
Sede, Genova 180 3. Bonaparte con-
gedò il concilio nazionale, dileguan-
dosi cos\ al primo soffio avverso
il clero costituzionale di Francia.
Perchè il concordalo si mandasse
ad elfetto, scrisse Pio VII un bre-
ve ai titolari de' vescovati francesi
acciò rinunziassero alle loro sedi ,
onde conservare l'unità della Chie-
sa, e ristabilire pienamente la cat-
tolica religione in Francia. A te-
nore di tal breve , rassegnarono i
loro vescovati quarantacinque de-
gli antichi titolari,, de' quali se ne
contavano ancora ottantaquattro vi-
venti, e quattordici de' nuovi dipar-
timenti. I vescovi costituzionali e
giurati diedero anch' essi la loro
dimissione, ed alcuni si distinsero
con divoti indirizzi al Papa. I ve-
scovi del Belgio ne imitarono l'e-
sempio, come pure quelli della
Germania dei paesi alla sinistra
del Reno. I\on mostrarono egual
concordia di sentimento 1 vescovi
dimoranti in Germania , ne quelli
rifuEfiati in Inghilterra, che riuni-
lisi in assemblea a Londra, cioè
tre arcivescovi e quattordici vesco-
vi, la più parte di essi ritìutò di
dare la loro rinunzia. 1 vescovi che
ricusarono di dare la loro dimis»
sione ebbero molti seguaci lia i
più fedeli delle provincie dell'ovot,
e furono chiamati Petite Egli se.
La dissidenza di molti vescovi non
trattenne il cardinale legato d' ac-
cordo cui governo di dare esecu-
FRA
zione al coiioordiito ; liiUa ^c^^en-
sione de' rliparlimeiiti francesi si
divise in dieci arcivescovali, ed in
cinquanta vescovati , compresa la
Corsica, il Belgio e i paesi della
sinistra del Pieno. Si crearono di-
gnità capitolari, s'istituirono senii-
nari, e si fissò la rendita pei mi-
nistri del culto e pei prelati. 11 ve-
scovo costituzionale Gregoire passò
ad essere membro del senato con-
sci valore^ e l'altro vescovo Talley-
rand, allora ministro delle relazio-
ni estere, fu autorizzato da Pio Vl[
di esercitar gli uffizi della vita se-
colare e laica , fermo restando il
vuto da CUI era vincolato dopo la
sua ordinazione.
Il corpo legislativo approvò il
concordato come legge dello slato,
ma appresso il tribunato, e lo stes-
so corpo legislativo non solo fecero
adottare il medesimo concordato
come legge dello stato, ma insie-
me certe così dette leggi organiche
flel culto caltolicoj divise in settan-
tasetle articoli, delle quali nel coJi-
coidato non si era fatto menzione
alcuna, anzi si opponevano allo spi-
rito del coiicordato istesso, ed al-
cune direttamente apparivano con-
trarie ai sagri canoni , ed ai de-
creti de' concili ecumenici : ne ri-
feriremo cinque, le quali incorsero
in più grave censura.
" I . Nessuna bolla , breve , le-
scritto, decreto, mandato , provvi-
sione, né altre spedizioni della cor-
te di Roma, anche solo concernenti
i particolari, potranno essere rice-
Tute, pubblicate, stampate, né al-
trimenti messe in esecuzione senza
li permesso del governo '. (Non v'e-
rano eccettuati nej>pure i brevi di
peuitenzieiia).
" 24- Quelli che saranno scelti
per l'amr.'ìatslramcuto dei semina-
r?y i UT
ri sotloscriveranno la dichiara/niu»
latta dal clero di Francia nel 1682,
e pubblicata con un editto dell'an-
no stesso; essi si sottometteranno ad
insegnarvi la dottrina che vi è con-
tenuta, ed i vescovi spediranno l'at-
to di questa sommissione al consi-
gliere di stato incaricato di tutti
gli affari concernenti i culti ".
'» 36. Durante la vacanza della
sede sarà provveduto dal metropo-
litano, e in sua mancanza dal più
antico de' vescovi suffraganei, al go-
verno della diocesi. 1 vicari gene-
rali di questa diocesi continueranno
le loro funzioni anche dopo la mor-
te del vescovo, sino ai possesso dei
di lui successore ".
" 54. I parrochi non daranno
la benedizione nuziale, che a quel-
li, die comproveranno in buona e
debita forma, avere contratto ma-
trimonio avanti l'ufficiale civile ".
•5 55. I registri tenuti dai mi-
nistri del culto non essendo, e non
potendo essere relativi :he all'am-
ministrazione de' sagramenti , non
potranno in alcini caso supplire ai
registri ordinali dalle leggi per pro-
vare lo stato civile de' francesi ".
Né solamente ancora avea fatto
adottare dal tribunale e dai corpo
legislativo il concordato , le leggi
organiche concernenti il culto cat-
tolico, ma sibbene ancora gli arti-
coli organici dei culti protestanti.
Questi culti dividevansi nelle così
dette chiese riformate, ed iu chie-
se della confessione di Augusta, le
quali in tutto erano poste ad eguai
condizione della Chiesa cattolica, li
governo provvide ai trattamento
de' pastori concistoriali; dispose che
in Ginevra esservi doveano due se=
minari, i' uno pei ministri della
confessione augustana , l'altro pei
ministri della cliiesa riformata. Per
ii8 FRA
le chiese riformate fu stabilito che
dovevano aver de' pastori, de' con-
cistori locali, e de'sinodi; quelli del-
la confessione d'Augusta de' pasto-
ri, de' concistori locali, delle ispe-
zioni, e de' concistori generali. In-
tanto Bonaparte dispose che ai ve-
scovi costituzionali che avevano ri-
nunziato alle loro sedi, a titolo di
pensione fosse assegnato dal pubbli-
co erario un terzo della rendita di
CUI godevano i vescovi attuali in
esercizio; e fece scrivere al gover-
no inglese che discacciasse i vesco-
vi renitenti, che tentavano far na-
scere turbolenze nell' interno della
Francia.
Gli ordini cavallereschi ed i se-
gnali di distinzione aboliti nel 1791,
furono sostituiti nel 1802 dall'or-
dine della legione di onore. Bona-
parte si fece nominare presidente
della repubblica cisalpina, che pre-
se il nome di repubblica italiana ;
indi a' 2 agosto 1802 divenne pri-
mo console a vita , e due giorni
dopo una nuova costituzione, chia-
mata del 16 termidoro anno de-
cimo, ed appositamente modellata,
preparò la via a più strepitosi av-
venunenti. Inoltre Bonaparte. im-
pose nuove leggi alla repubblica li-
gure, e per sostenere la sua me-
diazione presso gli svizzeri, mandò
trentamila uomini nel loro paese,
armò nei porti sotto pretesto di
una nuova spedizione contro s. Do-
mingo eh' erasi ribellato nel 1801,
ma effettivamente contro V Inghil-
terra: questa potenza non s'ingan-
nò , e ruppe la pace nel maggio
i8o3. Nel precedente gennaio il
Papa creò cardinali Giuseppe Fcsch,
zio di Bonaparte, Belloy, Boisgelin
e Cambaceres, a' quali le berrette
cardinalizie con splendida cerimo-
nia furono da Bonaparte imposte,
F 11 A
assistito dagli altri due consoli, dai
ministri, e dai primari magistrati,
dopo la solenne messa, dicendo ad
ognuno nel porla sul loro capo :
desidero che la portiate per molli
anni.
Successivamente furono legalmen-
te riconosciute dal governo le con-
gregazioni religiose approvate in
Francia, come dei sacerdoti, o si-
gnori della missione, le suore ospi-
taliere , quelle di s. Carlo, quelle
chiamate Valelotes; si ristabilirono
i benemeriti fratelli delle scuole
cristiane, protetti dal cardinal Fesch
arcivescovo di Lione poi ministro
plenipotenziario in Roma col cele-
bre visconte di Chateaubriand per
segretario d' ambasciala. Fu pure
universalmente encomiato il rista-
bilimento della congregazione dei
preti secolari delle missioni estere.
Il governo francese riacquistò il
protettorato delle chiese di rito la-
tino in Levante, del quale era sta-
to privato dalla Porta ottomana
dm"ante la guerra.
La perdita di s. Domingo fu il
primo disastro prodotto dalla rot-
tura con l'Inghilterra, che secon-
dò i neri ribellitesi. Nel medesi-
mo anno i8o3, non avendo pro-
dotto il concordato colla repubbli-
ca francese quel bene che gene-
ralmente si sperava, a cagione de-
gli abusi introdotti cogli articoli
organici, Pio VII venne alla con-
clusione di un altro concordato, ma
colia repubblica italiana, che fu sot-
toscritto a Parigi a' 16 settembre,
concordato che riportammo al ci-
talo voi. a pag. 4"^' e seg., quindi
si discopri la cospirazione di Pi-
chegru perciò strangolato, e di Gior-
gio Cadoudal, nella quale furono
avvolti anco Moreau esiliato in A-
merica, e l'illustre vitlima di Vin-
FRA
cenncs il duca d'Enghien Borbone:
tali avvenimenti servirono a Bona-
parte di ullimo gradino per salire
al trono. F. Hisloire. da generai
Moreau, Paris i 8 1 4 ; Histoire du
general Pichegrn, Pai'ìs i8i4j ■^<'-
lizic segrete di Napoleone Bonapar-
te , Lugano i8i5; Pietro Cavedo-
ni scrisse la Fila di Luigi duca
d'Enghien, la quale si legge a pag.
65 e seg. del Giornale filosofico,
politico, istorico ec. della Foce del-
la ragione tom. IV. Il ligio sena-
to ne léce la prima proposizione;
Carnot fu il solo uomo libero, che
osasse combatterla nel tribunato,
tua finahnente il senalusconsullo
proclamò Napoleone Bonaparte im-
peratore ereditario de'francesi. Giu-
seppe e Luigi suoi fratelli furono
riconosciuti principi del sangue, e
vennero creati dieciotto marescial-
li dell' impero nelle persone di Ber-
thier, Murat, Moncey, Jourdan,
Massena , Augerau , Bernardotte ,
Soult, Brune, Lannes, Mortier, Ney,
Davoust, Bessieies, Kellermann, Le-
fehvre, Perignon, e Serrurier. Na-
poleone fu coronalo imperatore dei
francesi il giorno i8 maggio i8o4,
quindi con replicale e gagliarde
istanze invitò il Pontefice Pio VII
a recarsi in Parigi per coronarlo,
e consacrarlo solennemente. Per le
gravi ragioni che riportammo al
voi. XVII, pag. 22 1 e seg. del Di-
zionario, ove descrivemmo le ceri-
monie di questa pontifìcia corona-
zione, e nella speranza di togliere
dal capo di Napoleone i sinistri di-
segni di scisma, cui la sua inquieta
ambizione poteva ancora condia-re
ad effetto. Pio \II s'indusse ad
acconsentirvi non senza angustie,
perchè ne veniva dissuaso da al-
cune principali potenze di Europa,
e specialmente dall'opposizione del
FRA 119
re Luigi XV IH. Tuttavoita si tro
vò costretto ad intraprendere il fa-
ticoso viaggio di Parigi, scrivendo
il cardinal legato Caprara, che Na-
poleone si credeva meritare que-
sta condiscendenza del Papa, sicco-
me premio di (pianto avea opera-
to in Francia a benefizio della re-
ligione cattolica, e a' 2 dicembre
i8o4 nella cattedrale di Parigi il
coronò o per dir meglio l'unse in
un all'imperatrice Giuseppina di lui
mogUe, giacché Napoleone da sé
medesimo s' impose la corona sul
capo, e poscia mise sulla testa del-
la consorte altra corona.
Nell'anno seguente a' 26 mag-
gio, al modo che ho detto al cita-
lo volume, pag. 189, avendo Na-
poleone formato il nuovo regno
d'Italia, in compagnia dell'impera-
trice Giuseppina recossi in Milano,
e nella cattedrale si cinse la fronte
colla cox'ona feirea, e per perpe-
tuare l'avvenimento istituì per gl'i- •
taliani l'ordine equestre della coro-
na di ferro, e mise alla testa di que-
sto regno con titolo di viceré, Eu-
genio de Beauharnais, figlio che la
sua moglie aveva avuto dal suo
primo marito, e dall'imperatore
dichiarato suo figlio adottivo. Itt
qual modo Napoleone formò la
sua corte imperiale e reale , ne
demmo un cenno al voi. XI, pag.
2C) del Dizionario. In pari tempo
Napoleone riunì la repubblica li-
gure all'impero francese, e pub-
blicò il suo codice. Allora insor-
sero gravissimi dissapori fra la san-
ta Sede, e la Francia, e Pio VII
vide con pena mettersi in vigore
quel codice malgrado le sue rap-
presentanze, siccome contenente ar-
ticoli contrari alle leggi della Chie-
sa, massime per ciò che riguai da-
va il matrimonio ed il divorzio. 1
I30 FRA
giuramenti", le costituzioni, le leggi,
e gli alti ispiravano la più grantle
indiHerenza per tutte le religioni ;
e la tanto vantata prolezione di
Napoleone per tutti i culti, era una
protesta per autorizzare la potestà
secolare ad intromettersi fra l'ec-
clesiastica gerarchia. Indi nel mese
di ottobre le truppe francesi retro-
cedendo dal regno di Napoli, mar-
ciando verso Ancona improvvisa-
mente l'occuparono, stabilendosi in
([ueila fortezza e porto. Pio VII fu
colpito da fatto sì inatteso^ vide vio-
lata la neutralità, e fondatamente
temè prossima la guerra ne' suoi
stati. Alle rimostranze che fece il
Papa, rispose Napoleone con insul-
ti, meravigliandosi che gli dispia-
cesse vedere Ancona in mano dei
francesi, piuttosto che in quelle dei
russi, dei turchi, e degl' inglesi.
Non potevano naturalmente i
potentati riguardare con occhio in-
differente cotanta elevazione del mi-
litare fortunato, e però nuova al-
leanza strinsero gì' imperatori di
Gerniania e di Russia, e i re d'In-
ghilterra e di Svezia , ma l' esito
non fu felice. Gli austriaci furono
per metà battuti, Ulnia e Vienna
occupate prima che i russi arrivas-
sero, e la battaglia luminosa d'Au-
sterlilz compì nel i dicembre i8o5
la totale disfatta de' nemici, ed af-
frettò la pace di Presburgo , nella
quale l'Austria cede al regno d'I-
talia gli antichi stati di Venezia ,
compresa la Dalmazia e l'Albania,
e trasferì molti de' suoi possedi-
menti all'elettore di Baviera, e al
duca di Wurlendjeig , ambidue
creati re dalla Francia. Nel i8o6
la Prussia con un trattato cedette
i paesi d'Anspach e di Bayreuth ,
Cleves e Neuchàtel. Nel tempo istes-
so Napoleone fece invadere il re-
FRA
gno di Napoli , e con titolo di re
lo diede al fratello Giuseppe lìo-
napaite, indi eresse in regno l'O-
landa, e ne dichiarò re l'altro fra-
tello Luigi, concedendo il grandu-
cato di Berg egualmente per lui
eretto, al cognato Gioachino Mu-
rat, e i ducati di Lucca e Piom-
bino ad Elisa Bonaparte sua sorel-
la favorita, moglie di Pasipiale Ba-
ciocchi, mentre l'altra sorella Pao-
lina sino dal i8o3 l'avea maritata
al principe Camillo Borghese da lui
fatto governatore generale dei di-
partimenti al di là delle Alpi, dan-
do alla medesima il ducato di Par-
ma e Piacenza. Indi a' \i luglio
del medesimo anno 1806 sotto la
protezione di Napoleone si costituì
la Confederazione del Reno , sulle
rovine dell' antico impero romano,
proclamando la monarchia france-
se il giand' impero. L'imperatore
Francesco II che nell'agosto del
1806, e dopo l'erezione dellimpero
francese avea preso il titolo d'im-
peratore d'Austria ereditario, per
lo scioglimento dell' impero germa-
nico formalmente abdicò a quella
corona e al titolo d' imperatore di
Alemagna, dichiarò estinto l'ulllzio
e la dignità d' imperatore de' ro-
mani, creando un impero coi pro-
pri slati intitolato njonarchia Au-
striaca, della quale come primo im-
peratore prese il nome di P'rance-
sco I.
La Prussia tentò poscia una con-
tro-confederazione al nord dellAle-
magna , per lo che da Napoleone
di nuovo gli fu mossa gueria , ri-
portò la famigerata vittoria di Je-
na, e in due mesi sottomise la mo-
narchia, non che vinse i suoi al-
leati ; tla Berlino Napoleone decre-
tò contro gf inglesi il blocco con-
tinentale; i russi venuti m soccorso
FRA
•Iella Prussia fiiiono battuti ad Ey-
laii ed a Fiiedland , e poco dopo
a' 2 1 giugno 1807 ebbe luogo l'ar-
mistizio di Tilsit, ove a' 7 e 9 lu-
glio con duplice trattato la Fran-
cia stipulò l'adesione della Russia
e della Prussin al blocco continen-
tale, il loro riconoscimento della
confederazione renana , dei regni
dati ai fratelli di Napoleone, la l'i-
nunzia della Prussia a tutti i pos-
sedimenti fra il Reno e l'Elba, ed al-
la quasi totalità della Polonia prus-
siana a favore del ducato di Vai"-
savia dato all'elettore di Sassonia
divenuto ancb'egli re. Le isole Io-
nie fecero a cpiell'epoca parte del-
l'impero francese; eil ai 18 agosto
1 807 il regno di Westfalia , for-
mato allora a favore di Girolamo
l'onaparte altro fratello di Napo-
leone, si compose dell' Assia-Cassel,
del Brunswick, di Fulda, di Pa-
derbona, della maggior parte d'An-
nover e di altri luoghi. La Dmuì-
niarca come aderente al blocco con-
tinentale, vide la sua capitale bom-
bardata dagl'inglesi; mentre che
avendo loro il Portogallo aperto i
suoi porti , fu invaso dai francesi ,
rifugiandosi il re nel Brasile. Intan-
to il Pontefice Pio VII non volen-
do compiacere l' imperatore Napo-
leone, col porsi in istato di guerra
durevole colle altre potenze euro-
pee, come padre comune de' fedeli,
né chiudere i porti ai russi , agli
svedesi, agi' inglesi ; né espellere da
Roma , e dallo stato ecclesiastico i
russi, gì' inglesi , gli svedesi , i sar-
di ; né essere nemico de' nemici di
Napoleone: né riconoscere per re
di Napoli Giuseppe Bonaparte, per-
ché non richiedeva l' investitura
dalla santa Sede suprema signora
di esso, per non dire di altre più
gravi cose e cagioni , e per gli al-
l' R A 17 1
tri motivi difTusamente trattati dal
cardinal Pacca, dal cav. d'Aitaud,
dal Pistoiesi e da altri contempo-
lanei storici; l'ambizioso Napoleo-
ne in vece di mostrarsi grato ai
suoi benefizi , e rispettare la suu
pacifica neutralilà conveniente alla
sua dignità, incominciò ad invade-
re i suoi stati, siccome indicammo
al citato voi. XX, pag. 20 del Di-
zionario; prima occupò Ancona e
sua provincia, poscia fece altrettan-
to con quelle di Urbino, Macerala e
Camerino, Benevento e Pontecor-
vo. Indi il cardinal segretario di
stato Consalvi, vedendosi pel suo
zelo latto segno all'odio di Napo-
leone, creduto da questi fomenta-
toie di discordie col Papa, piìi vol-
te avea richiesto di ritirarsi, ciò che
finalmente ottenne, senza che le
pretensioni di Napoleone dimimns-
sero punto. Intanto gravi offese ri-
cevette la spirituale autorità del Ih
(chiesa nel regno d'Italia. A' 2 feb-
braio 1808 truppe francesi enti aro-
no in Roma, tenendo il Papa pii-
gioniero nel palazzo Quirinale, rin-
novandosi in lui i begli esempi di
pazienza e di rassegnazione, di for-
tezza d'animo e d'eroismo sacer-
dotale, dati dal suo gloi'ioso pre-
decessore,* limitandosi- Pio VII 'A
piotcstare, pregare, ed adduri-e in-
contrastabili ragioni sui sovrani suoi
diritti, conculcati dalla prepotente
forza.
Nel medesimo anno 1808 Napo-
leone riunì air impero i ducati di
Parma e di Piacenza, sotto il no-
me di dipartimento del Taro , ed
il granducato di Toscana, che ces-
sò di essere regno d' Etrm ia già
per lui istituito, dando il titolo fli
granduchessa alla sorella Elisa, che
pur dichiarò governatrice dei tre
dipartimenti della Toscana. IntU
i2a FRA
eiiUò con podeioso esercito nella
Spagna, forzando il re Carlo IV
ad abdicare il regno per conferirlo
al fralello Giuseppe Bonaparte re
di Napoli , dando invece questo
regno al cognato Murai : aven-
do convenuto Napoleone con Car-
lo IV, nel trattalo di Fontaine-
bleau, assegnargli in compenso la
città di Porto colla Lusitania set-
tentrionale, ciò non ebbe mai ef-
fetto. Urtando il suo orgoglio non
aver potuto superare la costanza
del Papa, fece uso Napoleone della
sua preponderante forza. La spo-
gliazione dei dominii pontificii ebbe
intero effetto , per decreto de' 1 7
maggio i8og, col quale riunì gli
stati romani all' impero francese.
Prima di fare Napoleone questo e-
Strerao passo spogliando de' suoi
stali il pacifico ed inerme capo
della religione , che a lui stesso ed
alla Francia avea fatto segnalati
benefìzi e sagrifìzi, procurò ricopri-
re la bruttezza di azione cotanto
odiosa con ispeciosi pretesti, e con
domande che appagandole il Papa
avrebbe reso sé stesso disprezzabile
al mondo, e tradito la propria co-
scienza, e negandole avrebbero ser-
vito di pretesto a Napoleone per
continuare la gueria e portarla agli
estremi. Gli richiese pertanto che
entrasse nella confederazione itali-
ca co' re d' Italia e di Napoli di-
fensiva ed offensiva; essendogli ciò
da Pio VII negato , a lui richiese
di far seco eguale lega, più gli or-
dinò alteramente di cacciar da Ro-
ma il console del re di Sicilia Fer-
dinando IV, senza che desso aves-
se offeso il Papa. Queste domande
riguardavano la sovranità tempo-
rale , indi ne produsse in campo
altre che attentavano alla spiritua-
le. Domando che una terza parte
FRA
de' cardinali potesse essere da lui
nominata, benché allora nel sagro
collegio vi fossero due cardinali ge-
novesi, uno alessandrino e sei fran-
cesi tulli dipendenti da Napoleone.
Finalmente questi intinjò in Pari-
gi al cardinal legato 1' accettazione
di sei domande come un iiUiina-
tum e quasi manifesto di guerra.
I ." La pubblicazione ed esecuzione
del Codice Napoleone negli stati
della Chiesa. 1." La libertà indefi-
nita ed il pubblico esercizio di tut-
ti i culti. 3." La riforma de' ve-
scovati e r indipendenza de' vesco-
vi relativamente alla santa Sede.
4.° L' abolizione delle bolle ponti-
fìcie intorno alla collazione de' ve-
scovati e delle parrocchie di giu-
risdizione della santa Sede. 5.° Che
il Papa in persona celebrasse la
cerimonia dell'incoronazione di Giu-
seppe Napoleone in qualità di re
delle due Sicilie. Quindi si minac-
ciò Pio VII che se non avesse dato
intera e sollecita adesione a tali ri-
chieste, avrebbe definitivamente per-
duto lo stato temporale. Né deve
tacersi, eh' avvi qualche scrittore il
quale asserisce avere il governo
francese domandato inoltre a Pio
VII un patriarca indipendente dal-
la santa Sede , e l' abolizione del
celibato delle persone consagrate al
culto della religione anche in for-
za del voto solenne. Le giuste ri-
pulse del Papa provocarono le ac-
cennate misure violenti prese da
Napoleone, inebriato di gloria mi-
litare. Indi ebbe luogo la notissi-
ma serie di violenze e d'insulti
usati anche in Roma alla vista di
Pio VII , contro il governo, i suoi
ministri, le milizie pontificie, i car-
dinali e la stessa sua sagra per-
sona.
Occupala Roma dalle truppe
F R A.
fi'iinoesi , circondalo ila esse il pa-
hi/zo Quirinale, dipendeva da un
cenno di Napoleone il farvi cessa-
re suir istante quell'ombia di so-
vranità ed esercizio del potere ci-
vile, ch'era rimasta al Pontefice as-
sediato nella sua apostolica residen-
za, ed inceppato eziandio nell'eserci-
zio del sublime suo ministero, nu-
trendo speranza l'arbitro dell'Euro-
pa di carpile dall'abbattuto Pontefi-
ce una abtiicazione alla sovranità
temporale. Ma il lento martirio che
trafiggeva di continuo 1' animo di
Pio VII, con vessazioni paragonabili
a dolorosi tormenti^ giammai espu-
gnarono l'animo suo sacerdotale;
sebbene mansueto e soave per in-
dole , a piedi del Crocifisso egli
prendeva vieppiù vigore e fortezza,
sostenendo i diritti della sovranità
e della Chiesa, con irremovibile co-
stanza; ed in questa lotta cotanto
diseguaie, egli solo ed inerme men-
tre custodiva i propri , difendeva
altresì i diritti degli altri sovrani
contro il più formidabile potenta-
to. In diversi tempi vennero strip-
pati dal pontifìcio fianco ventiquat-
tro cardinali, e rilegati altrove; il
prelato governatore di Roma Ca-
valchini fu mandato prigione alle
Fenestrelle, ed inutili riuscirono le
rimostranze contro tanti attentati ,
e il monitorio che fece Pio VII a
Napoleone. Lo slesso palazzo Qui-
rinale fu violato coir arresto e de-
portazione del cardinal Gabrielli e
di altri ragguardevoli prelati , per
cui Pio VII dichiarò pro-segretario
di stato il cardinal Pacca, che ne
imitò la moderazione e l'energia;
quindi gli arresti , deportazioni e
supplizi vennero comandati in Ko-
ma dai francesi. 4 tanti guai Na-
poleone volle aggiungere il tormen-
to delle coscienze, con esigere il
FK/V 123
giuramento di fedeltà, su cui Pio
VII diede le sue istruzioni, dichia-
rando illeciti quelli illimitati. Final-
mente a' IO giugno dello stesso anno
1809 in Pioma si cambiò dai france-
si interamente il governo, ed il ma-
gnanimo Pontefice cos'i scandalosa-
mente spogliato , protestò solenne-
mente nel medesimo giorno con
sua bolla, Quum memoranda, con-
tro le violenze alle quali la Sede
apostolica ed egli stesso erano fat-
ti segno, e coU'autorità di Dio on-
nipotente, dei beati apostoli Pietro
e Paolo, e con la pienezza di sua
pontificia potestà, ne scomunicò gli
autori, fautori ed esecutori, senza
però con mirabile prudenza nomi-
nare alcuno. La pubblicazione di
questa bolla destò in tutto l'orbe
cristiano un vero entusiasmo: cat-
tolici ed acattolici con istupore am-
mirarono il coraggio di chi senza
esercito affrontava il vincitore di
tanti eserciti, in Roma proruppe
in applauso l'intera popolazione,
che stava aspettando un sì grande
atto , e si propose di osservarne
scrupolosamente le prescrizioni, per
non incorrere nelle censure; il per-
chè fu tl'uopo cbe il tribunale del-
la sagra penitenzieria dichiarasse
con una istruzione quali persone
usando e trattando cogli scomuni-
cati, cadessero anch'esse nella me-
desima pena.
L'entusiasmo de'romani era pro-
porzionato all' irritazione che gli
animi sentivano contro gli oppres-
sori ; eransi più volte esibili di
tentar un colpo di mano per iscac-
ciare i francesi, e solo si frenò il
loro ardore, in conoscere che ciò
avrebbe cagionato il più profondo
dolore al loro sovrano e padre, che
abborriva lo spargimento di san-
gue, benché il generale barone Ra-
i?4 FR'^
(Ict Idogote'nente generale della gen-
flaiineiia in Toscana, fitsse accorso
a rinforzare In guarnigione di Ro-
ma con qiialliocento gendarmi ,
più di tulli temeva Murat nuovo
re di Napoli , vedendo le sue co-
ste iufeslale da una flotta anglo-
sicula, ed avvicinarsi a Civitavec-
chia a provocare la liberazione del
prigionicio Pontelice, ed a rinno-
var sopra i francesi una specie di
vespero siciliano. Fu perciò Murat
die a tutta possa si adoperò per-
chè fjsse allontanato Pio VII da
Roma, la cui sola presenza poteva
servire d* incentivo principale alla
sommossa de' popoli, ed a tal sa-
crilego fine fece entrare in Roma
un corpo di soldatesca napoletana.
Essendo d palazzo Quirinale chiu-
so da tutte le parti, non perchè si
volesse opporre resistenza all' ag-
gresviune, che già si prevedeva, ma
perchè risaltasse meglio iu faccia a
tutta lEuropa l'attentato che si mac-
chinava. Ciò nondimeno il general
Mioilis comandante dei francesi in
Roma, e che in capo dirigeva la
impresa, adottò tali mi»ure come
se dovesse assaltare una t'ortezza,
ed appoggiò l'incarico della scala-
ta delle mura del palazzo al ge-
nerale Radei. Sul)' albeggiar àti'G
luglio questi investi il palazzo da
tre lati con un corpo di truppe,
formando l' antiguardo da una ma-
snada di birri, galeotti, ed altre
infami persone. Scalate le mura,
e rotte le finestre, a colpi di ac-
cetta si abbatterono le porte, ed
alla rinfusa entrò la masnada nelle
pontifìcie camere con Radet alla
testa, al telro chiarore di torcie
accese. Giunti nella camera d' u-
dieiiza, rimasero colpiti dalla vene-
rabile sembianza del Pontefice, che
vestilo in raozzelta e stola mae-
FU \.
stosnmente sedeva, avente ai lati i
cardi'iali Pacca e Dt-s|>uig, ed al-
tri prelati e famigli inlimi. Radet
per uu istante fu compreso da ri-
spetto e da timore, indi tremando
si avvicinò a Pio VII, e gli disse
che doveva eseguire la penosa com-
missione d' intimargli a nome del
suo sovrano Napoleone di rinim-
ziare definitivamente alla sovranità
temporale, e di litirare la fulminata
scomunica , altrimenti avea ordine di
tradiulo fuori di Roma. Il Papa
con dignitose parole rispose nega-
ti \ a mente, ed alzatosi in piedi, col
cardinale Pacca s'avviò per mon-
tare nella carrozza ch'era pronta nel
cortile, colle tanto note circostanze
di cui sono piene le storie, e che
non inanchiamo riportare in di-
versi articoli del Dizionario. Il Pa-
pa fu condotto alla Certosa di Fi-
renze, indi nel Piemonte , e pel
Momenisio, a Grenoble, poscia a
Savona; ed il cardinal Pacca nella
fortezza delle Fenestrelle, mentre
piìi tardi il previdente Napoleone
radunò quasi tutti i cardinali, sot-
to i suoi occhi a Parigi . f^edi
Memorie storiche del ministero, dei
dì/ e i'it7g^i in Francia e della pri-
gionia nel forte di s. Carlo in
Fenestrelle, del cardinal Bartolomeo
Pacca, edizione seconda , Roma
i83o. Questa è una interessante, ve-
ridica e preziosa opera, ricca d'im»
portanti documenti ; tratta della
sua chiamata al ministero, della
bolla di scomunica, del trasporto
di Pio VII fuori di Roma, de'suoi
viaggi, vicende ed avvenimenti che
ebbero luogo nella sua deporta-
zione.
Allorquando gli inglesi si por-
tarono a soccorrere il Portogallo,
si collegarono cogli spagnuoli contro
i francesi: in questo tempo 1' Aii-
I' R A
sltia volendo ritentale la soi te del-
le armi, nell'aprile del 1809 pose
in eainpagna cinquecento mila com-
battenti, ma vinta a Piatisbona, la-
sciò di nuovo Vienna sua capitale
iu balia del conquistatore INapuIeo-
ne, il quale vinse pure la battaglia
di Essling , e quella di Wagram
a'6 luglio, quando cioè nello stes-
so giorno stringeva ne' lacci della
cattività il Papa^ e seguiva il sacri-
lego trasportamento fuori di Roma
e del suo slato. Quella sanguinosa
battaglia fu seguitata dopo lunghe
negoziazioni da un trattato di pa-
ce per lui vantaggiosissimo : egli
perciò abusando di tale combina-
zione, dare volle ad intendere che
Dio stesso approvava il modo, col
quale avea trattato Pio VII. Gli
accordi furono sottoscritti in Vien-
na a'i4 ottobre, co' quali conseguì
la promessa di matrimonio, pievio
il ripudio dtll'impciatrice Giusep-
pina, con l'arciduchessa Maria Lui-
sa primogenita dell'imperatore Fran-
cesco I, oltre la cessione alla Fran-
cia di Gorizia, Monfalcone, Trie-
ste, il circolo di Villacco nella Ca-
rintia, e tutti i paesi alla destra
della Sava, fino alle hontiere del-
la Croazia turca : nel medesimo
giorno Napoleone riunì questi ter-
rilorii, e la Dalmazia sotto il no-
me di Provincie Illiriche. Inoltre
l'imperatore d' Austria aderì al si-
stema continentale : lo stesso fece
la Svezia mediante la restituzione
della Pomerania svedese, e dell'i-
sola di Rugen che le erano sta-
te tolte nel 1807. Ritornato Na-
poleone a Parigi vi ricevette da
diverse deputazioni gì' incensi del-
l'adulazione, ne'quali imito al so-
prannome di grande, vi associarono
quelli di massiniG e di nltissbno.
Indi dichiarò che lo slato di
FRA I?*
Roma riunito all' impero france-
se, formerà due dipartimenti, cioè
di Roma, e del Trasimeno, non
che Roma la seconda città dell'im-
pero; che il principe imperiale, o
figlio futuro eh' egli potesse avere
dal suo matrimonio ch'era per con-
trarre con l'arciduchessa, non aven-
do avuto prole da Giuseppina, a-
vrebbe portato il titolo e riscosso
gli onori di re di Pioma; che un
principe del sangue, o un gran
dignitario dell' impero risiederebbe
in detta città , e vi terrebbe la
corte dellimpeiafore; che gl'impe-
ratori sarebbero coronati nella ba-
silica di s. Pietro, avanti il deci-
mo anno del loro regno; che qua-
lunque autorità straniera era in-
compatibile con r esercizio d'ogni
autorità spirituale nell'interno del-
l'impero; che in occasione del lo-
10 esaltamento i Papi presteranno
giuramento di non far mai alcuna
cosa contro le quattro proposizio-
ni della Chiesa gallicana ; che i Papi
avranno dei palazzi nei diversi luo-
ghi dell'impero, e necessariamente
uno a Parigi ed uno in Roma ,
e due milioni di franchi di ren-
dite in beni rurali saranno lo-
ro assegnati; e le spese del sa-
gro collegio de' cardinali, e della
congregazione di propaganda fide
le dichiarò spese imperiali. Il do-
minatore della Francia volle tut-
to ammassare in Parigi, e fue
di questa città l' unica sede delle
scienze, delle belle arti, d'ambediie
i poteri civile ed ecclesiastico; quin-
di i capi d' opera artistici di Ro-
ma , gli archivi ed altro furono
trasportati a Parigi, in un a quel-
h delle altre nazioni soggiogate.
Fra i ventinove cardinali che
Napoleone per cattivarseli e rivol-
gerli conilo Pio VII, avea radu-
i9.(i FRA FRA
nato in Parigi, ov' era pure coileg- Napoleone e 1' arciduchessa Maria
giato da sei le, vi si trovò il ce- Luisa, e si alFeltuò in persona ai
lebie cardinal (^onsnlvi,il quale sen- o. dei seguente aprile colla più so-
li dirsi da Napoleone, clie s' egli leniie pompa della corte imperiale
fosse rimasto alla diie7Ìone degli di Francia : la sposa ebbe il titolo
affari di Roma, non sarebbero le d'imperatrice de' francesi e regina
cose nello stato in cui allora era- d' Italia, e Giuseppina con grosso
no; ma il cardinale prontamente appannaggio si ritirò coi titoli di
rispose: » Vostra Maestà è in errore; imperatrice regina: V. \eLetlere di
gli affari sarebbero esattamente gli Napoleone a Giu.ieppina ^ e di Giu-
stessi ", come si legge ne Cenni hio- scppìna a Bonnpnrte, Bastia 1834.
grafici sul cardinal Consalvi, stam- Nell'anno seguente a' 20 mai zo l'im-
pati in Venezia nel 1824. In se- peratrice Maria Luisa partorì il
guito non andando a Napoleone a le di Roma ^ che nella sera rice-
genio il contegno di tredici car- vette l'acqua battesimale ed il no-
dinali, peichè avevano licnsato di me di Francesco- Giuseppe- Carlo-
intervenire alla solenne funzione Napoleone, chiamato allora Napo-
dcl matrimonio di Napoleone con leone II, nella cappella del palaz-
Maria Luisa, non essendo dal Pa- zo delle Tuillerie dal cardinal Giu-
pa dichiaralo nullo il primo suo seppe Fesch glande elemosiniere,
matrimonio contratto con Gitisep- Correndo l'anno 1810 la dieta sve-
pina vedova dei conte di Beauhar- dese di Crebro elesse in successore
nais, proibì a ciascuno di essi l'u- al re il maresciallo francese Ber-
so delle insegne cardinalizie, non nardotte, allora principe di Pontecor-
dovèndo in pubblico comparire se vo, che dichiarato nella dieta prin-
non vestiti di nero, donde nacque cipe reale, dipoi prese il nome di
allora la distinzione de'cardinali ros- Carlo XIV; e l'impero francese
si, e de'cardinali neri, i quali ultimi si aumentò col regno di Olanda,
fiu'ono indi privati d'ogni sussidio, il cui re Luigi Bonaparte abdicò,
giacché avea assegnato a cadauno del Valese, delle tre città anseati-
per dote cardinalizia trenta mila che di Brema, Amburgo, e Lu-
franchi, poscia dispersi e confinati becca , e della parte nord - ovest
in diversi luoghi della Francia in- dell'Alemagna, portando così il nu-
sieme al loro decano il cardinal mero de' suoi dipartimenti a cento
Mattei. Una pia società di france- tienta. Verso questa epoca, la più
si, pel fervido zelo dell'abbate Le- brillante al certo dell'impero fran-
gris-Duval, già benemerito di Lui- cese, Napoleone regnava sopra tren-
6' ^VI. per quattro anni conse- tacinque milioni di francesi, italia-
ciitivi generosamente sovvenne nei ni, olandesi, fiamminghi, tedeschi,
diveisi luoghi i cardinali rilegati, slavi, ec. ; i principi della sua fa-
essendo consultore di questa pia o- miglia o i suoi alleati comanda va -
pera, e distributore dei sussidi l'ab- no a quarantatre milioni di tioini-
bate Ferrucci segretario del cardi- ni, ed il restante del continente
nal Gabrielli: ditali beneficenze la europeo provava più o meno l'in-
principessa di Chimay ne imitò fliienza di questo conquistatore. Ve-
1 esempio. Agli 11 marzo 18 io se- di Commentari di Napoleone ,^\n^'
gni il matrimonio per proctun, tra .«elles 1827, in otto tomi.
FRA
Guardalo Pio VII in Savona tla
una compagnia di gendarmi, non
contenlo Napoleone, di averlo spo-
gliato della temporale sovranità, a-
spirò alle preingalive del pontifica-
to. Una di queste clie piìi l'irrita-
va era il diritto dell' instituzione
canonica, eh' egli stesso solenne-
mente aveva riconosciuta nel cori-
coidalo. Ma Pio VII dopo l'inva-
sione di Roma, considerandosi co-
me prigioniero, avea sospeso accor-
dare le bolle d'instituzione a'nuovi
vescovati nominati, e peggiorando
la sua condizione dopo la sua
cattività, avea continuato a ne-
garle, per lo che Napoleone si vi-
de nel bivio o di restituire Roma
e la libertà al Papa , o veder
la Francia e 1' Italia senza vesco-
vi, ma nulla non potè Napoleone
ottenere dai tentativi perciò fatti.
Allora egli formò la commissione
ecclesiastica , o privato suo consi-
glio, sotto la presidenza del car-
dinal Fesch. Intanto Pio VII proi-
bì che i vescovi nominati fossero
eletti vicari capitolari, ciò che pro-
dusse grave sdegno in Napoleone.
Considerando questi compromessa
la propria dignità ed insieme la
tranquillità dello stato, se non giu-
geva a riordinar gli affari della
Chiesa, ch'egli stesso aveva già scom-
posti, unì un secondo consiglio ec-
clesiastico nel marzo 1811, com-
posto dei membri del precedente,
e di altri, fra' quali monsignor de
Pradt vescovo di Poitiers, nomi-
nato arcivescovo di Malines , il
quale scrisse poi una parte di
questi memorabili avvenimenti, con
que'sentimenli noti secondo la scuo-
la cui apparteneva : alle risoluzio-
ni con sacerdotale franchezza si op-
pose l'abbate Emery superiore del-
la congregazione di san Sulpizio,
FRA 1Ì7
provando che per rimediare agli
affari religiosi era necessario pri-
ma di tutto porre il capo della
Chiesa nella sua libertà ed indipen-
denza, e che a nulla varrebbe il
concilio che volevasi adunare se
non fosse approvato dal Pontefice.
A seconda del consiglio ecclesiastico
Napoleone ordinò la convocazione
del concilio nazionale in Parigi,
con circolare scritta in tuono di
intimazione di guerra. Contempo-
raneamente fu spedita a Pio VII
una deputazione composta dell'ar-
civescovo di Tours, e de' vescovi di
Treveri e di Nantes, per intavola-
re due diversi negoziati; il primo
riguardava il concordato del 180T,
che Napoleone acconsentiva rinno-
vare con due condizioni: i.° che
il Papa accordasse l'istituzione ca-
nonica a' vescovi nominati; •2.° che
per r avvenire vi si aggiungesse,
che se dentro il termine di tre me-
si le bolle non fossero date dal
Pontefice, sarei )be stata data l'isti-
tuzione canonica dal metropolita-
no al suffraganeo , e dal sutfraga-
neo al metropolitano. Il secondo
negoziato, quello che piìi premeva
a Napoleone, concerneva gli affari
geneiali della Chiesa : il Papa a-
vrcbbe ricevuto il permesso di ri-
tornare in Roma , qualora facesse
il giuiamento prescritto dal con-
cordato, cioè di fedeltà ed ubbi-
dienza all'imperatore; diversamen-
te sarebbe andato a risiedere in
Avignone, dove avrebbe goduto gli
onori di sovrano, coli' assegno di
due milioni di franchi; avrebbe
potuto tenere appresso di sé i re-
sidenti delle potenze cristiane, ed
avrebbe avuto il libero esercizio
della spirituale giurisdizione, ma
doveva dichiarare di non fare cosa
veruna , che contraria fosse alle
»28 FRA
quattro proposizioni del clero gal-
licano.
La depulaziniic, cui si un'i il ve-
scovo di Faenza Bonsignoii nomi-
nato al patiiarcato di Venezia, si
presentò in Savona a Pio VII, che
accogliendola benignamente, oppo-
se forte resistenza alle domande ,
rispondendo clie privo de' cardina-
li suoi naturali consiglieri, dei teo-
logi e consultori, si trovava nell'im-
possibilità di promulgar veruna bol-
la, qualora prima non fosse slato
restituito in libertà. Tuttavolta i
deputati gli fecero un quadro la-
grimevole delle cose, e il pericolo
dello scisma , tutto potendo rime-
diare con alcune concessioni dipen-
denti dalla sua volontà. I mali del-
la Chiesa commossero Pio VII . e
promise, senza astringersi ad obbli-
gazione, di accondiscendere condi-
zionatamente, di accordare cioè la
istituzione canonica, protratta da
tre a sei mesi. In quanto al secon-
do trattato eh' era il più difficile ,
non insistettero i deputati, i quali
.solamente riportarono un'aggiunta,
clie il Papa era disposto a nego-
ziare intorno ai diversi aggiusta-
inenti relativi al governo della
Chiesa , tosto che gli fossero resti-
tuiti i suoi consiglieri e la libertà. I
vescovi deputati posero in iscritto le
concessioni ridotte in quattro articoli
coll'aggiunta ; le lessero al Ponte-
fice, il quale però non sottoscrisse,
e conteiiti di quanto avevano ot-
tenuto partirono sull' istante alla
volta di Paiigi. Non cosi lieto ri-
mase Pio VII, il quale pensan-
do alla larghezza della concessione,
fu preso da tal rammarico, che
gì' impedì la stessa notte di pren-
dere sonno, crescendo nel seguente
mattino il suo dispiacere, in senti-
re che i deputati erano già partiti ,
FRA
essendo principalmente in angustie
per la giunta fatta agli articoli.
Laonde scrisse una pi'olesla di pro-
prio pugno, in cui dichiarò che l,i
giunta era stala arjjilrarianienle
apposta agli articoli, che intendeva
fosse cassata, dichiarando altresì
che gli articoli stessi non erano uè
ini trattato, né un preliminare, ma
solo dimostravano il suo desiderio
di giovare alla chiesa di .r' rancia.
Tale protesta rimise al prefetto del
dipartimento, ed al colonnello La-
gorse, incaricato della custodia del
Pontefice, acciò i deputati di ciò
avvertiti per viaggio, cancellasserc»
r aggiunta. La deputazione credet-
te aver molto ottenuto, ma Napo-
leone poco, perchè non si era con-
seguito r essenziale di avere il Pa-
pa o suddito in Roma o ligio in
Avignone. Intanto incominciò il
concilio nazionale di novantasette
vescovi, ed ebbero luogo gì' indiriz-
zi de' vescovi italiani e de' capitoli
ov' erano vacanti le sedi. V. Di-
chiarazioni e ritrattazioni degV in-
dirizzi a Pio VII, Roma iSifi.
Si può anche consultare il dotto
opuscolo del eh. avv. d. Carlo Fea
intitolato: NiUlità delle ammini-
strazioni capitolari abusii'e, dimo-
strata con documenti autentici, Ro-
ma i8i5i pel Contedini. Ma di-
chiarandosi il concilio nazionale
incompetente per supplire all'isti-
tuzione de' vescovi , fu brusca-
mente sciolto da Napoleone. Pas-
sati i furori cagionatigli dall'infeli-
ce successo, tornò tuttavia al dise-
gno di vincere il Papa a mezzo dA
concilio, assicurandosi prima che i
membri avessero proceduto a suo
modo. Vinti con lusinghe e mi-
naccie molti vescovi, benché diver-
si protestassero con clausole, si fe-
ce loro sottoscrivere un decreto ,
FRA
che iu generale congiegazioue l'u
letto ed approvalo: ciò deve ri-
guardarsi come una proposizione o
progetto, non avendo avuto luogo
pubblica sessione. 11 decreto era
composto di cinque articoli, uè' qua-
li dichiaravasi nou potere reslar
vacanti le sedi vescovili più d' un
anno ; che il concilio supplicheiù
i' imperatore a nominare alle sedi
a tenore de' concordati, e i nomi-
nali domanderanno al Papa l'isli-
lozione, che dovrà darla entro sei
mesi , ciò che ricusando in dello
tempo , supplirà il nietropolitano ,
e in sua mancanza il vescovo piìi
anziano della provincia ; e che il
decreto da una deputazione si re-
cherebbe al Papa per la conferma.
Sebbene al concilio toccasse la
scelta de' deputati, nondimeno Na-
poleone vi destinò tre arcivesco\i
compreso de Pradt, e cinque ve-
scovi; e perchè non apparisse che
il Pontefice decidesse senza i car-
dinali, suoi consiglieri nati, inviò
a Savona cinque cardinali rossi a
lui condiscendenti, a' quali aggiunse
monsignor Bertazzoli arcivescovo di
Edessa, elemosiniere del Papa che
lo riguardava con singolare bene-
volenza. La deputazione arrivala a
Savona ottenne da Pio Yll quan-
to bramavasi sulla canonica islitu-
^.ione, di che Napoleone si mostrò
malcontento, perchè non aveva pro-
posto al Papa ciò che da lui esi-
geva iu cambio di Roma, e della
sovranità della santa Sede. Ad ogni
modo comandò a quattro de' vesco-
vi deputali, già pervenuti a Tori-
no, di ritornare a Savona a fare
mi ultimo tentativo sull'animo del
l'ontefìce, nella lusinga che intimo-
rito discendesse alle ulteriori sue
iluniaiide. Ma Pio VII restò saldo
ed immobile, negando ciò che vie-
VOL. XX VU.
FRA 129
lava la sua coscienza; i vescovi del
concilio furono licenziali da Pari-
gi; ed il Pontefice restò senza mac-
chia , e dal pericolo dello scisma
liberò la Chiesa. In questo tempo
la Francia per la massima parte
mostravasi divota alla religione
de' suoi padri, però le ferite della
rivoluzione, lungi dall'essersi sana-
te erano inasprite, dopo la perse-
cuzione mossa al Papa ed alla Se-
de apostolica, trovandosi il clero di
SI gran nazione diviso in quattro
diversi parliti , cioè di giansenisti
o preti cobliluzionali ; di pi'eti che
avendo ritirato il giuramento dalo
alla costituzione non avevano rice-
vuto il concordato ; di preti il cui
zelo erasi cangialo in fanatismo, e
reputando caduto in errore il Pa-
pa col resto della Chiesa , reputa-
vansi essere i soli veri cattolici iu
tutto il mondo , non dissimili ai
donatisti ; e di preti dissenzienti
sul decreto del sedicente concilio
nazionale ; e tutti questi partiti a-
vevano seguaci sparsi per le città
e per le campagne , esultando di
tali divisioni del clero i filosofi in-
novatori e gì' increduli. E Roma
nel medesimo tempo squallida e
desolata, era piena di lamenti e di
pianti ; e benché dichiarala città
libera ed imperiale, soggiaceva al-
la coscrizione: però Canova e De-
gerando ottennero qualche cosa per
1' antica regina del mondo. 11 eie-
io romano si rese a quell' inftilice
epoca più illustre, per la fede che
serbò al Pontefice, ad onta de' pa-
timenti e privazioni cui fu fallo
bersaglio; indi per ordine di Na-
poleone seguì la soppressione de-
gli ordini regolari per tutta l'I-
talia.
Continuando la guerra de' fran-
cesi culla Spagna, a' 5 marzo 1 S 1 i
t3o , FRA
il re di ^yestfalia Girolamo Bona-
parte alKlicò la corona, onde il re-
gno fu riunito alla Francia. Napo-
leone che ravvolgeva nella mente
la gran guerra contro la Russia ,
per effettuare 1' universale monar-
chia alla quale aspiiava, e che te-
neva per sicura, andavasi preparan-
do alla lotta. Dopo aver lascialo
tranquillo per alcun tempo il Pa-
pa a Savona, senza fare alla Chie-
sa ({ueile mutazioni di cui l'avea
minacciata, sapendo che una squa-
dra inglese corseggiava per la ra-
da di Savona , all' improvviso co-
mandò che Pio VII fosse traspor-
tato in Fontainéblcau, e da Marsi-
glia fece passare in Roma Carlo IV
re di Spngna. Volendo Napoleone
che il viaggio di Pio VII riuscisse
ignoto a tutti, co' modi i più duri
ne raggiunse Io scopo. Nella notte
de' 9 giugno 1812 il colonnello
de' gendarmi Lagorse entrò nelle
camere del Papa, gli pose in capo
un cappello tondo , Io fece ve>tire
d'una triviale soltana, e calzare
scaipe nere; indi in compagnia del
solo medico , precipito<<amente lo
condusse via. Solo a Stupinigi fu
permesso a monsignor Cerlazzoli di
unirsi a lui; ma giunto nell'ospi-
zio di JMoncenis, pei sofferti stenti,
Pio VII domandò ed ottenne il
conforto del santo Viatico ; indi
rianimatosi non senza particolare
aiuto di Dio alcun poco, fu subi-
to trasportato a Fontainebleau, ove
arrivò a" 20 giugno : allora i mi-
nistri Champagny e Bigot, i car-
dinali rossi e prelati di corte, tut-
ti recaronsi a fargli omaggio. Nel-
r ebbrezza del potere cadde Napo-
leone di errore in errore, ed intra-
prese ad attaccare il nordico im-
pero: la di lui potenza a questo
tempo si vedeva nel suo maggiore
FRA
auge, ed egli stesso all' ingrosso la
calcolava a settanta milioni di sud-
diti, a otto o novecentomila solda-
ti a piedi, ed a centomila cavalli^
quante forze non ebbero nemmeno
i romani nella più grande ampiez-
za del loro impero. L'Austria e la
Prussia erangli alleate, oltie altre
potenze ligie alla formidabile sua
possanza. Avendo i russi alleati de-
gli svedesi ricevuto ne' loro porti
bastimenti inglesi, nell' istesso anno
18 12 Napoleone gli dichiarò la
guerra, e da tal passo incomincia-
no gli avvenimenti che cangiarono
la faccia alla Francia : mentre Pio
VII era stato tratto a Fontainebleat»,
egli col nerbo delle sue truppe giun-
se al Niemen. La fortuna ancora lo
assistette, ma in mezzo alle vitto-
rie di Smolensko, di Mojaisk e di
Rloskowa , e di altre memorabili
pugne, che teneva sospesa e dipen-
dente la sorte non che dell' Euro-
pa, del mondo intero, i russi sem-
pre indietreggiavano nell' interno
del loro impero. Vinta la famosa
battaglia di Borodino , a' i4 set-
tembre Napoleone entrò in Mosca,
e da vincitore si assise sul trono
degli czar: allora sempre più com-
parve agli sguardi delle atterrite
nazioni il mostruoso fantasma di
una potenza innalzatasi sopra le ro-
vine delle altre, che dalla cima del
Kremlin faceva bombardare il Tro-
cadero. Intanto il patriotismo rus-
so collegavasi coli' ira deoli elemen-
ti, per iscavare al fjorentissimo e-
sercito la fatale sua tond^a , che
doveva pure distruggere l' enorme
colosso.
I russi per togliere al nemico
Mosca, coraggiosamente l'abbando-
narono alle fiamme: il chiaror fosco
di quelle vampe divoratrici accrebbe
ne' russi il coraggio, e servì loro
FRA
come di segnale ai movimenti verso
un ceulro comune. Da ogni canto
per la vastità della pianura sbuca-
rono a stormi i paesani armati, in
un ai tremendi cosacchi. L'accorto
KutusofF dopo di avere con una
mossa di fianco collocato il suo eser-
cito più poderoso di prima sulla
strada di Kaluga, tagliò ai francesi
la comunicazione con Smolensko, e
colla Polonia, intanto che due altri
grossissimi eserciti da due parti oppo-
ste corsero a chiudere il passo del-
la Beresina. Napoleone trovossi la
un punto circondato da forze stra-
bocchevoli, in mezzo a un deserto
cb'egli stesso avea creato. Troppo
tardi comprese l'imponenza del pe-
ricolo, e non rimanendogli di scampo
che una pronta e precipitosa ritirata,
questa cominciò a' 1 9 ottobre accom-
pagnata da orribili disastri, i cui
dettagli movono, per il complesso
delle loie deplorabili circostanze ,
a ribrezzo i meno umani. 11 d'i 6
novembre un diluvio di neve, in-
calzata da infernal bufera , den-
tro a' suoi vortici seppellì a mi-
gliaia soldati e cavalli. A. questa
tenne dietro uno spieiato freddo di
gradi dieciotto sotto al gelo, e che
sterminò la cavalleria, ed il flore
della fanteria. Quindi si presentò il
commovente e tetro spettacolo di
centoventicinque mila cadaveri uma-
ni, confusi e misti cogli ossami scar-
niti de'cavalli, e questi segnare le trac-
cie dell'esercito fuggitivo, tempe-
stato senza posa allespalle, ai fianchi,
e di fronte dalle forze de'nemici sem-
pre crescenti e l'igogliose. Soli ven-
ticinque mila soldati a stento pote-
rono ripassare il Niemen, i quali pe-
rò più che di soldati, di scheletri a-
vevaiio le sembianze. La totale per-
dita si calcolò a circa trecentomila
soldati, e centomila cavalli, oltre
FRA 1*51
mille pezzi di artiglieria, che re-
starono trofei dei russi pel ripor-
tato trionfo. Napoleone prima che
si compisse l'eccidio del disgraziato
suo esercito, ne avea già abbando-
nato il comando al cognato Murat,
ed egli partendo da Smorgoni a' 5
dicembre, pressoché solo in una
slitta, precipitò la sua corsa a Var-
savia il cfi IO dicembre, dove dinan-
zi ai deputati polacchi, e a de Pradt,
che d'arcivescovo di Malines si era
trasformato in ministro plenipoten-
ziario appresso la dieta di Polonia,
deplorò l'avvenimento, e disse che
chi non arrischia niente, non ha nien-
te, e che dal sublime al ridicolo non
avvi che un passo. Uscito di Var-
savia , prosegui il viaggio, ed ina-
spettato arrivò a Parigi a' 1 8 dello
stesso mese.
Dopo tanta catastrofe. Napoleone
rivolse le sue ciu'e a puntellare il
vacillante suo impero, e reputando
cosa di gran momento il riconciliarsi
col sommo Ponteficej affine di riac-
quistarsi l'affetto de' sudditi, ed in
generale di tutti gli animi che eransi
perciò da lui alienati , si affrettò
di cancellare l'onta de'barbari modi
co'quali avea trattato il mansueto Pio
VII, sempre strettamente guardato
da Lagorse, inviandogli nel primo
gennaio 181 3 un ciambellano di
corte, ad aprir le pratiche d'un nuo-
vo trattato, quindi egli stesso coli' im-
peratrice improvvisamente si recò
a Fontainebleau. Ivi per cinque gior-
ni seguirono col Papa colloqui vivis-
simi, dimostrandosi Napoleone arro-
gante col venerando prigioniero, av-
vilito e trafitto di dolore pe'mali
in cui gemeva la Chiesa. Da questi
abboccamenti l'imperatore ripoi tò ai
0.5 gennaio l'accettazione di dieci
articoli preliminari per un nuovo
concordato, mentre egli volle tener-
i32 FRA
li come un defìnilivo trattato, e
menandone trionfo, volle che si fe-
steggiasse per tutte le chiese dell'im-
pero. A tenore dell'articolo decimo
i cardinali tutti furono posti in liber-
tà, n)a appena emanato l'ordine,
Napoleone se ne pentì, temendo
non gli scompigliassero le fila or-
dite, tuttavolta si lusingò di controb-
bilanciare ilpoteredi quelli che sull'a-
nimo del Papa avevano influenza, coi
cardinali che riputava a sé favorevo-
li, a'quali aggiunse molti prelati di
Francia e d'Italia. I preliminari appe-
na sottoscritti divennero di grave affli-
zione a Pio VII, che si accrebbe
nell'udire ch'erano stati pubblicati
come un definitivo concordato. Si
aggiunsero i riflessi di molti cardi-
nali, sulle perniciose conseguenze di
tali articoli, che stavano per deri-
vare alla Chiesa, qualora si avesse
voluto mandare ad esecuzione un
concordato sulla base dei prelimina-
ri. Sì convenne unanimemente di
rivocare gli articoli, e dichiararli ir-
riti e nulli, come contenenti pro-
messe che non si potevano in nes-
«im modo accordare. Ben lungi il
Papa di rattristarsi per la revoca,
e per confessare in fìiccia al mondo
di avere male operato, pienamente
approvò il consiglio, e riacquistò ìa
perduta tranquillità; indi a' 20 mar-
zo 1 8 1 3 con lettera di suo pugno
diretta a Napoleone, solennemente
rivocò i dieci articoli preliminari.
L'imperatore ricevette da Lagorse la
lettera, contenne il suo profondo
sdegno, e si limitò a far impi'igio-
nare il cardinal de Pietro che pel
primo aveva illuminato il Papa, a
stringere questi in maggior sorve-
glianza e ad isolarlo, minacciando
que' cardinali che a lui avessero par-
lato di affari.
Mentre la Prussia si collegò coi
FRA
russi, e pose in campagna ottanta
mila uomini sotto il comando del
general Blucher, Napoleone riordi-
nate alla meglio le cose nell'inter-
no del suo impero, si accinse al-
la guerra di Germania con quat-
trocentomila soldati, co' quali vin-
se i prussiani a Lutzen a'2 maggio.
Questa sanguinosa battaglia n'.'U sgo-
nienlò gli alleati, che protetti dal-
la cavalleria felicemente si ritiraro-
no al di là dell'Elba. Indi seguì la
battaglia di Bautzen, in cui Napo-
leone rimase padrone del campo, ma
neppure questa volta potè sbaraglia-
re le forze nemiche, che passarono
nella Slesia, ove ricevettero rinforzi
e l'alleanza del re di Svezia disgu-
stalo co' francesi per avergli tolto
la Pomeraiiia. Considerando 1' Au-
stria essere questo il tempo di restau-
rare in Europa l'equiiibiio politico,
comparve sul campo di battaglia con
poderoso esercito in faccia alle due
parti belligeranti, offrendosi media-
tiice per una generale pacillcazioue,
ed ottenne un armistizio e l'apertma
d'un congresso a Praga. Allora Pio
\ll ricorse all'imperatore Francesco
I, perchè s'interponesse alla ricupera
de' suoi stati; ma la lettera giunse
quando già il congresso erasi sciolto
senza effetto, non volendo Napoleone
cedere niuna delle sue conquiste com-
presi gli stati della Chiesa. La guerra
si riaccese perciò con magjg^ior furore,
e divenne generale ed europea: l'Au-
stria nell'agosto unì agli alleati le
sue propie forze, calcolate a due-
centomila combattenti.
Napoleone avea scelto Dresda per
centro delle sue operazioni, e potè
respingere il grande esercito degli
alleati, capitanato dal principe di
Schwartzemberg , nell' assalto da-
to a quella capitale delia Sassonia
a' 27 agosto. Tre giorni dopo la
FRA
rotta di Vandamme a Culm, men-
tre Napoleone fidato ne'militai'i suoi
talenti ostinavasi a lottare con for-
ze tanto superiori, e marciava te-
merariamente su Teoplitz per sor-
prendere i tre sovrani alleati nel
loro alloggiamento stesso, le perdi-
te continue che diminuivano i di-
versi corpi francesi in Sassonia e
nella Slesia, battuti dal prode Bhi-
cher e dal principe reale di Sve-
zia, furono per Napoleone i tristi
forieri della sua caduta. La sorte
dell' Europa fu decisa ne'campi di
Lipsia a' i8 ottobre: questa memo-
rabile battaglia campale perduta
da Napoleone malgrado i possibili
sforzi, terminò di distruggere il pre-
stigio di quelli che lo credevano
più che uomo. Tale vittoria portò
per conseguenza la liberazione di
tutta la Germania, poiché la Ba-
viera, e i principi della confedera-
zione renana rivolsero le armi contro
Napoleone, che si vide costretto a
funesta ritirata, accompagnata dai
più gran disastri nel passaggio del-
l'E^ter; ed intercluso dal principe
di Wrede ad Hanau, dovette a'3 1
ottobre con un'altra sanguinosa mi-
schia aprirsi la via al fine di gua-
dagnare la sponda sinistra del Reno.
Per cumulo di sventure lord Welling-
ton comandante dell'esercito inglese,
avea dato una grandissima sconfit-
ta in Ispagna al re Giuseppe pres-
so Vittoria a'2 1 giugno, mentre la
Francia esausta di forze, trova vasi
da tutte le parti esposta al furore
di tante nazioni avide di vendica-
re su di essa le antiche e nuove
otTese.
Napoleone si restituì a Pai'lgi ai
9 novembre, e conobbe troppo tar-
di che in vece delle conquiste do-
vevasi salvare la Francia. A termi-
rjar la guerra di Spagna apri la
FRA 133
prigione di Valengai al suo re Fer-
dinando VII, restituendolo al regno;
indi risolvette far il simile col Pa-
pa, tentando prima qualche van-
taggioso accordo, cui Pio VII si
ricusò dare ascolto, essendo fermo
di non intavolare negoziazioni, se
non in piena libertà. Napoleone
ciò non pertanto si decise rimanda-
re il Papa a Roma, spinto piutto-
sto dalle circostanze, e per opera-
re una diversione, giacché Murai
suo cognato agli 1 1 gennaio fermò
un trattato d'alleanza con l'Austria,
che a lui avea guarentito il tran-
quillo possesso di Napoli, per cui
un\ le sue forze alle austriache:
quindi Murat d'accordo colle po-
tenze alleate, con truppe napoleta-
ne aveva occupato i due diparti-
menti di Roma , e del Trasime-
no, quali egli gradiva che fosse-
ro piuttosto nelle mani del Pa-
pa che del parente a lui ribel-
le. Lagorse intimò in Fontaiuebleau
la partenza a Pio VII, col divieto
di portar seco cardinali, ma il so-
lo prelato Bertazzoli. Il Papa par-
tì a'aS gennaio i8i4, mentre l'e-
sercito degli alleati si avanzava,
lasciando delle istruzioni a' cardi-
nali, i quali poi vennero rilegati
da Napoleone in diverse città di
Francia. Benché Pio VII viaggias-
se con tutte le rigorose cautele, e
sotto il nome di vescovo d'Imola,
perchè non fosse riconosciuto, tra-
versando la Francia per esser con-
dotto a Savona, ridestava per tut-
to sentimenti di divoto entusiasmo
appena il riconoscevano i buoni
francesi, come avvenne principal-
mente ad Orleans, a Cahors, a
Montpellier, a Brives-le-Gaillarde,
patria del colonnello Lagorse ec. ,
arrivando a Savona fra gli applau-
si de"li abitanti nel di 1 i febbra-
i34 FRA
io. Questa era la città assegnala
per la seconda volta da Napoleo-
ne per dimora del Pontefice, pro-
crastinando a renderlo del tutto
libero, riserbandosi trattarlo secon-
do le circostanze. Il grande eserci-
to degli alleati passò il Eeno ai
2 r decembre, e traversando la Sviz-
zera evitò il triplice ordine di for-
tezze che raunivano la frontiera
settentrionale della Francia. Napo-
leone procurò ravvivare l'orgoglio
nazionale, ma sperimentò quanto
a tutti gravasse il suo militare di-
■ spotismo. Egli non mancò di ani-
mo in s\ duro frangente, sebbene
inutilmente, avvicinandosi gli allea-
ti sempre più a Parigi col rove-
sciare ogni ostacolo, mentre dal
lato occidentale altro possente ne-
mico portavasi nel cuore dell'im-
pero francese, lord Wellington; che
passata la Bidassoa, indi prese Bor-
deaux : cosi le armate del Taso
erano per congiungersi con quelle
del Wolga neir istessa Francia.
L' Italia che Napoleone riteneva co-
me ultima tavola di salvezza, al
suo naufragio, era ormai per lui
perduta: le provincie illiriche era-
no ritornate nel dominio di Fran-
cesco I; per l'unione della Bavie-
ra agli alleati, l'armata del regno
italico era retroceduta sull'Adige;
il general Nugent con flottiglia
austro-britannica uscita da Trieste,
faceva uu' utile diversione alle foci
del Po, occupando Comacchio, e
dilatandosi nella Romagna ; Murat
dovea occupar militarmente tutta
l'Italia meridionale sino alla destra
del Po, e già avea costretto i fran-
cesi a sgombrare diversi diparti-
menti, avendo fatto il suo solenne
ingresso in Roma a' 24 gennaio,
portandosi ad alloggiare nel palaz-
zo Farnese. Firenze, Ancona, rd
FRA
altre città furono occupate dai na-
poletani, i quali uniti a Nugent po-
sero in rotta i francesi verso il Po il
primo marzo, quindi Parma e Bo-
logna vennero evacuate dai mede-
simi. Il feld-maresciallo Bellegarde
comandante supremo dell' armata
austriaca in Italia, passato l'Adige, at-
taccò una zuffa sanguinosa, valoro-
samente sostenuta da ambo le par-
ti, ed il vice-re Eugenio Beauhar-
nais che comandava l'armata ita-
liana e francese, fu costretto riti-
rarsi sotto la fortezza di Mantova.
Finalmente Francesco I con mani-
festo de' 9 febbraio, fece pubblica-
re da Bellegarde la restaurazione
dell'antiche dinastie de' loro sovra-
ni nati, e parlando di R.oma, ecco
come si espresse : » Voi vedrete la
città immortale, due volte la pri-
ma città del mondo, cessare di es-
sere la seconda d' un impero stra-
niero, e con nuovo lustro restituir-
si la capitale del mondo cristiano ".
Invasa la metà della Francia ,
perduta pressoché l'Italia, niun frut-
to ricavando Napoleone dalle propo-
sizioni di pace rigettate anco dal con-
gresso di Chatillon-sur-Seine, e ras-
sodando gli alleati 1' unione col
trattato di Chaumont, a' io marzo
fece un decreto col quale restitui-
va al Papa la cos'i detta ventotte-
sima divisione militare, cioè i due
dipartimenti di Roma e del Trasi-
meno, ed ordinò a Savona che Pio
VII fosse posto in libertà, e scor-
tato sino agli avamposti nemici.
In esecuzione di ciò, il Papa ai •?."*
marzo fu consegnato dal coloniiel-
lo Lagorse e dal prefetto del dipar-
timento al prode colonnello Proha^ka
del reggimento Radetzki, alle rive
del Taro, ricevuto con giubilo
dalle schiere unite de^li austriaci,
n.i>.|jolctani , ed inglesi. Di là lu
FU A
fiieao alle tile degli alleati, e ad
una specie di continuato trionfo
per Panna e Modena giunse Pio
Vii a Bologna. Quivi ebbe lunghe
conferenze con lord Bentick, che
in nome dei reggente della gran
Bretagna gli oliVi cinquantamila
zecchini pel suo viaggio a E-oma,
e col re di Napoli che nel 1809
avea comandato la scalata del Qui-
rinale, il quale cogli attestati della
piìi profonda divozione si mostrò
pronto a restituire i due diparti-
menti occupati dalle sue truppe,
chiedendo al Papa che stabilisse i
modi e le persone per riceverne
la consegna. Intanto l'imperatore
di R.ussia Alessandro per teiminar
la lotta concepì il disegno di mar-
ciare da Troyes a Parigi, in quei
giorni che Napoleone se n'era al-
lontanato per assalir alle spalle i
collegati, ed intercettare le comu-
nicazioni col Reno, calcolando che
la metropoli sdegnata di veder ac-
campati i cosacchi ne' suoi dintor-
ni, (àcesse robusta resistenza. La
battaglia della Rolhierej ed i con-
flitti di Champ-Aubert, di Mont-
Mirail, di Vauchamp, di Monte-
rean non valsero che a ritardare di
qualche giorno la sua rovinosa ca-
duta. L'esercito poderoso degli al-
leati avendo posto in rotta i deboli
corpi de' marescialli Marmont, e
Mortier, ed espugnate le fortifica-
zioni esteriori, costrinse Giuseppe
Bonaparle, lasciato per luogotenen-
te del fratello, ad abbandonare la
capitale della Francia, ritirandosi
l'imperatrice Maria Luisa col figlio,
e i membri della reggenza a Blois.
Indi l'imperatore Alessandro offrì
a Parigi una generosa capitolazio-
ne, ed avendo dichiarato che i so-
vrani alleali non erano in guerra
colia Francia, ma col solo Napo-
FRA i35
Icone, la città aprì le porte a' 3 i
marzo, festeggiando l'ingresso dei
sovrani alleati, come liberatori, tra
clamorosi evviva e trasporti di gio-
ia. Dopo alcuni colloqui dell'im-
peratore Alessandro, del re di Prus-
sia Federico Guglielmo IH, e del
generalissimo principe di SchAVarzen-
bergj con Talleyrand ed altri princi-
pali francesi, restò deciso, che chia-
merebbesi a regnare l'antica dinastia
Borbonica. In conseguenza di tale
accordo, il senato convocato da
Talleyrand stabilì prima un gover-
no provvisorio, del quale dichiarò
capo lo stesso Talleyrand, a' 2 apri-
le pronunciò con solenne decreto
Napoleone decaduto dal trono, al
qual decreto tutti i corpi dello sta-
to civili e militari di buon grado
e prontamente aderirono: finalmen-
te il senato con un senatus-coosul-
to de'6 aprile proclamò Luigi X\ III
re di Francia.
Napoleone al primo sentoie di
Parigi in pericolo, era ritornato
precipitosamente indietro, e giunse
poco distante quantlo la città avea
capitolato, onde ritirossi a Foutai-
nebleau: qui adoprò indarno tut-
ti gli sforzi possibili per rianimar
il coraggio de' pochi soldati ri-
mastigli, e videsi costretto il dì i i
aprile segnare un trattato che con-
teneva la propria rinunzia all'im-
pero di Francia e al regno d'I-
talia, venendogli concesso per luo-
go di suo soggiorno 1' isola del-
l' Elba in tutta sovranità e proprie-
tà, ed un assegno (li alcuni milio-
ni di fianchi per sl', e pei princi-
pi di sua fauiigliii. Nello slesso
giorno per trattalo latto a Pa-
rigi l'arciduchessa Maria Luisa fu
separata dal marito, e gli fu dato
in sovranità ereditaria il ducalo di
Parma e Piacenza, iiiMcnic a! ijglio
j36 rr. \
suo il principp Fianrpscori'mspppp-
Carlo-Aapoleone, poi duca di Reich-
s^adt ci Uà di Boemia, circolo di
Biinzlaii.
Appena si propagò l'abdicazione
di Napoleone, subito si disciolse la
maccliina di sna domina7Ìone anco
in Italia , indi per la convenzione
di Schiavino Rizzino de'i6 aprile,
ii regno italico restò per sempre
spento ; in tal rapido modo crol-
]) il grande impero. A' 12 aprile
il conte d'Artois Carlo di Borbone
lece il suo ingresso a Parigi qua!
luogotenente del re suo fratello a
piender le redini del governo ; e
JNapoleone a' 20 aprile partì da Fon-
ia mebleau protetto da quattro com-
missari delle quattro potenze allea-
te, e scortato da im forte drappel-
lo di gendarmi, non senza perico-
lo (li restar vittima degli oltraggi;
travestito montò a Frejus in un bat-
Icilo inglese, e a' 2 maggio appro-
dò a Portoferraio e all' isola asse-
giialagli nella Toscana, nello stesso
^irirno che Luigi X\ill fece il suo
ingiTsso a Parigi, tra le più gran-
di acclamazioni, ove immediatamen-
te si assise sid trono de' suoi illu-
stri maggiori. V. Tissot, Histoire
dea gitprres de la réi'olntìon frnn-
raise depuis i 792 juaqiià 1 8 1 5, Pa-
ris 1821 ; e Scgur, Storia di Na-
■pnleone e della grande annata, Li-
vorno iBiT; non che Storia della
guerra del 181 3, 18 14 e ì8i 5 fra
le potenze alleate e Napoleone Bo-
naparte, h'wovno 1826; l'opuscolo
intitolato, Privati dispiaceri di Na-
poleone Bonaparte all'isola di s.
F.lena , preceduti dai falli istorici
della pili alta importanza, il tutto
di proprio pugno dì Napoleone, 0
scritto sotto la sua dettatura, Pa-
rigi 1824; ed Erasmo Pistoiesi,
Effemeridi di Napoleone, Roma
l'RA
1828, tomi quattordici. Contem-
poraneamente seguì la liberazione
di quanti erano detenuti, massime
ecclesiastici, nelle prigioni di stalo
per la causa della Chiesa , ed an-
cora per la fedeltà serbata a' pro-
pri legittimi sovrani. Dopo avere
Pio \1I nominato i delegati apo-
stolici per riassumere il possesso
della sovranità temporale, partì di
Bologna , ed in mezzo ad una se-
rie di religiosi indescrivibili trionfi
giunse in Roma a' 24 maggio, nel-
la quale fu ricevuto con straordi-
naria pompa ed universal commo-
zione di tripudio il più sincero,
e di tenerezza e venerazione filia-
le. V. Documenti relativi alle con-
testazioni insorte fra la santa Sede
e il governo francese, stampati nel
i83'i in sei volumi. In Italia e nel
i8i4 già era stata pubblicata la
Raccolta di documenti aidentici sul-
le vertenze insorte fra la santa Se-
de e il governo francese nelVtisur-
nazione degli slati della Chiesa
dall'anno i8o5 all'epoca del ri-
torno del santo Padre in Roma.
A' So dello stesso mese di maggio
dell'anno 18 j 4, ebbe poi luogo in
Parigi il trattalo di pace tra la
Fr uicia e le potenze alleate, in cui
si ristabilirono i limiti della monar-
chia francese come esistevano al
primo gennnio dell'anno ijCfT, ,
e 'n l'aggiunta di alcuni cantoni ai
dip-utimenti delle Ardenne , della
Mo>ella, del Basso-Reno, dell'Aio ,
cioè a dire di Quievrain, Philippe-
ville, INIariemburg, Sarrelouis e Sar-
i( brnck, della fortezza di Landau ,
del paese di Gex e di una parte della
Savoia. La Francia fu confemialK
nel possesso di Avignone, del con-
tado Yenaissino, di quello di Mont-
bflliard , e di tulli i distretti ap-
partenenti un tempo all'Alemagna,
FRA
compresi nella frontiera cletermina-
tn. Inoltre la Francia rientrò in
possesso , ad eccezione di Tabago ,
di s. Lucia e dell' isola di Francia
colle sue dipendenze, specialmente
Rodriguez e le Seichelles, che pas-
sarono air InghilteiTa , delle co-
lonie, pescagioni e stabilimenti di
ogni genere, che la Francia stessa
possedeva il primo gennaio 1792 in
America, Asia ed Africa, e che avea
perduto negli ultimi tempi.
Luigi XYIII a' 4 giugno del me-
desimo anno 18 1 4 die alla Fran-
cia la Carla costituzionale, nella
quale rilevasi che fra tutte la na-
zioni che invocavano dopo la re-
staurazione le paterne cure del som-
mo Pontefice, prima delle altre fu
l;i Francia; dappoiché Luigi XVIII
riichiarò nella Carta religione del-
lo stato la cattolica apostolica e ro-
mana, ammettendo però la libertà
di tutti i culti. JNon tardarono a
scoppiare in Francia gravi tumulti
a cagione degli ecclesiastici che non
avevano accettato il concordato, e
tiei vescovi per esso collocati nelle
sedi arcivescovili e vescovili ; in
questa torbida ed inquieta condi-
zione della Chiesa gallicana, delibe-
rò Pio VII di spedirvi in qualità
di nunzio apostolico monsignor An-
nibale della Genga, arcivescovo di
Tiro in parlibus , che poi il suc-
cesse nel pontificato col nome di
Leone XII , come ancora di con-
gratularsi con Luigi XVIII pel ri-
torno della di lui dinastia al tro-
no di Francia. In ricambio il re
spedì pei devoti uffizi al capo del-
la Chiesa M. de Pressigiiy vescovo
di s. Malo poi arcivescovo di Be-
sanzone, al quale si aggiunse mon-
signor Salamon vescovo in parti-
bus d' Orlhosia , contrario al con-
cordato, edeslinalo uditore di rota
FRA i37
per la Francia in Roma , mentre
n'era degnamente occupata la sede
sino dal giugno i8o4da monsignor
Isoard poi cardinale. Avendo i no-
vatori colle più scaltre istigazioni
procurata prima l'abolizione de' ge-
suiti, poi la rovina di tutti gì' isti-
tuti regolari a mezzo di Napoleo-
ne, per minare più facilmente l'in-
tiero edifizio della religione catto-
lica, per ciò Pio VII appena tor-
nato alla sua Sede rivolse le sue
sollecitudini alla restaurazione de-
gli ordini regolari , indi a' 7 ago-
sto pubblicò la bolla Sollicitudo
omnium ecclesiaruni , colla quale
rimise intieramente nel primiero
sfato la veneranda compagnia di
Gesù. Appena questa ripristina-
zione si conobbe in Francia, ove
il breve di soppressione emana-
to da Clemente XIV non era sta-
to mai promulgato, subito parec-
chi antichi gesuiti con intelligenza
del p. generale allora dimorante in
Russia, si riunirono ed aprirono
noviziato , ed andò quindi la be-
nemerita compagnia ivi crescendo
con case anche di educazione, os-
sia piccoli seminari?. E sebbene
non legalmente riconosciuti dal go-
verno, i gesuiti successivamente fu-
rono sempre tollerali, e lasciati o-
perare come utili ausiliari de' ve-
scovi che tuttora li proteggono.
Soltanto per ordonance de' 16 giu-
gno 1828 venne loro tolta l'edu-
cazione della gioventù col chiude-
re otto collegi che avevano in Fran-
cia, senza che però i gesuiti venis-
sero in quella ordinanza nominati,
o che fossero impediti dal conti-
nuare ne' santi ministeri della pre-
dicazione, delle missioni, degli spi-
rituali esercizi al clero ec. E qui
noteremo che la livoluzione di lu-
glio nel i83o non cangiò nulla a
i38 FRA
questa posizione de' gesuiti in Fran-
cia , ove continuarouo a moltipli-
carsi sino a formare due distinte
Provincie, dando eziandio molti sog-
getti alle missioni estere di Ame-
rica e di Asia, ed anche in Algeria.
Appena Luigi XVIH si vide sul
trono de' suoi antenati, pochi gior-
ni dopo il suo arrivo a Parigi ,
nella chiesa di Nostra Signora fe-
ce celebrare solenni esequie pel
suo fratello Luigi XVI e per gli
altri principi della sua sventurata
famiglia. Poscia ai 2 di settembre
ebbe luogo altro funebre ullìzio
agi' illustri confessori della fede ,
trucidati in quel giorno al Carmi-
ne dalla rabbia de' giacobini. E.i-
posando ancora le mortali spoglie di
Luigi XVI e di Maria Antonietta
nel cimiterio della Maddalena, sid-
le quali aveva sparso lagrime per-
sino il re di Prussia, ed appres-
sandosi il 1 1 gennaio, anniversario
ferale della morte di sì giusto ed
umano re, gli avanzi che, siccome
dicemmo, avea Luigi XVllI fatti di-
sotterrare, in un a quelli della re-
gina sua cognata , questo principe
li fece porre in una bara , onde
venissero trasportati con solenne
cerimonia in detto gioriìo anniver-
sario, in s. Dionigio ne' sepolcri dei
re di Francia. La superstite figlia
di quei monarchi si portò a ren-
dere un tributo alle ossa de' suoi
genitori, col prostrarsi innanzi alla
bara, versando un torrente di la-
grime. Giunto il miserando giorno
21 gennaio i8i5, esso fu dichia-
rato nefasto e di lutto per tutta la
Francia , restando interdetti tutti
gli spettacoli, sospesi i pubblici af-
fari , ed ordinato che in tutte le
chiese del regno si celebrasseso uf-
fici funebri come in s. Dionigio.
Indi alle ore otto della mattina il
FRA
conte d' Artois in compagnia dei
due suoi figli Luigi duca d'Angou-
léme e Carlo Ferdinando duca di
Berry , recossi nel luogo ov' erano
state disotterrate le i-egie ossa, ac-
quistato già dalla pietà di Descli-
seau, che inoltre avea eretto alle
vittime illustri un semplice monu-
mento , e colà pose le prime pie-
tre di quello ch'esservi doveva in-
nalzato a memoria perpetua. La
bara fu posta sopra un funebre
carro , precedendo i tre reali per-
sonaggi il lugubre convoglio , che
in mezzo ai reggimenti schierati, e
ad una folla immensa di popolo
giunse a s. Dionigio, ov' ebbe luo-
go i riti espiatori, e la tumulazio-
ne. Frattanto sino dai 5 novem-
bre 18 14 era stato aperto in Vien-
na un congresso, in cui un senato
di re decidere dovea i destini d'Eu-
ropa, risguardanti pure il mondo in-
tero, per regolare il politico equi-
librio j laonde venne decretato che
si restituissero alla santa Sede le
Marche, Camerino, il ducato di Be-
nevento e Pontecorvo invase da Na-
poleone , e le tre legazioni di Bo-
logna, Ferrara e Ravenna dal me-
desimo tolte alla Chie-;a colle armate
della repubblica francese. Mentre du-
rava il congresso, aspirando Napoleo-
ne di nuovo alla dominazione della
Francia, d'accordo co'suoi partigiani
esistenti nel regno, salpò dall'isola
dell'Elba con novecento uomini, sbar-
cò il primo marzo 18 15 a Cannes,
audacemente e senza incontrare dif-
ficoltà entrò in Parigi ai 10, da
dove era partito la notte preceden-
te Luigi XVIII per Gand, facendo
la via di Lilla. L' Europa l'eslò at-
tonita in sentir Napoleone nuova-
mente nel palazzo delle Tuilleries,
e tutta fu compresa di sdegno pel
temerario avvenimento.
nix
Il congresso di Vienna con una
dichiarazione protestò, che iStipoieo-
ne Bona parte si era da sé inedesl-
ino escluso da ogni relazione civi-
le e sociale, e che come perturba-
tore della pubblica tranquillità del
mondo, era esposto alla pubblica
vendetta. 1 più formidabili prepa-
lativi si fecero d'ambe le parti , e
lo storico IJeeron coniò un milio-
ne cinquemila quattrocento com-
battenti, che da ogni parte mar-
ciarono sopra la Francia , per in-
frangere lo scettro dell' usurpatore,
foimando a tale effetto le potenze
una nuova coalizione. Sospettando
il re di JNapoli IMurat sulle dispo-
sizioni del congresso di Vienna ri-
guardo alla sua politica esistenza,
avido di continuare nel dominio di
Ancona, delle Marche, di Beneven-
to e Pontecorvo non ancora resti-
tuite alia Chiesa, d'accordo con
iVapoleone suo cognato, ad onta del-
la giurata fede, si propose il con-
quisto degli stati che l'Austria avea
in Italia. A lai fine domandò a
Pio V II il passaggio delle sue Irup-
{■e ne suoi dominii, ciò eh' essen-
flogli denegato, armata mano entrò
nel territorio pontificio. Allora il
Papa non valendo esporre la sua
persona , partì da Roma, che lasciò
mediante una giunta di stato, e
per Firenze si portò a Genova.
/^. Relazione dd viaggio di Papa
Pio f^II a Genova nella primave-
ra dcWannn lijia, e del suo ri-
torno in F.otna , scritta dal cardi-
nal Bartolommeo Pacca, Orvieto
i833. I\Iurat che aveva assuntoli
fastoso titolo d'italico, in breve
tempo fu conquiso dalle forze del-
l' Austria , e fuggiasco sulle coste
di Provenza, per la sua folle in-
trapresa Napoleone ricusò di ve-
derlo, onde a' 17 giugno i Bor-
FRA iBg
boni furono reintegrali del regno
di Napoli , e Ferdinando IV pre-
se il nome di Ferdinando I re
delle due Sicilie. Frattanto Na-
poleone avendo fatto compilare
da Beniamino Constant una nuo-
va costituzione , nel campo det-
to di maggio , il dì primo giugno
giurò sul vangelo di osservare il
novello atto costituzionale, mentre
a' 7 di dello mese Pio VII rientrò
in Pioma. Avendo Napoleone colla
sua prodigiosa attività ordinato un
esercito di trentamila veterani , a-
prì la campagna ed ottenne bril-
lanti successi colle vittorie di Ligny e
di Fieurus, ma nella disastrosa gior-
nata diValerloo, a' 18 giugno cailde
per sempre, e la sua armata fu inte-
ramente distrutta e dispersa. Piitor-
nato Napoleone a Parigi abdicò d;
nuovo dopo un regno di cento giorni,
indi fuggì nell'isola d'Aix, e recato-
si a Rochefort si rifugiò a bordo
del vascello inglese il Bellerofonte,
dandosi volontariamente in mano
degl' inglesi, centra i quali per die-
ci anni aveva sollevato il mondo
intero. Gli alleati lo considerarono
come loro prigioniero, onde in tal
qualità, e malgrado le sue rimo-
stranze fu dagl' inglesi rilegato nel-
l'isola di s. Elena sull'Atlantico, in
uno scoglio dell'Africa, fuori d'o-
gni sociale consorzio , dove morì
a' 5 maggio 182 i. Da ultimo, co-
me dicemmo al voi. XVII , pag.
263 del Dizionario , la Francia ne
onorò grandemente le ceneri che
ottenne dall'Inghilterra, e le collocò
in Parigi nella chiesa degl' invalidi.
F. Vita di Napoleone di TValler
Scott, compendiata da un letterato
italiano. Livorno 1827, tomi quat-
tro.
Gli alleati a' 7 luglio occuparo-
no di nuovo Parigi, ed a! re Lia-
i4o FRA
gi XVIII il giorno appresso resti-
tuirono per la seconda volta il ra-
pito scettro. Durante i primi me-
si che seguirono questa seconda
restaurazione, si formò la Santa
alleanza a'26 settembre tra gl'im-
peratori d'Austria e di Russia, ed
il re di Prussia. In seguito aven-
do Gioachino Marat approdato
alle coste delPantico suo regno, fu
preso e fucilato a Pizzo ai i3 ot-
tobre. Segui poscia la pace gene-
rale delle potenze alleate colla Fran-
cia, e fu seguito un trattato del
20 novembre , in forza di cui la
Francia perdette i paesi annessivi
con quello del 3o maggio 18 14
summentovati, e 1' Isola dell'Elba
fu donata alla Toscana, laonde si
calcolò che la Fi'ancia perdette col-
r ultimo trattato cinquecento tren-
taqiiattro mila anime di popolazio-
ne. Stipulossi pur anco un'indeniz-
zazione di settecento milioni di
franchi agli alleati, e la occupazio-
ne del territorio francese in alcu-
ne fortezze della frontiera per tre
anni, da cento cinquanta mila uo-
mini, la quale poi ebbe termine
pel congresso d'Aix-la-Chapelle del
9 ottobre 18 18. Inoltre nel con-
gresso di Vienna si modificò la
concessione fatta all' arciduchessa,
Maria Luisa e suo figlio del du-
cato di Parma e Piacenza, in
proprietà , lasciandosene usufiut-
tuaria a vita la sola arciduchessa,
con libera e piena sovranità, ed
alla sua morte tornerà in potere
dei Borboni già duchi di quel du-
cato. Luigi XVIII colla dolcezza del
pacifico suo regime, giunse in bre-
ve spazio di tempo, a spegnere o-
gni sintomo di politica oscillazione.
Pio VII ricuperò dalla Francia i
monumenti delle belle arti, gli ar-
chivi, ec. di Roma, al modo che
FRA
diciamo a'rispettivi luoghi. In se-
guito Luigi XVIII per riparare i
mali prodotti in Francia alla reli-
gione cattolica, istituì in Parigi u-
na commissione ecclesiastica, sotto
la presidenza di monsignor Tal-
leyrand de Perigord antico arcive-
scovo di Reims, da lui dichiarato
suo grande elemosiniere, e poi fatto
cardinnle da Pio VII. Dipoi il re
con sua ordinanza eresse la socie-
tà de'preti delle missioni di Fran-
cia, affinchè sotto l'autorità dei
vescovi offrir potesse soccorso alle
case, ed alle succursali prive de'lo-
ro pastori. Non solamente nuovi
istituti nacquero in Francia a prò
della religione, ma si fecero rivi-
vere diversi degli antichi , come
la congregazione di s. Lazzaro ,
quella dello Spirito Santo, si be-
nemerite delle missioni straniere,
le suore della croce, i religiosi del-
la Trappa, ec. Nell'anno 18 16 fe-
cei'o gran rumore in Francia le
rivelazioni di Martin, contadino
della Beauce nella diocesi di
Chartres, che fu presentato al re.
T^. la Relazione degli avi-enimend
accaduti a Tommaso Martin agri-
coltore di Beauce in Francia ,
Bologna 1822 : e la Relazione con-
cernente gli awenunenli accaduti
ad un agricoltore della Beauce
in Francia, Imola 1822. Dipoi
Luigi XVIII Con reale munificen-
za fece fare dei restauri alla chie-
sa della celebre abbazia di s. Dio-
nigio. Ne affidò la cura a' quei
vescovi che si ritiravano dalle lo-
ro diocesi, ed ai preti, che il go-
verno manteneva, dando loro un
diploma di canonico. Essendo que-
sta u-.sa istituzione laica, dipoi il
regnante Luigi Filippo si è rivolto
ali.» santa Sede, perchè desse al
capitolo di s. Dionigio una istitu-
FRA
zinne canonica ; ordinando a s'i hcl
monumento gotico i rt-slaini della
più alta impoiianza. Aumentò Lui-
gi XVII! gli assegni per il man-
tenimeuto dei clero, e ne rese me-
no disagiata la C(jndizione dopo la
perdita delle sue proprietà. Nati in
Fi ancia de'tumulti pel concordato
del 1 80 r , esso d' accordo col re
fu annullato da Pio VII, ed in ve-
ce sostituto il concordalo che ri-
portammo nel volume XVI , pa-
gina 4^ ^'^' Dizionario, il quale
fu sottoscritto in Roma agli i i
giugno 1817. Se poi il concorda-
lo avesse il suo pieno effètto lo
dicemmo in principio di questo
articolo.
La natura del rimedio usato nel
concordato accusava la gravità del
male, e Dio consolò il Pontefice di
poter vedere prima di morire rior-
dinate le chiese di Francia : que-
sto avvenimento sì lieto al pater-
no di lui cuore , successe noi nel
1822, nel quale anno Luigi XVIII
potè somministrare i fondi neces-
sari per accrescere il numero del-
le diocesi, senza imporre alcun nuo-
vo aggravio a' sudditi, giacché ri-
sultavano da pensioni ecclesiastiche
rimaste vacanti per la morte di
quelli che n'erano i possessori. Fu
bensì adottato il principio, che un
medesimo dipartimento aver non
potesse più d' una sola sede vesco-
vile, e su questa base prontamente
il Pontefice a' io ottobre effettuò
la definitiva circoscrizione delle dio-
cesi, la quale anche al presente ser-
ve di regola al clero di Francia.
Quattordici furono stabilite le sedi
arcivescovili, cioè Parigi, Lione,
Rohan, Sens, Reims, Tours, Bour-
ges, Alby, Bordeaux, Auch, Tolo-
losa, Aix, Besangon ed Avignone,
rimanendo il titolo delle sedi ar-
FRA i\i
civescovili di Arles , di Narbona e
di Vienna nel Delfinato rispettiva-
mente annesse alle metropolitane
di Aix, di Tolosa e di Lione. Le
sedi vescovili furono recate al nu-
mero di sessantasei, cosicché le no-
vanta due sedi stabilite pel con-
cordato del 1817 si ridussero al
numero di ottanta. Tale circoscri-
zione delle diocesi riuscì diflitti mol-
lo più vantaggiosa al bene spiritua-
le de' fedeli, che non era stata quel-
la del 1801. Svanito per siffatta
guisa ogni pericolo di scisma , ri-
fiorì la pace dopo tante turbolen-
ze sopra questa illustre e copiosa
porzione del gregge cattolico , anzi
di tutte la più numerosa. I politi-
castri soli continuarono a mormo-
rare , a' quali fece eco l'abbate de
la Roche- Aymont, difensore della
picciola chiesa, i cui ostinati segua-
ci ritiraronsi in Inghilterra. La pub-
blica derisione punì il loro orgo-
glio, e le disposizioni Sprovvide di
Pio y\\ ne faranno benedir sem-
pre la memoria nelle chiese di Fran-
cia. F. Ad gallos illos dissidentes
praeserliin dioecesis Pictai'iensis, qui
vulgo and-coiicordalislat apptUan-
tur , Exhortalio y che Leone XII
pubblicò a' 2 luglio 1826.
Fra'trionfl che la religione cat-
tolica andava ottenendo nel cristia-
nissimo regno di Francia, registre-
remo le ritrattazioni di Pietro Lar-
cher, e di Giambattista R.obinet ;
ed alla peste delle edizioni econo-
miche de'libri filosofici di Rousseau
e di Voltaire, fu opposto il zelo del
clero e la società cattolica de' buo-
ni libri. Intanto per la terribile
influenza delle società segrete , la
costituzione delle Cortes fu procla-
mata nella Spagna ed in Porto-
gallo. A' i3 febbraio 1820 Luigi
XVIII, la famiglia reale, e la Fran-
i42 FRA
eia, pel pugnale dell' esecrabile Lou-
vel, pianse l'assassinio del duca Car-
lo di Beny, secondogenito del con-
te d' Artois , lasciando l'infelice
principe una figlia Luisa Maria Te-
resa , e la vedova figlia di Ferdi-
nando I re delle due Sicilie Caro-
lina incinta, che a' 29 settembre si
sgravò di Enrico Carlo Ferdinando
Malia Dieudoniié, duca di Bordeaux.
11 visconte di Chateaubriand ci die-
de le Memorie sopra la vila e mor-
te del duca di Berry, pubblicate
in Roma nel 1820. Queste memo-
rie furono riprodotte nel tom. IV
del giornale La voce della ragio-
ne, fascicolo XXIV de' i5 maggio
i833. Abbiamo ancora d'Artois le
Memorie^ lettere ec. riguardanti la
vita e la morte del duca di Ber-
ry, Roma 1820. Di poi nella not-
te de' IO agosto stava per iscop-
piare una congiura, tramata dalle
conventicole delle società segrete ,
per cui due reggimenti di soldati
ribelli mossero per impadronirsi
delle Tuilleries. La rivoluzione che
si consumò nella Spagna l' anno
1821 produsse il congresso di Ve-
rona , in cui la Francia si uni
alla Russia , all' Austria ed alla
Prussia onde restituire al re di
Spagna Ferdinando VII la pienez-
za del suo potere ; quindi un' ar-
mata francese comandata dal del-
fino Luigi duca d'Angouléme pas-
sò la Bidassoa il 7 aprile 1828, e
terminò la campagna colla presa
del Trocadero il primo settembre ,
con che il re di Portogallo pure
ritornò nel suo trono. IVell' anno
precedente le sette occulte incitaro-
no il general Berlon ad alzare il
vessillo della rivolta in Saumur ,
aiutato dai così detti cavalieri del-
la libertà, sbucati fuori dalla set-
ta de' carbonari. Intanto l'immor-
FRA
tale Pio VII nell'agosto 1828 pas-
sò agii eterni riposi^ e nel seguen-
te mese gli successe degnamenle
Leone XII, il quale ebbe il confor-
to di veder terminata la rivoluzio-
ne di Spagna, per opera delle vit-
toriose armate francesi, capitanate
dal generalissimo Luigi duca d'An-
gouléme. Di poi nell'anno santo
1825 benedì il Papa lo stocco e
berrettone ducale, e siccome a prin-
cipe benemerito della religione, a
mezzo dell'ablegato apostolico mon-
signor Lodovico Ancaiani, lo fece
presentare in Parigi allo stesso du-
ca d'Angouléme, inviando alla du-
chessa sua moglie il martello eoa
il quale fece l'apertura della por-
ta santa, ed alla duchessa di Ber-
ry alcuni divozionali. Nell'anno pre-
cedente mori pure a' i5 settembre
Luigi XVIII, e nel giorno medesi-
mo gli successe il fratello conte
d'Artois, che prese il nome di Car-
lo X , il quale si fece consagrare
a' 29 maggio 1825 da monsignor
de Latil arcivescovo di R.eims poi
cardinale, ed una magnifica meda-
glia ne celebrò la solennità della
cerimonia : di questa medaglia ne
fece battere una d'oro di una gran-
dezza inusitata, ed in attestato di
benevolenza e soddisfazione la do-
nò a monsignor Vincenzo Macchi
arcivescovo di Nisibi, nunzio apo-
stolico presso di lui. Da un lato
eravi rappresentata la cerimonia
dell' incoronazione, e dall'altro 1 ef-
fìgie del l'e coronato , mentre sul
contorno Carlo X vi fece incidere
queste parole : Le Rai à son excel-
lence M.r de Macchi, nonce de sa
Saintété. L'anima grande ed insie-
me religiosa di Luigi XVIII ben
si appalesò in questa risposta, che
die a Bonaparte primo console, al-
lorché esso con grandi promesse
FRA
cercava di carpire la di lui rinun-
zia alla corona. " Ignoro i disegni
-•' di Dio sopra di me e del mio
» popolo , ma conosco le obbliga-
" zioni che mi ha imposto. Crislia-
" no , ne adenìpirò i doveri sino
*' all'ultimo respiro; figlio di s. Lui-
M gi, saprò rispettarmi anche fra le
>» catene; successore di Francesco I,
» io voglio poter sempre dire con
« lui, tutto è perduto fuorché l'o-
» nore ". Leone XII si rivolse al
nuovo re Carlo X in favore del ca-
pitolo laleranense e della loro chie-
sa mater et caput, il quale aven-
do dal i599 al 1789 posseduta
r abbazia di Clairac donatagli da
Enrico IV, quando entrò nel grem-
bo della Chiesa cattolica, la rivolu-
zione repubblicana avea divorato il
dono, e le rendite eccedenti la som-
ma di sessantamila franchi. Il re
condiscese alle premure del Ponte-
fice, e stabiTi annui franchi venti-
quattro mila in compenso del per-
duto al capitolo ; ma questo dopo
la rivoluzione del i83o di tale di-
sposizione non ne ha più fruito.
Sotto Cnrio X cominciò più ac-
canita la lotta de' due partiti, tra
quelli cioè che difendevano la po-
testà regia , e quelli che sostene-
vano la Carta costituzionale , cioè
il partito detto allora: realista , e
quello chiamato costituzionale, nel-
r invocare ambedue 1' esecuzione
della Carta, il primo l'interpreta-
va più in favore dell' autorità re-
gia, che l'altro. I prelesi difensori
della carta costituzionale, chiamati
pure liberali, erano ad un tempo
nemici del regio potere e del cle-
ro. E la sfrenata libertà della stam-
pa aggiunse esca ad infiammar la
discordia. Un contrasto presso che
eguale divise gli animi per quan-
to concerne 1' autorità della Chiesa
FRA
irp
cnUtjlica : gli uni donar volevano
qiioi diritti ch'essa rifiuta, gli al-
tri denigravano tutto col nome di
ollramontanismo , e le negavano
persino il potere di cui venne inve-
stila dal suo divino fondatore. Tra
i primi segnalossi eloquentemente,
ma senza limite, l' abbate de la
Rlennais, tra i secondi Monllosier:
essi però non furono i capi dei
due partiti, come taluno scrisse. Le
regie ordinanze di Carlo X, e la
paterna voce di Leone XII diretta
al clero di Francia, per conciliare
gli spiriti esacerbati, erano dirette
a fare svanire le religiose turbo-
lenze : ma le ordinanze furono una
deplorabile concessione che afflis-
se tutti i vescovi ed i buoni cat-
tolici , mentre ebbero gli applausi
dei nemici della monarchia e del-
la religione. Di queste ordinanze ,
come del superbo musaico donato
da Leone XII a Carlo X, e degli
arazzi di Gobelins e porcellane di
Sevres che questi regalò al Papa,
se ne parla all' articolo Leone XII
[Vedi). A' 17 aprile iSaS la Fran-
cia riconobbe l' indipendenza di s.
Domingo, sotto il nome di repub-
blica d' Haiti , col patto di cento
cinquanta milioni d'indennizzo a
favore degli antichi coloni. Nel 1826
Leone XII pubblicò cardinale il
nunzio monsignor Macchi , cui il
re pose formalmente in capo la
berretta cardinalizia : successore a
questo nunzio fu monsignor Luigi
Lambruschini arcivescovo di Ge-
nova, poi nel t83i creato cardina-
le dal Papa che regna, ed al pre-
sente segretario di stato. Quando i
missionari francesi nell' esercizio del
loro infaticabile zelo, erano da al-
cuni riguardati per fanatici nell'e-
rezione delle croci , nel dicembre
1826 in Francia apparve in aria
i44 FI'vA
il salutare segno, di mirabile gran-
dezza, e scintillante di luce, cioè
in Mignc presso Poitiers, come nar-
rammo nel voi. XVIII, pag. 327
del Dizionario, in un all'opinamen-
to di Leone XII. Questo magnani-
mo Pontefice terminò i suoi gior-
ni nel febbraio 1 8-29 , ed ebbe in
successore il cardinal Castiglioni ,
cbe assunse il nome di Pio P III
[Fedi), il quale avea risposto in
conclave al discorso pronunzialo al
sagro collegio dall'ambasciatore di
Francia il visconte di Chateau-
briand , in nome del re Carlo X.
IVel suo pontificato scoppiò in Pa-
rigi terribile rivoluzione, nelle gior-
nate dei 27, 28 e 29 luglio i83o,
mentre a' 5 dello stesso mese la
Francia avea fatto il conquisto di
Algeri. V. il Compendio storico ded-
iti rivoluzione di Parigi awenula
negli ultimi di luglio i83o, com-
pilato da un italiano (eslinionio ocu-
lare,llaì'ia i83o. In conseguenza di .s\
grande politico rivolgimento, Carlo
X a'2 agosto in un al suo figlio Lui-
gi duca d'Angouléme delfino ^ ab-
dicò la corona di Francia in favo-
re d' Enrico V duca di Bordeaux.
Essendo stato dichiarato il duca
d'Orleans Luigi Filippo luogotenen-
te generale del regno, a' 7 agosto
i deputati di Francia dichiarando
vacante questa corona , l' olfrirono
al duca, che accettandola ai 9 dello
slesso mese, sotto il nome di Lui-
gi Filippo I, fu riconosciuto per re
de' francesi. Finalmente a' 16 ago-
sto Carlo X col suo figlio duca
d'Angouléme, la duchessa Maria
Teresa Carlotta delfina, e i nipoti
Luisa ed Enrico, usci dalla Fran-
cia, passò prima in Inghilterra, poi
in Iscozia o Edimburgo, dove sog-
giornò per alcuni mesi , da dove
iii seguito parti, ritirandosi negli
FRA
stati austriaci , ove poscia morì a
Gorizia a' 6 novembre i836. E
qui noteremo, che il duca di Reicli-
stadt , unico figlio di Napoleone
cessò di vivete nei medesimi stati
austriaci , ove tuttora risiede la
famiglia reale di Carlo X. Nel me-
se di giugno poi 1844 è morto a
Gorizia il duca d^Angoulème, do-
po lunga e penosa malattia, sof-
ferta con edificante e pia lassegna-
zione ; ed ecco nuovo argomento
di pianto e di afflizione alla illu-
tre figlia di Luigi XVI, consor-
te del defunto. A Pio VIII suc-
cesse il regnante Gregorio XVI
eh' ebbe la gloria dando princi-
pio ad una nuova chiesa africa-
na, d' erigere Algeri in vescova-
to j ad istanza del saggio re Lui-
gi Filippo I , prosperando la più
bella armonia fra il potentissi-
mo e religiosissimo regno di Fran-
cia e la santa Sede; meritando-
si il venerando e zelante clero
r ammirazione della Cbiesa uni-
versale , come strettamente uni-
to alla cattedra di s. Pietro , e
fervoroso nella difesa della reli-
gione. Allorché il Pontefice Grego-
rio XVI annoverò meritamente al
sagro collegio monsignor Lambru-
schini, destinò incaricato d'affari
d. Antonio Garibaldi, il quale fece
poi prelato ed interuunzio aposto-
lico, e inviato straordinajio della
santa Sede in Parigi. Questo per-
sonaggio è ora arcivescovo di Mi-
ra e nunzio apostolico di Napoli ,
mentre nunzio di Parigi è il su-
nominato arcivescovo di Nicea mon-
signor Raffaele Foruari. Per ciò che
riguarda la storia delle relazioni
tra la Francia e la santa Sede,
nei pontificati di Leone XII e Pio
Vili, preziose notizie ci ha date il
dotto cav. Artaud di Moutor, nel-
FRA
le Sìlorie di Leone XII e di Pio
FUI.
Per ultimo diremo che in Fran-
cia furono celebrali un numero
grandissimo di concili che non
manchiamo riportare ai luoghi ove
si tennero , e che essendovene al-
cuni, che si conoscono sotto il no-
ni*; esclusivo di Concili di Fran-
cia, qui ne faremo un cenno. Ve
ne fu uno nell'anno 806, nel qua-
le Carlo Magno divise il suo im-
pero. Regia tom. XX, Labbé tom.
VII, ed Arduino tom. IV. Nell'an-
no 1002 ne furono tenuti in dif-
ferenti luoghi, relativamente al di-
giuno praticato dalla maggior par-
te (lei fedeli , dall' Ascensione fino
alle Pentecoste ; all' uso che aveva-
no i monaci di cantare l'inno Te
Dcum, nelle tre o quattro dome-
niche precedenti la natività di Ge-
sìi Cristo, e durante la quaresima
contro 1' usanza della Chiesa ro-
mana; sulla celeljrazione della fe-
sta dell' Annunziazione nel iS mar-
zo, e sopra altre materie ecclesia-
stiche. Regia tom. XXV, Labbé
tom. IX, ed Arduino tom. VI.
Altri concili si tennero nel io3i,
nei quiili lu trattato della pace e
della tranquillità pubblica, del ri-
spetto dovuto alle chiese, ai reli-
giosi ed alle religiose. Venne al-
tresì ordinata l'astinenza del vino
nel venerdì e della carne nel sa-
I)atOj e si trattarono altre materie.
Labbé tom. IX, e Arduino tom.
VI. Nel 1229 o i23o e nel i238
furono adunati diversi concili in-
torno le guerre del reame. Mansi
tom. II , e Rinaldi a detto anno
I 280.
FRANCIOTTI Galeotto, Car-
dinale. Galeotto Franciotti, detto
anche della Rovere, sortì di nobi-
le famiglia in Lucca. Soave di ma-
VOL. xxvii.
FRA 145
nicre, innocente di costumi, mira-
bile nel sapere, splendido nel trat-
tare, si acquistò fino da' piìi verdi
anni l'amore e la slima di tutti.
Giulio II, ch'eia suo zio, quantun-
que ei si fosse per età giovanissi-
mo, non dubitò di ascriverlo al
sacro collegio creandolo cardinale
a' 29 novembre i5o3, dell'ordi-
ne de^ preti, col titolo di san Pietro
in Vincoli , e dopo la morte del
cardinal Ascanio Sforza, gli accor-
dò la carica di vicecancelliere. Nel
i5o3, a solo titolo di commenda,
ebbe la chiesa di Lucca, nell' anno
seguente quella di Renevento, quin-
di quella di Cremona, e nel i5o8
la vescovile di Vicenza. Ottenne
ricche abbazie, fra le quali l'abbazia
di Nonantola, e quella di s. Reni-
gno di Fruttuaria. Fu legato eziandio
in Rologua; ma la rapida carriera
di tanti onori fu chiusa da una
morte immatura, che lo rapì nel
i5o8, quell'anno stesso in cui ve-
nia promosso alla sede di Vicenza.
Lo pianse molto il cardinal Gio-
vanni de' Medici, che fu poi Leone
X; e lo stesso Giulio II ne udì
la infausta nuova col massimo do-
lore. Egli lo avea già visitato più
volte nella sua malattia, e avea
anche intimalo pubblicbe preci per
la salute di lui. Fu sepolto nella
Vaticana, e nel 1625 venne tra-
sferito nella cappella del ss. Sagra-
mento, presso la tomba di Sisto IV.
FRANCIOTTI Marco Antonio,
Cardinale. Marco Antonio Fran-
ciotti, di nobilissima famiglia, nac-
que in Lucca l'anno 1592. La
puerizia di lui fu un saggio ben
sicuro di tutte quelle virtù che
poscia lo resero specchio della re-
ligiosa vita, e modello di santità.
Dicesi che fanciullo ancora, giacen-
do ammalato, sorgesse da sé a pre-
io
i46 FRA
gare, aè si levasse dall'orazione
finché non ^ fosse accorto che al-
cuno sopraggi ugnea a discoprirlo.
Studiò le lettere nella patria, e la
giurisprudenza nella università di
Bologna; dove solo bastò a tran-
quillare un' insurrezione di quella
studiosa gioventù. Trasferitosi po-
scia in Roma, si trattenne da pri-
ma nello studio di Giovanni Bat-
tista Spada suo concittadino, quin-
di meglio addestratosi nel trattare
gli affari, fu ammesso da Paolo V
tra i protonotari apostolici parteci-
panti, e da Gregorio XV spedito go-
vernatore di Fabriano, e quindi di
Faenza, impieghi sostenuti con singo-
lare saggezza e tanta bontà da gua-
dagnarsi l'animo di ciascheduno di
que' cittadini. Sotto il pontificato
di Urbano Vili venne trasferito
tra i cherici di camera colla pre-
fettura dell'annona, e quindi dichia-
ratone uditore, nella qual carica mo-
ritossi dalla curia il bel titolo di
rt'llissimo giudice. Il medesimo Pon-
tefice nel concistoro de' 28 novem-
bre i633 lo esaltò al cardinalato
col titolo di s. Clemente, enei gior-
no stesso lo elesse a vescovo di Luc-
ca e legato della Romagna. Ma in
tale congiuntura non piacque tan-
to sul principio al Papa, avendo
accordato un po' troppo di favore
al duca di Parma, nemico della
Chiesa. Si trasferì dappoi alla sua
residenza vescovile, e con tutto lo
zelo suggerito da fervida carità, si
diede a visitar le parrocchie, conso-
lare gli afflitti, ristorare la disci-
plina del clero, recandosi eziandio
nei luoghi più pericolosi e scoscesi
per vedere le sue pecorelle abbando-
nate e disperse, e porger loro l'a-
limento della divina parola. Sorse-
ro alcune controversie con quella
repubblica sul punto di giurisdizio-
FRA
ne, e sebbene il cardinale avesse
impiegato ogni mezzo per accomo-
dare le cose, pure dopo d'essersi
pacificale le parti, ritornarono a
vivere per maniera che si determi-
nò di rinunziare la diocesi, e riti-
rarsi in Roma. Ivi ebbe la protet-
toria dell' ordine cistcrciense, e fu
ascritto alle principali congregazio-
ni, nelle quali ragionava sempre
con tale autoritìi, che la maggior
parte dt' cardinali non dubitavano
di seguire la opinione di lui; anzi
lo stesso Innocenzo X negli aflari
più ardui, voleva sentire il suo
consiglio. Cessò di vivere in Roma
nel 1666, e fu deposto nella chie-
sa del Gesù, dove si vede la sua
lapide fregiata delle insegne cardi-
nalizie. Fu il cardinale Franciolti di
una vita assai raccolta e devola.
Giovane ancora, superò molti as-
salti preparatigli dall'invidia altrui,
e tali vittorie tutte ascrivea dipoi
alla protezione di Maria, che ono-
rava con ispecialissimo culto. Di-
giunava sovente sino al rigore; usa-
va di flagellarsi non rade volte si-
no all'effusione del sangue. Cele-
brava ogni giorno la santa messa,
ed occupa vasi per due ore nel medi-
tare le verità eterne. Era eziandio
molto diligente nell' intervenire alle
cappelle papali, ed anzi quale ri-
conoscimento il Pontefice gli asse-
gnò cinquecento scudi di pensio-
ne : amava la giustizia e non sof-
feriva che alcuno gli presentasse
regali per qual si fosse argomento.
Dava poi abbondanti elemosine, e
credesi che giugnesse ad esborsare
per tal motivo più di trentamila
scudi. Aveva un fino criterio, ed
un ingegno chiaro : a tutto ciò vi
aggiugnea un animo assai corte-
se e gentile, di modo che veniva
tarameule da tutti amato.
FRA
FRANCO, Cardinale diacono ,
sottoscrisse al decreto pubblicato
nel I 087, da Benedetto IX nel sinodo
romano a favore di Villelmo, ab-
bate di s. Benigno di Fruttuaria.
FRANCOAE, Cardinale. V. Bo-
nifacio "VII Antipapa XYII.
FRASCONI A (di) Brumose, Car-
dinale. V. Gregorio V Papa.
FRANCS-MAgOJNS o Framas-
SONI. V. Liberi Muratori.
FRANGIPANI Latino, Cardi-
nale. Latino Frangipani Malabran-
ca, romano , nipote di Nicolò III
per linea materna, fu adottato nel-
la famiglia Orsini , e sotto i mae-
stri della Sorbona laureato in en-
trambe le leggi, professò nell'ordi-
ne de' predicatori. Divenuto prio-
re del convento di s. Sabina in
Roma , e definitole del capitolo
provinciale tenuto in Orvieto, ven-
ne eletto da Uibano IV inquisito-
re generale della fede ; quindi nel
1278 a' 22 marzo, fu creato da
Nicolò III vescovo cardinale d' O-
stia e Velletri e arcivescovo di
Siponto. Ma riconosciuta falsa la
novella intorno la morte del le-
gittimo possessore di questa chie-
sa , il Frangipani fu costituito pro-
tettore di essa. Nell'assenza del Papa
venne trascelto col cardinale Iacopo
Colonna a vicario di R^oma , nel
temporale e nello spirituale, po-
scia legato a latere in Bologna
e Romagna, e vicario di Toscana.
Biuscì mirabilmente nel tranquilla-
re i tumulti destatisi in Bologna
e Firenze, ed anzi in questa città
vi lasciò oltre che la pace i più
savi regolamenti per mantenerla.
Recatosi dipoi nella Lombardia e
nel Genovesato. represse la serpeg-
giante eresia, punì coloro che ave-
vano perseguitati gì' inquisitori , e
ricuperò gli usurpati beni della Chie-
FRA 147
sa romana. I Papi Martino IV,
Onorio IV, e Nicolò IV avea-
no di lui così alta opinione che
non si decidevano mai negli affa-
ri di grande rilievo senza pri-
ma aver udito il suo parere. Era
poi splendido nell' arricchire le
chiese del suo ordine , special-
mente quella sua propria di san-
ta Sabina, al convento della qua-
le lasciò una ricca biblioteca. In Fi-
renze pose ancora la prima pietra
della chiesa di s. Maria Novella.
Non meno però sentiva misericor-
dia pei poverelli: oltre alle copio-
se elemosine che fece vivendo ,
in morte lasciò eziandio dei fon-
di per sovvenire le loro biso-
gna. In Viterbo ebbe a sofferire
qualche violenza per parte dei cit-
tadini , i quali attribuivano a lui
il ritardo della elezione del Pon-
tefice. Nel conclave poi tenutosi
dopo la morte del Papa Nicolò
IVj egli fu uno di que' cardina-
li che propose al sacro collegio il
solitario Pietro da Morone, che
fu infatti eletto Pontefice col no-
me di Celestino V. Questi ad e-
sempio de' nominati suoi predeces-
sorij in lui ripose tutto il governo
pontificio, e quando mancò di vi-
ta, effettuò la rinunzia del ponti-
ficato che meditava. Compì santa-
mente i suoi giorni in Perugia l'an-
no 1294,6 fu deposto nella sagrestia
della Minerva , dal qual sito venne
poi trasferito al destro lato dell'al-
tare maggiore. Molti critici autori,
studiata bene la cosa, decisero che
il Frangipani sia stato autore della
Sequenza Dies irae ec. (Vedi) che
si recita nella messa de' defunti.
Dagli scrittori domenicani è contato
fia i beati del loro ordine, aven-
do Dio a sua intercessione opera-
to de' miracoli.
i48 FRA
FRANZONI Iacopo, Cardinale.
Iacopo Franzoni d'illustre famiglia
genovese, nacque nel 1612. JNel-
l'elù di sedici anni si dedicò all'ec-
clesiaslica milizia , quantunque i
suoi avessero formali di lui ben di-
versi disegni , e corse la cairiera
degli studi prima a Bologna, po-
scia in Perugia, e quindi nuova-
mente in Bologna , dove si dedicò
alla teologia. R^icevutane con ono-
re la laurea, si recò a Roma per
affari domestici, ed ivi poi fissò la
sua dimora. Urbano Vili nel 1689
lo fece referendario di segnatura ,
e tre anni dopo presidente della
camera , ne' quali uffici spiegò il
suo bel talento, ed in ispecie la
sua aggiustatezza nel riferire le
cause. Nel i654 Innocenzo X lo
elesse chierico dell' anzidetta came-
ra colla presidenza delle strade e
poi delle armi. In seguito gli con-
ferì il grado di tesoriere , e la so-
prai ntendenza delle galee e delle
fortezze marittime, e quindi la pre-
fettura generale delle milizie dello
stato ecclesiastico. 11 Franzoni in
tale onorevole incarico esercitò la
giustizia con animo il più fermo ,
ed anzi in qualche occasione non
dubitò di opporsi anche alle viste
del suo stesso sovrane Urbano \I1I,
che avendogli caldamente racco-
mandato una causa, la giudicò
contro la di lui espettazione. Il Pa-
pa volea ricompensare il di lui va-
lore col decorarlo della sagra porpo-
ra , ed affidargli la chiesa di Ferra-
ra ; ma egli costantemente ne doman-
dò la dispensa. Alessandro VII per
altro volle assegnargli la presiden-
za di Castel sant'Angelo in luogo di
quella delle armi, e nel i658 ai
■?.c) aprile lo creò cardinale dell'or-
dine de' diaconi, assegnandogli per
diaconia la chiesa di s. Maria iu
FRA
Aquiro. Indi lo confermò nella ca-
rica, col dichiararlo pro-tesoriere,
come ancora lo fece protettore ilei
monaci silvestrini. Lo ascrisse anco-
ra alle primarie congregazioni ,
e lo deputò legato in Ferrara, cit-
tà da lui in singoiar maniera fa-
vorita ed adornata di cospicue fab-
briche. Sei anni dopo fu promos-
so al vescovado di Canieiino , do-
ve tutto ridusse a miglior forma e
nella disciplina del clero, e nel co-
stume del popolo, e nella recipro-
ca armonia de' cittadini. Apri nel
suo palazzo una biblioteca, celebrò
per due voltt il sinodo, e ristaurò
il seminario e il palazzo episcopa-
le. Eresse ancora una cappella nel-
la sua cattedrale in onore di s. Car-
lo Borromeo, e di s. Filippo Neri, vi
assegnò una rendita, e introdusse
nella città i somaschi, da cui tosto
se n' ebbe a provare il felice risul-
tamento. Dimessa la sua diaconia ,
ebbe da Innocenzo XI , nel 1687,
il vescovado tusculano , ritenendo
però in amministrazione quello di
Camerino. Ivi celebrò un sinodo, i
cui decreti unitamente a quelli del
cardinale Brancacci furono dati al-
la luce; e posseduta quella chiesa
per sei anni, fece rinunzia di Ca-
merino, e passò alla sede di Por-
to. Intervenne a cinque conciavi ,
cioè quelli di Clemente IX, di
Clemente X, d'Innocenzo XI, di A-
lessandro Vili e d' Innocenzo XII.
Compi la mortale sua vita nel 1(197,
ed ebbe onorevole sepolcro nella
chiesa di s. Maria in Vallicella.
FRASCATI (Tusculan). Città
con residenza vescovile, nello stato
pontificio, governo della Coniai ca
di Roma, posta deliziosamente sul
pendio d'una collina , che gode la
veduta del mare, la prospettiva di
Roma, quella della campagna ro-
FRA
mana, della Sabina, di Tivoli, e
de' monti vicini. La fertilitù del ter-
ritorio vi trasse eziandio ad accam-
par sovente gli eserciti romani
nelle guerre cogli equi, ernici e
volsci per 1' abbondanza de' mezzi
onde sussistere, per l'eccellente sa-
lubrità dell'aria, e per la perenni-
tà delle sue acque. Circondata di
deliziose case di campagna, di giar-
dini, di vigneti ed oliveli, e da
amenissime e magnifiche ville, è
assai frequentata dai romani, mas-
sin)e nella stagione estiva , e in
ogni tempo dell'anno dai forestieri
per gl'importanti avanzi dell'anti-
co Tusculo, tanto celebre nelle isto-
rie, cospicuo ed antichissimo mu-
nicipio, dal quale, al dire di Strabe-
ne, i romani avevano appreso la
scienza del governo, come molli ri-
ti e costumanze, ed innanzi che
la cittadinanza romana fosse dive-
nuta comune ai tusculani. Non
manca di belle chiese e di palaz-
7Ì, ed oltre quelli delle ville di cui
palleremo, sono ornati quasi tutti di
giardini ridenti. Le strade sono ret-
tilinee, e terminanti per lo più in
luoghi, ove si ammira qualche bel
punto di vista. 11 passeggio del Po-
merio è incantevole, ove l' occhio
si spazia all' intorno sul mare, sul-
la vasta sottoposta pianura, sulla
selvosa Fajola, e sui colli Ernici.
Ha diverse belle piazze decorate di
fontane, le quali sono alimentate
da purissima acqua, quella stessa
che Giulio Cesare portò in Roma,
a mezzo di numerosi acquedotti ,
che da lui per disposizione di A-
grippa prese il nome di Acqua
Giulia. A tale ac(jua, che ha la
sua sorgente sotto il monistero di
Grottaferrata, venne supplita (piel-
la che sorge sotto il monte su cui
stava posto l'antico castello di Al-
FRA i49
gido, e perciò denominata ordina-
riamente Algensiuna, o Algidcnse;
ed il cardinal Pietro Aldubrandini,
grato dell'acqua che gli aveva con-
dottato per la sua villa lo zio Cle-
mente Vili, come si legge nel dot-
to Fea, Storia delle acque pag.
i68, e del dono della comunità di
Frascati d'un pezzo di strada pub-
blica che intersecava la sua villa ,
regalò alla medesima comunità per
uso pubblico dieci oncie di detta
acqua, alle quali dipoi Paolo V
aggiunse due oncie di quella ap-
pellata Tepula, per un amplissimo
lavatore pubblico, del quale fu quel
Papa pur benemerito per due gran-
di strade di accesso e di comuni-
cazione con Frascati. Dal medesi-
n]o Fea si rileva che l'acqua chia-
mata Crabra, lasciata dagli anti-
chi romani per uso del munici[JÌo
tusculano, e x-ipristinata dall'impe-
ratore Traiano, fu favorita per l'au-
mento a comodo della popolazio-
ne, da Sisto IV, Paofo III, Pio IV,
Innocenzo XI, e Benedetto XIV.
Tuttavolta non avendo la città un
tempo molini, la detta acqua non
era sufficiente a muovere le maci-
ne secondo l'antico metodo. Però
anni addietro provvide a tale incon-
veniente il principe d. Francesco
Borghese Aldobrandini , dappoiché
colla direzione del celebre architet-
to e profondo letterato cav. Luigi
Canina, e l'opera del valente mec-
canico Daner di Zurigo, fece co-
struire presso le mura della ciltà
una macchina, con la quale i frasca-
tani macinano con esilo felicissimo.
E per supplire in modo più ampio
alia mancanza di mole a grano nel
territorio proprio di Frascati , co-
me altresì per favorire l' industria
nella sua pallia, il medesimo prin-
cipe d. Francesco Borghese Aldu=
i5o FRA
brandi ui fece aggiugnere colla di-
rezione dello stesso architetto un'al-
tra mola a grano, composta da una
macchina interani£nte eseguita col
ferro parte fuso e parte maleabilc
con metodo il più adattato alle pra-
tiche del paese, e col lavoro di-
retto dai fratelli Mazzocchi abili
artefici dell'armeria pontificia. E si
è da una tale opera che si diede
principal impulso alla introduzione
negli stati pontificii delle macchine
eseguite col feri'o fuso per gli usi
più necessari delle arti diverse.
Al dire però dei frascatani sem-
bra che l'acqua Giulia non abbia
origine sotto il castello di Grotta -
ferrata, perchè allora sarebbe stato
difficile guidarla a Frascati, rima-
nendo le ferriere molto più basse.
Laonde i frascatani asseriscono, che
le acque che alimentano Frascati
di presente sono l'acqua Algidtnse,
che il comune di Frascati ha sem-
pre posseduta, ed ultimamente ri-
vendicata, come si legge dalla la-
pide posta sulla pubblica fontana
della piazza ; acqua che viene dal-
le radici dell'Algido, da quelle pia-
nure cioè ove il cav. Canina pone
il Laciis Regillus. Inoltre un'acqua,
che si allacciò quando sterravansi
alcune forme antiche, presso la sa-
lita di s. Antonio, salendo per an-
dare a Marino , chiamata volgar-
mente Zitella. L'altra saluberrima,
che neppure nelle siccità più lun-
ghe è mancata giammai, scaturisce
da un fonte lungo la strada che
porta a Grottaferrata, precisamente
in faccia al cancello della villa Pal-
lavicini. E lontana per poco dalla
cittàj ma non si ritengono i cit-
tadini e i forestieri dal discendervi
a prenderne, perchè veramente la
sua purezza compensa quei pochi
passi che debbonsi fare per giua-
FRA
gervi ; ed è allacciata per un cu-
nicolo sotterraneo non molto da
lungi. Potrebbe Frascati giovarsi
dell'acqua Angelosia, che sorge nel-
la pianura detta la Pedica, come-
chè ab antiquo concessagli. E un
tempo vi si provarono i frascatani
con molto dispendio , né vi sono
riusciti ancora per la difficoltà in-
contrata nella natura del suolo da
forarsi, per praticarvi i pozzi e le
forme; ma si spera che dirigendo-
si per altra via, la possano far go-
dere alla città , che ne avrebbe
grande utile, e forse anche profit-
to. Del resto il bottino che ne al-
laccia le vene alla sorgente è tutto
costrutto , e si paga dal comune
annuo canone per il terreno oc-
cupato, all'abbazia di Grottaferrata.
Il palazzo vescovile detto la roc'
ca dalla sua forma, fu così ri-
dotto dal cardinal duca di Yorck
vescovo di Frascati, il quale fu
pure grandemente benemerito del
seminario fabbricato nel lyoi, e
rinomato per fama letteraria, da
lui ampliato, dotato di rendite, ed
arricchito di biblioteca; esso è an-
nesso alla chiesa del Gesù, ove è
rimarchevole la finta cupola, ope-
ra del valentissimo architetto e pit-
tore gesuita p. Pozzi, e vanta alun-
ni che si distinsero per sapere, e per
ragguardevoli dignità ecclesiastiche,
e tra quelli che furono a'nostri tem-
pi esaltati al cardinalato, nomine-
remo a cagion d'onore il cardinal
Ercole Consalvi, ed i cardinali Giu-
seppe della Porta, Antonio Pallot-
ta. Luigi del Drago, Lodovico Gaz-
zoli, e iViccola Grimaldi, i tre ul-
timi de' quali sono viventi. Questo
seminario tuttora fiorisce per le
cure del eia vescovo e conciltadiiio,
il cardinal Lodovico Micara decano
del sagro collegio : la chiesa è de-
FRA
dicata al Pontefice s. Gregorio I
Magno, e vi si venera un'immagine
di Maria santissima sotto il titolo Re-
fugiiun peccatorunìy ivi collocata dal
missionario p. Baldinucci gesuita ,
e coronata dal capitolo vaticano.
Onorano inoltre la famiglia del
cardinal Micara i di lui fratelli p.
Vincenzo cappuccino, lettore in fi-
losofia e teologia , ex definitore
provinciale, e postulalore generale
delle cause de' santi dell' ordine ,
per cui ebbe la religiosa consola-
zione di veder sotto di lui cano-
nizzata s. Veronica Giuliani cap-
puccina nel 1839; ed il cav. Cle-
mente che ha dato alle stampe del-
le tragedie, e un progetto per mi-
gliorare la coltura della campagna
romana. Un Clemente Micara fu
vicario generale della propria pa-
tria, arciprete della cattedrale, dot-
tore in teologia, ascritto alla ro-
mana cittadinanza nel 1649, ^ ™oi'-
to esaminatore sinodale nel 1704.
Di Frascati fu egualmente il p.
abbate d. Sergio JMicara superiore
dell'abbazia di Casamari , che per
la sua pietà e sapere meritò la sti-
ma di Leone XII, e del regnante
Gregorio XVI. Fu Leone XII che
nel concistoro de'20 dicembre 1824
creò cardinale il p. Lodovico Mi-
cara ministro generale de' cappuc-
cini e piedicatore apostolico : quan-
do poi Leone XII lo pubblicò in
concistoro a' i3 marzo 1826, ec-
co come meritamente si espresse
in di lui lode, nell' allocuzione che
pronunziò al sacro collegio, w Con
" qual sagaci tà, prudenza, e zelo
« di regolar disciplina questo uf-
» fizio (di ministro generale) egli
!" eserciti , voi venerabili fratelli ,
» non l'ignorate; né ignota vi è
M la singolare perizia di lui nelle
» teologiche dottrine; e oltre a ciò,
FRA i5i
M la sacra eloquenza ndl'evange-
M lizzare la divina parola ne am-
" miraste voi stessi, tutte le volte
» che per ascoltarlo vi adunaste
>» nel nostro palazzo, ec. ".
INIolto è rinomata Frascati per
le ville moderne che la circondano,
le quali furono erette in parte nel
secolo XVI, ma principalmente du-
rante il secolo XVII, incomincian-
do dai pontificali di Clemente Vili
Aldobrandini, e Paolo V Borghe-
se, laonde in quello d'Innocenzo X
la villeggiatura di Frascati pei si-
gnori romani venne in gran voga.
Queste nobili ville danno un' idea
della magnificenza e della delizia
delle antiche, di cui poi parlere-
mo, come dell'antico Tusculo, e si
distinguono per vaste e sontuose
fabbriche a tal particolar uso de-
stinate. Niun luogo o città vicino
a Roma può vantare il numero
delle ville che rendono celebrità a
Frascati ; una delle piìi antiche vil-
le di Frascati è la villa Falconie-
ri, limitrofa delle ville Taverna e
Mondragone : ha il suo principale
ingresso dalla strada denominata
Gregoriana in onore del sommo
Pontefice regnante, che conduce da
Frascati all'eremo de' camaldolesi,
e così detta perchè è quella che
percorre il Papa allorquando si re-
ca da quei l'eligiosi, ed a tale ef-
fetto resa come al presente si vede.
La villa Falconieri è detta anche
Rufina dal suo fondatore Filippo
Rufini vescovo sarniense, che mo-
ri nel pontificato di Paolo IH l'an-
no 1548, ed è sepolto in Roma
nella chiesa di s. Giovanni della
Pigna. Nel secolo seguente divenne
proprietà de' Falconieri, che anco-
ra ne sono possessori. Essi fecero
costruire il palazzo, che oggi ivi si
Tede, con architettura del Borro-
IJ2 FRA
mini, e poscia ornare di pitture a
fresco. Carlo Maratta in una delle
volte dipinse la nascita di Venere,
con Nettuno che gli offre le ric-
chezze del mare, e le tre Grazie
che sulla spiaggia l' attendono per
coronarla di fiori ; in altre stanze
Ciro Ferri col suo pennello vi rap-
presentò nelle volte le stagioni, e
nelle pareti il cav. Pier Leone Ghez-
zi, che mori nel i ^55 , vi effigiò
varie caricature, in cui sono molti
ritratti della famiglia Falconieri, e
de' suoi amici, pitture che furono
incise daU'Osteriech per lo spirito
con cui le eseguì il detto artista ,
che in tal genere di lavori parti-
colarmente si distinse. Il Cancellie-
ri nella sua Lettera al dottor Ko-
reff] pag. 1 58, riporta l'iscrizione
posta sopra un ricettacolo d'acrjua
derivante dalla villa superiore, ed
a pag. 32 1 il distico sotto una
rupe contigua alla fontana rustica.
Aggiunge che il suo edificatore ot-
tenne dal cardinal camerlengo va-
rie esenzioni per la costruzione di
questa bella villa , che secondo il
Galletti sarebbe stato Alessandro
Rufiiii eletto vescovo di Melfi, che
fece trasportar nell' atrio del pa-
lazzo de' conservatori di Campido-
glio le statue di Cesare e di Au-
gusto, e che morì a' 27 luglio
iSyg. Paolo III spesso si recò a
villeggiare in questa villa, e sicco-
me egli recinse con valide mura
la città , nel rovescio d' una sua
medaglia coniata nel 1 55o, e de-
scritta da Ridolfìno Venuti , IVu-
mism. Roìii. Pont. n. XXIX, 83,
si vede Frascati cinta di mura con
r epigrafe : tusculo best. con al di
sopra scritto rufi.\a, ed aggiunta-
vi la veduta di questa villa. An-
che altri Pontefici onorarono di lo-
ro presenza la villa Falconieri, ed
FRA
il regnante Gregorio XVI diverse
volle, nelle annuali gite che nel-
l'ottobre suol fare all'eremo degli
cremili camaldolesi di Monte Co-
rona, non molto distante, talvolta
fu ricevuto decorosamente dalla no-
bile fcimiglia proprietaria della vil-
la, tale altra dal cav. Enrico Engle-
field inglese, suo cameriere segre-
to di spada e cappa sopiaiinume-
rario, nobile ospite della medesima.
Villa Mondragone. Questa è su-
perioi'e in vastità di fabbrica a tut-
te le ville erette nei dintorni di
Frascati, però trovasi nel teiri to-
rio di Monte-Porzio, ma al pre-
sente non esiste più la forma di
villa, e solo vi resta il magnifico
e grandioso palazzo, che edificò il
cardinal Marco Sittico dei conti
d'Altemps, nipote di Pio IV de
Medici , siccome figlio di sua so-
rella Chiara dama milanese, e che
venne di molto ingiandito sotto il
pontificato di Paolo V, come nel
seguito si dimostra. Reca sorpresa
la vastità di questa mole, posta
sulla cima del colle, e che domina
tutta la sottoposta campagna sino
a R.oma : eccone l'origine. Tro-
vandosi il cardinale in Frascati col
Pontefice Gregorio XIII, che mol-
to ne amava il soggiorno, e an-
dando insieme a diporto per gli
ameni colli, giunto su questo luo-
go, incantato il Papa dalla sor-
prendente prospettiva che da esso
godevasi, disse con trasp(jrto ; Oli
quanto starebbe qui btiic una vil-
la! Il cardinale senza rispondere
concepì subito il magnanimo divi-
samento d'eseguirne il desiderio, e
con grandezza d'animo pronlameii-
te vi [ccc fabbricare il sontuoso
palazzo, ridusse il locale a viibi, e
per il primo tempo della villcg:,'ia-
turuj ne invitò Gregorio Xlli a
FR4
goderne. 11 Papa restò amniiialo
per l'amorevolezza ed attività del
cardinale, non meno che per la
magnificenza della villa, a cui il
cardinale die il nome di Mondra-
gone, ad onore del Pontefice che
per arme gentilizia aveva un mez-
zo drago. Si vuole per altro, che
poscia Gregorio XIII facesse costrui-
re la parte media della fabbrica ,
indi con frequenza l'abitò. In se-
guito il duca Gio. Angelo Altemps
vendè a Paolo V Borghese la vil-
la, il quale dilettandosi mollo di
essa e solendovi portarsi a villeg-
giare colla sua corte, dispose che
servir dovesse di villeggiatura per
sèj e pei Papi suoi successori in
un alla corte pontificia, laonde die-
de opera ad ingrandirla, e si ag-
giunsero con poco ordine nei lati
altre fabbiiche, colle quali si rac-
chiuse nel mezzo un ampio corti-
le. Vi ebbero parte nell'architet-
tura Giovanni Vansanzio detto il
fiammingo, e Flaminio Ponzio che
fece costruire il portico. Si ammi-
ra poi di particolare un portico
interno, che dicesi volgarmente es-
sere architettura del Vignola, con
tre arcate colonne e pilastri ionici.
Inoltre Paolo V aveva intenzione
che da Roma si dovesse giungete
alla villa, per una strada retta di
sole sette miglia, fiancheggiata di
alberi, ciò che la di lui morte, av-
venuta nel 1621, gì' impedì man-
dare ad effetto, locchè sicuramen-
te avrebbe fatto, come qudlo che
passionalo per fabbricare , soleva
ripetere il detto di Gregorio XIII :
V edificare essere una carità pub-
blica, impiegando le braccia di tanti
poveri operai. Qui però noteremo,
sulla volgare tradizione della stra-
da che voleva fare Paolo V, da
noi pure riportata, siccome ripe-
FUA i53
tuta da parecchi scrittori, tutta-
via ci permelleremo osservare che
sillatta intenzione di fare una stra-
da dalla villa Mondragone in linea
retta per la sola estensione di set-
te miglia sino a Roma, non può
ragionevolmente approvarsi , per-
chè anche se si fosse potuta tira-
re una strada retta a traverso
delle frequenti valli e colli che
s* incontrano e dillicili a praticar-
si in rette strade qualunque , non
si sarebbe mai potuta fare una
strada di tal brevità , giacché in
linea retta dalla porta s. Giovanni
alla villa Mondragone non sono
meno di dodici miglia, secondo al-
cuni, altri portano però opinione
che tal calcolo sia troppo in ra-
gione di distanza. La vastità del
palazzo si può argomentare dalle
sue trecento settantaquattro fine-
stre. Il possesso di questa villa ven»
ne poscia concesso ai principi Bor-
ghese coi terreni annessi . Ora
di questa superba villa, de' lunghi
viali, e de' suoi deliziosi giardini
disegnati da Carlo Rainaldi ; delle
fontane dell'acqua Algida condot-
tavi da Giovanni Fontana, variate
ingegnosamente, specialmente quel-
la delta della (ìirandola ; delle sue
eccellenti pitture, pregevoli statue,
e marmi di ogni sorta, come di
altri ornamenti, altro non riman-
gono che le muia spogliate d'ogni
abbellimento, e queste ancora in
cattivo stato, poco restando della
sua primitiva imponente bellezza.
Il Piazza nella sua Gerarchia car-
dinalizia, a pag. 2 55, parlando dei
pregi di questa villa, dice che hi
chiamata Mondragone, e Monfe
del dragone, perchè fu ampliala
da Paolo V nel cui stemma ewi
piu'e il dragone , ed il p. Eschi-
nardi atlerma, che nella galleria
i54 FRA
davi la pittura del Carro di Mi-
chelangelo Buonarroli.
Pilla Taverna. Essa è con-
giunta alla villa Mondragone, si
comprende nel territorio di Mon-
te Porzio, quantunque si stenda si-
no assai da vicino alle fabbriche
della città di Frascati, sulla falda
del colle. Questa villa ebbe origi-
ne da Ferdinando Taverna nobile
milanese, governatore di Roma, co-
me lo era stato il zio Lodovico
vescovo di Lodi; nel i6o4 fu crea-
to cardinale da Clemente Vili, e
morì nel 1620 in Novara di cui
l'avea fatto vescovo Paolo V nel
161 5. IVel suo governatorato aven-
do dovuto fare eseguire su diversi
nobili romani quelle famose giu-
stizie, che descrivemmo all'articolo
Clenwnte Vili [Fedi), vedendosi
perciò in Roma mal veduto, in
questo luogo edificò la villa ed il
casino, in cui si ritirò a menarvi
vita parca e frugale. Si apprende
dal Ratti , Della famiglia Sforza
tomo II, pag. 36?,, che il principe
d. Michele Peretti nipote di Sisto
V, nel 1614. comprò dal cardinal
Taverna questa villa per scudi venti-
mila. Indi l'acquistò il cardinal Sci-
pione Borghese nipote di Paolo V,
il quale vi si recò colla corte spesso
a flipurto, perchè gli riusciva di-
lettevole. Perciò fu detta poscia la
villa Borghesiana , anche perchè
tanto il Papa che il cardinale e
la famiglia, maggiormente l'amplia-
rono, aggiungendovi nuove fabbri-
che e portici nei lati; in modo
da poter servire a tutti i comodi
della villeggiatura dei principi pro-
prietari. La magnificenza del pa-
lazzo è opera dell'architetto Girola-
mo Rainaldi, con comoda distri-
buzione degli ambienti che contiene,
e adatto a ricevervi qunlmiqiie so-
FRA
vrano colla sua corte. 11 suo interno
è ornato particolarmente di tappez-
zerie disposte dal celebre monsignor
Lodovico Sergardi , circa la metà
del secolo passato , come notò il
Cancellieri , nella sua Lettera al
dottor Koreff sopra il tarantismo
e aria di Roma , a p. i 36 , ove
narra tra le altre cose che nel 1741
l'onorò Benedetto XIV. Le pittu-
re e le statue, ed altri ornamenti
che la decoravano , in un a' suoi
giardini, fontane, ed altre preroga-
tive, la resero già una delle più
belle di Frascati,
Villa Sora o Boncompagni. Nel-
la parte occidentale di Frascati,
lungo la strada proveniente da Ro-
ma esiste questa villa, già cognita
sotto il nome di villa Sora, nome
d' un ducato della famiglia Bon-
compagni, e nome che conservano
ancora le terre poste nella parte
opposta dalla strada Romana, ove
trovasi una vasta conserva d' acqua,
che deve avere appartenuto ad
una villa antica , della quale ri-
mangono alcune poche tracce nel
luogo stesso. Tuttora la villa cogli
annessi orti Sora, è proprietà dei
duchi Boncompagni principi di
Piombino. Il citato Piazza, a pa-
gina 2 56, dice che la villa Boa-
compagna fu fondata da Gregorio
XIII Boncompagno , dov' egli più
volte dell' anno si ritirò a diporto
e sollievo , quasi alla radice del
monte sulla via Romana ; e che
ivi il Pontefice vi ricevè ed allog-
giò per alquanti giorni , il cardi-
nal s. Carlo Borromeo, quando per
l'ultima volta nel 1)83 si portò
in Roma alla visita de' sagri limi-
ni , e per far confermare il suo
quarto concilio provinciale, e per
ciavi negozi che dovea trattare
con la santa Sede, dalla quale ri-
FRA
cevette quanto desiderava , e 1' ap-
provazione del contrastato concilio.
11 p. Eschinardì, a p. 264, dice che
il cav. d' Arpino ornò con pitture
il palazzo.
Filla Pallavicini. Contigua alla
suddetta villa verso occidente trovasi
quella ora appartenente al patri-
monio del principe Pallavicini , e
che è col nome di questo prin-
cipe distinta. Prima con particola-
re denominazione chiamavasi J^illa
Bei poggio , ed appartenne già al
duca Strozzi , e al duca di Ceri.
Il Piazza nella Gerarchia cardi-
nalizia, a pag. 2 56, osserva che
questa villa posta tra la Boncom-
pagna e la Lodovisia , dalla fami-
glia Ceri passò alla famiglia Bor-
romeo , indi a monsignor Ercole
Visconti.
Villa Rocci. Dalla stessa parte
d' occidente vedesi di seguito la
villa detta primieramente Arrigo-
«e, e quindi Rocci, e Varesi, dal
nome dei proprietari che la pos-
sedettero : ora è suddivisa in tre
proprietà , che appartengono alle
nobili famiglie Cesarini, Muti ed
Amadei. Il Piazza a p. 2 56 parla
di questa villa, e la chiama Roccia
Varesiana, come ripartita allora
tra le due famiglie E.occi e Varese, le
cui antiche e moderne magnificen-
ze le descrisse il p. Rircher nel
suo Latinm : il Piazza pubblicò la
sua opera in Roma nel lyoS. Pre-
valse il nome di Rocci perchè Ber-
nardino R.0CCÌ nobile i-omano, nel
pontificato di Urbano Vili acqui-
stò la villa , e la rese deliziosa ;
fu creato cardinale da Clemente X
nel 1675, di cui e del predecesso-
re Clemente IX era stato maggior-
domo, e perciò governatore di Fra-
scati, quindi mori in questa villa
a^ 2 novembre del 1680: nel pa-
F R A 1 55
lazzo della villa vi è il suo ritrat-
to. Il Nibby ueìV Analisi storico'
topografica- antiquaria della carta
dt dintorni di Roma, ci dà erudi-
te notizie sulle ville di Frascati, e
parlando di questa, riporta corretta
la lapide già prodotta dal Volpi
nel tom. Vili del suo Vetus La-
tinm , e sovrastata dal busto di
Marco Publicio Unione; indi par-
la dei frammenti di antichità in
essa esistenti, del monumento sepol-
crale di Publio Licinio Filonico,
e Publio Licinio Demetrio, fatto
al patrono, e di altri avanzi di an-
tichità. Aggiunge che poco distante
è la vigna già dei Bevilacqua oggi
Passerini ; indi quella che fu dei
Rocci, poi de' Varesi, che avendola
comprata il cardinal duca di Yorck
vescovo di Frascati pel seminario
vescovile, ha preso il nome di vi-
gna del seminario , e che in que-
sta è il pianterreno d'un vastissi-
mo fabbricato antico con portico
sostenuto da colonne, parte del-
la villa Lucullana , che il volgo
appella le grotte del seminario. In
quanto alla villa Rocci ed a quella
porzione spettante ai Cesarini , e
perciò chiamata villa Cesarini ,
leggo nei Diari di Roma , e nella
mentovata Lettera del Cancellieri
le notizie che qui accennerò. Aven-
do monsignor Angelo Cesarini ve-
scovo di Milevi in partihus , ben
affetto dell' encomiato cardinal ve-
scovo, ridotto la sua porzione della
villa Rocci piacevole e deliziosa
(egli mori nel 18 io, ed è sepolto
in Roma nella chiesa di s. Maria
in Vallicella dei filippini), a' 14
ottobre 1802 il Pontefice Pio VII,
in compagnia del re di Sardegna
Emanuele IV, e del cardinal ve-
scovo, onorò di persona la \\\[h,
ricevuto ossequiosamente dal pie-
i56 FRA
letto proprietà rio , e ne girò tutte
le parti ; e iiell'aiino seguente a' 3
ottobre il inedcsiino Papa si recò
a pranzo dal cardinal vescovo in
questa villa. Nel i8o4 poi portan-
dosi il cardinale e il prelato a fa-
re un omaggio a Pio VII nella
pontincia villeggiatura di Castel
Gandolfo (Pedi), ed incontratolo
per istrada , il Papa fece scendere
dalla sua carrozza il maggiordomo
e il maestro di camera, e vi fece
ascendere i due personaggi. Final-
mente alli 17 di ottobre i8o5
Pio VII tornò alla villa Cesari ni ,
ove fu ricevuto dal cardinal ve-
scovo e dal prelato proprietario,
il quale portò seco in carrozza in
un al maggiordomo nel recarsi a
visitare il re di Sardegna alla vil-
la Piccolomini ; poscia tornò alla
villa Cesarini a desinare , ammet-
tendo alla sua tavola il cardinale
e monsignor Cesarini con altri die-
ciolto commensali.
Fìlla Conti. Superiormente alla
villa Rocci sta la magnifica ed ame-
na villa Conti, per la vastità dei
giardini che vi sono annessi, con
fontane , in piani di diversa altez-
za, ciascuno corrispondente ai di-
versi piani del palazzo. Essa fu
fabbricata nel pontificato di Gre-
gorio XV Lodovisi , dalla sua fa-
miglia, e perciò chiamata Ludovi-
sia : il Papa vi andò spesso a di-
porto, piacendogli il soggiorno che
domina la vista del mare , ed è
filma che vi tenesse un concistoro.
Di[)oi acquistò la villa il duca di
Poli Conti , donde prese il nome
che gli è rimasto, e poscia fu ere-
ditata dalla nobilissima famiglia
Sforza -Cesa ri ni , che a'giorni nostri,
come dicemmo al voi. XVII, pa-
gina 81 del Dizionario, fu cedu-
ta pc;- convenzione a d. Marino
FRA
Torlonla duca di P)racciano e di
Poli, che ora n' è proprietario. Uà
un' iscrizione ivi esistente si rileva
che ael i8a6 il duca d. Salvatf)re
Sforza-Cesarini-Conti ripristinò ed
aumentò l'acqua della villa. Il ca-
sino di questa villa non presenta
cosa degna di osservazione, tranne
alcuni quadri di moderni autori
ivi raccolti dall' odierno duca pro-
prietario. Alcune rovine antiche
sparse per la via hanno fatto cre-
dere , che sino a questo luogo si
estendesse la villa di Lucullo, ciò
eh' è incerto, e difficile a potersi
provare. La parte superiore della
villa, alla quale si ascende per va-
rie grandiose scale, si compone di
un bosco di alberi altissimi inter-
secato da spaziosi viali, e che pre-
senta vedute superbe.
Filla Montalto. A maggior ele-
vazione dell'anzidetta villa s'innal-
za questa , volgarmente chiamata
Acqiiai'iva, perchè eretta dalcaidi-
nal Ottavio A equa vi va il seniore,
promosso a tal dignità nel i 19 1
da Gregorio XIV, e Montalto per
averla perfezionata il cardinal Ales-
sandro Damasceni Peretti di Mon-
talto, degno nipote di Sisto V, così
anticamente fu chiamata la villa
dal nome de' primi suoi proprieta-
ri; fu anche dei Borghese, ma
poscia per essere passata in pos-
sesso degli Odescalchi duchi di
Bracciano, si disse pur villa Brac-
ciano, ed ora del collegio urbano
di propaganda fide, che nella sta-
gione autunnale vi manda a vil-
leggiare gli alunni banditori del
vangelo. Essa è situata sul ciglio
di un colle, e sembra edificata sul-
le rovine di un casino antico ; di
fianco al viale che vi conduce da
Frascati veggonsi nel salirvi sostru-
zioni di opera reticolala di lava ,
FRA
come quelle tic-Ila villa Belvedere ,
di cui parleremo. Il Piazza, a p. 256,
magnificando la sonluosità di que-
sta villa , la dice iiigrandila dal
Pontefice Sisto V, quindi dalla sua
famiglia Peretti passala alla vSavel-
]i che ne ereditò le fortune , dai
quali ne fece acquisto d. Livio O-
descalchi nipote d' Innocenzo XI ,
e che fu creduta da alcuni parte
della famosa villa di Cicerone ,
coni' è di sentimento il Cluverio.
Dell'architettura e pitture di que-
sta villa, dell'acquisto fattone dal-
la congregazione cardinalizia di
propaganda Jìdt dalla casa Ode-
scalchi con patto rediinendi , delle
visite fatte in essa dai regnante
Gregorio XVI , e di altre cose che
la riguardano, già ne abbiamo par-
lato al voi. XIV, p. 232 e 233 del
Dizionario. A voler aggiungere al-
cun'altra più dettagliala nozione ,
qui duerno, che nella sala principale
eiano alcuni quadri della scuola
del Piubens; che nella stanza che
segue, le pitture a fresco sono del-
la scuola del Domenichino, ed il
quadro che rappresenta un quadro
campestre si vuole che sia pro-
priamente del Domenichino. Nella
camera annessa, la di cui volta è
ornata di pitture arabesche a chia-
ro-scuro , sono cinque piccoli qua-
dri coloriti dallo stesso Domenichi-
no; in quel di mezzo è figurato il
profeta Elia sul carro nell' alto di
separarsi da Eliseo; siegue quello
che rappresenta Sansone, che si re-
ca sulle spalle le porte di Gaza ;
vengono poscia rappresentati gli
esploratori che tornano dalla ter-
ra promessa ; succedono quindi una
veduta , e sopra la finestra il pro-
spetto del casino quale esisteva ai
tempi del Domenichino. Tornando
alla sala si entra iu una camera
FRA i:j7
dove la volta fu dipinta da Anni-
bale Caracci , che vi rappresentò
la Notte personificata sul carro con
due fanciulli in braccio, l'uno bian-
co di colorCj l'altro nero; sieguo-
no la Nolte, Lucifero , ed Espcro
con face alzata in una mano , ed
una rovesciata nell' altra , per de-
notare il loro diverso officio, vale
a dire il primo di precedere il
giorno , il secondo la notte : dopo
Lucifero, si vede l'Aurora nel car-
ro, ancor essa con face, che illu-
mina il mondo: finalmente in due
quadri laterali sono effigiati Mer-
curio e Diana. Nella seguente ca-
mera la volta è decorata con ara-
beschi , opera del Zuccari , e nel-
l'altro piano sono delle vaghe pro-
spettive dipinte dal Pennini.
Villa Belvedere o Aldohrandìni.
Al lato orientale di questa villa, e
soprastante alla città di Frascati,
maestosa si eleva la piìi amena di
tutte le anzidette ville, qual è quel-
la che porta il nome di Belvedere
in correspettività della bella vedu-
ta che ivi si gode, e di Aldohran-
dini dal caidinal Pietro nipote di
Clemente Vili, che ne fu il gene-
roso fondatore, di cui premettere-
mo qualche altro cenno biografico,
olire quello dato al suo articolo, e
in quelli che lo riguardano, come
parlando della chiesa de' ss. Vin-
cenzo ed Anastasio alle tre fonta-
ne di cui fu abbate; della chiesa
di s. Nicolò in Carcere eh' ebbe in
diaconia ; del ducato di Ferrara ,
del quale fu nominalo primo le-
gato, quando ritornò al pieno do-
minio della santa Sede ; della ba-
silica di s. Maria in Trastevere di
cui fu benefico titolare : come par-
lando di altre chiese, cappelle, mo-
nasteri e luoghi pii di Roma, ove
sovente s' incontrano le memorie
i58 FRA
di-Ile beneficenze di cui fu largo.
Educato dai filippini, il fondatore
di questi s. Filippo gli predisse ben-
ché giovinetto la dignità cardina-
lizia a cui l'esaltò lo zio, che poi
l'ordinò sacerdote nel santuario di
Loreto. Dotato di talento solido ,
vivo e penetrante, fjuantuntjue po-
co si fosse appi-ofondito nelle let-
tere, colla sua avvedutezza seppe
maneggiare i più difHcili affari , e
discernere la forza degli argomen-
ti , bilanciare le ragioni favorevoli
dalle contrarie, e scioglierne le dif-
ficoltà; di modo che sembrò nato
fatto per sostenere la mole degli
affari d'alta importanza, di cui nel
lungo e glorioso pontificato dello
zio venne incaricato. Sebbene la
sua figura e la sua voce non fos-
sero tali da imprimere negli animi
gran concetto di lui; egli suppliva
nondimeno al difetto della natura
con la buona grazia , colla genti-
lezza del tratto, mista a dignitoso
contegno, e con l'animo grande e
generoso; affabilità e cortesia, che
<limostrò in ogni emergente, come
quello che. non perde mai di co-
raggio. Favori i letterati con co-
piosi sussidi, con promoverli ai pri-
mari uffìzi , e se ecclesiastici alle
pili cospicue dignità della Chiesa.
11 celebre Torquato Tasso gli de-
dicò i sei libri de' suoi discorsi so-
pra il poema eroico , ed egli cor-
rispose da mecenate : tuttavolta l'A-
midenio, scrittore contemporaneo,
nel rendere giustizia alle virtù del
cardinale , non lascia limarcare i
difetti, propri dell'umanità, come
il fasto e l'alterigia che lo rese
mal veduto a que' medesimi car-
dinali che dovevano a lui la loro
esaltazione. Nel trattare con Lu-
crezia duchessa di Urbino, sorella di
Alfonso 11 duca di Ferrara {Vedi)
FRA
la cessione di quel ducato, se ne
guadagnò talmente la benevolenza,
che in morte a preferenza de' suoi
stretti parenti lo istituì suo erede
universale. Spedito legato in Fian-
cia ad Enrico IV, impedì la guer-
ra che slava per iscoppiare col du-
ca di Savoia, riconciliandoli ; e pas-
sando per Fuenze benedì le nozze
contratte dal detto re con Maria
de' Medici. Nella funesta inondazio-
ne del Tevere, di persona si por-
tò a soccorrce quelli assediati nel-
le case dall'acqua; e nell'anno san-
to di frequente lavò i piedi ai pel-
legiini, e li servì a mensa ; in Car-
pinete eresse la chiesa e il conven-
to ai riformati , e neh' eremo dei
camaldolesi di Frascati edificò l'in-
fermeria , avendo sempre disposto
l'animo a dar limosine ai bisogno-
si. Fatto arcivescovo di Ravenna
dallo zio, v' introdusse i teatini, e-
resse la pia casa delle convertite ,
ne visitò la diocesi, celebrò due si-
nodi , ed accrebbe quella mensa.
Intervenne all'elezione di Leone XI,
e promosse quella di Paolo V, ma
sotto di questi decaduto dall'anti-
ca autorità si ritirò in Ravenna,
ove ebbe qualche dispiacere dal sa-
tirico cardinal legato Bonifacio Cae-
tani romano , da dove ritornò in
Roma per l' elezione di Gregorio
XV ; morì nella notte in cui ter-
minò il conclave, e fu sepolto nella
cappella gentilizia , in chiesa di s.
IMaria sopra Minerva.
Nell'anno i6o3 il cardinal Pie-
tro Aldobrandmi edificò questa vil-
la nobilissima con architettura di
Giacomo della Porta , e fu 1' ulti-
ma opera sua, poiché tornando un
giorno da questa villa a Roma col
cardinale, giunto alla porta s. Gio-
vanni venne meno , e poco dopo
morì, come narra il Milizia. L'ar-
FRA FRA i59
clìilettura é semplice ed impoiion- nato ^ fu di poi verso l'anno 5^7
te; il nome del fondatore della di nostra era rovinato da A/ilige
villa si legge in varie parti ; sulla re de' goti, quindi risarcito da Be-
fòntana dirimpetto al cancello pr-in- lisario. Manomessi gli acquedotti
cipale in lettere auree di mosaico, dai successivi barbari, molte acque
essendovi sotto da una parte quel- restarono derelitte , fra le quali la
lo pure di Clemente \ III, sull'ar- suddetta acqua Giulia, che fino ai
chitrave del balcone, oltre l' iscri- tempi di Clemente Vili scorreva
zione posta nell'emiciclo, incontro lungo il fosso de'Ladroni nella te-
alla facciata orientale del palazzo, nuta della Molara. Questo gran
Giovanni Fontana fu incaricato dei Papa per compensare il cardinal
lavori idraulici, ed egli vi condus- Pietro xMdobrandini suo nipote, cbe
se l'acqua del monte Algido, la senza spargimento di sangue avea
quale poi fu mandata, come diceni- effettuatola ricupera del ducato di
mo, in parte alla città di Frascati e Ferrara, non solo in premio con-
ad alcune sue ville: Orazio Olivieri tribui all'erezione di questa villa, ma
tibiutino, ingegnere di quella villa per renderla più decorosa comprò
d'Este, perfezionò i giuochi d' ac- dal pupillo Altemps figlio del car-
qua. Il mentovato Fea nella sua dinal Sittico la delta acqua, essen-
importanfe opera, S/oria delle ac- do allora egli padrone della tenu-
(]iie, riporta il moto-proprio di Cle- ta della Molara, poi acquistata dal-
mente Vili del primo ottobre i6o3, la casa Borghese unitamente al la-
col quale concesse al nipote la detta tifondo di Pantano coi due pae-
acqua per la villa, racconta come si di Monte-Porzio e Monte-Com-
d. Olimpia Aldobrandini tolse l'ac- patri, per il prezzo di scudi trecen-
qua proveniente da questa villa tomila, circa l'anno i6i4- H car-
alla città di Frascati, e descrive in dinal Pietro Aldobrandini si servi
compendio le ragioni della contro- dell'antico acquedotto per condur-
versia che la comunità di Frasca- »'e le memorate acque nella sua
ti sostenne col principe Aldobran- villa, dalla sorgente fino all'osteria
dini intorno alla proprietà libera della Molara , e precisamente nel
dell'acqua, che ivi serve alle pub- luogo detto Formello, ove fu eret-
bliche fontane, e ad altri usi del- ta una piccola fonte. Da questo
la città, con diverse notizie riguar- punto poi divergendo verso le co-
danti questa villa. Non si deve pe- ste della Molara, vi fece dal Fon-
rò occultare che l' acqua Giulia tana costruire un nuovo magnifico
allacciata .nel campo Lucullano al acquedotto, che l'esegui prontamen-
Xll miglio lungi da Roma, ebbe poi te in termine di vm anno e mez-
comune l'acquedotto con le acque zo, cioè nel i6o4- Una porzione di
Tepida e Marcia nel sito ove per dette acque della quantità di qui-
questa ultima il re Anco Marzio natie dodici, segregate nel chiusino
eresse l'acquedotto, ove si divide che si vede alla Molara nel luogo
la via Tusculana dalla Latina. L'ac- detto la Valle della grotta, dove
quedotto fu in prima rovinato dai vi fece costruire Paolo V altro ma-
marsicani l'anno di Roma 628 , e gnifìco acquedotto, che mette alla
diroccato nel 667 per la guerra villa Mondragone per introdurvi
sociale. Dopo essere stato riprisli- queste acque come al presente si
i6o FRA
vede. Quali acque dopo di avere
servito all' uso delie ville Aldobran-
tlini e Mondragone, e specialmen-
te dopo aver figuralo nella prima,
vengono concesse dai principi pro-
prietari ai cittadini di Frascati, ed
ai possessori delle ville sottoposte ,
le (juali quasi tutte attingono da
queste abbondantissime acque. Nel-
l'acquedotto in oltre dell'acqua Giu-
lia si scaricava ancora l'acqua Cra-
bra, la cui sorgente era presso la
Giulia. Il grande acquedotto che
dai confini della Molara procede
sino alle falde di Monte-Cave, sem-
bra che sia stato quello dell' ac-
qua Crabra.
Il palazzo è situato sopra un ri-
piano amenissimo, che guarda la
pianura verso il mare , retto da
posteriori sostruzioni. Nelle came-
re del primo piano nobile di que-
sto palazzo, che sono a livello col-
la villa , le volte sono ornate di
belle pitture del cav. d'Arpino , il
quale ivi effigiò diverse storie del
Testamento vecchio a richiesta del
cardinale: queste sono nelle came-
re a destra del salone centrale , e
rappresentano la morte di Sisara ;
Davidde ed Abigaille; il precetto
d' Iddio ad Adamo, la trasgressio-
ne di questo, e la pena; la morte
di Golia ; e finalmente Giuditta.
Dirimpetto al palazzo, verso il mon-
te , donde non poteva avervi una
veduta estesa, Giacomo della Por-
la di consenso con Giovanni Fon-
tana immaginò un grande emici-
clo con due grandi ale. Il corpo
principale della detta acqua algeu-
ziana cade sopra gradini, e forma
una gran peschiera ed un euripo :
si narra clie l'architetto, seguendo
le idee capricciose de' cinesi che so-
gliono sc(jlpire nel sasso vivo dei
monti le figure umane , nel monte
FRA
ideò farvi scolpire una mnscliera
gigantesca, per denotar la grandez-
za e potenza della casa Aldobran-
diiii, della di cui famiglia può ve-
deisi Eugenio Ganiurrini nell' /v/o-
ria genealogica {Itile famiglie to-
scane ed umhre , Firenze 1668.
Al lato di questo emiciclo verso
mezzodì è una sala chiamata del
Parnaso , perchè in essa è efligia-
to in rilievo quel monte colle fi-
gure di Apollo, delle Muse, e del
cavallo Pegaso , dove l' acqua fa
suonare un organo: prima con in-
gegnoso meccanismo idraulico si
producevano vari suoni cogli stru-
menti che Apollo e le Muse han-
no nelle mani. Questa camera fu
un tempo una vera pinacoteca ,
[ìoichè fu tutta adorna di quadri
a buon fresco del celebre Domeni-
co Zampieri cognominato il Dome-
nichino , che vi rappresentò varie
storie di Apollo, intorno alle qua-
li il Viola dipinse il paesaggio. Ora
cpieste pitture ivi più non esistono,
giacche venendo a soffrire per la
lunidità, furono tiasportate in Ro-
ma; e servirà di memoria l'indicar
qui come erano state disposte. So-
pra la porta era il fatto di Mar-
sia ; dai lati da un canto era sta-
to rappresentato il castigo di Mi-
da, dall'altro Mercurio che invola-
va l'armento d'Admeto; dopo que-
sto fatto era rappresentata la fa-
vola della costruzione delle mura
di Troia coll'assistenza di Apollo e
di Nettuno; nell'altra mano era la
morte della ninfa Coronide, e di-
rimpetto Dafne trasformata in lau-
ro : accanto alla favola di Coroni-
de era la metamorfosi di Ciparisso,
ed incontro Apollo che uccideva il
serpente Pitone si vedeva pure
una caricatura fatta per deprime-
re un povero nano. 11 semicircolo
FRA.
o ninfeo diiimpelto al palazzo, vol-
garmente chiamato il teatro, è or-
nato di pilastri d'ordine ionico, e
ili colonne di ordine composito : i
pilastri sono di tufo tusculano, del-
le colonne quattordici sono di gra-
nitello bigio, e quattro di gnuiito
rosso. Questo ninfeo o emiciclo or-
nalissimo pei stucchi, musaici, fon-
tane e statue, ha varie grandi nic-
chie all'intorno, che danno luogo
ad altrettante fontane, in quello di
mezzo è rappresentato Ercole, che
aiuta Atlante a sostenere il mon-
do. Nella nicchia a destra è un
centauro in atto di suonare la trom-
ba, ed incontro un ciclope che suo-
na la siringa. L'acqua dopo aver
fatto mostra di sé nella caduta che
sovrasta in alto l'antiteatro, e che
con quello forma prospettiva, vie-
ne a dar vita a queste fontane e
ad una quantità di giuochi assai
bizzarri e sorprendenti. Dal ghjho
escono innumerabili zampilli , il
centauro manda dalla sua tromba
un suono spaventevole, mentre dal-
la siringa del ciclope esce un suo-
no pastorale. Una grande fontana
nel centro della piazza , fra tanti
gettiti ne ha uno maggiore , che
produce l' effetto dello scoppio di
varie artiglierie : un giorno questo
emiciclo era ornato di statue. Un
"viale amenissimo traversa questa
villa nella parte superiore e con-
duce presso ai cappuccini ed alla
villa Piufìnella; un altro raggiun-
ge la via pubblica, quasi incontro
al cancello della villa del collegio
urbano, e per questo, sotto gli al-
beri che l'adornano, trovansi i ru-
deri della sostruzione di una villa
romana, informi, forse parte di
quella medesima , sulla quale fu
edificato il castello primitivo di
Frascati.
VOL. xxvit.
FRA .0,
Di questa villa ne fa un' elegan-
te descrizione il Piazza a pag. 2j j,
e la chiamvi la regina delle ville _;
dice che più volte vi fu a diporti»
Clemente YIII, come ancora molli
grandi personaggi, ivi trattati splen-
didamente dai principi proprietari.
Ne restò padrona d. Olunpia Ai-
dubrandini figlia di Giangioigio
principe di Rossano, superstite di
sì illustre casa, la quale in pi-iuie
nozze si sposò a d. Paolo Borghese
principe di 'Sulmona pronipote di
Paolo V, e poi a d. Camillo Pam-
phily nipote d' binocenzo X. Colla
sua morte accaduta nel i68r tras-
ferì parte delle sue ricchezze degli
Aldobrandini, cioè la primogenitu-
ra col principato di Rossano alla
casa Borghese , e la secondogcni-
tura con questa \\\\à alla casa Pam-
phily. L' Eschinardi nella Descri-
zione di Roma e deWagro ramat-
ilo , dice che il principe d. Gio.
Battista Pamphily, verso il declinar
del secolo XVII, circondò tutta la
villa di muro con vasto giro, in-
cludendovi boschi e prati per quan-
tità di bestie da caccia ; migliorò
i giuochi d'acqua con nuove sin-
fonie , e con esempio di singoiar
modestia fece cuoprire industriosa-
mente tuttociò che poteva offeiKle-
re l'onestà. Mentre della villa ne
era proprietaria la famiglia Pam-
phily, il principe sentendo che Be-
nedetto XIV nel giugno 1 746 vo-
leva portarsi a vedere la nuova
fabbrica de' gesuiti alla Rufinella,
offrì questa villa per comodo di
desinarvi in un a tutto il pontifì-
cio corteggio, di che si occupò il
maggiordomo. Nel mercoledì 25
giugno Benedetto XIV coi cardina-
li Valenti e Colonna vi si portò ,
ed il numero 45o3 del Diario di
lìofua ne fa la descrizione. Eslia-
1 1
ì62 FRA
ta la linea Pamphily nel i 7G0 nel-
la primogenitura vi entrò la flimi-
glia Doria, e nella secondogeni-
tura di casa Patnphily-Aldobrandi-
ni, nel 1 796 successe il secondoge-
nito di casa Borghese d. Paolo Ma-
ria Pio, che ereditò la villa Bel-
Tedere, e prese il nome e lo stem-
ma Aldobrandini. Dai Diari di Ro-
ma numeri 7527 e 753o si legge,
che Clemente XIII martedì i otto-
bre 1765 si portò a desinare in
questa villa , avendo imbandito le
mense il maggiordomo monsignor
Bufalini. Inoltre la villa ed il pa-
lazzo fu onorato dalla presenza del
regnante Pontefice Gregorio X\ I
a' i4 ottobre i834, che ammirò i
nobili lestauri ed abbellimenti fat-
ti dal piincipe d. Francesco Bor-
ghese-Aldobrandini , il quale tro-
vando che l'acqua algeuziana, che
rende maggiormente amena ed am-
mirabile la villa, era in gran par-
te perduta , a mezzo della perizia
del lodato cav. Luigi Canina la ri-
cuperò , onde fu pure ridotta a
servire ad utili usi in benefizio del-
la città di Frascati per lodevoli
ordinazioni dello stesso principe.
Merita una speciale considerazione
il ristabilimento della ricca cappel-
la esistente nel lato orientale del
suddetto emiciclo, a decoro del-
la quale si ammirano pregiate pit-
ture a fresco e a olio eseguite
per disposizioni del medesimo prin-
cipe d. Francesco dal professore
Alessandro cav. Capalti, e da Pie-
tro Gagliardi. Passando questi a
miglior vita nel iSSg, la secondo-
genitura Borghese , ossia le pro-
prietà degli Aldobrandini passaro-
no in quella di d. Camillo , che
avendone assunto il cognome e lo
stemma, divenne signore del patri-
monio della medesima, così di que-
FKA
sta superba villa, come del palaz-
zo e villa di Roma, di che se ne
tratta all' articolo Ville di Roma
[felli). Qui noteremo che il prin-
cipe d. Camillo Aldobrandini a' 9
agosto 1841 si sposò con la prin-
cipessa d. Maria-Flora-Paolina del-
la serenissima già sovrana casa
d' Aremberg , dal fjuale matrimo-
nio a' 14 aprile 1843 nacque la
principessa d. Ohmpia- Adelaide-
Prosperiaa - Maria • Camilla-Leonar-
da; ed ai 19 maggio i844 la piin-
cipessa Maria - Ludmilla : servino
questi cenni in aggiunta agli arti-
coli Aldobrandini famiglia, e Bor-
ghese famiglia [Vedi). Oltre i ci-
tati autori, scrissero della villa Al-
dobrandini, Jos. Castalionis, Tasca-
laiium Aldohrandinwn, Urbeveteri
1621; Villa Aldobrandìna Tuscu-
lana , et varii illius hortoruni ', et
fontium prospectus a Dominico Bar-
riere dicatus Lud. XIV au, i ; Can-
cellieri nella sua Lettera sul taran-
tismo a pag. 162, e p. 283 e 284,
ove riporta le vaghissime descrizio-
ni delle pitture del Domenichino ,
fatte dal Bellori e dal Passeri; il
Nibby nel tom. Ili, p. 346 e seg.
della sua Analisi de' dintorni di
Roma, ed altri scrittori.
Villa Piccoloniini. Alquanto più
verso oriente e presso la città di
Frascati, esiste tale villa nel luogo
denominato già della Croce, poi s.
Angelo, onde è pur detta villetta
di s. Angelo, la quale appartenne
già ai Bonanij indi al duca Mario
Mattei, quindi al duca di Manto-
va e Monferrato Ferdinando Gon-
zaga già cardinale di s. Chiesa,
dal quale nel 1617 l'acquistò Ro-
berto Primi nobile pisano, la cui
figlia Caterina essendo maritata ad
un Piccolomiui, la villa colla uni-
ta chiesa di s. Michele arcangelo.
FRA
e sua dipendenza, restò propiietìi
«Iella nobile famiglia Piccolomini.
Questa villa oltre il teiTeno si com-
pone di un gran casino, e di un
casinetto che ricorda il celeberrimo
cardinal Baronio, il quale ritirossi
in esso, mentre n' era proprietario
il Mattei, onde compilare la gran-
de opera degli Annali ecclesiastici,
come si legge nella iscrizione po-
sta sulla faccia rivolta a nord-
ovest; ivi fu assalito dall'ultima ma-
lattia, che troncò poi i preziosi
suoi giorni in Roma a' 3o giugno
1607, secondo il citato Cancellieri,
a pag. 242, che inoltre narra ave-
re il cardinale fatto sovrapporre nel
luogo ove ristrettamente abitava,
questo detto sentenzioso: Morituro
satis. Dimorando in questa villa
il re di Sardegna Emmanuele IV,
fu visitato a' 17 ottobre i8o5 dal
Pontefice Pio VII. La villa è divi-
sa dal detto casinetto chiamato
y Eremo, e dal gran casino, ed es-
sendone di tutto proprietario il ba-
rone Giuseppe Testa Piccolomini,
cavallerizzo maggiore del Papa che
regna, da ultimo ha alienato in fa-
vore del cav. De Mehlem segreta-
rio della reale legazione di Bavie-
ra in Roma, la parte grande e il
maggior casino della villa, riserban-
dosi r altra porzione col casino de-
nominato \ Eremo.
Villa Rufina o Rufinella. Supe-
riormente a tutte le indicate ville s'in-
nalza questa, che per essere situata
più da vicino all' antico Tusculo di-
cesi Tusciilana, e per aver apparte-
nuto nel suo primo stabilimento alla
villa Rufina di sopra indicata, e
fondata da monsignor Filippo Ru-
fini vescovo sarniense sotto il Pon-
tificato di Paolo III, come attesta
Teodoro Amideiiio, venne denomi-
nata Rullnella, forse anche perchè
FRA i63
minore della prima, nome che con-
serva tuttora quantunque sia pas-
sata in diverse proprietà. Avverte
il eh. cav. Canina, Descrizione del-
l'antico Tusculo pag. 64, che la
Rufinella in tale primo stabilimen-
to non doveva essere di una gran-
de vastità, e doveva avere soltanto
una piccola fabbrica dipendente dalla
gran villa della R^ufina. Non deve
tacersi, che monsignor Galletti a
pag. 220 delle Memorie del car-
dinal Passionei, narra che Ales-
sandro Rufini eletto vescovo di Mel-
fi, fece la villa della Rufina e della
Rufinella, siccome abbiamo accenna-
to di sopra, parlando della prima,
ora Falconieri. Sulle ville Rufina
e Rufinella da Niccola Ratti, Della
famiglia Sforza, parte I, si x-ileva-
no queste notizie. Che Mark» I
Sforza conte di Santa Fiora agli
I I di luglio 1587 comprò dal car-
dinal Francesco Sforza suo nipote
la villa Rufinella per quattiomila
scudi, per istromento stipulato dal
notaro Bruto A. C. ; il quale cardi-
nale, siccome amorevole dei cappuc-
cini, a quelli di Frascati donò un
orto ed altri terreni spettanti a
questa villa della R.ufinella ; e che
Paolo I Sforza fratello di Mario
I, e marchese di Proceno, nel 1587
vendè la villa Rufina al cardinal
Gio. Vincenzo Gonzaga per quat-
tromila trecento scudi, per rogito
di detto notaro fatto in Roma. Da
queste narrazioni si rileva , che gli
Sforza furono un tempo signori
delle due ville Rufina e Rufinella,
notizie che il Cancellieri riporta più
genericamente nella succitata Lette-
ra, e nel Mercato a pag. 245, no-
ta a. Dipoi la Rufinella passò in
proprietà del cardinal Giambattista
Deti fiorentino, parente della ma-
dre di Clemente Vili che l'esaltò
i64 FRA
Bel 1599; egli ampliò la villa, vi
abitò mollo tempo, e morì decano
del sagro collegio nel i63o, nella
fresca età d'anni ^S. Passò quindi
la villa in proprietà dei Sacchetti,
nobile famiglia fiorentina ch'ebbe
due cardinali, Giulio creato nel
1626 da Urbano Vili e morto nel
i663, ed Urbano creato nel 1681
da Innocenzo XI e morto nel l'jo^.
Però deve avvertirsi che la villa
del cardinal Deti, da questi venne in
potere del cardinal Ippolito Aldo-
brandiui suo parente, il quale aven-
do in morte dichiarato erede la
principessa di Rossano d. Olimpia
Aldobrandini, questa nel 1689 ven-
dè la villa della Rufinella al mar-
chese Matteo Sacchetti seniore, che
l'acquistò con parte della villa di
Belvedere per la somma di otto-
mila trecento scudi, si in nome
proprio che dei fratelli cardinal
Giulioj e marchese Alessandro. Per
confini furono stabiliti il fosso, co-
minciando dal ca':;celIo contiguo al
convento de' cappuccini, fino al can-
cello che va verso la Molara. Il
Piazza che stampò la memorata
sua opera nel ricordato anno lyoS,
celebra la villa Rufinella che chia-
ma pure Sacchetta, e la dice da
questa fimiglia fabbricata. Ciò non
si può dire, per quanto è stato nar-
rato, bensì che la medesima la do-
Tette in qualche parte ingrandire,
ed adornare con giardini partico-
lari, come si dimostra delineata nel-
le tavole prospettiche inserite nella
grande descrizione del Lazio del
p. Kircherio. In seguito la villa
divenne acquisto dei gesuiti, per
uso de' loro religiosi studenti nel
collegio romano, a' quali la vendet-
te colle sue adiacenze nel 1740
il marchese IMatteo Sacchetti giu-
piore, autorizzato con breve di Cle-
FRA
mente XII, pel prezzo di scudi
tredicimila trecento, appunto piagli
abbellimenti e bonifici che i Sacchet-
ti aveano fatto alla villa. Indi i
gesuiti vi fecero maggiormente am-
pliare la fabbrica con architettura
di Luigi Vanvitelli, la quale aia-
pliazione ebbe principio verso l'an-
no 1742; e per prevalersi del ma-
teriale occorrente alla costruzione
di essa, furono distrutte le reliquie
di una grande villa antica che
esistevano vicino, e che si trovaro-
no adorne di preziosissime opere,
delle quali fa erudita menzione nel-
la citata opera sul Tuscitlo il cav.
Canina. Narra il Cancellieri, nella
precitata Lettera, a pag. SjS , che
l'architetto Vanvitelli, nella fonta-
na al di sotto del terrapieno ove
si eleva il palazzo, immaginò uu
drago in atto di sofiiare contro uno
scoglio, per rappresentare con que-
sto artificioso emblema parte dello
stemma di Paolo V, autore del-
l'ingrandimento della villa IMondra-
gone, quasi geloso della Rufinella.
ISel I74'3 mentre Benedetto XIV
era nella villeggiatura di Castel
Gandolfo, bramoso di veder la nuo-
va fabbrica che i gesuiti facevano
alla Rufinella, mercoledì 25 mag-
gio vi si portò coi cardinali Valen-
ti, e Colonna , e con la sua cor-
te. Venne ivi ricevuto dai cardi-
nali Accora mboni vescovo di Fra-
scati , e Borghese ch'era a vil-
la Taverna, dal magistrato della
città, dal p. generale de' gesuiti, e
da molti suoi religiosi. Andò subi-
to ad orare in cappella, ove di
monsignor crocifero fu celebrata
la messa, dopo la quale il Papa
passò ad osservare la fabbrica, e
giunto nella sala ov' erano pre[>a-
lati i rinfreschi, vide il suo semi-
busto innalzato sopra il porlone
FU A
che guarda in Inori, con analoga
Ì!»crizione, e poscia passò a villa
Aldoiarandini. Dipoi in questa villa
si ritirarono gl'innocenti gesuiti,
elle nel 17^9 avevano dovuto ab-
bandonare il Portogallo, come si
legge nei commentari del dotto p.
Cordala gesuita.
Divenuta la Rufinella nel i''73
proprietà delia camera apostolica
per le note vicende della beneme-
rita compagnia di Gesù, indi nel
1 790 la die in enfiteusi per picco-
lo canone a certo Pavesi. Rescissa
retifìteiisi ne tu per chiiogratb
pontificio di Pio Vii del mese di
giugno 1804 consentita la vendita
al principe lanciano Bonaparte, fra-
tello di JVapoloone divenuto allora
imperatore de' francesi, il quale la
rese in ogni modo amena con nuo-
vi viali e giardini, e 1' ampliò mag-
giormente con 1' acquisto di terre-
ni. Si fecero din';inle il possesso di
questo principe diversi scavi preci-
samente nella parte occupata dal-
Ja antica città , che fruttarono
bensì diverse opere di pregio qua-
li il cav. Canina dimostra nella
terza parte dell' encomiata sua ope-
l'a, e già illustrale dal eh. Giusep-
pe Antonio Guattani nel tom. Ili
delle sue inteiessanti Memorie en-
ciclop. sulle anlichilà e belle arti.
pag. 129, ed anche colla descrizio-
ne degli scavi, e degli oggetti rinve-
nuti nei numeri 27, 28 e 29 dei
Diari di Roma del 1808. Osserva
però il cav. Canina che tali scavi
recarono poi maggiori danni alle
reliquie di quelle antiche fabbriche,
perchè furono per più gran parte
sconvolte e distrutte per frugare
con maggior risparmio di lavoro;
rimasero quasi soli intatti i gradi
inferiori della cavea del teatro, per-
chè non potevansi facilmente di-
FRA i65
struggere. Nel mese di dicembre
1820 passò questa villa con tutte
le sue attinenze alla proprietà del-
la duchessa di Chabhus MuiÌm An-
na, e dopo la sua morte fece par-
te del patrimonio del re Carlo
Felice di Sardegna, ed in fine ven-
ne in eredità al! i regina Maria
Cristina di Ini consorte. Araraini-
strando il marchese Luigi Biondi,
letterato di assai chiaro nome, i
beni di Roma dei medesimo patri-
monio, fece eseguire con ninggior
intelligenza e più amore delle co-
se antiche, diversi scavi nel luogo
occupato dall'antica cittii tusculana,
ove discopri le principali vie che
mettevano a tale municipio, e pre-
cisamente quella proveniente dalla
via Labicana colla colonna deno-
tante il quindicesimo miglio. Tor-
narono alla luce dai medesimi sca-
vi alcune opere di scultura e pit-
tur.i antica di ragguardevole pre-
gio, le quali si vedono incise egre-
giamente neir opera del cav. Cani-
na in diverse tavole, e trasportate
in adornamento del reale castello
d'Agliè, JUudiiim, altra proprietà
della regina Ilaria Cristina, negli
stati sardi nella provincia d'Ivrea,
ov' è una insigne chiesa collegiata,
ed un palazzo magnifico che con-
tiene una biblioteca importante, ed
un ampio e delizioso giardino con
bellissima fontana adorna di statue:
il sito poi del palazzo, ove la re-
gina ha fatto collocare i pregevoli
oggetti rinvenuti ne' predetti scavi,
ha giustamente denominato Galle'
ria Tusculana. È con eguale com-
mendevole amore delle antichità,
ed anche per illustrare e restitui-
re un qualche decoro a s\ rinoma-
to luogo, che la regina Maria Cri-
stina ordinò uieritamente al cava-
liere Luigi Canina, che si continuas-
sero non solo i clissolterramenti del-
le reliquie tusculane, ma si faces-
sero pure i pili necessari lavori
per maggiormente conservarli, ed
ancora si riponessero al loro posto
quelle pietre, che si trovarono smos-
se negli antecedenti scavi, come
ne offre chiara prova il totale sco-
primento e ristauro delle reliquie
appartenenti al teatro eh' è uno
de' monumenti più interessanti del-
l'antico Tusculo; alle quali onore-
voli incumbenze il dotto cavaliere
ha corrisposto con meraviglioso suc-
cesso, com'è ampiamente dimostra-
to nella sua laboriosa ed interes-
santissima opera di cui è autore,
e che porta questo titolo: Descri-
zione dell' antico Tusculo, Ptoma
dai tipi dello stesso Canina 1841,
edizione veramente magnifica e re-
gia , eseguita con perizia e splen-
didezza non comune, e dedicata
al co. Filiberto Avogadro di Colo-
biano, insignito de' più distinti or-
dini cavallereschi, gentiluomo di
camera del re di Sardegna, e ca-
valiere d'onore, conservatore gene-
rale della casa della regina Maria
Cristina.
Questa villa onorata per tre anni
continui in tempo di villeggiatura
dalla sullodata regina, che durante
tal soggiorno ebbe la soddisfazione
di vedere eseguite le ordinate esca-
vazioni, che hanno recato gran be-
neficio alla storia dell'insigne luo-
go, ed alle arti per la discoperta
degli antichi edifizi , e per le pre-
ziose opere rinvenute, fu pure due
volte onorata dalla presenza del
Papa regnante Gregorio XVI. La
prima fu a' 10 ottobre i838, quan-
do si recò a visitarvi la regina
Maria Cristina , con la quale orò
nella cappella del palazzo, e poscia
s'intrattenne nel suo appartamento
FRA
in colloquio ammettendo al bacio
del piede tutta la real corte. Li
seconda fu agli 8 ottobre iSSg nel
rinnovare il Pontefice alla pia so-
vrana altra benigna visita, essendo
ivi ricevuto con segni del maggior
rispetto e venerazione. Presso in-
vito fattogli dalla regina il Ponte-
fice si degnò quindi montare in
un nobile legno nuovo , apposita-
mente da essa fatto preparare , e
poscia in compagnia della stessa
regina e delle rispettive corti pon-
tificia e regia , il Papa si portò ad
osservare i menzionati scavi , ve-
dendo con piacere gli avanzi del-
l' antica città , e vari oggetti rin-
venuti , disposti in un padiglione
elegantemente costrutto, in un ad
un sopratavolino composto vaga-
mente di differenti bellissimi mar-
mi di vari colori, ivi rinvenuti ed
uniti a forma di elegante musaico,
e dalla regina offerto al Pontefice
che ne aggradì il presente. Vide
ancora il Pontefice la marmoi'ea
iscrizione eretta dalla regina nella
parte media superiore della cavea
dell' antico teatro tusculano a pe-
renne memoria del suo importante
scuoprimento , e della visita fatta
agli scavi stessi dal sommo Pon-
tefice, cui ebbe l'onore il cav. Cani-
na di descriverne le parti e i pregi,
e ne riportò giuste congratulazio-
ni. Il palazzo della villa è osser-
vabile per la sua bella architet-
tura , adattata a fornire l' abita-
zione a molte persone , ed ha un
vasto e bel salone. Nel portico
che precede l' ingresso veggonsi col-
locati vari monumenti antichi rin-
venuti negli accennati scavi fatti
all'antico Tusculo dagli ultimi due
reali possessori della villa, entro il
cui dominio rimane buona parte
dell'antica città. Vi si veggono le
FRA
statue togate di Gneo Vetincio, e
di Marco Valerio, e varie basi di
pietra albana indigena ancor essa
del suolo tusculano , dove sono
scolpiti i nomi di Telemaco, di
Oreste, di Quinto Cecilio Metello,
del poeta Difilo, di Marco Fulvio
ÌVobiliore, i quali personaggi aven-
do tutti relazione con la storia del
Tusculo, ebbero erette le immagini
nel teatro tusculano dove furono
rinvenute le suddette basi. Da que-
sto palazzo godesi una delle piìi
superbe vedute di Roma, e della
campagna all' intorno sino al ma-
re; ed il diligente e dotto Nibby
riporta a pag. 35 1 e seg. le lapidi
in marmo raccolte nel palazzo , e
provenienti dai ridetti scavi, come
dei menzionati Marco Fulvio No-
biliore, console vincitore dell' Eto-
lia; di Difilo poeta e scrittore di
tragedie; di Marco Cordio R.ufo
pretore, proconsole ed edile , per
purgar i monumenti sagri ; di Mar-
co Tusculanio Amianto , maestro
cdituo di Castore e Polluce, e de-
gli augusta!! ; e di Flavia Ta-
rentina.
Il governo di Frascati, di cui è
capoluogo colla unione dell' appo-
diato villaggio, che contiene la ce-
lebre abbazia di Grolla ferrata
(fedi), comprende le comuni di
Monte Porzio, di Monte Compatri,
di Rocca di Papa, e di Rocca Prio-
ra, e di questi daremo un cenno ,
coir autorità del Piazza e del Nib-
by , e di altri autori , innanzi di
parlare dell' antico Tusculo , delle
notizie storiche dell' odierno Fra-
scati, e del suo vescovato subur-
bicario.
Monte Porzio. Terra della Co-
marca di Roma ( P^edi ) , posta
quindici miglia fuori di porta san
Giovanni nel distretto di Roma ,
FRA 167
nel governo e diocesi di Frascati.
Essa è situata sopra un colle ame-
nissimo scoperto verso settentrione
ed oriente , dove gode una bella
veduta della Campagna di Roma ,
e della catena degli Apennini che
la coronano. Nell'andare a questa
terra da Frascati, alla metà della
strada nel sito denominato le Cap-
pcllette si veggono costruzioni ma-
gnifiche a nicchioni , che danno
origine al nome volgare della con-
trada , le quali appartengono ad
una villa delle tante che cuopri-
vano i colli tusculani ; incerto è il
nome della villa, forse potè essere
di Catone il giovane che si uccise
in Utica. Il nome di questo villag-
gio è dei tempi bassi, e viene no-
minato Monleni Porculi in una
bolla dell'anno 1074 di s. Gregorio
VII a favore del monastero di s.
Paolo fuori delle mura di Roma,
essendo allora possidenza di quel
monastero. Nella cronaca Cassinen-
se si ricorda una chiesa di s. Anto-
nino in Montem Porculo territorio
tusculano ; in quella di Sicardo,
parlandosi della disfatta che i ro-
mani riportarono nel 1167 dai
tusculani uniti ai tedeschi, dicesi
che r incontro seguì apud Montem
Portiuni, quindi è chiaro che il
luogo già nel secolo XI chiama-
vasi Mons Porculi, o Porculus .;
laonde non è improbabile che lo
avesse sino dai tempi antichi per
la villa che ivi ebbero i Porzii os-
sia i Catonij e perciò corruzione
di 31ons Porcii o Porcius, Ma la
terra non sorse se non nel ponti-
ficato di Gregorio XIII, il perchè
sulla porta veggonsi i draghi, stem-
ma gentilizio di quel Papa ; e la
cliiesa principale e parrocchiale in
memoria del suo nome pontificio
è dedicata a s. Gregorio I Magno,
I ()0
[■ n A
come pine fi s. Aiiloiiino martire,
Hiitico piDleltoi-e del luogo. Fu egli
che lo fabbricò, e dotò di conve-
niente entrata, come narra il No-
vaes nella sua vita : per le bene-
ficenze fatte da Gregorio XIII a
IMonte Porzio, racconta il Piazza,
che nella visita ch'egli vi fece in-
dusse il clero ed il popolo a cele-
brare a quel Pontefice per suffra-
gio un annuo anniversario. Questa
chiesa ch'è il principale edifizio del
luogo fu riedificata dall' architetto
Rinaldi con cinque altari dalle fùn-
damenta verso l'anno 1666 dal
principe Giovanni Battista Borgh.-se
.'"ignore della terra, provvedendola
di sagre suppellettili, con comoda e
contigua abitazione per l'arciprete;
ed un secolo dopo fu ampliata dal
principe Marc'Antonio avo del prin-
cipe attuale, e consagrata di nuovo
il primo giugno 1766 dal cardinale
Enrico Stuart detto il duca di
Yorck vescovo di Frascati. Nell'al-
tare della crociata a sinistra di chi
entra, conservasi il corpo di s.
Laconilla, trovato nelle catacombe
di Ciriaca l'anno 1^83 con la iscri-
zione originale. Il quadro dell' al-
tare maggiore lo. dipinse Giaciuto
Brandi ; Ciro Ferri vi dipinse il
•s. Antonio; Gaetano Lapis il s.
Antonino martire^ mentre Filippo
Lauri colori altri quadri delle cap-
pelle. Il detto cardinal vescovo sta-
bili in questa terra le maestre pie.
In oltre il Piazza dice che al suo
tempo v'erano le seguenti chiese:
quella o ampio oratorio de'ss. Car-
lo e Filippo della confraternita del
ss. Sagramento; quella di s. Vito
alle falde della terra, già antico
oratorio ove si raccoglievano gli
abitanti prima che fosse eretta la
chiesa parrocchiale, con divota im-
magine della Beata Vergine: quel-
FRA
la di s. Maria del Tavolaccio, chiesa
rurale che vuoisi edificata sulle ro-
vine della villa di Lucullo, o me-
glio dei Porzi , e cosi detta dal
cognome del patrono della chiesa,
e legatario d'una messa nelle feste;
e quella di s. Carlo detta del Pan-
tano, chiesa rurale fabbricata dal-
l'innata pietà de'principi Borghese,
a benelìcio de' pastori ed agiicol-
tori. Monte Porzio fu onorato del-
la presenza di vari sommi Ponte-
fici, come di Gregorio XIII, Paolo
V ed altri; e nel 1827 lo fu da
quella di Leone XII, lunedi 29 ot-
tobre. Preceduto dai prelati mag-
giordomo , e maestro di camera,
il Papa vi giunse tra il suono del-
le campane, lo sparo de'mortari,
e le acclamazioni dell'esultante po-
polazione. Fu ricevuto il Pontefice
dal magistrato, e dopo essersi al-
quanto riposato nel casino di vil-
leggiatura del collegio inglese di
Puoma si recò nella chiesa di s.
Gregorio Magno all'adorazione del
ss. Sagramento precedentemente es-
posto, col quale l'arciprete comparti
la benedizione. Indi Leone XII o-
norò di sua presenza la casa di
Pietro Venturini, ove ammise al
bacio del piede parecchie delle
principali famiglie del paese, e dal
balcone della medesima casa com-
partì la benedizione apostolica al-
l'altollato popolo concorso anche
dai vicini paesi. R.estituitosi il Papa
al collegio ammise benignamente
alla propria mensa monsignor Pie-
tro Agostino Baines vescovo di Siga
in partibns e vicario apostolico del
distretto occidentale d' Inghilterra,
i prelati del suo seguito, il retto-
re, e gli alunni del collegio, oltre
d. Raffaele Fornari professore di
teologia del medesimo, al presente
arcivescovo di Nicea, e nunzio di
FRA
j-'rnncia : nel iestitiiir>i a Roma iì
Papa, passando per Frascati si de-
gnò visitare il cardinale Burtoloineo
Pacca, il quale Irovavasi colà per
diporto alloggiando nell'episcopio.
Da ultimo a comodo della popola-
zione è stata eretta una graziosa
fontana incontro all' ingresso del
paese. Nella pubblica piazza, sopra
la fronte della casa Venturini, il
suddetto Pietro eresse una marmo-
rea iscrizione per celebrare l'onore
compartitogli dal Pontelice Leone
XII. Altrettanto fece il rettore del
pollegio inglese d. P\.oberto GradAvel,
poi vescovo di Lidtla in partihwi
o vicario apostolico del distretto
meridionale di Londra, nel refet-
torio della detta casa del collegio,
la quale è di antica proprietà del
medesimo.
Monte Coinpntrì. Terra clie ap-
partiene alla principesca famiglia
Boighese, posta entro i limili della
Comarca di Roma, dipendente dal
governo e dalla diocesi di Frasca-
ti, diecisette miglia distante dalla
riietropoli, pesta in amena situa-
zione, che domina incantevoli ve-
dute. Il Piazza lo chiama Monte elei
Compili, 31ons Compatrum , cioè
luogo di ritiro ovvero soggiorno di
villeggiatura, ed aggiunge che nel
luogo anticamente esistevano delizie
magnifiche, già proprietà degli An-
nibaldi della IMolara, dei Colonne-
si, degli Altemps , celebrando le
munificenze esercitatevi dagli attua-
li signori. La denominazione di
questa terra vuoisi pure spiegare,
per luogo ove quelli che ivi si ri-
tiravano, concludevano e compi-
vano le cose del governo; giacché
per l'aincnilà del sito, e per le
ville che ivi erano, essendo fre-
quentata dai piimaii magistrati di
iioma, elle ap^iellali padri della
FRA 169
patria, ed anche compadri, forse ne
prese il nome il monte, dicendosi
anche Mons Compatrum. D. Luigi
Nardi nel suo libro, Dei Compiti,
feste e giuochi compitali degli an-
tichi, illustrando l'etimologia della
parola Compito, cita una disserta-
zione dell' ab. Francesco Antonio
Vitale, che ha per titolo: De op-
pido Lahici disserlalio, cjua origo
eliam, ntque compendiosa hisloria
oppidi Monlis Compiti i^Monte Com-
patro oggidì) inLatio de.scribitur, Ro-
mae Salomoni 1778. E chi sa che
qualche tempio Compitale eretto
presso il Tuscolo, non abbia dato
il nome a questo luogo? Il Nibby
è d' opinione che la terra si for-
masse dopo la rovina del Tusculo
fatta dai romani nel 1191, seb-
bene se ne faccia anlerior menzio-
ne fino dall'anno 1090 nel Chro-
nicon Sublacense ; ma siccome tro-
vasi insieme con altre terre di ori-
gine certamente posteriore alla ro-
vina «li Tusculo, apparisce eviden-
te la interpolazione, su di che par-
leremo dicendo rpii appresso qual-
che cosa del famigerato castello
della Molara. Il palazzo con la tor-
re del principe Borghese, è nel
punto più elevato della terra. Al
tempo del Piazza esistevano queste
chiese: la parrocchiale dedicata al-
l'Assunzione della B. Vergine eret-
ta con magnifica architettura, con
cinque altari, e con rendite e sagre
suppellettili donate dalla generosità
del cardinal Scipione Borghese nipote
di Paolo V ; essa ha una compa-
gnia del ss. Sagramento proprieta-
ria del vicino aritico ed ampio
01 a torio. La chiesa di s. Silvestro
con convento dei i-eligiosi carmeli-
tani scalzi della provincia romana,
memorabile per diverse co<:e. Vuoi-
si che quivi si rifugiassero molli
»7o FRA
de' primitivi cristiani fuggenti la
persecuzione de'romani gentili, trat-
tivi dall'eminenza del sito, ch'è sul-
la punta che dirama dal dorso
tusculano, e perciò è costante fa-
ma, che vi si recasse il Pontefice
s. Silvestro I a visitarvi e confor-
tarvi i cristiani rifugiati, e mini-
strasse loro i sagramenti. e poscia
a suo onore vi fosse eretta una
chiesa o cappella, che soggiacque
alla distruzione operata dai romani
nei Tusculo. L' istorico dell'ordine
de' carmelitani scalzi della congre-
gazione d'Italia fa un cenno delia
tradizione continuata dai tempi di
s. Silvestro I fino all' epoca nella
quale egli scriveva. Non è vei-o,
come dice il Piazza, che l' antica
chiesa o cappella dalla sua oscuri-
tà la traessero alcuni compagni di
s. Francesco. E però indubitato
che in esso monte vi abbia esistito
un convento di francescani, anzi
era una delle sette custodie della
provincia romana, e dalla parte che
guarda Monte Porzio alla distanza
di mezzo miglio dall'odierna chie-
sa si vedono rudtri, che danno
luogo a supporre, che fosse il sa-
gro l'ecesso minoritico. L'annalista
Vadingo ed altri raccontano che
bramosi alcuni di vivere solitari
l'elessero per dimora, erigendovi
un convento ove fiorirono esem-
plarissimi religiosi, fra'quali meri-
tano menzione Angelo di Monte-
leone, Piinaldo da Rieti, e Santo
da Parma quivi sepolti, anzi vi
fu pure il b. Bernardone, altro
compagno di s. Francesco. Il luogo
poi ove sono al presente i carme-
litani scalzi, fu già de' canonici re-
golari lateranensi , dato loro nel
i448 dagli Annibaldeschi già ba-
roni di Monte Coinpalri, essendo
la chiesa dedicala a s. Silvestro ed
FRA.
il monastero luogo di noviziato.
In progresso i canonici l'assegnaro-
no il locale e fondi alla santa Se-
de, che lo ridusse a commenda
secolare, e successivamente venne
conferita a diversi cardinali, i qua-
li resero più comoda l'abitazione,
e sovente fu onorata dai Papi.
Ultimo abbate ne fu d. Tommaso
d'Avalos, il quale spontaneamente
la rassegnò a Clemente Vili per-
chè vi fosse eretto un convento di
carmelitani scalzi : ed ecco come
poi ne fa il racconto Bartolomeo
Piazza. Mentre per le vicende dei
tempi il convento era stato abban-
donato. Clemente Vili con breve
de' 1 7 aprile i6o5, a mediazione
del cardinal Baronio ( che afferma
la tradizione di s. Silvestro^ e che,
per la salubrità, dice che la terra
era servita più volte di diporto ad
altri Papi ), e del prelato Tomma-
so d'Avalos o d'Avila, lo concesse
col territorio annesso al ven. Pie-
tro della Madre di Dio carmelitano
scalzo, per innocente solitario sol-
lievo de'suoi religiosi. In principio
servì il convento all'educazione ed
istruzione de' missionari dell'ordine
del collegio di s. Pancrazio di Ro-
ma, di che tenemmo proposito al
volume X, pag. 69 del Dizionario.
Qui i carmelitani scalzi celebraro-
no nel 161 I il terzo capitolo ge-
nerale, in cui fu eletto preposi to
generale il mentovato dottissimo
e ven. p. Giovanni di Gesù Maria
di Calahorra, predicatore apostoli-
co, e confessore del conclave : e vi
furono esaminate e stabilite le co-
stituzioni della riforma carmelitana.
11 corpo del ven. p. Giovanni di
Gesù Maria ivi si venera ancora
incorrotto, palpabile, e del colorito
del dattilo; evvi pure una somi-
gliante immagine della fondatrice
FRA
della riforma s. Teresa, copia di
quella fatta eseguire dal re di Spa-
gna Filippo II furtivamente mentre
parlava con quella santa. I carme-
litani scalzi avendo trovato la pic-
cola chiesa, e tutto il fabbricato
affatto in rovina, nuovamente edi-
ficarono dai fondamenti una nuova
chiesa e convento, che tuttora esi-
ste ; asserendo il Mattei che usa-
rono della pietra tusculana, diversa
dal silice tusculano, di cui parla il
Corsi. La chiesa è in forma di
croce greca; le pitture che la de-
corano sono tutte del pennello di
fr. Luca fiammingo, laico carmeli-
tano scalzo, professore assai cogni-
to, e specialmente rinomato pel
suo stile grandioso, pei panneggi,
e pel fuoco de' suoi molti dipinti.
Nell'oratorio domestico vi è un
dipinto mirabile di Gherardo delle
Notti, rappresentante s. Giuseppe
al travaglio di fabro di legname,
e Gesù fanciullo che con un moc-
colo acceso gli fa lume. Da una
lapide esistente nel claustro, si ap-
prende che in questo luogo il ve»
scovo Vida, già canonico regolare
lateranense, compi il suo celebre
poema latino, la Cristiade. Dipoi
Paolo V, Urbano Vili, ed Alessan-
dro VII cinsero il convento e l'omi-
torio di mura. Nel recinto del con-
vento vi fu rinchiuso il bel pa-
lazzo edificato con sua villa dai
cardinali Gambara e Pisano, nel-
• la cappella del quale si conser-
vava una divotissima immagine
della Beata Vergine tenente in
braccio il santo bambino; laonde
essendo il popolo impedito di ac-
cedervi liberamente a visitarla, fu
dai religiosi collocata l' immagine
fuori della clausura, poco distante
da un castagno vecchio, per cui
prese allora il nome di Madonna
FRA 17,
del Castagno , e crescendo la di-
vozione verso di essa vi fu eretta
una cappelletta ed ivi trasferita.
Nel visitarla Paolo V concesse qua-
ranta giorni d' indulgenza a chi
facesse altrettanto, ciò che confer-
mò Urbano VIII. L'altra chiesa di
cui parla il Piazza, è s. Maria
della Molara, o della Morula, cosi
detta perchè vicina al luogo del
celebre ed antichissimo castello del-
la Molara, di cui ci permetteremo
un cenno, chiesa di juspatronato
della famiglia Borghese.
Il castello della Molara o Mola-
ria Roboraria diruto del secolo XIII,
situato nella valle che separa il
dorso tusculano dal gruppo de'mon-
ti Albani, quasi dirimpetto alla cit-
tadella di Tusculo, al XV miglio
della via Latina, corrispondente a
circa quattordici fuori della porta s.
Giovanni. Il suo nome derivò da una
cava di pietre molari, che si vede
ancora sotto il castello a nord-ovest,
e si formò il castello dopo l'abban-
dono della stazione Roboraria, la
quale fu così detta dal bosco di quer-
cie, robora, presso cui trovavasi, e
formavano la selva Algidense, nota
nei bassi tempi col nome di Sili'a
Algiarìs. Esso è sopra un colle iso-
lato di lava basaltica a destra della
via, e conserva ancora le vestigia del
recinto fortificato, con torri roton-
de e quadrale di costruzione sara-
cinesca del secolo XIII, formata
con piccoli parallelepipedi di tuia
e di lava. Nella parte più alta era
la rocca, e verso occidente la chiesa,
della quale rimangono ancora gli
avanzi. Il sito è di tale importanza
nello stretto della valle già detta Al-
bana, che probabilmente non fu tra-
scurato dai conti tusculani durante
la loro potenza, dappoiché nel Cliro-
lucoti Sublaceiise, anno i ogo, narrasi
P72 FRA
come Agapito conte tiisciilano ebbe
due figlie, una ne die in moglie ad
Oddone Frangipani, alla quale la-
sciò castra M areni, Turricellae., moti-
tis Alba/li et Nemoris et suani par-
teni castri Mofitis Conipairi, l'altra
poi la maritò ad Annibale Annibal-
di, a cui lasciò castra Arcis Pe-
riiiriae, Montis Porculi et Mola-
riae. V. il JVerini, De tempio et eoe-
nobio ss. Bonifacii et Alesii p. i '8;
nia quel documento non va esente
da gravi dubbi d'interpolazione per
(\nQ castra Marcai ec, sebbene non
si ponga affatto in questione il do-
minio degli Annibaldi o Annibalde-
schi, pi-eclarissima e potente famiglia
romana, sopra questo castello,! qua-
li perciò ebbero il nome di signori
della Molara. Certo è cbe le rovi-
ne superstiti presentano in tutte le
parti la costruzione del secolo XI IF,
e che non prima di quell'epoca se
ne hanno documenti sicuri: tutta-
volta il Piazza dice ap. 274, che do-
po la rovina del Tusculo, in questo
castello si rifugiarono molti dei
suoi abitanti graziati della vita da
Celestino III. La prima memoria
che il jVibby rinvenne è del 1234,
quando Riccardo degli Annibaldi
diacono di s. xAngelOj che avea
comprato il castello, e n'era in pos-
sesso, vi accolse il Papa Innocenzo
IV con molta magnificenza, indi
Carlo d'Angiò che Clemente IV
nel 1266 investì del regno delle
due Sicilie; e nella spedizione che
perciò fece il re, onde toglierlo
dalle mani di 3Ianfredi, il cardi-
nale lo accompagnò a proprie spe-
se. Oltre quanto dicemmo di que-
sto cardinale alla sua biografia, qui
aggiungeremo, ch'egli costruì le
fabbriche, e le mura che oggi ivi
si veggono diroccale del castello
che sino al secolo decimoquinto ri-
FRA
mase proprietà di sua nobilissima
famiglia, e che scrisse una esposi-
zione sulla regola di s. Benedetto.
Inoltre il cardinal Riccardo goden-
do della pili intima amicizia di s.
Tommaso d'Aquino, una volta lo
condusse in questo suo feudo a
passare le feste di Natale in di vo-
ta solitudine. Capitati in questa
occasione nel castello due ricchis-
simi ebrei assai versati nelle lo-
ro scienze, il cardinale Annibaldi
volle che in sua presenza dispu-
tassero con s. Tommaso, il qua-
le in due giorni, prima colla effi-
cacia delle orazioni, poi colla for-
za degli argomenti e delle ragio-
ni , li convinse e convertì al cri-
stianesimo, battezzandoli nella chie-
sa del castello nella vigilia del Na-
tale : questo avvenimento con qual-
che diffusione lo narra anche il
Piazza a pag. 272. Tolomeo da
Lucca poi racconta , che fu testi-
monio oculare della guarigione i-
stantanea operata da s. Tommaso
in questo luogo, sul suo compagno
Raimondo malato di febbre conti-
nua. Si legge nel tom. III, p. 296
della Storia de sommi Pontéfici di
Novaes, che morendo il cardinal
Riccardo nel 1275, dopo trentotto
anni di glorioso cardinalato, lasciò
a' suoi eredi oltre il castello della
Mùlara, i castelli di Rocca di Pa-
pa, Campngnano, s. Lorenzo, Mon-
tefìaaello , Castel Gerusalemme ,
Monte Cotnpatri, e Fusinano. Que-
ste signorie per molti anni furono
contrastate tra i suoi eredi, finché
Bonifacio Vili ne compose le ver-
tenze a' 2 maggio 1296.
Vivente il cardinal Riccardo, nel
1263 o 1263 Urbano IV creò car-
dinale il suo parente Annibale An-
nibaldeschi della Molara, che Cle-
mente IV spedì legato a Carlo X
FRA
re di Sicilia con altri cardinali, e
ben lo meritava per la dottrina e
pregi che indicammo nel suo arti-
colo: questo cardinale universalmen-
te rispettato per la sua pietà, pro-
fonda umiltà, generosità co' poveri,
e pudicizia singolare, morì in Or-
vieto nel 1272 e fu sepolto nella
chiesa del suo ordine domenicano,
da lui edificata dai fondamenti in-
sieme al convento. JNel 18^28 agli
I I di giugno essendo stato il ca-
stelio della Molara occupato dalle
genti di Roberto re di Napoli, do-
vette arrendersi dopo qualche gior-
no di assedio, per mancanza di vi-
veri, ai romani, ed alle truppe di
Lodovico il Bavaro. Dipoi nella bat-
taglia contro il famoso Cola di
Rienzo, fu ferito ed ucciso Nicolò
degli Annibaldi signore della Mo-
lara nel i35r. Antonio Ricchi nella
Beggia dt volsci a p. 23 i, dice che
Urbano V creò cardinale fr. Elia
degli Annibaldi della famiglia ro-
mana Annibaldense, che dall'ordine
de' minori fu elevato al governo
della chiesa uticense, morto in
Sulmona nel 1867. Sul principio
del secolo seguente, e nel i4o5
a' i5 aprile, che fu il mercoledì
santo, cominciò ad uscire in cam-
pagna l'esercito del popolo roma-
no, contro i figli di Tebaldo della
Molara, e si accampò presso que-
sto castello, diede il guasto a molte
terre intorno al medesimo ed a
quello di R.occa di Papa, e vi ri-
mase undici giorni. 11 Pontefice In-
nocenzo VII spedì alle parli bel-
ligeranti come ambasciatore, il prio-
re di s. Maria Aventino, onde fos-
se mediatore fra i romani ed i si-
gnori della Molara ; ma questi si
condusse in modo che ritornato in
R-oma gli fu tagliata la testa, e fu
sepolto iu s, Pietro : tuttavolta k
FRA 173
pace si conchiuse nel gioino di s.
Marco. Nel medesimo anno a' 1 2
maggio ovvero a' 12 giugno Inno-
cenzo VII creò cardinale diacono
di s. Angelo, Pietro Stefanesco de-
gli Annibaldi signori della Molara,
principalissima famiglia romana del
rione di Trastevere, protonotario
apostolico , che per la grande ri-
putazione che godeva presso i suoi
concittadini, li placò quando seguì
la strage di alcuni suoi magnati ,
che si credeva operata con intelli-
genza del Papa. Avendolo Grego-
rio XII nella sua assenza fatto le-
gato di Roma colla provisione di cin-
quecento scudi al mese, egli la con-
segnò poi o per necessità o per sicu-
rezza, e di concerto col Papa, in un
alle fortezze più importanti dello
stato ecclesiastico, a Ladislao re di
Napoli. Quindi riuscì accetto tal-
mente ad Alessandro V, che ne
riportò per sua madre Costanza
l'assegno di quaranta fiorini al me-
se di beni di Chiesa. Quindi Gio-
vanni XXIIl avendo ciò approva-
to, r incaricò poscia della legazio-
ne di Napoli per inlionizzarvi Lo-
dovico d'Angiò, in luogo del ribelle
Ladislao, e decoroUo del vicariato
temporale di Roma e dello stato
pontifìcio , con quattrocento scudi
al mese; nella qual città morì iu
fresca età nel i4'7) dopo aver con
generale soddisfazione disimpegnato
il grave suo ufìizio, e fu sepolto
nella basilica di s. Maria in Tras-
tevere presso r altare de' ss. Filip-
po e Giacomo, in magnifico avella
di marmo lavorato alla gotica. Al-
tre sue notizie le riportammo alla
sua biografìa. Dal p. Casimiro da
Roma, Memorie islorìche dei coti'
venti della provincia romana pag,
igS, abbiamo, che nel i4i2 Ric-
cardo delia Molara toke Ncmi ed
174 FRA
Alenano ai Colonnesi, onde fu da
Giovanni XXIII fatto imprigiona-
re, ed obbligato a restituire tali
dominii, e che più tardi essendo
divenuto Nemi proprietà de' cister-
ciensi, Riccardo tornò ad occupar-
lo nel 1420, indi Io restituì in ap-
presso. Lo stesso p. Casimiro nelle
Memorie istoricìie della chiesa e
com'ento di s. Maria d' Araceli
parla degli individui ivi sepolti del-
le famiglie Aunibaldi, Molara, e Si-
nibaldi che sembia derivata dagli
Annibaldi. Nel 144' dichiarò Eu-
genio IV che il castello di Monte
Porzio, spettava a JValdo della Mo-
lara, per successione di Tebaldo de
Annibaldis domicello romano. Nei
commentari di Pio II si legge che
del castello della Molara n'era si-
gnore Gentile; e i' Amidenio dice
che la famiglia che portò il cognome
di Molara è un ramo della Anni-
baldesca. Il castello della Molara
nel corso del secolo XV fu abban-
donato, e a poco a poco andò in
rovina. Di vari personaggi degli
Annibaldi della Molara, che inter-
vennero nelle cavalcate dei solenni
possessi dei Papi, se ne leggono le
notizie nella Storia de' possessi del
Cancellieri. Il lenimento annesso al-
la Molara, appartiene sino dal se-
colo XVII ai Borghese, e confina
coi territorii di Monte Porzio, Mon-
te Compatri, Rocca di Papa, e
Frascati. Il Ricchi nella sua Reggia
de' volsci, tratta pure del castello
della Molara a pag. 226 e seg., e
degli Annibaldi, dicendo che da si
illustre famiglia fiorirono pure la
b. Teodora monaca di s. Lucia in
Foligno, e d. Vittoria della Rlola-
ra che con indulto di Paolo HI
uscì dal monistero di Campo Mar-
zo, per fondar quello di s. Lucia
in Selce, al quale s. Pio V unì tre
FRA
altri monistcri. A' suoi tempi era-
no viventi monsignor Pietro, Gio-
vanni e Cesare fratelli degli Anni-
baldi della Molara : l'opera del Ric-
chi fu stampata nel 1 7 i 3.
Rocca di Papa. Terra della Co-
marca di Roma, posta sull'orlo me-
ridionale dell' antichissimo cratere
del monte Albano oggi Cavo, in
clima quasi sempre freddo , circa
sedici miglia lungi dalla capitale
per la strada di Marino. La pros-
simità della cima del monte Alba-
no, e della pianura che si apre a
pie di essa, e che fu il gran cra-
tere che versò le' correnti di la-
va di Acqua Acetosa, Capo di Bo-
ve, Borghetto ec, pianura oggi no-
ta col nome di Campo di Anniba-
le, non poteva trascurarsi dagli an-
tichi, ed evidentemente rimane ivi
il nucleo di un'arce romana, che
Arx Albana dissero, come quella
che era eretta sul ciglio del mon-
te Albano immediatamente sotto-
posto. La rocca de' romani era sta-
ta preceduta dalla città latina di
Fabia , che qual colonia romana
esisteva ai tempi di Plinio, il qua-
le ricorda fra i popoli latini an-
cora i Fabienses in tnonle Albaiioj
e non è difficile che dal nome di
Fabia corrotto in Fapia o Papia
derivi la moderna denominazione
di Rocca di Papa ; questa die l'o-
rigine alla tribù di questo nome.
Della rocca attuale la prima me-
moria è nella cronaca di Fossanuo-
va riportata dall' Ughelli nel t. X
dell' Italia sacra, e dal Muratori,
nel t. VII, p. ^j 5 Rerum ital. script. ,
nella quale si legge come il Pon-
tefice Lucio 111 del 1181, porta-
tosi in Lombardia, mandò il conte
Bertoldo luogotenente imperiale di
Federico I, a difesa della città di
Tusculo contro i romani ed a ri-
FRA
prendere Bocca di Papa , Roccani
de Papa, clie egli con astuzia espu-
gnò, e nel tempo slesso fece alcu-
ne prede sui bestiami dei romani:
questo documento dimostra che al-
lora questa terra si chiamava Roc-
ca di Papa, e che dipendeva di-
rettamente dal Papa. Nel secolo
XIII però, come la terra ora cit-
tà di Marino, venne nella signoria
degli Orsini che la ritennero fino
al pontificato di Martino V ( ec-
cettuato, quel tempo che la signo-
reggiarono gli Annibaldi della Mo-
lara, come si è detto piti sopra ),
verso l'anno 14^4 divenne pro-
prietà della famiglia di quel Papa
Colonna , che ancora la ritiene .
Trovandosi in Rocca di Papa il
Pontefice Pio II nel i46o, emanò
il breve col quale concesse indul-
genza a chi visitasse la chiesa di
Colombario non lungi da Monte-
santo nel Piceno, nel giorno della
festa del b. Girio de' conti Lunedi
della Linguadoca, il di cui corpo
ivi si venera , come abbiamo dal
Novaes, Storia de' Pontefici, tomo
XIV, pag. loo. Della visita fatta
da Pio II a Rocca di Papa, ne
tratta egli stesso ne' suoi Commen-
tari. Nel 1484 Rocca di Papa fu
occupata dagli Orsini, ed invano
Nicolò Caetani tentò di entrarvi.
Monsignor Borgia nella Storia di
Felletri, riporta il breve emanato
nel 1482 da Sisto IV, e diretto
ai 'velletrani, nel quale ordina loro
di prendere la terra di Ardea , e
Rocca di Papa occupate dai Co-
lonnesi. Il Petrini nelle sue Memo-
rie Prenestine, a pag. 208, narra
che nella guerra tra Paolo III, e
i Colonnesi a cagione del sale, Roc-
ca di Papa fu attaccata ; e che il
prenestino capitano Lauro, insieme
con altri sei capitani, fu incaricato
FRA 175
da Ascanio Colonna di liberare Roc-
ca di Papa dalle truppe pontifìcie,
onde segui un fatto d' armi tra i
due eserciti presso Monte Compa-
tro. Sotto il pontificato di Paolo
IV, nella guerra del i SSy tra i
Caraffeschi, ed il duca d'Alba co-
mandante l'esercito di Filippo li
re di Spagna, i Colonnesi tenendo
le parti del duca uscirono da R.oc-
ca di Papa, onde predare i bestia-
mi nel territorio di Velletri, e vi
riuscirono. I velletrani allora pre-
se le armi, dopo varii successi per-
vennero finalmente ad impadronir-
sene per penuria di viveri. All'ar-
ticolo Colonna famiglia [P'edi), si
disse che successo nel pontificato a
Paolo IV il Pontefice Pio IV, que-
sti restituì ai Colonnesi i loro be-
ni , e li assolvette dalle censure.
Del preteso Campo di Annibale il
Nibby ne ragionò nel tora. I, pag.
I I o delia sua Analisi, air articolo
Albano Monte o Monte Cavo, ed
ivi notò essere stato piuttosto il
luogo dove celebravansi le ferie la-
tine, e facevasi la distribuzione del*
le carni delle vittime immolale.
Certo si è che su quel monte i
romani nella scorreria di Annibale
contro Roma posero un forte pre-
sidio, onde poter dominare le due
vie Latina ed Appia, che solcava-
no le sue falde orientale ed occi-
dentale. Altri parlando di questa
pianura, nel negare che Annibale
vi si accampasse, spiegano la de-
nominazione di Campi d' Annibale,
per quel campo che quivi ebbero
i romani contro il condottiero del-
l'esercito cartaginese, in custodia di
Roma, ed a guardia del tempio di
Giove Laziale. La via che fece An-
nibale quando mosse le armi con-
tro Roma, i territori! che traversò,
e il luogo ove pose gli alloggia-
176 FRA
menli, lo si dice in appresso par-
landosi dell'antico Tusculo. Ora in
mezzo di questa bella piaiiuia so-
no le conserve della neve, le quali
provvedono Roma in quasi tutto
l'anno. La superba veduta che si
gode da Rocca di Papa rende a-
meno il suo soggiorno, quantunque
sia il luogo dirupato ed alpestre.
Il Piazza a pag. 277 con eru-
dizione discorre di Rocca di Papa,
ed opina che fosse cos'i chiamata o
pei'chè un Papa vi facesse l'antica
rocca su la cima dell'abitato, assai
forte con grossi bastioni e mura,
o perchè, come vuole il p. Rirclier,
quivi fosse detenuto un Papa, ov-
vero, com'è più probabile, perchè
fosse di nuovo rimessa nel pristmo
stato all'occasione che Celestino III
avendo permessa la demolizione del-
l'antico Tusculo, proibì di molestar-
ne gli abitanti, i quali quivi rifecero
il castello anticamente famoso, e
perciò detto Rocca di Papa, nome
per altro che già aveva sotto Lu-
cio 111. Osserva ancora che alcuni
dicono chiamarsi la terra R.occa di
Papa, perchè la rocca fu edificata,
o ristorata da Papa Paolo HI, e
che chiamossi ancora Forum populi,
perchè ivi si celebravano le fèrie
dette laziali, alle quali concorre-
vano i popoli del Lazio. Par-
la poi della chiesa di san Pietro
Nolasco situata a piedi del paese,
altra volta s. Maria delle Imma-
gini, con piccolo convento allora di
moderna fabbrica per essere stato
incominciato da fr. Paolo Leoni re-
ligioso della Mercede , morto nel
1 590 , il quale eresse pure una
cappel letta, che resta sotto il coro
dell'odierna chiesa. Indi vi furono
stabiliti religiosi mercedari del ri-
scatto; ma essendo ridotti a poco
numero, e il convento quasi lovi-
FRA
nato, allorquando Alessandra VII
portandosi a Monte Cavo, per l'an-
tica strada dentro il castagneto si-
no alla sommità del monte benis-
simo conservata, e da lui ripurga-
ta, onde la percorse in carrozza, ad
istanza del cardinal Girolamo Co-
lonna si fermò a Rocca di Papa ed
ivi pranzò. Allora a vantaggio del-
la popolazione dispose che vi fos-
sero collocati altri religiosi spaguuuli
del medesimo ordine, ma della più
stretta osservanza , a' quali il .sa-
cerdote romano Giovanni Aspa au-
mentò il convento, il quale fu pu-
re ingrandito da d. Giuseppe A-
chè, come fu ampliata con tre al-
tari la chiesa, che ancora esiste
col convento, non però i religiosi,
che nel 1809, nelle note vicende,
dovettero lasciarlo. La chiesa serve
per parrocchia tumulante, e la com-
pagnia ivi eretta nel 1820 dal ve-
scovo cardinal Pacca ne ha la cu-
ra. Nel convento vi abita il par-
roco, e vi potrebbero dimorare co-
modamente quindici religiosi. Nel
1754 si terminò la chiesa arcipre-
tale e parrocchiale, la quale per
cattiva costruzione cadde, e rovinò
nel 181 4- Quindi nel 1817 s'in-
cominciò a riedificarla, concorren-
dovi la generosità del Pontefice Pio
VII, ad istanza del vescovo cardi-
nal Pacca, laonde si vide coperta
dopo dieci anni. La nuova chiesi
arcipretale fabbricata con architet-
tura del cav. Domenico .Palmucci,
e compita dall' architetto Pietro
Bracci , è dedicala alla Beata \ er-
gine assunta in cielo, il cui inter-
no fu con eleganti pitture ed or-
nati dal pittore figurista Giuseppe
della Valle abbellita, e dall'orna-
tista faentino Paolo Panzavolta:
per la sua perizia il catino di fi-
gura elitlica comparisce di tutto
FRA
sesto ; mirabile è la cappella del
ss. Salvatore ricca di belle doratu-
re, e un quadro di Gesù che vuoisi
opera di Giulio Romano, o meglio
di Pierin del Vaga. Ivi riposano
solfo l'altare le ossa di s. Eutro-
pia martire, e vi si leggono due
memorie sepolcrali della famiglia
SauLuvetti cui appartiene la cap-
pella : nella medesima è venerata
un' immagine di Maria Addolora-
ta, dipinta in modo che muove a
divozione. Sotto l' altare maggiore
poi si venerano le ossa del mar-
tire s. Leonzio, in elegante urna:
la cap])ella del ss. Rosario la di-
pinse il pittore Alessandro Manto-
vani. 11 quadro della cappella del-
l'Assunta è del Corrado, donato
dal vescovo cardinal Pietro Otto-
boni: e quello di s. Antonio abba-
te lo colorì il Garzi. Il Panzavol-
ta dipinse pure il casino dei Bot-
ti, l'abitazione del quale con quel-
le dei Tojetti , dei Vitali , e del
principe Doria Pamphily, sono le
principali del paese. Dalla parte di
mezzogiorno un miglio circa distan-
te da questa terra, procedendo per
piano e piacevole passeggio di stra-
da carrozzabile si trova il celebre
santuario detto la Madonna del
Tufo, con sua eremitica casa com-
posta di quattro camere sotterra-
nee, e grotte per servigio degli abi-
tanti. Di questa chiesa che nel 1592
fu unita a quella parrocchiale dal
vescovo cardinal Galli, se ne igno-
ra l'origine; bensì si conosce il
prodigio da cui derivò l'erezione.
Distaccandosi un duro e smisura-
to sasso dalla più erta cima del
monte ove si unisce al monte Ca-
vi, e precipitandosi rapidamente al
basso, un passeggiero che al di sot-
to transitava, vedendo la sua im-
minente rovina di restarne schiac-
VOL. xxvit.
FRA 177
ciato, con fiducia invocò il poten-
tissimo nome di Maria santissima.
Vide subito all' istante arrestarsi la
precipitante rupe, anzi divisa in
due parti apparve nel mezzo ima
divota effigie della beata Vergine,
la quale ora si venera dentro una
vaga cappella in mezzo della chie-
sa, sotto l'ombra di amene e ver-
di piante, nel cui dorso si ammi-
ra parte della rupe, su cui posa la
parte opposta della cappella. Nel
1 792 il pio principe d. Andrea
Doria Pamphily accrebbe la chie-
sa con facciata; e poscia nel 18 ro
fu anche aumentata dalla parte
opposta, con l'elemosine de' fedeli,
e fu eretto pure un altare in onore
di s. Filippo Neri. Dipoi a' 1 7 a-
gosto i83o Pio Vili, già vescovo
tusculano , con breve apostolico
l'arricchì d'indulgenze, e concesse
l'altare privilegiato, come quello di
s. Lorenzo fuori le mura di Roma.
Anche il regnante Gregorio XVI
è stato largo d'indulgenze con que-
sto santuario. La chiesa è decolla-
ta da pitture a chiaro scuro , con
quadri rappresentanti la caduta del
gran masso, ed altre figure.
Rocca Priora , Corbio. Terra
della Comarca e distretto di Ro-
ma, distante da questa città dieci-
sette miglia, e posta sopra l'ul-
tima punta del dorso tusculano,
nel limite dell'agro latino verso i
volsci, confinando da un lato col-
le terre di Labico , dall'altro con
quelle di Tusculo e di Algido. In-
certa è r origine del suo nome mo-
derno , ed il Piazza ed il Nib-
by non la credono anteriore all' e-
poca della distruzione del Tusculo
fatta dai romani , come più volte
si è detto, nel 1191. Però siccome
vedonsi sparsi per questa terra mol-
ti rocchi di colonne di marmo e
12
178 FRA
di granilo ndoperati in usi moder-
ni , sopra tutti massi quadrilateri
di peperino, impiegati nelle mura,
è cìiiaro che ne' tempi romani vi
fu almeno una villa , e ne' tempi
piìt antichi una qualche città lati-
na, la quale si suppone Corbio. Li-
vio descrivendo la impresa di Co-
riolano contro i romani, dice che
quell'esule dopo aver preso Satri-
co, Longula, Polusca e Corioli, si
rivolse a Lavinio e l'occupò; indi
fece altrettanto con Corbione, Vi-
tellia, Trebia, Lavico e Pedo, e fi-
nalmente si accampò alle fosse
Cluilie. Or conoscendosi che Vitel-
lia era Valmontone ora città, La-
bico alla Colonna , Pedo a Galli-
cano, ne segue che Corbione, che
fu la prima dopo Lavinio ad esse-
re presa, era la prima nella dire-
zione in cui stanno le città pre-
dette. Narrando Dionisio la mossa
generale de' latini per rimettere i
Tarquini sul trono di Roma , di-
ce che la prima loro operazione fu
d'impadronirsi di un forte castel-
lo presidiato dai romani, chiamato
Corbione , e dopo aver tagliato a
pezzi la guarnigione ne fecero un
centro di operazioni dal quale usci-
rono a predare e devastare le ter-
re dei romani, circostanza che non
sembra potersi verificare , se non
nel punto di Rocca Priora, poiché i
latini in quella guerra non oltre-
passarono il territorio tusculano, es-
sendo terminata colla battaglia di
Regillo, che comandata pei roma-
ni dal dittatore Postumio , e pei
latini dai Tarquini e da Mamilio
tusculano, questi vi furono vinti dai
primi l'anno di Roma 25j. Dal-
l'altro canto di là poterono esten-
dere le loro devastazioni alle tene
dei romani , poste sulla falda del
monte Albano, che domina la val-
FRA
le della Molara. Il medesimo Dio-
nisio dando un'altra direzione alla
scori'eria di Coriolano, soggiunge
che dopo aver preso Pedo, partì
la mattina seguente di là sul far
del giorno, e condusse l'esercito a
Corbione, che immediatamente si
arrese , e da Corbione a Corioli ,
tutto inducendo a ritenere che Cor-
bio fosse a Rocca Priora. Tale opi-
nione si conferma dal racconto di
Livio, dicendo che Quinzio dopo
la vittoria riportata sopra Clelio
Gracco nella valle Albana sotto
Tusculo, si fece rendere Corbione
che era stata occupata dagli equi;
e che sul principio dell'anno 229
di Roma, mentre erano sul punto
di scoppiare nuove discordie, ven-
ne l'annunzio in Roma che gli e-
qui all'improvviso di notte eransi
impadroniti di Corbione, ed erasi
perduto il presidio che ivi i roma-
ni avevano, onde fu ordinato dal
senato , che si levasse un eseicito
subitamente, e si mandasse nell'Al-
gido; per cui si vede che Corbio-
ne era vicino all'Algido, ora di-
rimpetto a Rocca Priora è la pim-
ta imboschita di quel monte famo-
so. Aggiunge Livio, che gli equi
dopo aver tagliato a pezzi il pre-
sidio di Corbione, presero Ortona
ossia Artena, la quale corrisponde
a Monte Fortino, terra alla quale
si va direttamente da Rocca Prio-
ra per la gola dell'Algido : in tal
circostanza lo stesso storico nota
come il console Orazio Pulvillo die
battaglia agli equi nelF Algido , li
discacciò da esso, così da Ortona e
Corbione, smantellando questa ter
ra in pena di aver tradito il pre-
sidio romano; così finì questa terra
latina, essendosi distrutte le case fino
dalie fondamenta l'anno 299 di
Roma, 45^ avanti l'era volpaie.
FRA
Dopo tale distruzione negli ulti-
mi tempi della repubblica , come
di tante altre città primitive av-
venne, si formò nel suo sito ima
qualche villa romana, e nella de-
cadenza dell' imperio a questa sa-
rà succeduto un villaggio, rima-
sto estinto anch'esso; ma dopo la
memorata distruzione del Tusculo
formossi una nuova terra, la qua-
le forse per essere stata la prima
a sorgere in cjueste parti, e fonda-
ta dai primari abitanti del Tuscu-
lo prese tal nome: altri furono
di sentimento che a cagione di sua
favorevole situazione venendo tra i
luoghi circostanti al distrutto Tu-
sculo prescelto a villeggiatura di
l'emani personaggi ne derivasse la
denominazione La rocca che vi
edificarono esiste, ed è forte. Roc-
ca Priora nel secolo XIV fu occu-
pata dai Savelli, e perciò neh 4^6,
andò soggetta con altre terre loro
come Borghefto, Castel Gandolfo,
Albano e Savello, ad essere sac-
cheggiata dal legato pontificio di
Eugenio IV, Giuliano Pvicci arcive-
scovo di Pisa. Ai Savelli si attri-
buisce il ristoramento della rocca,
e le leggi e statuto municipale.
Mentre n'erano signori i Savelli,
vi si recò il Papa Pio II , prove-
niente da s. Maria di Palazzuolo,
della quale parlammo all' articolo
Albano [Vedi). Il Pontefice allog-
giò nel palazzo de' Colonnesi di
Odoardo duca di Marsi, che ne lo
aveva pregato, e vi fece soggiorno
per alcuni giorni , e ne parla lo
stesso Pio II ne' suoi Commentari.
Nel Ratti , Della famiglia Sforza
tom. II, pag. 341, si legge che Si-
sto V eresse in marchesato Rocca
Priora, stabilendo che questo fosse
U titolo dei primogeniti della po-
tente e nobilissima casa Savelli, vi-
FRA 179
venie li loro rispettivo padre, e
volle che nel ducato di Castel Gan-
dolfo e marchesato di Rocca Prio-
ra fossero compresi i loro rispetti-
vi territorii, la metà di Albano e
di Poggio Catino; ma nell'anno
1^97 Clemente Vili volle che Roc-
ca Priora si vendesse alla camera
apostolica, per cui il Piazza a pag.
275 dice che il suo governo si con-
feriva dal commissario della stessa
camera apostolica , ed aggiunge
varie opinioni sull'origine del no-
me della terra , ripugnando erro-
neamente a concedergli le preroga-
tive del celebre Algido illustre co-
Ionia romana , che piuttosto attri-
buisce a Rocca di Papa non a Roc-
ca Priora, dal quale è distante il
monte tre miglia e mezzo, dando-
ne erudite notizie il Nibby nel tom.
1, pag. 123 e seg. Egli lo chiama
Algidiim oppidum, Algidus mons ,
e Cava dell' J glia. Ai dire del
Piazza, la camera apostolica entrò
in possesso di Fiocca Priora nel
pontificato di Paolo V, il quale vi
si recò a prenderlo, abitando nella
casa della famiglia Ratti. Scrisse il
Nibby che il lago Regillo celebre
per la vittoria riportata dai ro-
mani sopra i latini guidati dai Tar-
quini e da Mamilio tusculano, non
era quello che è rasente la strada
della Colonna e nel monte Falcone,
come molti ritennei'o, ma piuttosto
nel cratere di Pantano Secco, e per-
ciò vedersi tra Frascati e Monte
Porzio. Non esistendo più alcun lago
tra Frascati e Monte Porzio , non
può ammettersi la opinione del
dottissimo Nibby, ad onta di quan-
to sciive parlando del lago Regil-
lo, nel situare cioè tra i detti due
luoghi , come dice a pag. 299 , il
lago Regillo cotanto rinomato. D'al-
tronde tutte le descrizioni che si
i8o FRA
hanno degli antichi sciiltori sul
medesimo lago tendono a farlo co-
noscere in un luogo chiuso tra alti
monti nell'agro tusculano e sotto il
castello di Corbio , le quali circo-
stanze non si trovano concordare
altro che nel luogo ora occupato
dai laghi della Cave effettivamente
corrispondente sotto Rocca Priora,
ove stava il suddetto castello di
Corbio.
La chiesa principale di Rocca
Priora è a tre navate divise da
colonne ottangolari , con capitelli
corinti dei tempi bassi. Il Piazza
dice che la chiesa parrocchiale è
dedicata alla gloriosa Assunzione in
cielo della Beata Vergine, posta in
cima alla terra , di antichissima
struttura con sei altari, uno de' qua-
li dedicalo a s. Rocco, a cagione di
essere slata la terra preservata dalla
pestilenza che flagellò i castelli vici-
ni. Discorre pure della chiesa di
s. Maria della Neve, poco distante
dalla terra, di ragione della com-
pagnia del ss. Sagramento. Le ca-
se di Rocca Priora mostrano la co-
struzione saracinesca del secoloXlII.
Dalla spianata sotto il vecchio pa-
lazzo baronale si gode una veduta
magnifica de' monti Lepini verso
oriente, come pure di tutta la val-
le degli ernici e di altri luoghi, ciò
che forma un quadro imponente.
L'avvocato d. Carlo Fea nella Sto-
ria delle acque antiche, tratta del-
l'acqua delta Algidosa o Alidosa ,
anticamente Giulia, che veniva in
Pioma dal monte Algido, che rac-
colta alle sue radici , dai piani di
Rocca Priora è condotta in gran
parte alla villa in questa città; dice
che tali acque e suoi condotti an-
tichi furono dichiarati proprietà
del governo da Clemente Vili , e
che tali acque sono ancora oggidì
FRA
eccellenti. Devesi però avvertire che
il eh. Fea confuse l' acqua detta
Algenziana o Algidense, che ha la
sorgente sotto Rocca Priora, con
la Giulia che si determina da Fron-
tino essere stata allacciata presso
al XII miglio della via Latina, cor-
rispondente precisamente nel luogo
ora distinto col nome di ponte de-
gli Squarciarelli vicino a Grotta-
ferrata, ed alla distanza di più di
dieci miglia dalle suddette sorgen-
ti dell'acqua Algidense. JNè poi si
hanno notizie che la detta acqua
sia stata condotta sino in R^oma,
come venne asserito dal medesimo
Fea. Veggasi il Ricchi nella sua
Reggia de" volscì, il quale a pag.
82 e seg. parla di Montefortino ,
che dice succeduto all' antico ca-
stello Corbione. Del castello o ter-
ra poi della Colonna, l'antico La-
hico (Vedi), posto nella diocesi di
Frascati, ne parlammo al voi. XIV,
pag. 280 e 28 r del Dizionario:
il Piazza ne tratta a pag. 268, e
dice che la chiesa parrocchiale fu
dedicata a s. Nicola arcivescovo di
Mira; e l'altra poco distante dal-
la terra, venne eretta sotto l' invo-
cazione di Maria Vergine, e poi in-
titolala ai ss. Sebastiano e Rocco ,
perchè gli abitanti a loro inter-
cessione furono preservati dalla pe-
ste. Ora passiamo compendiosamen-
te a dire dell' aulico Tusculo , del-
l' odierno Frascati e del suo vesco-
vato suburbicario.
Tusculum antico, si rinomato
nei tempi anteromani per la cele-
brità del suo fondatore, nelle pri-
me età di "Roma per la sua for-
tezza, e nell'epoche di maggior pro-
sperità dei romani per le sue de-
liziose ville, venne tolto dall'oscu-
rità in cui giaceva da più secoli,
col mezzo de' memorati sterraraen-
FRA
li impresi a'tioshi giorni ad ese-
guire con ordinalo metodo per co-
mando di Carlo Felice re di Sar-
degna , e continuati dalla regina
sua consorte Maria Cristina di Bor-
bone, coir opera del marchese Lui-
gi Biondi , e principalmente con
quella dell' esimio architetto cav.
Luigi Canina, che inoltre fu dalla
regina incaricato della illustrazione
e descrizione di tutto ciò ch'era
relativo all'antica città di Tusculo,
come delle più rinomate opere rin-
venute negli sterramenti fatti , lo
che eseguì nella sullodata opera ,
della quale poco potrò profittare
a cagione de'ristretti limiti di que-
sto articolo. Tuscaluni fu dunque
lina delle città più illustri de' tem-
pi antichi , ed una delle più rag-
guardevoli nel medio evo fino alla
sua distruzione totale. Il clima suo
temperato, e la situazione amenis-
sima attrassero ne' tempi antichi ,
come ne' moderni le persone dovi-
ziose e potenti , che popolarono il
suo territorio di ville sontuose, co-
me delle moderne superstiti abbia-
mo brevemente discorso. In quan-
to all'etimologia del suo nome Tu-
sculuni, tra le varie opinioni che
Festo compendiò , sembra doversi
appigliare a quella con cui si crede
esser derivato da vocabolo greco
denotante un luogo acuminato, ossia
tanto elevato nel d'intorno , eh' era
di diflicile accesso ; in fatti osservan-
dosi la forma della stessa sommità
del colle tusculano, si trova preci-
samente per sua natura inaccessi-
bile. Vedendosi poi distinta questa
città comunemente dai latini col
nome Tuscnlwn in vece di Tu-
sctilus, conferma in certo modo es-
sersi dedotto precisamente dalla
singolarità del luogo, e non dalla
derivazione di altro nome j ed il
FR \ i8i
Canina lo chiama sempre il Tu-
sculo , come per denotare il colle
forte, in vece di dire semplicemen-
te Tusculo. Di alcune etimologie
del nome Tusculo ne parla anche
il Malici nelle Memorie isLoriche
dell' antico Tusculo a pag. 8 e seg.
Il Tusculo era distante quindici mi-
glia da Roma , ossia cento venti
stadi ; ma fra la città antica e la
moderna Frascati sono duemila tre-
cento passi di differenza , poiché
Frascati è circa dodici miglia di-
stante da Roma per la porta s. Gio-
vanni.
Fu tradizione comune presso gli
antichi, che la città di Tusculo fos-
se fondata da Telegono creduto fi-
glio di Ulisse e di Circe, quindi i
poeti designarono il Tusculo col
nome di Telegoni moenia , dicen-
dosi pure Telegoni muros le mura
di Tusculo, Telegoni juga parrici-
dae, e Circaea moenia il giogo tu-
sculano, ec. Altri dicono essere sta-
to il fondatore un Telegono pio-
veniente dal luogo denominato Cir-
ceo, presso il castello di s. Felice
[Fedi). Si vuole che lo stabilimento
del Tusculo sia accaduto precisa-
mente intorno una generazione dopo
l'eccidio di Troia, allorché si rifugia-
rono in queste contrade molti pro-
fughi greci , e forse lo stesso Ulis-
se. Presso i tusculani ed i romani
fu ritenuta per certa tal tradizione,
che la celebrarono in vari monu-
menti. Ai primi abitatori, che dal-
la inaccessibilità del luogo si dis-
sero tusculani , e che dimoravano
in abitazioni di rustica struttura e
non cinte di mura, narrano diver-
si scrittori che si venne ad unire il
tanto rinomato Telegono vero , o
sedicente figlio di Ulisse, dopo cioè
la venuta di Enea troiano in que-
ste regioni , e dopo la guerra che
i82 FRA
questo eroe ebbe a sostenere coi
popoli abitalori delle medesime
lene. Quindi si raccoata come Te
legono insinuasse ai primitivi abi-
tanti di cingere il luogo con vtili-
de mura, nella parte supeinore del
colle tusculano , che venne poscia
ridotta a servire di arce o citta-
della del Tusculo edificato poi nel
piano sottoposto. Allora il luogo
si venne a costituire in forma di
città , ed in essa dovette natural-
mente accrescere la popolazione.
Dopo la morte di Telegono rima-
se il Tusculo senza alcun capo di-
stinto, e reggendosi colle proprie
leggi stabilite dal suo fondatore ,
senza collegarsi con alcuna delle
città circonvicine , in progresso per-
dette alquanto nell' incivilimento e
nella goduta prosperità ; per cui
allorquando il re Latino-Silvio as-
sunse il governo di Alba-Lunga ,
tra le diverse colonie spedite nelle
vicine città, si annovera pure il
Tusculo .• queste colonie o stabili-
menti, siccome i piìi antichi, si de-
notarono col nome di prischi lati-
ni, per distinguerli da quelli che
si fissarono dopo lo stabilimento di
Roma. Di poi come le altre città
del Lazio anche questa riacquistò
la sua indipendenza dopo la distru-
zione di Alba, già capitale dell'an-
tico Lazio, eseguita per ordine di
Tullio Ostilio terzo re di Roma.
Da queir epoca il Tusculo si res-
se a modo di repubblica, sotto la
presidenza di un dittatore; ed è a
credere che successivamente si ac-
crescessero i comodi e le cose ne-
cessarie al mantenimento della po-
polazione che gradatamente si au-
mentava, COSI i suoi abbellimenti ; le
acque si raccolsero con quelle fil-
trazioni che gemevano a piedi del
lato settentrionale di quel piano
FRA
sottoposto alla stessa sommità , in
cui venne poscia protratta la cit-
tà. Alla bontà dell'aria propria del
luogo , e a quella delle acque si
aggiunse un fertile territorio , che
forse si sarà ingrandito dopo l' e-
sterminio di Alba- Lunga.
L'ultimo e settimo re di Roma
Tarquinio il Superbo, aspirando al
dominio di tutto il Lazio, e divenuto
signore assoluto di Roma, cercò di
guadagnarsi i latini, stringendo vin-
coli di ospitalità e di parentela coi
primari personaggi di quella nazione.
Non isfugg\ all'accorto tiranno la
grande influenza che sopra tutti gli
altri latini avea Ottavio Mamilio
tusculano, il quale credevasi discen-
dente di Ulisse e di Circe, e per-
ciò gli die in moglie la figlia, ma-
trimonio che gli procacciò paren-
tele ed amicizie importanti. Que-
sta parentela di Mamilio con Tar-
quinio fu una delle cause princi-
pali della guerra latina; dappoiché
il re Tarquinio, dopo essere stato
discacciato da Roma, avendo inva-
no tentato di ritornarvi coli' assi-
stenza degli etruschi condotti da
Porsenna, ritirossi a Tusculo pres-
so il suo genero , e si guadagnò •
r amicizia de' tusculauij già tenuti
in mastsìior considerazione dcijli al-
tri popoli del Lazio antico, e che
perciò avevano grande influenza nel-
le vertenze che accadevano tra es-
si. In questo tempo i tusculani ven-
nero ammessi nel novero de' popo-
li che partecipavano de' sagri tìzi,
che furono in allora stabiliti a ce-
lebrarsi ogni anno sul monte Alba-
no, e nel piano mentovato di so-
pra ricevevano la parte delle carni
che loro di diritto spettava. Colla
protezione del re Tarquinio i tuscu-
lani acquistarono maggior conside-
razione presso gli altri popoli del
FRA
Lazio, ed accrebbero il loro sta-
to e proprietà sotto il medesimo
Tarqiiinio. Ivi, mentre cercò di di-
strarre 1 attenzione de' romani cul-
la mossa de' sabini, il re tramò la
famosa lega latina nella quale eti-
traruuo trenta comuni ; l' eserci-
to collegato [tee centro in Tusculo,
e di là si laccolse presso il lago
Fiegillo nel territorio tusculano .
Mamilio condusse l' esercito della
lega, con Sesto Tarquinio (prim*
avea comandato quello composto
priucipaluienle degli aiitemnati e
de' camerini ); ma avendo il ditta-
tore romano Poslumio occupato il
sito che si frappone tra il lago ed
il Tusculo j intercettando cosi al
campo latino i viveri e le comu-
nicazioni, segui la battaglia eli' es-
sendo fittale ai latini, il loro stes-
so capitano Mauiilio peri pev le
mani di Tito Erminio, e con lui
venne fatta la strage di molti mi-
liti , mentre di quarantamila fanti
e tremila cavalli , neppure dieci-
mila tornarono salvi alle loro case.
La pace che segui quella guerra
fu strettamente mantenuta dai tu-
sculaui, a segno che l'anno 289 o
290 di Roma le loro terre ven-
nero saccheggiate dai volsci e da-
gli equi nemici de' romani. Il lo-
ro attaccamento per questi non ap-
parve più sincero ne' tusculani, se
non neir anno 294, allorché Appio
Erdonio sabino occupò per sorpre-
sa il Campidoglio con 4^00 uomi-
ni lu parte esuli , in parte servi.
In quella notte stessa si seppe a
Tusculo la notizia di questa occu-
pazione , e Lucio Mamilio, che al-
lora era dittatore di Tubculo, con-
vocò immediatamente il senato tu-
sculano, e caldamente parlò a fa-
vore di Roma ; quindi furono di-
atiibuite le aimj, ed i tusculam di
FRA i83
buon mattino si trovarono in Ro-
ma, dove come alleati vennero ac-
colti. Fatto centro nel foro Roma-
no, assalirono insieme col console
Valerio alla testa dei romani , le
genti di Erdonio j ed espugnarono
il Campidoglio, e finita l'impresa
ebbero dai romani pubblici ringra-
ziamenti, che furono fatti al ditta-
tore ed al senato di Tusculo.
L'anno seguente avvenne a Tu-
sculo un caso affatto simile, dappoi-
ché mentre i romani con l' eserci-
to erano accampati presso d'Anzio,
gli equi col fiore della gioventù al-
l' improvviso di notte si diressero
a Tusculo, e ne occuparono la roc-
ca. Ne corse tosto la nuova a Ro-
ma, e da Roma volò ad Anzio,
per volere dei consoli ad onta del-
la opposizione dei tribuni , perchè
i tusculani fossero prontamente aiu-
tati come narra Dionisio. Allora
Fabio che comandava l'esercito lo
mosse immediatamente verso il Tu-
sculo, ed una parte ne destinò a
riprendere la rocca, col resto assah
il campo degli equi ; ma non fu
così pronta la resa di quelli che
si erano impadroniti della rocca.
Dopo vari mesi, stretti dalla fame
capitolarono, furono passati dai tu-
sculani nudi ed inermi sotto il gio-
go, e raggiunti mentre traversava-
no r Algido dal console romano
Quinto Fabio Vibulanio , vennero
tutti tagliati a pezzi. Nell'anno ap-
presso gli equi sotto la condotta
di Gracco Clelio scorsero prima
l'agro labicaiio, e poscia il tuscu-
lano, e carichi di prede si accam-
parono nell'Algido. Il senato roma-
no spedi a loro legati per quere-
larsi Quinto Fabio , Publio Volu-
mnio ed Aulo Postumio: il coman-
dante degli equi li ricevette con
insolenza , ed iionicaiueute disse
i84 FI^A
loto di esporre i comandi del se-
nato romano ad una quercia o fag-
gio, che grande sovrastava alla sua
tenda , che frattanto egU avrebbe
fatto altre cose. Giunte in Roma
tali notizie fu eletto a dittatore
Tito Quinzio Cincinnato, che scon-
fìsse gli equi, e fatto prigione an-
che Gracco lo fece passare insieme
cogli altri ignominiosameute sotto
il giogo. Egli ne riportò l'onore
del trionfo , ed i romani con uni-
versale approvazione accordarono
a Lucio Mamilio dittatore tuscu-
lano la cittadinanza romana , in
benemerenza dell' impegno che a-
vea mostrato nella occupazione del
Campidoglio. Irrequieti sempre gli
equi, nell'anno 3oo tornarono ad
infestare l'agro tusculano; venuti
da Tusculo messi apportatori di
tali notizie al senato romano, que-
sti ordinò ai due consoli di anda-
re ad affrontarli. 1 consoli li rag-
giunsero neir Algido , ed uccisero
loro settemila uomini, fugarono il
rimanente , e riportarono un forte
bottino, che fu venduto a vantag-
gio dell' erario pubblico. Cinque
anni dopo vennero gli equi di nuo-
vo ad infestare le terre de' tuscu-
lani , e si attendarono all'Algido,
loro campo ordinario. Questo fat-
to scosse altamente i decemviri ,
che allora reggevano Roma, e par-
ticolarmente assunsero il comando
di questa spedizione Marco Cor-
nelio, Lucio Minucio , Tito Anto-
nio , Cesone Duillio e Marco Ser-
gio. Ma i romani riportarono una
rotta terribile a segno , che i sol-
dati superstiti rimasti privi di tut-
to si Volsero a Tusculo imploran-
do il soccorso de'loro alleati, che
subito lo concessero amichevol-
mente.
Queste continuate testimonianze
FRA
di attaccamento per parte dei tu-
sculani, furono ricambiate con al-
trettanta fiducia per parte dei ro-
mani. Correndo l'anno 336, venu-
ti i labicani in forte sospetto di
aver stretto lega cogli equi, i ro-
mani diedero ai tusculani la cura
di sorvegliarli, e scopertasi nell'an-
nc seguente questa alleanza, fu di-
chiarata ai labicani la guerra, do-
po che si seppe che i labicani avea-
iio prese le armi, ed insieme col-
r esercito degli equi dato il guasto
al territorio tusculano, eransi ac-
campati nell'Algido. L'esercito ro-
mano vittima della dissensione dei
capi, andato ad attaccarli fu scon-
fitto; i capitani, i luogotenenti, e il
nerbo dell'esercito si ritirò a Tu-
sculo, il rimanente si sparpagliò.
Scollo però a dittatore Quinto Ser-
vilio Pi'isco, ristabih gli affari, ed
in otto giorni mise in rotta i ne-
mici, e s' impadronì di Labico stes-
so. Nell'anno 373 i tusculani uni-
ti ai gubini ed ai labicani porta-
rono reclami al senato romano con-
tro i jìi'eneslini, accusandoli di gua-
sti dati alle loro terre, ma il se-
nato non vi volle prestar fede.
Quale però fu la sorpresa di Ca-
millo r anno seguente, allorché fra
i prigionieri fatti sopra i volsci,
alcuni tusculani ancora gli furono
presentati, i quali interrogati con-
fessarono aver prese le armi per
pubblico consiglio. Allora il senato
romano vedendo che i tusculani
aveano abbandonato l'antica allean-
za, ordinò a Furio Camillo di far-
gli guerra; ma i tusculani oppose-
ro ima pace costante, vedendosi
impotenti resisteie alle forze roma-
ne: dappoiché entrati i romani sul
loro territorio, non solo i lavori
cam[)e>tri tranquillamente dai tu-
sculani si proseguivano, ma ogni
FRA
{giorno tanto dalla città che dai
campi portarono all'esercito vitto-
vaglie di ogni genere. Avendo quin-
di Camillo posto il campo innanzi
alle porte della città, le trovò aper-
te, ed entrato in essa trovò tutti
tranquilli, ed intenti ai lavori ed
alle scuole, senza apparenza alcuna
di guerra, onde convocato il sena-
to l'invitò a spedire in Roma de-
putati per la concordia. Per tal
contegno il senato romano ricevè
la deputazione tusculana col ditta-
tore nella curia Ostilia, non solo
confermò i trattati esistenti coi tu-
sculani, ma poco dopo li aggregò
alla cittadinanza romana, favore as-
sai raro a quell'epoca, poi con sag-
gia politica divenuto più comune.
1 tusculani conservarono le proprie
leggi coi diritti concessi ai munici-
pi, in un ai propri magistrati, e
come nei tempi antichi senatori e
consoli. Più tardi, quando furono
compresi tra i cittadini romani,
ubbidirono alle leggi di Roma, se-
guendone pure le costumanze.
Non passarono molti anni dopo
questa riconciliazione perfetta dei
tusculani coi romani, che i latini
nell'anno 878 incendiando Satrico_,
meno il tempio di Matuta, rivolse-
ro il loro sdegno contro il Tusculo,
perchè il comune distaccatosi dalla
lega latina erasi alleato coi romani,
ed anche perchè in certa guisa era
divenuto parte di Roma nelì'aver
accettato il diritto di cittadinanza.
All' improvviso i latini, essendo aper-
te le porte di Tusculo, penetraro-
no nella città e se ne impadroni-
rono tranne la rocca, dov'eransi
ritirati i cittadini colle mogli e i fi-
gli. Avvisati da loro i romani del-
l'avvenimento, spedirono un eserci-
to in soccorso di Tusculo, coman-
dato da Lucio Quinzio, e Servio
FRA iSS
Sulpicio tribuni militari. I romani
assediarono i latini, mentr'essi fa-
cevano altrettanto colla cittadella,
e trovandosi attaccati disopra dai
tusculani, e di sotto dai romani
non poterono resistere: la città fu
presa dai romani colle scale abbat-
tendone le porte, ed i vincitori fe-
cero man bassa de' latini, senza che
uno scampasse dall' eccidio ; , dalle
narraziont di questo avvenimento
rilevasi, come il Tusculo fosse re^
cinto da doppie mura, le une in^
torno alla città ch'ebbe il nome
di oppiduni, e le altre intorno al-
la rocca o cittadella denominata
arx. Dipoi a Servio fu coniata una
medaglia d'oro, nella quale da un
lato sono le teste dei Dioscuri Ca-
store e Polluce, numi de'tusculaoi,
e nel rovescio è una città sulla cui
porta si legge tuscul. Circa un an-
no dopo i veli terni si mossero ad
assalire il Tusculo, ma dovettero
ritirarsi in fretta, perchè i roma-
ni spedirono un esercito a soccor-
rere la città, indi passarono ad as-
sediar Velitrae. Il Tusculo rimase
in pace sino all' anno 305, allor-
ché i galli, dopo il fatto glorioso
di Tito Manlio al ponte Salario,
ritiratisi nelle terre de' tiburtini, e
stretta seco loro alleanza, fecero
una scorreria nella Campania: re-
duci da quella commisero orribili
devastazioni nei terri torli labicano,
tusculano, ed albano e gabino; ma
costretti a ripiegar verso Roma dal
dittatore Quinto Servilio Aliala, ri-
portarono una disfatta solenne non
lungi dalla porta Collina. Dopo
tanti tratti di attaccamento, dopa
tante riprove di fedeltà per parte
de' tusculani, e di affezione leale
per parte dei romani, sembra in-
credibile che i tusculani entrassero
nella famosa lega latina, tramate» ^
i86 FRA
datino di Roiiiii, e tiolo può oon-
gcttuiai;>i che qneslo partito sia sta-
to preso per tjualche motivo lu-
gcnte. Essendo gli eserciti in vi-
sta, provocato il giovane Tito Man-
lio da Gemino Mettio o Mezio co
mandante della cavalleria tusculana,
trasgredì il comando consolare del
padre, e sebbene vincitore fu vit-
tima della disciplina militare e
della rigidezza paterna, clie lo fe-
ce decapitare da un littore. La guer-
ja finì coir intero soggiogamento
del Lazio, nel famoso senatus con-
sulto che distinse in varie catego-
rie i comuni che vi avevano pre-
so parte, i tusculani per la prote-
zione che godevano del console Lu-
cio Furio di famiglia tusculana,
furono trattati con maggior clemen-
za, poiché la loro ribellione piut-
tosto fu aggiudicala a danno di
pochi intriganti che l'avevano mos-
sa, di quello che dell' intero comu-
ne, al quale fu perfino conservato
il diritto di cittadinanza romana
che antecedentemente aveva con-
seguito.
Nell'anno 4'7 ^^^^e luogo l'as-
sestamento delle cose latine; indi
nel 4^' sorse contro de' tusculani
il tribuno della plebe Marco Fla-
\io, accusandoli dinanzi al popcilo
di aver fornito ai veliterni ed ai
pri vernati i mezzi di far la guerra
ai romani. Probabilmente ciò fu
una nera calunnia : il popolo tu-
sculano si recò tutto intero a Ro-
ma colle donne e coi fanciulli, e
prese l'abito dei rei onde muove-
re a compassione; implorò il favo-
re delle Iribìj, per esser levati da
questa taccia, senza entrar nel me-
rito dell'accusa. Questo solo spet-
tacolo commosse i romani^ e tut-
te le tribù abrogarono la legge
proposta dal tribuno, ad eccezione
FRA
della Poliia, la quale fu di pare-
re, che quelli entrati nella puber-
tà, dopo essere stati battuti venis-
sero uccisi, e le donne e i fanciul-
li secondo le leggi di guerra fosse-
ro venduti all'asta. Riferisce Livio,
donde il Nibby trasse questi rac-
conti, che la memoria di questa
intenzione della tribù Follia rima-
se talmente impressa nella mente
de' tusculani, che fino agli ultimi
tempi della repubblica ninno della
tribù Papiria, alla quale era ascrit-
to il Tusculo, volò a favore dei
candidati della PoUia; ed è da no-
tarsi, che molta influenza avevano
i tusculani nelle votazioni della tri-
bù Papiria , alla quale erano ascrit-
ti dopo la loro aggregazione alla
cittadinanza di Roma: la tribù Papi-
ria era una delle dieciselte tribù ru-
stiche stabilite da Servio Tullio sesto
re di Roma, in vece delle quattro
primieramente stabilite, la quale co-
me la tribù Pupi nia pure annoverata
tra esse da detto re, avevano le terre
limitrofe al Tusculo. Dopo il suddet-
to fallo non trovasi memoria nel-
la storia antica di alcun avveni-
mento singolare sul Tusculo, il
quale rimase poi sempre un muni-
cipio fedele del popolo romano, e
come tale die personaggi illustri
all'antica Roma; dappoiché varie
famiglie celebri traevano di là l'o-
rigine, come la memorata Mami-
lia, la Porcia che produsse i due
Caloni, la Fulvia o Furia, la Co-
runcania, la Giuvenzia, e la Fon-
teia. L'anno 54 1 il cartaginese
Annibale nella sua spedizione con-
tro Roma, nel rivolgersi verso
questa dalla Campania, seguendo
la via Latina, traversali i territori!
di Frosinone, Ferentino ed Anagni
entrò in quello di Labico, quindi
per la gola dell'Algido tentò d'jm-
FRA.
padronirsi del Tusculo ; Ina non es-
sendo ricevuto nelle uiura, conti-
nuò il caaimiuo a deàtra del Tu-
sculo e discese veiso Gabii, posciei
venne a porre gli alloggiamenti nel-
1,1 tribù Pupinia alla distanza di
otto miglia da Romii. llcav. Canina,
che nel descrivere l'antico Tusculo
riporta tutte le testimonianze degli
storici con uu dettaglio ed erudi-
zione mirabile, considerando che ì
romani per impedire il ritorno di
Annibale dalla Campania, che solo
con più facilità poteva effettuarsi
per la via Latina, si accinsero a
fortificare i due monti che più al-
ti s'innalzano dall'una e dall'al-
tra parte nella stessa viaj e che
venendo dichiarato da Livio, che a
tale oggetto furono spediti presidii
sul monte Albano, porta opinione
che debbasi considerare essersi altret-
tanto effettuato nel Tusculo, e che
conseguentemente negli scritti ori-
ginali di Livio sia stata registrata
nella descrizione dei preparativi fat-
ti in tale occasione dai romani,
unitamente al monte Albano, l'ar-
ce tusculana, e non l' esulana, co-
me si legge in alcuni codici, per le
giuste ragioni che riporta, massi-
me per essex'e perita Esula tra le
città latine, come afferma Plinio.
Tuttavolta nel territorio i tuscula-
ni soffrirono devastazioni per par-
te dei cartaginesi.
Nelle terribili guerre civili, che
ebbero luogo verso il fine del go-
verno della repubblica romana, do-
vette il Tusculo soffrire le stesse
disgrazie a cui andarono soggette
Roma, e le città circonvicine. Nel-
la guerra di Siila seguendo i tu-
sculani il partito di Mario, il lo-
ro territorio fu assegnato secondo
la misura fittane per ordine del
medesimo Siila : in quella occasio-
FRA 187
ne le mura originali vetmero re-
staurate, come pure nella guerra
di Pompeo. Sulla line della re-
pubblica, e ne'primi tempi dell'im-
pero, il Tusculo fu il soggiorno
favorito de'più ricchi romani, che
edificarono nel suo territorio ville
splendidissime ad esempio di quel-
la che antecedentemente vi aveva
eretta Lucullo, oltre quelle fab-
bricate dagli stessi più facoltosi tu-
sculani , onde il Tusculo si rese
pure insigne per tali ville. Sono
particolarmente celebri oltre la lu-
cullana e la catoniana, quella di
Tullio Cicerone , di Quinto suo
fratello, di Marco Bruto, di Quinto
Ortensio, di Tito Anicio, di Balbo,
di Cesare , di Lucio Crasso , di
Quinto Metello, di Aulo Gabinio
ec, ricordale da Cicerone stesso e
da Plinio, non che la vastissima
villa di Marco Scauro vicina al
Tusculo, che poi fu incendiata dai
suoi servi. Descrivendo Strabene il
Tusculo ai tempi dell'imperatore
Tiberio, il cui regno incominciò
l'anno i4 dopo la nascita di Ge-
sù Cnsto, dice che veniva ornato
d'intorno dalle ville, e specialmen-
te dalla parte di Roma , dove la
falda era fertile, bene irrigala ed
in alcuni luoghi sensibilmente emi-
nente, e conteneva edifizi imperiali
sontuosissimi, cioè le ville di Lu-
cullo e di Cicerone, ch'erano di-
venute parti del demanio imperia-
le. Vi ebbe pure una villa la gen-
te Sulpicia, la quale divenne do-
po Galba anch'essa fondo imperia-
le. In quanto alla villa tusculana
di Cicerone, ch'ebbe egli nelle vi-
cinanze della città di Tusculo, sap-
piamo, eh' era amenissima nell'in-
trinseco, ed in una situazione as-
sai deliziosa; che venne ivi ispira-
to di molti concetti fllosolici; che
|88 FRA
per trasporto di parzialità volle
iicoidarla ai posteri intitolando
Questioni Tuscidane \ cinque li-
bri che ivi compose ; che cotal sa-
piente romano la di cui gloria non
potrà mai ecclissarsi da verun al-
tro genio, trattò in questa opera :
1." del disprezzo della morte; 2."
del coraggio nel sopportare i do-
lori; 3.° del modo di alleviare l'a-
cerbità dei mali; 4-" delle passioni;
5." del bene che si ritrae dalla
virtù. Quindi è perciò che non
deve recare meraviglia, se la si-
tuazione , e la casa che dette tan-
ta vaghezza di piacere a quel ce-
lebre moralista, oratore, militare,
politico, i di cui fasti attraversan-
do i secoli si serhai'ono memo-
randi sino a noi , se eccitare do-
vette sempre invidia e cuiùosità
d'indagare i precisi punti ove sur-
se, e le topografiche particolarità,
sia stata lo scopo delle ricer-
che di tutti i tempi. I dotti che
ne trattarono si divisero in due
classi : caposcuola dei primi è il
monaco basiliano Sciommari che
la colloca a Grottaferrata, a cui
poscia succedette il Cardoni, altro
monaco dello slesso ordine; gli
altri col gesuita Ziizzeri la pose-
ro sull'alto del colle tusculano en-
tro la villa della Rufinella . Il
Nibby studiosissimo convince il p.
Zuzzeri, che la villa tusculana di
Cicerone stava sul monte prossima
al TusGulo in una falda, benché
altri la credettero nelle basse pen-
dici del monte, o nella valle di
Grottaferrata, luogo ancor celebre
per l'abbazia de'basili;uii ; quindi
crede potersi con sicurezza dire che
il sito della villa Tulliana sia den-
tro l'odierna villa della Rufinella,
e che qiiiilla di Gabinio fu nel
juogo dove è ora la villa Falco-
/
FRA
nieri o Rufina, vicina a quella
della Rufiniìlla che in origine ne
faceva parte. Tuttavolta va letto
l'erudito ed interessante discorso
del eh. cav. Gaspare Servi inti-
tolato: Cenni su Grotta Ferrata ^
ed intorno al luogo, ove sembra
che fosse la villa di Cicerone, Ro-
ma i8i4 per 1{» stampe del Mo-
naldi. Egli tratta espressamente
della villa di Cicerone a pag. 19
e seg. , ove riporta gravi e dot-
ti argomenti per istabilirla presso
Grottaferrata.
La villa di Cicerone in origine
fu di Siila, come apertamente af-
ferma Plinio : in questa villa Ci-
cerone spese molto, come nell' al-
tra sua villa di Pompei, per cui
si caricò di debiti pel diletto che
ne ritraeva, sebbene inferiore alla
magnifica villa di Gabinio, che Ci-
cerone chiamò raagnificentissima.
Da lui si rileva che la propria vil-
la aveva due ginnasi , un piccolo
atrio , un portichetto , un bagno ,
un viale coperto , ed un orologio
solare. Uno dei ginnasi era sulla
parte superiore della villa, al quale
Cicerone avea dato il nome di Li-
ceo ad imitazione di quello famo-
so di Atene, e come quello desti-
nato particolarmente al passeggio.
Ivi era solito di passeggiare e dis-
putare prima del mezzodì come
Aristotile nel liceo di Atene, sicco-
me egli medesimo nelle Tusculane
afferma : ivi era pure una biblio-
teca da lui ricordata. L'altro gin-
nasio ad onore di Platone fu da
lui denominato V Accademia, e que-
sto era nella parte inferiore della
villa, e ad imitazione del giardino
di questo nome presso Atene; an-
che questo era ombroso, come a-
perto era il Liceo. Ornavano i due
licei armi di marmo pcutelico culle
FRA
teste di bronzo, statue megaiiche ec.
Questa villa veniva fornita di ac-
qua dall'acquedotto della Crabra ,
dalla quale molte altre terre erano
fornite intorno al Tusculo, e a tut-
to il municipio tusculano. Della
villa di Cicerone, delle reliquie che
ad essa si attribuiscono, ampia-
mente ne discorre il Canina nella
sua opera, come di quanto risguar-
da le delizie LucuUane. Queste fu-
rono rinomatissime per la loro son-
tuosità e grandezza, delizie che e-
rano specialmente adattate al sog-
giorno di estate, come lo fece co-
noscere Plutarco nel dire che Lu-
cullo aveva vicino al Tusculo abi-
tazioni di campagna, e specole che
dominavano tutto il dintorno, con
portici e passeggi lunghissimi. Tro-
vandosi in queste delizie un gior-
no Pompeo, rimproverò Liicullo,
perchè avendo disposto la sua vil-
la per l'estate, l'avea resa poi ina-
bitabile nell'inverno; ma Lucullo
sorridendo l'ispose, che Pompeo cre-
deva così che egli avesse minor in-
telletto della gru, perchè secondo
le stagioni non sapesse cangiare le
abitazioni. Di là dalla piazza di
Frascati verso oriente, a destra del-
la strada che conduce direttamen-
te ai cappuccini, ed alla villa del-
la Piufinella, è il rudere di un se-
polcro di forma rotonda che il
volgo chiama di Lucullo; ed ab-
biamo da Plutarco che il popolo
romano decretò dare a Lucullo se-
poltura pubblica nel campo Mar-
zio, come a Siila, e che il di lui
amantissimo fratello ottenne di ren-
dergli gli ultimi onori nella villa
tusculana. Or supponendo che que-
sto sia veramente il sepolcro di
Lucullo, ne seguirebbe che la villa
antica, sulla quale formossi la cit-
tà di Frascati nel secolo XIII, sa-
FRA i8()
rebbe anche essa di Lucullo, la quale
come è d'altronde noto conteneva
più fabbriche che terre, onde per
testimonianza di Plinio era mag-
giore la parte che aveasi da sco-
pare, di quella che si aveva da
lavorare, secondo il motteggio dato
a Lucullo dai censori. Degli avanzi
e ruderi della villa di Lucullo, non
solo ve ne sono nella città , ma
anche nelle ville Aldobrandini, Con-
ti, Montalto, Pallavicini, Rocci, Pas-
serini ec. Delle ville antiche tu-
sculane ne tratta il Mattei a pag.
43 e seg. delle sue Memorie iifo-
rìchej come ancora a pag. 58 e
seg.
Allorché si estese il dominio ro-
mano sotto il governo degli impe-
ratori nelle piìi lontane regioni, e
divenne Roma maggiormente do-
viziosa, si trova soltanto fatta men-
ziode del Tusculo come un luogo
di delizia nel quale si diportavano
a villeggiare i più ricchi romani,
e non più come una città, ossia
municipio, importante per la sua
situazione e fortezza. Così seguen-
do quanto avvenne pure in Pioma,
si protrassero le abitazioni molto
al di fuori della città, ovvero del-
l'oppido, conservando però sempre
queste mura nella loro integrità,
come quelle altresì della rocca o
cittadella. Successe per questa pro-
trazione di abitato, che si edifica-
rono le posteriori fabbriche in tut-
to il dintorno della città, e pre-
cisamente lungo le vie che mette-
vano alla medesima ov'erano i se-
polcri degli antenati : questo au-
mento di abitato «bbe il nome di
suburbano tusculano, che compre-
se il luogo denominato Come. L'im-
peratore Augusto beneficò i tuscu-
lani, ed a mediazione di Antonia
Augusta ancor più Tiberio, al cui
190 FRA
tempo le ville di Luciillo e «li Ci-
cerone erano divenute dominio im-
periale ed abitate dagli imperatori,
per cui Strabene visitando questi
luoghi descrive come j)rnsperava al-
loia il Tiisculo, dicendo che le suo
bellissime ville erano edificale a
guisa di reggie. In queste i [irinci-
pi dell'impero e i piìi doviziosi ro-
mani recavansi a diporto in tem-
po di estate, a godere dell'aria mi-
gliore che si potesse respirare nei
dintorni di Pioma, come venne in-
dicato da Seneca, il quale osservò
che in egual modo si praticava in
Tibur. Inoltre Tiberio si fece edi-
ficare una magnifica villa nel Tu-
sciilo, come sontuose erano tutte
le delizie di questo piincipe. Nel
principio dell'epoca imperiale si
dovette costruire il teatro entro la
città del Tusci.lo, del quale «iman-
gono ragguardevoli rovine. Anche
Nerone frequentò le ville del Tu-
sculo; e Galba soleva passare l'e-
state nella sua villa tusculana, ri-
conoscendosi il Tusculo come luo-
go fiesco, e perciò celebrato da
Stazio insieme a Preneste, al bo-
sco frigido di Diana, all'Algido, ed
a Tibur tutti luoghi freschi. Tra
le ville di Plinio il giovane si no-
vera la tusculana. Dopo che in
Roma fu edificato il grande anfi-
teatro Flavio, detto poi il Colosseo,
diversi se ne fabbricarono nelle
Provincie, ed il simile fece il Tu-
sculo, proporzionato alla popolazio-
ne stabilita nel municipio, tra le
più nobili abitazioni fuori le mu-
ra della città, con ricettacoli per
le fiere destinate agli spettacoli, di
cui sussistono le tracce Dopo la
traslocazione della sede imperiale
in Bisanzio, operata da Costantino,
probabilmente il municipio soffrì la
stessa sorte che Roma, e perciò deb
FRA
bono essere state, nelle frequenti in-
vasioni dei popoli settentrionali, de-
vastate tutte le fabbriche ch'eransi
erotte nei tempi prosperi dell'impero
fuori i recinti delle mura, ed ancora
molle di quelle stesse che sfavano
p(')ste entro la prima cinta, ov'era la
città, ossia l'oppido; laonde può
congetturarsi che alla caduta del-
l' impero occidentale, nel regno dei
goli, all'epoca della guerra giusti-
nianea, e delle scorrerie de' longo-
bardi, j tusculani si riducessero ad
abitare la sola parte più elevata
del Tusculo, rocca o cittadella pri-
mitiva, per porsi al sicuro dalle
aggressioni nemiche. Così il Tuscu-
lo ritornò ad essere ristretto nei
limiti che furono fissati nel suo
primo stabilimento, abbandonando
alla devastazione le sue tante son-
tuose ed amene ville ed i vetusti
monumenti che lo avevano reso il-
lustre e celebrato nelle età ante-
riori.
Però il Tusculo neU' indicata sua
ristrettezza , dopo di essere slato
posseduto in particolare dalla fami-
glia Ottavia, ebbe nei susseguenti
secoli per alcun tempo somma
preponderanza , ed anche sul do-
minio di Roma stessa. L'indicato
particolar possedimento narrasi che
fu tenuto primieramente nel sesto
secolo da Tertullo patrizio roma-
no della famiglia Ottavia, che lo
concesse con altre terre all'abbazia
di s. Benedetto di Subiaco , per
avere il suo figlio s. Placido nel-
l'anno 52 1 professata la regola di
s. Benedetto, come si contesta da
quanto si legge scolpito su di una
colonna posta nell'atrio di quell in-
signe monistero di s. Scolastica: la
qual concessione venne confermata
dall'imperatore Giustiniano I e poi
da Teodora sua moglie parente di
FRA
Tcrtiillo, e poscia pure tì.Tl Ponle-
fìce s. Gregorio 1, altro parente tli
Tertullo, come rilevasi da altri do-
cumenti risguardanti la suddetta
abbayia. Dipoi quando nel Gì ì Sti-
licone prese Roma e travagliò i
luoghi circonvicini, compreso il Tu-
scnlo , il quale con infeudazioiie
dell'abbate di Monte Cassino, giu-
sta il costume di quei tempi , si
restituì dopo alcun tempo alla an-
zidetta famiglia Ottavia, e quindi
passò sotto il diretto dominio dei
conti che si dissero tusculani dal
luogo stesso in cui ebbero il do-
minio, e che si resero assai insigni
nella storia di quei tempi per il
potere che ebbero sulla fiizione do-
minatrice dj Roma, e per due se-
coli con maggior dominio ed in-
fluenza.
Prima di parlare dello splen-
dore cui risalì il Tusculo per i
signori che vi esercitarono il po-
tere, noteremo che nel pontificato
di s. Gregorio II, l'anno ySo, il
ducato romano si sottopose al do-
minio temporale de' Papi, con set-
te città della Campania , sottraen-
dosi da quello dell imperatore gre-
co l'empio Leone 1' Is,-i urico dis-
prezzatore delle sagre immagini, e
perciò scomunicato solennemente.
Ora in questo avvenimento le for-
me dell' amministrazione rimasero
le medesime, e si andarono mo-
dellando con quelle degli altri stati
d'Italia retti dai longobardi; laon-
de conti, Cotììiles, chiamaronsi co-
me dicemmo all'articolo Conte (Ve-
(ìì), i governatori e rettori che dal-
la metropoli si spedivano nelle cit-
tà e nelle terre ch'erano iaime-
diatamente soggette, come a quel-
r epoca era il Tusculo, nella stes-
sa guisa che trovansi ricordali nei
documenti i conti di Tivoli , di
FRA .91
Monticelli ce, così dicasi de' conti
1 usculani, Coll'andare de'tempi, e
per le vicende di que' secoli que-
sti conti divennero permanenti , e
finirono col farsi signori de' luoghi,
de' quali in origine non erano al-
tro che amministratori. Fra que-
sti conti nel disfretto dì Roma, e
ne' secoli IX, X, XI e XII, si dis-
tinsero talmente i conti Tusculani,
a segno di usurparsi il governo di
Roma , e talvolta quasi disporre
colla loro fazione del pontificato,
quando ne' comizi dell'elezione in-
terveniva il clero', il popolo, i ma-
gistrati e l'esercito; il perchè dal-
l'anno qo4 all'anno io58 si con-
tano sette Papi di loro fìuuiglia,
olire tre eletti a di loro influenza.
Se la famiglia Conti discenda dai
conti del Tusculo, e se in questo
signoreggiò la famiglia Colonna, lo
dicemmo a quegli articoli. iSecon-
do il Mattei, per legittima discen-
denza della famiglia Ottavia passò
il dominio del Tusculo in Teodo-
ro, duca e principe nobilissimo, e
da esso in Alberto suo figliuolo che
fu marchese di Toscana, e fratello
del Pontefice Adriano I, che vuoi-
si della famiglia Colonna, e morto
nell'anno 795.
I conti Tusculani fino dall'anno
878 si mostrano potenti nella storia
di Roma de'tempi bassi, ed alla te-
sta della (azione tedesca, del senato o
consiglio comunale di Roma, (piando
appoggiarono le mire di Carloman-
no, e piestarono mano forte a Lam-
berto duca di Spoleto, e ad Adal-
berto I, marchese e duca di To-
scana, dal Pontefice Giovanni VIIT
condannati come predatori delle
città della Chiesa romana. Allora
i conti Tusculani insieme coi primari
nobili romani, mal soffrendo quel
Papa, insorsero contro di lui e lo
192 FRA FRA
misero in carcere. Il citato Maltei gii. A quest'epoca i conti Tnsciila-
dice che dal suikletto Alberto passò ni pervennero alla signoria di Ro-
il Tusculo in potere di Benedetto ma per le arti dell' avvenente
ed Alberto o Alberico. Gli amici di Teodora, dama intrigantissima e po-
Giovanni Vili Io liberarono, ed lente, e madre di due altre fem-
egli si rifugiò in Francia, donde mine egualmente belle, disoneste,
poi tornò in Roma accompagnato ed influenti, cioè Maria Marozia, e
dal conte Rosone che avea adotta- Teodora II, dame romane come la
to per figlio, e difensore del suo madre. INIarozia, che pur si disse se-
stato. Alla sua morte avvenuta natrice romana sposò Alberico 1,
nell anno 882, non senza sospetto conte tusculano, marchese di Game-
di veleno, al dire degli annali Fui- rino e console romano. La possan-
densi, la fazione de'conti Tusculani za di questi coniugi , le avanie
portò al pontificio soglio IMarino I che commisero nei pontificati di
da Gallese, che altri chiamano Mar- Landò, e di Giovanni X, stancaro-
tino II da IMontefiascone , perso- no il popolo romano, che non po-
naggio illuminato e di gran pietà, tendo più sopportarli insorse feroce-
che li assolvette dalle censure ec- mente contro di loro, li cacciò da
clesiasliche. Morto questi neir884, Roma, e mise a morte Alberico I.
i conti Tusculani fecero cadere la II loro figlio Alberico II, soste-
elezione del successore in Adriano nuto dalla sua fazione tornò a do-
III, romano, encomiato per viitìi e minare in Roma, cioè prima o do-
zelo, che il Mattei dice figlio di pò l'esaltazione al pontificato del
Alberico, o meglio di Benedetto se- suo fratello Giovanni XI, nel 981;
condo il Novaes. Gli successe Stefa- mentre la madre in altre nozze
no V, detto VI, indi Formoso, erasi maritata con Ugo re d'Italia,
Bonifacio VI, Stefano VII, e Ro- invaghito più della signoria di Pro-
mano alla cui morte nell' 898 i ina, che della sua avvenenza. Que-
coiiti Tusculani fecero di tutto per- sta unione poco durò, ritirandosi
che divenisse Papa il cardinal Ser- da lui Marozia gravemente disgu-
gio della loro famiglia, giacché il stata, per lo schiaffo che Ugo die
Mattei lo dichiara figlio di Bene- ad Alberico II suo figlio, per aver-
detto, in un al Novaes; ma in vece gli dato di mala grazia l'acqua al-
venne posto sulla cattedra apostoli- le mani: va anzi avvertito, che Al-
ca Teodoro II, ch'ebbe a successori berico II era pur genero di Ugo,
Giovanni IX, Benedetto IV, Leone per aver sposato la di lui figlia
V, e Cristoforo intruso nel goS. In- Alda, morta la quale si congiunse
tanto lottando i capi delle due fa- in matrimonio con Stefania senatn-
zioni preponderanti in Roma in ce romana, che fece ristorare l'an-
queir infelicissimo secolo , per cui tico colotmato della chiesa di s. Eu-
nacquero scandali orrendi, prevalse stachio di Roma, perchè questo san-
quclla de' conti Tusculani, onde to veniva risguardato per parente
richiamato dalla Toscana il cardi- del suo marito. Frattanto Marozia
nai Sergio, che da sette anni vi ed Alberico II imposero sull'animo
si era rifugiato, fu elevato al pon- del Pontefice, e lungo tempo lo ten-
tificato col nome di Sergio III, ma nero prigione. Talmente Alberico
se ne mostrò indegno e mori nel II fu possente in Roma, che ne
FRA
fu riguardato il principe, per cui
ne' documenti di que' tristi tempi
si legge la formola che usava nei
suoi diplomi; Alberico per la gra-
zia del Signore umile principe e di
lutti i romani senatore. Tale è quel-
lo dei 944 riportato dall' Ughelli,
Italia sacra tora. I ^ pag. 1 099.
Battè ancora monete in Roma, e
due se ne vedono nel Vignoli, nel
suo trattato delle Monete pontificie
a pag. 71, forse coniate nel ponti-
ficato di Agapito II, che governò la
Chiesa dal 946 al gSG. La pri-
ma ha nel diritto un protome che
si crede di quel Papa coll'epigrafe
intorno agapitus pa -|-, e nel suo
rovescio albebicus; e nell'altra nel
mezzo il monogramma agaps per
agapitus con nel contorno aleeri-
cus -}-, e nel suo rovescio la pro-
tome di s. Pietro con la cori'ispon-
dente epigrafe scs Petrus.
Queste due monete o medaglie,
le ha riprodotte il Canina nella ta-
vola II, colle altre delle epoche ante-
riori riguardanti il Tusculo. Non si
deve tacere che il Mattei a p. i/\5
riporta tal moneta dopo di aver
parlato di Adriano III, già Agapito,
secondo lui figlio del conte tuscu-
lano Alberico dello anche Alberto
come si narrò di sopra. Anzi scri-
vendo egli che la figlia di Tertul-
k). Silvia Proba, si sposò con II-
duino Marzio duca di Milano, al di-
re del Porcacchi nel lib. 3, della
famiglia Malaspina, essa fu madre
di Ancio Marzio, che lasciato que-
sto cognome prese quello di Mala-
spina, ed è perciò che il medesimo
Porcacchi riporta una medaglia di
tal famiglia che asserisce essere dei
conti Tusculani con l'effigie in ambe
le parti : in una si legge in giro:
albericus tusciae marchio, nell'altra
ADAIBERTUS TUSCIAE MABCHSO, ed il
VOI. XWIt,
B'RA 193
Mattei la riprodusse a pag. 146.
11 Tusculo sotto la protezione di Ai-
berico II, e degli altri conti Tuscu-
lani dovette acquistare un qualche
splendore e prosperità, ma non si
venne però ad aggiungere, come os-
serva il nominato autore, alcun de-
coro nelle fabbriche, perciocché quei
signori si tennero più di frequente
ad abitare in Roma nella contrada
di via Lata, ove ebbero molto po-
tere sul dominio, e d'altronde le
antiche fabbriche tusculane dovet-
tero essere state pure in gran par-
te rovinate, né si conoscono esser-
sene edificate altre di nuovo. E da
credere però che venissero ridotte
abitabili quelle che si trovarono in
minor rovina, onde supplire ai bi-
sogni della popolazione che dovette
riunirsi in quel luogo sotto la pro-
tezione di SI potenti signori, i quali
avevano per istemma un'aquila co-
ronata, ch'è pur quello della fami-
glia Conti.
Giovanni XI de' conti Tusculani
morì nel 986 vittima dell' ambizio-
ne di Marozia, e della crudeltà di
suo fratello Alberico II , che gli
fece dare in successore Leone VII,
benché ripugnante. Amante della
pace s'interpose per quella pure di
Ugo re d' Italia, con Alberico II
principe di Roma, come lo chiama-
no gli storici. Morendo nel 989
gli successe Stefano Vili detto IX,
che odiato da Alberico li tiranno
di Roma, e dai fautori di lui ,
perché godeva la benevolenza di
Ottone I re di Germania, fu da
essi bruttamente maltrattato nel
volto, il perchè non osò di farsi
più vedere in pubblico. Tuttavol-
la avendo l'abbate s. Odilone, per
comando di Papa Leone VII sta-
bilita la pace tra il re Ugo, ed
Alberico II principe di Roma, ed
i3
T94 FRA
essa venendo poscia rotta, Stefano
IX per ristabilirla chiamò in Ro-
ma l'abbate, il quale prima di giun-
gervi morì in Tours, ed il Papa
terminò i suoi giorni nel 943 ,
succedendogli Marino II ossia IMar-
tino III , e poi Agapito II. Nel
suo pontificato, e nell'anno 954
morì Alberico II, dopo ventitré an-
ni di principato, laonde sembra
che desso incominciasse dall'esal-
tazione al papato di suo fratello
Giovanni XI. Lasciò oltre Costan-
tino e Deodato detto pure Deus-
dedit e Lamberto, un figlio im-
pubere di nome Ottaviano diaco-
no cardinale, che nel 906 alla
morte di Agapito II fu eletto o
piuttosto ad insinuazione dei ro-
mani si fece Pontefice, e prese il
nome di Giovanni XII: la Chiesa
per evitare un funesto scisma lo
venerò per tale. Qutsto Papa chia-
mò in Italia il re Ottone I, e lo
coronò in Roma imperatore nel
962, e per il primo passò l'impe-
rio ai tedeschi, onde opporlo all'im-
peratore Berengario, ed al suo fi-
glio Adalberto: il suo funesto pon-
tificato si descrive alla sua biogra-
fia, ed ebbe termine nel 964. Il
conte Costantino, altro figlio di Al-
berico li, prese in moglie Suburra,
dalla quale nacque Agapito, che
premorì al padre, ed Enìilia che
fu maritata al duca Stefano Colonna,
e portò in dote Palestrina con
molti terreni del contado tuscula-
no. Il suo fratello Deusdedit con-
tinuò la linea de' conti Tusculani,
secondo l'albero genealogico dato
da Cosmo della Rena : di lui fu
figlio Gregorio I ch'ebbe due so-
relle, Maria ed Emilia, e quest'ul-
tima prese per marito Giovanni
Caelauo. Intanto l'anno 972 col-
coU'assistenza e col favore de'con-
FR A
ti Tusculani, sempre potentissmii
in Roma, fu eletto Papa Dono 11.
Dal conte Giegorio I nacquero Ro-
mano, Alberico Ili , e Benedetto
o meglio Giovanni. Questi essen-
do cardinale vescovo di Porto, fu
eletto Papa col nome di Benedet-
to Vili, nel 1012, e morendo nel
1024 gli successe suo fratello Ro-
mano da laico che era, e perciò
il primo che salì al pontificato sen-
za alcun ordine sagro; prese il no-
me di Giovanni XIX detto XX, e
cessò di vivere nel io33. Menile
era conte tusculano ossia signore
di Tusculo Gregorio I, i monaci
basdiani greci fuggendo dalla Ma-
gna Grecia o Calabria le scorrerie
de'saraceni, ebbero da lui ricovero
nel teiritorio tusculano, e fondaro-
no l'abbazia di Grottaferrata sot-
to la condotta dei ss. Milo e Bar-
tolomeo, che poi divenne celebre
e potente , come dicevi al suo ar-
ticolo.
Da Aiberico HI conte tuscula-
no e console romano, maritato al-
la sorella del Papa Giovanni XV
detto XVI, che arricchì i suoi pa-
renti, discesero Gregorio li. Guido
o Guidone, e Teofilatlo suoi figli;
l'ultimo essendo diacono cardinale
e nipote dei due precedenti Pon-
tefici, nello stesso anno io'^3 in
giovanile età fu innalzato al pon-
tificato, mercè la gran somma di
denaro che al popolo gittò suo pa-
dre, la Chiesa tuttavia lo ricevette
per legittimo Pontefice, col nome
di Benedetto IX. Continuando que-
sti nelle sue dissolutezze fu depo-
sto dai romani nel 1087, noa nel-
l'anno seguente per l'intervenzione
dell' imperatore Contado il venne
ripristinato nelk dignità; indi nel
1044 insorte in Roma due pos-
senti fazioni de' conti Tusculani, e
FRA
di Tolomeo console romnno, per
opera di questo ultimo Benedetto
IX per la sua nullità e condotta
il primo maggio fu espulso dalla
città, ed intruso in vece nella sede
pontificia Silvestro III. Dopo quat-
tro mesi Benedetto IX fu rista-
bilito in Roma nel potere, venen-
do cacciato l'invasore. Passato al-
trettanto tempo simoniacamente Be-
nedetto IX, vedendosi a fronte
nuovi travagli, cede il pontificato
a Gregorio \ I , cui successe nel
1046 Clemente II, alla cui morte
Benedetto IX tornò a rioccupare
la cattedra pontificia, ed alla mor-
te di s. Leone IX nel io54 di
nuovo perturbò i sagri comizii, e
vuoisi che morisse a quell'epoca;
altri lo dicono uscito di vita Fan-
ne 106) penitente nell'abbazia di
Grotlaferrata presso il Tusculo, né
mancano racconti favolosi che il
monaco basiliano Piacentini egre-
giamente confutò. Secondo il Mat-
tei, dal conte Alberico III nacque
anche Pietro da cui derivò Ottone
padre di Agapito IV, il quale pre-
morendo al genitore fu causa che
molte altre famiglie romane acqui-
stassero il titolo di conti tusculani,
massime perchè due figlie di Aga-
pito furono maritate, una coi Fran-
gipani colla dote di Nemi, Marino
ed altri luoghi circonvicini; l'altra
cogli Annibaldi e la dote di Ca-
stel-Gerusalemme, Monte Compatri
ed altri luoghi del contado tuscu-
lano. Dal suddetto Guido o Gui-
done conte tusculano e da Emilia,
che altri chiamano Valeria, figlia
del conte di Galera, nacque Gio-
vanni che divenne cardinal vesco-
vo di Velletri, e nel io58 a'3o
marzo usurpossi il pontificato col
nome di Benedetto X, fiancheggia-
to dallo zio Gregorio II conte tu-
FRA 19"
sculano e lateranense, e da Gerar-
do conte galerense , o di Galera,
che avevano assunto la potestà dei
patrizi, non che dai capi o capi-
tani del popolo. Adunati i sagri
comizi a' 28 dicembre di detto an-
no, fu sublimato alla sedia di s.
Pietro il Papa Nicolò II, che nel
concilio di Sutri nel gennaio io5g
depose l' antipapa Benedetto X, e
fu mandato in esilio a Velletri ,
come si ha dal Theulì, Teatro isto-
rico di Vdletri, ove a pag. 188
e seg. discorre della discendenza
de'conli Tusculani. Il suddetto con-
te tusculano Gregorio II, sdegnato
della deposizione del nipote, si ribel-
lò contro il legittimo Nicolò II
con Gerardo conte di Galera, e
con altri signori del distretto di Ro-
ma, prenestini e nomenlani attirò
la prima invasione de' normanni ,
che di recente eransi annidati in
Italia dalla parte meridionale, e che
furono chiamati a soccorso di quel
Papa. Il Ceconi nella Storia di
Palestriiia, a pag. 287, dice che Be-
nedetto X fece cardinale Ranieri
abbate benedettino, che alcuni fanno
vescovo di Palestrina, i baroni del-
la quale essendo parenti de' coa-
ti tusculani, ad essi si unirono ,
ma pagarono la pena di loro fel-
lonia. JNel 1060 i normanni inva-
sero e devastarono barbaramente
le terre tusculane, e quelle de'pre-
nestini, nomentani, ed altri ribelli
del Pontefice; indi passato il Ta-
velle i normanni devastarono Ga-
lera e tutte le castella del conte
Gerardo fino a Sutri. Il comandan-
te de'normanni Roberto Guiscardo
duca di Calabria, per dette impre-
se, e per aver anche vinto i no-
mentani fu detto Nomenlano. Tut-
tavolta la città del Tusculo non
soffrì alcun danno, ed anzi pochi
196 FRA
anni dopo sotto il pontificato di
Alessandro II, ch'era successo a Ni-
colò II, come a luogo sulubre ed
in pace col Pontefice, si conosce
essersi diportato a villeggiare il
cardinal Giovanni camerlengo di
quel Papa, per guarire dalle febri
ed istabilirsi in salute; laonde può
credersi che il Tusculo a quell'e-
poca fosse in istato ^i ragguarde-
vole prosperità. Da questo luogo
il cardinal scrisse ad Alessandro
II perchè si degnasse di portarsi
a visitarlo, probabilmente avendo
da comunicargli cose, che non o-
sava alTìdare ad altri.
I Colonnesi possederono diversi
castelli vicino al Tusculo, e Pietro
Colonna eresse e dotò il moniste-
ro della ss. Trinità, che diede in
tempo di Alessandro II a' monaci
benedettini: nell' istromento ripor-
tato dal p. Gattula nel suo Cro-
nico Cassinese^ si legge questo Pie-
tro intitolato signore del castello
della Colonna , console, senatore
romano , e signore del Tusculo.
Ciò deve forse intendersi per una
parte di esso , giacché i conti Tu-
sculani, come diremo, sussistevano
ed erano potenti, e secondo alcuni
storici della famiglia Conti che
da essi li fanno derivare, si fanno
discendenti della romana antica fa-
miglia Giulia Anicia ossia Otta-
\iana, che vedemmo di sopra pos-
seditrice particolare del Tusculo con
somma preponderanza, dopo l'epo-
ca della decadenza del romano im-
perio. Intanto i tusculani dovette-
ro seguire la fazione dei loro con-
ti nelle varie vicende che accadde-
ro sotto i pontificati di s. Grego-
rio YII che nel 1078 era succe-
duto ad Alessandro II, e di Vitto-
re III, Urbano II, e Pasquale II. Del
conte tusculano Gregorio II sovra
FRA
indicato, fu figlio Tolomeo I che
fece gran figura nel primo perio-
do del secolo XII, narrando Pan-
dolfo Pisano che avendo il Pon-
tefice Pasquale II determinato di
partire da Roma per mettersi di
concerto coi normanni signori del-
la Puglia, lasciò al vescovo labi-
cano le necessarie facoltà per gli
afiàri ecclesiastici, die a Pier Leo-
ne Frangipani la cura delle cose
di Roma, a Tolomeo I conte tu-
sculano l'amministrazione di tutti
i patrimoni esterni della Chiesa
romana, ed a Gualfredo suo nipo-
te il comando delle milizie. Ma
Pasquale II, nel suo ritorno a Ro-
ma fu avvertito essere tutte le co-
se sossopra, la città in preda ai
tumulti, Preneste , Anagni, il Tu-
sculo e tutta la Sabina in rinvol-
ta, e di questa gran defezione au-
tore e sostegno principale Tolomeo
I conte del Tusculo, collegato con
Pietro della Colonna abbate di Far-
fa, cui avea aiutato a ricuperare
Cave. Seppe ancora il Pontefice
che Alba , e la provincia di Ma-
rittima per la loro fedeltà erano
segno di preda ai rivoltosi, e che
Tolomeo I, che probabilmente am-
biva signoreggiare queste mosse ,
avea fatto spargere la voce che
Pasquale II non poteva tornare in
Roma. Laonde il Papa udendo tut-
to questo sconvolgimento, chiamò
in soccorso Riccardo di Aquila
duca Caetano signore di Nepi ,
che nel giungere in Roma gli ser-
vì di scorta e di scudo, ed in po-
co tempo ricuperò le cose perdute.
In quei tempi di discordia e di
disordine, anche per le gravi ver-
tenze tra il sacerdozio e l' impero
per le pretensioni dell'imperatore
Enrico V alle investiture ecclesia-
stiche, ad uno sconvolgimento ne
FRA
succedeva altro, e precario era lo sta-
to di tranquillità, perchè agitato
dalle fazioni dei grandi. Nel 1116
gravissimi tumulti avvennero in Ro-
ma per la morte di Pietro de' Pier-
leoni de' Frangipani prefetto della
città, e per la elezione del nuovo;
il perchè Pasquale li si vide co-
stretto ritirarsi in Albano, come
avverso alla fazione che voleva por-
tare il figlio del defunto alla pre-
fettura, mentre egli favoriva quel-
la di altro Pietro Pierleone, che am-
biva quel cospicuo grado, d'altron-
de divoto della Sede apostolica.
Pierleone era appoggialo dal conte
lusculano Tolomeo I , la potenza
del quale in fine lo fece prevale-
re, ed il Papa, sedati i tumulti ,
premiò l'appoggio dei conti Tuscu-
lani coir infeudare a Tolomeo I il
castello di Aricia, ed agli altri ca-
valieri romani quantità d'oro e di
argento. Questo conte donò ai be-
nedettini molti beni, fra' quali la
chiesa di Gerusalemme nel terri-
torio tusculano. Nel seguente an-
no 1 1 1 7 Enrico V si mosse alla
volta di Roma per prendere la co-
rona imperiale, ed il Papa per cau-
tela si recò a Monte Cassino : l'im-
peratore nel giungere in Roma ri-
guardò tale assenza di Pasquale II,
come un atto ostile, onde si rivol-
se a guadagnar l'animo de' nobili
romani , e fra questi conoscendo
l'alfezione che avevano costantemen-
te mostrata per la parte tedesca i
conti Tusculani, e l'influenza ch'essi
avevano negli affari di Roma, vol-
le porli più strettamente nel suo
partito col dare Berta sua figlia in
moglie a Tolomeo li figlio del
conte regnante. Oltre a molti doni
che gli fece , Enrico V confermò
in perpetuo, con autorità imperia-
le, a lui ed ai suoi eredi tutti i
FRA 197
feudi e le possidenze, che avevano
i suoi parenti, e il conte Giegorio
11 suo avo. Questo fatto mosse na-
turalmente il risentimento del Pa-
pa, il quale tornato in Roma dopo
la partenza dell'imperatore, aiutato
dai normanni feudatari della santa
Sede per la Sicilia, e da una gran
parte del ducato napoletano, mos-
se guerra a Tolomeo 1 : questi pe-
rò si difese assai bene, avendo ia
suo aiuto i tedeschi che gli avea
lasciato Enrico V, e ne usci vit-
torioso, avendo fine la guerra col-
la concordia stipulata tra Tolomeo
I e Pasquale li. A questi nel 1 1 18
successe Gelasio II, che per la ri-
bellione dei Frangipani seguaci del-
l'imperatore, fu costretto a fuggi-
re in Francia ove mori e venne
eletto Calisto II che die termine
alla controversia delle investiture.
Contro il placito de' Frangipani nel
1124 Onorio li salì al pontificato
che confermò l'elezione dell'impe-
ratore Lotario II, e nel iiSoébbe
a successore Innocenzo II, contro
il quale insorse l'antipapa Anacle-
to II, che essendo sostenuto da tutti
i principali romani, tranne i Fran-
gipani, sembra che i conti Tuscu-
lani pure ne seguissero le parti.
Al conte Tolomeo 1 successe il
figlio Tolomeo II; indi nel ii37
portandosi con un esercito in Ro-
ma Lotario II in aiuto del Papa
legittimo, il conte Tolomeo II gU
andò incontro, essendo allora duca
e console romano, non che ditta-
tore tusculano come lo chiama la
cronaca cassi nese. Tolomeo II pre-
stò il giuramento di fedeltà all'im-
peratore, gli die in ostaggio Regi-
nolfo suo figlio, confermandogli al-
lora Lotario li le possidenze e feu-
di ereditari. Sino dal ii3o i tu-
sculani, i prenestini, i tiburtìni, e
198 FRA
gli albanesi ripugnando di pagare
i dazi imposti loro dal popolo ro-
hiano a favore delia camera del
Campidoglio, protestarono di non
riconoscere per signore che il solo
Papa. Quindi successivamente nac-
quero vari tumulti in Roma onde
ristabilire l'antica repubblica, cre-
dendo i romani Innocenzo II fa-
vorevole ai nominati popoli che si
ricusavano pagar le imposte. Nel
I iBy il duca Stefano Colonna con
millecinquecento cavalli porse aiu-
to ai tusculani, che combatterono
i romani e ne uccisero molti ; onde
i romani in vendetta ne danneggiaro-
no i territorii. Quindi racconta il
Cecconi nella Storia di Palestrina
a pag. 247^ che Lotario II aiutò il
Papa Innocenzo II contro i tuscu-
lani, gli albani, e i tiburtini alleati
di Roggiero duca di Puglia , con
tremila soldati sotto il comando di
Enrico suo genero, il quale sotto-
mise alla dominazione pontifìcia
Albano, Palestrina e tutta la Cam-
pagna. Nel I i4i i romani si ri-
bellarono ad Innocenzo II, perchè
impediva loro la distruzione di Ti-
voli, restituendo all'antica autorità
il senato ; però in tale frangente i
conti Tusculani seguirono il partito
del Papa, che scomunicò i romani
ribelli, li privò d'intervenire all'e-
lezione de' Pontefici e di altri pri-
vilegi che allora godevano, e mo-
rendo di dolore nel 1 143 ebbe in
successore Celestino II, senza che vi
potessero intervenire i romani per
il decretato da Innocenzo II. E qui
noteremo, che nell' antipapato di
Anacleto II , successe Vittore III
per circa tre mesi, ed essendo egli
della famiglia Conti, probabilmen-
te sarà stato dei signori del Tuscu-
lo. 11 breve pontificato di Celesti-
no II fu rimpiazzato coH'esaltazio-
FRA
ne di Lucio II, senza l' intervento
del popolo romano, sotto il qual«
i romani inaspriti per tal priva-
zione, tornarono a ribellarsi col re-
staurare l'antiche dignità senatoria,
e di patrizio , al quale volevano
che ubbidissero i popoli circonvi-
cini, che coi tusculani presero le
armi ; mentre in R.oma erano sos-
sopra i romani per sostenere le lo-
ro pretensioni ed imporre al Pa-
pa, laonde volendo Lucio II cac-
ciarli dal Campidoglio, morì nel-
l'assalto ferito da pietre 1' anno
1145. Eugenio III fu il suo degno
successore, ma subito si vide co-
stretto a fuggire da Roma per le
ribellioni, accresciute dall'eretico Ar-
naldo da Brescia, nemico della so-
vranità temporale de' Papi. Euge-
nio 111 si ritirò in Francia onore-
volmente accollo dal re Luigi VII,
indi ritornando nel .suo stato nel
1 149 passò nel Tusculo, ove assi-
stito dalle truppe di tutte le città
del Lazio, che nella maggior par-
te erano contrarie al nuovo ordine
di cose, e dalle truppe di Roggie-
ro re di Sicilia, pervenne a forza-
re i romani e gli arnaldisti alla
pace che fu conchiu.sa in Tusculo,
con paltò espresso che Tivoli non
fosse distrutto, come i romani pre-
tendevano. R.itornato in R.oma ver-
so il fì'ne di detto anno, nel se-
guente per nuovi tumulti ne parti,
dimorando nella campagna Roma-
na, indi nel ii5i passò il Ponte-
fice nel Tusculo. Durante il sog-
giorno di Eugenio III in questa
città vi ricevette il re di Francia
Luigi VII, reduce dalla crociala di
Terrasanta, e vi fu visitato dall'an-
tico suo maestro s. Bernardo ab-
bate di Chiaravalle; questo santo
fu il mediatore della pace tra il
Papa ed i romani. Tanto narrano
FRA
il Ciacconio ed il Mattel a pag.
60 e i55, il quale aggiunge che
dal Tusculo Eugenio III datò la
sua lettera a Corrado IV re dei
E'omanì.
In detto anno, e nel Tusculo il
cardinal Oddone Colonna figlio di
Pietro cedette per contratto di per-
muta al Papa ed alla santa Sede
i diritti che avea della metà del
diretto dominio dello slesso Tuscu-
lo, con atto conservatoci da Cen-
cio Camerario ; diritti che proce-
devano dai matrimoni che aveano
legato fino dal secolo XI la casa
Colonna, a quella de' conti Tuscu-
lani. Continuando Eugenio III a
dimorare nel Tuscuìo, nel i i5i
acquistò i diritti che Oddone Fran-
gipani aveva sul Tusculo, come ap-
parisce da altro istromento regi-
strato dal suddetto Cencio Came-
rario, e riportato intero dal me-
desimo Maltei a pag. i56, in r.u
alla quietanza in cui apparisce che
Eugenio III comprò da Oddo Fran-
gipani le ragioni che aveva sul Tu-
sculo. Da queste circostanze ben si
conosce avere il Tusculo prospe-
rato sotto il pontificato di Euge-
nio III, ed il senato con tutto il
popolo romano, vedendo la prote-
zione e l'affetto che portava quel
venerando Pontefice alla città del
Tusculo, fece a lui dono del do-
minio sulla stessa città che godeva
Roma, leggendosene l'atto presso il
Mattei a pag. 160. Così il Tuscu-
lo passò per intero nel pieno do-
minio della santa Sede, acquisto im-
portante per la fortezza naturale
del luogo, e per la sua vicinanza
a Roma ; ed i conti Tusculani che
successero dopo la morte di Tolo-
meo II, avvenuta a' 24 febbraio
I I 53, quali furoiìo Gionata e Rai-
none, dovettei'o godere il diritto di
FRA »99
dominio sulla metà soltanto del
Tusculo, della quale R.ainone die-
de poscia facoltà al Pontefice A-
driano IV di prenderne il posses-
so s' egli avesse mancato di fedel-
tà verso la Sede apastolica, ed al-
l'opposto gli venisse concesso in sua
vita il dominio dell'altra metà che
godeva il Papa, come si dimostra
con un atto pubblicato dal Zaz-
zera, dandosi per sicurezza ai mi-
nistri pontificii due fortezze vicino
a Roma. Narra poi il Mattei, nel-
le Memorie istoriche, loco citato,
che Adriano IV, dopo avere inco-
ronato r imperatore Federico I, si
ritirò da Roma nel Tusculo , e lo
stimò suo sicuro asilo allorché dai
romani veniva perseguitalo a sol-
levazione di Arnaldo pel ristabili-
mento dell'antico senato , il quale
settario fu poi punito dallo stesso
prefetto di Roma col fuoco. Va qui
avverUto che il suddetto conte To-
lomeo II ebbe due figli, Gionata e
Giordano : dal primo nacque il ri-
cordato Rainone, da altri conosciuto
col nomedi Reginoldo o Reginolfo,
che gli successe nella signoria del
Tusculo. Giordano poi ebbe altri be-
ni, e particolarmente la signoria di
Gavignano, e fra questi beni un ca-
sale presso Lariano, che i suoi fi-
gli Giovanni , Tolomeo , Giordano
ed Andrea vendettero a Roggiero
primicero della chiesa di Velletri per
settanta lire provisine. Da questo
secondo ramo de' conti Tusculani,
il quale essendo signore di Gavi-
gnano potè ben essere lo stipite
de' conti di Segni , che dopo la
distruzione del Tusculo cominciò
ad apparire, uscirono quei Pon-
tefici, cardinali^ ed altri personag-
gi che riportammo al più volte
citato articolo Conti Famiglia , Di
Gionata abbiamo l'atto di coufede-
200 FRA
razione fatta con Adriano IV, che
il Mattei riporta a pag. 162, se-
condo il convenuto di sopra nar-
rato.
Nel II 59 morì Adriano IV, e
fu eletto renitente Alessandro III:
insorse contro di lui funesto scisma,
dappoiché il cardinal Ottaviano ro-
mano del monte Celio de' conti di
s. Eustachio, che diversi storici di-
cono della famiglia de' conti Tu-
sculani, e certamente parente di es-
si, venne fatto antipapa, e prese il
nome di Vittore IV. Lo consacra-
rono Ubaldo di Prato vescovo di
Ferentino, ed Incmaro cardinale ve-
scovo tusculano, che dopo aver da-
to il voto ne' comizi del vaticano
ad Alessandro III l'avea abbando-
nato. Il vero Papa fu costretto a
fuggire in Francia, ove scomunicò
J' imperatore e i suoi fautori, ed
il falso Vittore IV venne sostenu-
to dalla sua fazione, e dalle armi
dell'imperatore Federico I, che a-
vea assoldato al suo servizio An-
gelo de' Prefetti di Vico parente
de' conti del Tusculo. Fu notato di
sopra, che i conti Tusculani erano
del partito tedesco ed imperiale, il
quale fu da loro costantemente te-
nuto; ed i fatti finora ricordati
dimostrano pure, che si trovaro-
no sovente in collisione col gover-
no municipale di Roma ; quindi
ne' romani nacque un odio contro
di loro, come contro diversi altri
comuni vicini più potenti, come di
Tibur ossia Tivoli, ed Albano, coi
quali i conti Tusculani più volte
furono in lega. Questo odio non
potè più contenersi , e scoppiò fi-
nalmente in una guerra aperta l'an-
no 1167. Avanti di progredire in
questo racconto, si deve premette-
re, che Alessandro III si ritirò tal-
volta nel Tusculo, e lo conferma
FRA
il Mattei, ove nel venerdì avanti
la quarta domenica di quaresima
celebrò la messa nella chiesa cat-
tedrale , ed ove trattò molti nego-
zi, scrisse a vari principi, ed ema-
nò molte bolle, in tempo cioè che
lo scisma incominciato dall' anti-
papa Vittore IV , continuato dal
suo successore Pasquale III antipa-
pa, tuttora veniva prolungato dal-
l'altro pseudo-pontefice Calisto III,
il quale come i due predecessori
contendeva il pontificato al legitti-
mo Alessandro III. Nel detto anno
I 167 dunque il popolo romano
venendo governato dai Banderesi
[Fedi), e malcontento degli alba-
nesi, prenestini, tiburtini, sutrini,
nepesini , e dei tusculani, sì per-
chè adei'ivano ai tedeschi sosteni-
tori col loro imperatore Federico
I, come ancora perchè non paga-
vano le tasse loro imposte, deci-
se di volersi vendicare. Crescen-
do gli urti il popolo slesso nel
mese di maggio, allorché le messi
cominciavano a biancheggiare, uscì
da Roma, malgrado la proibizione
di Alessandro III, contro Rainone
in allora signore del Tusculo. I
romani in numero di circa trenta
mila penetrati nel territorio tuscula-
no, non solo diedero il guasto alle
vigne, alle biade, ed alle piantagio-
ni del popolo tusculano loro ne-
mico, ma assalirono la città stessa,
e ne batterono le mura.
Il conte Rainone prevedendo di
non potere solo alla lunga resiste-
re contro tanta forza, mandò a
chiedere soccorso all' imperatore
Federico I, che allora era attenda-
to presso ad Ancona. Questi spedì
in soccorso di Rainone uno stuolo
di soldati forti di circa mille bra-
banzoni, altri dicono mille trecento
alemanni collettizii, e quei perso-
FRA
naggì che nomina il Mattei a pag.
171, sotto il comando di Rinaldo
arcivescovo di Colonia, e di Cri-
stiano arcivescovo di Magonza, che
difendessero ì tusculani, e rintuz-
zassero l'ardire de'romani ch'erano
ritornati alla divozione di Alessan-
dro III. Giunto questo soccorso
nel Tusculo, e vedendo che i ro-
mani, sebbene superiori di gran
lunga di numero, ei-ano male ad-
destrati alla guerra, si rincorarono,
e decisero di venire immediatamen-
te alle mani. Dicesi che i romani
si accampassero a Monte Porzio,
ed il luogo della battaglia vuoisi
che fosse allora denominato ad
Porcos o Prata Porcii, e poscia
detta Petra Porcii, ove i seguenti
nomi, che si conservano, cioè il
Padiglione, Torre dello Stinco, Cam-
po bruno, e Valle dei morti, si
attribuiscono a quanto avvenne in
quella battaglia. I duci dei romani
furono il conte Ercole Orsini ,
Pandolfo Savelli , Ettore ed Oddo
Frangipani, e Matteo Rossi-Orsini.
Era circa l' ora di nona de' 29
maggio, lunedi di Pentecoste, al-
lorché attaccarono la zuffa con urli
barbarici ; nel primo urto i roma-
ni credendosi presi di mezzo, so-
praffatti da timor panico, ed atterri-
ti da un' imboscata cedettero, e si
sbaragliarono per le campagne e
valli adiacenti, e ne fu fatta tale
stiage, che appena di tanta gente
salvossi la terza parte. Diversi sono
i racconti di tale perdita : si dice,
che vi morirono quattromila ro-
mani, ed altrettanti restarono fe-
riti ; altri scrissero che gli uccisi
furono dodicimila, ma più proba-
bilmente soli mille duecento per
l' iscrizione che fu posta nella pa-
triarcale basilica di s. Lorenzo fuo-
ri le mura di Roma, ove diconsi
FRA 201
essere stati sepolti. Avvi inoltre
opinione che venissero i cadaveri
tumulati presso la chiesa di s. Ste-
fano forse al Celio, in un podere
che fu di s. Demetrio, con epigra-
fe che dice esservi sepolti 1 196
individui. Si narra ancora che
de' romani ne morirono due mila,
e tre mila furono fatti prigionieri,
i quali furono inviati a Viterbo.
Finalmente fu detto, che tornati il
di seguente i romani nel Tusculo
per dar sepoltura ai morti, dopo
essere stati respinti, i loro nemici
si piegarono a permetterglielo, col-
la condizione umiliante, che si con-
tassero i cadaveri ed i prigioni, i
quali si fecero ascendere a quindici
mila ; numero sicuramente esagera-
to. Certo è chei rimasugli di quell'e-
sercito dopo aver perduto lo sten-
dardo, riparatisi in Roma misero la
città in tale costernazione che adu-
nossi un consiglio per provvedere
immediatamente alla' sicurezza del-
la città, ed al risarcimento delle
mura. Frattanto i vincitori unitisi
coi tiburtini, cogli albanesi, e con
altri popoli della Campagna, e di
altre comuni vicine a Roma, si mi-
sero a demolire le torri del cir-
condario, e dare il guasto alle ter-
re, ed assediarono la città. L'im-
peratore che si era venuto avvici-
nando a Roma , udita la sconfìtta
toccata ai romani , attendossì a
monte Mario, che allora dicevasi
monte Malo, e di là assalì la città
Leonina, per vendicarsi del Ponte-
fice che lo avea deposto e scomu-
nicato. Il Pontefice Alessandro III
che trovavasi nel Laterano, ricove-
rossi coi cardinali, e colle loro fa-
miglie nelle case fortificate dei
Frangipani presso alla chiesa di s.
Maria Nuova, la prossima torre
Cartularia, ed il vicino Colosseo,
202 FRA.
e quindi fuggì, ed irabarcossi sulle
galere del re di Sicilia; indi Fe-
derico I si fece nuovamente coro-
nare in s. Pietro, dall'antipapa
Pasquale III. Tuttavolla la man-
canza de' viveri, o l' aria malsana
dei dintorni di Roma, ed il conta-
gio che per le pioggie si sviluppò,
costrinsero ben presto gli assedianti
a ritirarsi ; ed allora i romani in-
viperiti anco dal modo cui erano
trattati i prigioni, corsero a dare
il guasto alle terre degli albanesi,
e con r aiuto di Guglielmo re di
Sicilia, presero Albano j e lo di-
strussero ; e rivoltisi di nuovo con-
tro il Tusculo, non potendo pren-
derlo, dierono per qualche tempo
tregua alle loro scorrerie, rovinan-
do i palazzi che i conti Tusculani
e i Colonnesi avevano in Roma ,
dichiarandoli ribelli. Questi ultimi
fatti sembrano provare, che la lo-
ro perdita fu assai limitata in pro-
porzione agli esagerati racconti del-
le cronache: però molti prigionie-
ri morirono dai patimenti , gli al-
tri furono riscattati. 11 Villani dice
che i romani attribuendo la loro
sconfitta ad un tradimento dei Co-
lonnesi, li cacciarono da Roma, e
distrussero l'Agosta, già mausoleo
di Augusto, che avevano ridotto a
fortezza , come dichiarammo nel
voi. XIV, pag. 278 e 281 del Di-
zionario, ed altrove; il Maltei ri-
porta a pag. 171 e seg. i dettagli
dèi suddetti combattimenti, ed ag-
giunge che dipoi fu stabilito di
celebrarsi ogni anno dai tuscula-
ni a' 29 maggio una processione
dalla confiaternita della Madre di
Dio delle scuole pie, in memoria
della liberazione del Tusculo. Ciò
pelò non può ammettersi, giacché
il p. Enrico Orlandi, nelle Notizie
isioriche di Maria ss, delle scuole
FRA
pie ec. del 1773, al e. V, ove trat-
ta della istituzione della solenne
processione nel secondo giorno di
Pentecoste tutt'altro dice. K. V o-
puscolo, Notizie storiche del cente-
nario, che in Frascati si celebra
in onore della Madonna delle scuo-
le pie, § VI, p. 5, stampate in Ro-
ma nel 18 17 da Contedini.
Dopo la descritta battaglia non si
trova più menzione di Rainone o
Regi noi fo conte tusculano, ma sib-
bene di Gionata suo fratello, il qua-
le secondo Romualdo salernitano in-
vitò l'anno dopo la rotta, cioè nel
1168, il Papa Alessandro III a
venire nel Tusculo, e pose questa
città sotto la sua protezione, facen-
do un trattato di concambio , che
acremente dispiacque ai romani. II
cardinal d' Aragona nella vita di
quel Pontefice narra diversamente
questo fatto, dicendo che mentre
Alessandro III stava a Veroli, es-
sendo ritornato nel 1170 da Be-
nevento, il conte Gionata vedendo
di non potere resistere alla lunga
agli assalti dei romani , cedette a
Giovanni prefetto di Roma la città
del Tusculo , e n' ebbe in cambio
Monlefiascone, e Borgo s. Flavia-
uo: la metà di queste terre era di
dominio diretto della Chiesa roma-
na, come Io era pure per la ces-
sione di Oddone Colonna la metà
del Tusculo; quindi il Papa sde-
gnossi di questa alienazione. Dal-
l'altro canto i romani non furono
neppur essi contenti, perchè Tu-
sculo evitasse cos\ la pena che si
erano prefissi d' imporgli, e corsero
ad assalire quella città a segno,
che Giovanni slesso che l'avea oc-
cupata, si vide costretto a fuggire.
Que' di Montefiascone non volen-
do intendere questo trattato ( il
borgo di s. Fiaviauo conteneva la
FRA
principale chiesa di Monlefìasco-
ne, e poi fu distrutto), cacciarono
il signore del Tusculo , che cercò
di rientrare nella sua terra j ma i
tusculani , vedendo come li avea
vilmente abbandonati, non solo non
gli dierono ricetto dentro le mu-
ra, ma lo bandirono dal territorio.
Allora fu che si portò dal Ponte-
fice, e gli cedette tutte le ragioni
e diritti che avea sopra il Tuscu-
lo ; i suoi feudatari lo avevano
prevenuto , facendo una donazione
e sottomissione spontanea della loro
città ad Alessandro III , la quale
egli confermò , e così il Tusculo
rientrò direttamente nell'intero do-
minio della santa Sede. L'anonimo
cassinese poi, pone la ricupera del
Tusculo per parte del Pontefice
l'anno 1170, aggiungendo che ivi
Alessandro III stesso portossi re-
duce da Benevento, e confermò il
dì dell' Epifania in abbate cassine-
se Domenico. Però il Matlei dice
a pag. 180 che Gionata e Piaino-
ne cedettero il Tusculo per Mon-
tefìascone, ed il castello di Fiano
all'antipapa Calisto III; ma non
ebbe effetto perchè né i tusculani,
né quelli di Montefìascone vollero
aderire allo scisma. E che allora
Rainone vedendosi cacciato dai tu-
sculani, si portò a Vei'oli a' piedi
di Alessandro III, gli cedette le sue
ragioni sul Tusculo , e fu invece
dichiarato principe di Montefìasco-
ne e Toscanella . Dacché questa
città tornò in potere della Chiesa,
divenne la residenza favorita di A-
lessandro III, dopo di essere stato
concesso ai conti Tusculani il pos-
sesso di altre terre invece di quelle
del Tusculo. 11 Papa vi si recò a
prenderne possesso, e vi fu accollo
con sommo onore e riverenza; il
senato gli presentò le chiavi della
FRA ao3
città e giurò perpetua fedeltà sui
santi evangeli , con gran rancore
de' romani.
Soggiornò Alessandro III diver-
so tempo nel Tusculo, ove fece di-
versi decreti , de' quali se ne con-
serva la memoria nelle croniche
di que' tempi , e ne fa pur men-
zione il Mattei ed altri storici. Ivi
nel iiyi il Papa ricevette gli am-
basciatori spediti da Enrico II re
d' Inghilterra per persuaderlo di
non aver egli presa parte all' ucci-
sione di s. Tommaso arcivescovo di
Cantorbery, onde il Pontefice spe-
dì i suoi legati ia Inghilterra. Nel
seguente anno dopo aver trattato
più volte coi senatori di Roma,
convenne Alessandro III di fare at-
terrare le tnura del Tusculo ; ma
non essendo per inganno de' roma-
ni quel Pontefice licevulo in Ro-
ma ( altri dicono che vi entrò fra
le acclamazioni del popolo, ed il
Pagi aggiunge, non prima de' 6
giugno II 72), com' erasi convenu-
to in compenso della suddetta di-
struzione, ia quale col consenso dei
tusculani si elfettuò ; ma vedendo
il Papa la frode de' romani, ordi-
nò che si fortificassero le torri den-
to la città presso le case; e poscia
si circondò la città del Tusculo di
larghe profonde fòsse, e si ristabi-
lirono le mura. Rainone eh' erasi
trattenuto nel Tusculo in compa-
gnia del Papa , temè che i roma-
ni potessero efi'ettuarne la presa ;
se ne allontanò , consegnando ad
Alessandro HI il castello d' Algido,
da cui fu dichiarato capitano di
s. Chiesa, e mandato a Monte-Pul-
ciano. Dimorando Alessandro IH
nel Tusculo, a' 29 agosto 1177
l'antipapa Calisto 111, avendo ab-
bandonato il monte Albano dove
si era ritirato , si presentò pentito
2o4 FRA
al vero Papa che lo ritenne nella
curia, ed onorificamente alla sua
mensa, facendo poi il rinunziante
antipapa rettore di Benevento, ove
mori a' 29 agosto 1 i 78. In que-
st'anno Alessandro III villeggiando
nel Tusculo fece la sua quinta pro-
mozione di cardinali forse nel di-
cembre; e tra i sette cardinali ivi
da lui creati , vi fu Pietro di Pa-
via monaco benedettino, poscia ve-
scovo tusculano e vicario di Lu-
cio III in Roma sino al ritorno di
Clemente III in quella città. Nel
Tusculo pure Alessandro III, dopo
la pace fatta con Federico I segnò
il decreto pel concilio generale da
tenersi in Roma l'anno seguente,
e fu il lateranense III. Alla sua
morte nel i 1 8 1 gli successe Lucio
III in Velletri suo vescovato ( do-
po essersi ritirato al Tusculo, e di
aver dichiarato suo vicario in Ro-
ma il vescovo ), ove ritornò subito
per le dissidenze de' romani. Que-
sti in fatti avendo riassunto il pro-
getto di vendicarsi coi tusculani
della disfatta riportala colla distru-
zione del Tusculo, il primo luglio
I i83 vi si portarono ad attaccar-
lo. Trovandosi però non lontano
l'arcivescovo di Colonia o di Ma-
gonza cancelliere dell'imperio, con
un esercito di tedeschi, lo condus-
se egli ad insinuazione del Ponte-
fice a soccorrere i tusculani , ed
uscito con essi dalla città contro
r esercito romano, e non avendolo
raggiunto, perchè nel sapere i ro-
mani di sua venuta, partirono, si
vendicò col dare il guasto alle lo-
ro terre, onde i romani avvelenan-
do le acque di alcune fonti, mo-
rirono diversi tusculani e tedeschi ;
indi nel seguente agosto l' arcive-
scovo morì in Tusculo , e fu ivi
sepolto. I romani nel 11 84 torna-
FRA
rono nell'aprile o nel maggio ad
assalire il Tusculo, e a dare il
guasto alle terre dalla città dipen-
denti; ma difendendosi i tusculani
con valore allontanarono i loro ne-
mici, i quali passarono a devastare
Preneste , Paliano ed il Serrone.
Frattanto essendo passato Lucio III
in Verona, vi morì nel 1 185, e fu
eletto Urbano III, che per le per-
turbazioni de' romani non si recò
in Roma , morendo in Ferrara nel
1187. Quivi gli fu dato a succes-
sore Gregorio VIII, che portandosi
a Pisa, con meno di due mesi di
pontificato terminò i suoi giorni.
A' 20 dicembre 1187 il cardi-
nal Paolino Scolari romano, vesco-
vo di Palestrina, fu in Pisa crea-
to Papa , e prese il nome di Cle-
mente III con gran tripudio dei
romani suoi concittadini , i quali
dopo cinquant'anni di discordie,
vennero nel 1188 con lui a con-
cordia, mediante nove articoli giu-
rati da ambedue le parti, come si
hanno da Cencio Camerario e da
altri ; il Mattei li riporta a pag,
1 88 : essendosi convenuto per ul-
timo , tra il senato romano ed il
Papa, che questi dovesse permette-
re che in quell'anno medesimo si
spianasse e demolisse il Tusculo
con le sue mura, e con le princi-
pali fabbriche che esistevano in
tale città e nel suo suburbano ; che
il territorio e gli abitanti passassero
sotto il dominio della santa Chie-
sa romana, e che Clemente III con-
correrebbe all' impresa, aiutando il
popolo romano. E degno di osserva-
zione, che in questo trattato di con-
cordia la data è così espressa : A-
cluni XLIIII anno senatus indictio'
ne VI mense maii die ultima ius'
su senalorum consiliarìorum, ec., se-
gno che il senato di Roma conti-
FRA
nuava negli atti a seguire la data
della riforma fatta nel governo ad
insinuazione di Arnaldo da Brescia.
Venuti i tusculani in cognizione di
tali accordi trepidarono per la lo-
ro futura sorte , onde spedirono
ambasciatori all' imperatore Fede-
rico I , perehè li proteggesse come
avea fatto in altri incontri. L' im-
peratore promise loro soccorsi , ma
indi a poco morendo gli successe
suo figlio Enrico VI. Si vuole che
questo assumesse la protezione dei
tusculani , che anzi v' inviasse un
presidio imperiale, per cui i roma-
ni non poterono effettuare la sta-
bilita distruzione del Tusculo. In-
tanto Clemente III invitò il nuovo
imperatore in Roma per ricevere
dalle sue mani la corona e l' in-
vestitura dei regni di Napoli e Si-
cilia, col patto di conservare i pri-
vilegi del popolo romano, di ri-
spettare i domini! della Chiesa, e
di restituirle quanto il padre gli
avea tolto. Mentre Enrico VI si
disponeva al viaggio di Roma, mo-
rì Clemente IH , ed a' 3o marzo
ligi fu eletto Celestino III Orsi-
ni romano, con gran dispiacere dei
tusculani , perchè la famiglia del
nuovo Papa nelle passate guerre si
era mostrata loro nemica per a-
mor patrio.
Enrico VI portandosi a Roma
fu incontrato da un' ambascieria di
tusculani, acciò si movesse a com-
passione di loro, e gli mandasse il
desiderato presidio , per cui spedi
al Tusculo alcune compagnie di
tedeschi. Avvisati di ciò i romani
cominciarono a tumultuare contro
l'imperatore, e ricorsero al Papa
pregandolo a differire la di lui co-
ronazione, finché avesse lasciato li-
bero il Tusculo alla Chiesa. Giun-
to Enrico VI alle porte di Roma,
FRA 2o5
i romani gli si fecero incontro, e
gli dissero: » Fac nobis justitiam
« de castellis tuis , quae sunt in
» Tusculano, quia sine intermissio-
M ne nos inquietare non cessant;
>» et erimus prò te ad Dominum
» Papam, ut coronam imperii ca-
« put tuum imponat". Dispiacque
all' imperatore queste rimostranze ,
e neir incertezza di risolvere se
contentarli o conservar la prote-
zione ai tusculani, prevalse il con-
siglio di lasciare il Tusculo nelle
mani di Celestino III, soddisfacen-
do così i romani , senza mancare
del tutto alle promesse fatte ai tu-
sculani , che per altro restarono
malcontenti, e si mostrarono aper-
tamente contrari di soggettarsi al
Papa. Questi usò le necessarie di-
ligenze per umiliarli , e vedendoli
ostinati, dichiarò i tusculani ribel-
li alla Chiesa , e come tali li ab-
bandonò all' arbitrio e discrezione
de' romani loro nemici, e secondo
il Piazza colla condizione, salva la
vita. Frattanto Enrico VI fece se-
gretamente sapere a' suoi coman-
danti che presidiavano il Tusculo ,
come nella notte precedente a' 12
aprile si sarebbe portato al Tuscu-
lo l'esercito romano, e perciò non
facessero veruna resistenza, anzi si
unissero al medesimo aprendo lo-
ro le porte della città. Similmente
dal senato di Roma si fece inten-
dere ai tivolesi , che nella notte
medesima si trovassero radunati
sotto il Tusculo, ove si sarebbero
uniti coi romani come seguì. Arri-
vati i due eserciti al Tusculo, i te-
deschi che custodivano le porte
della città, uccisi i pochi tuscula-
ni che ivi erano a difenderle, le
aprirono ai romani. Allora questi
a stormo si dispersero per la cit-
tà , ed assalirono i cittadini che
2o6 FRA
ignoravano la loro venuta; ne ucci-
sero molti, altri mutilarono, altri ac-
cecarono, il resto fuggì nelle terre
vicine. Dopo di avere i romani
saccheggiata la misera città, spia-
narono le fabbriche , le chiese , sì
fuori che dentro la città, la qua-
le in un alla cittadella , o rocca
compitamente diroccarono, e vuoi-
si che cogli avanzi delle pietre dei
distrulli edifizi restaurassero il Cam-
pidoglio di Roma che ne abbiso-
gnava; terminarono la strage col-
r appiccare il fuoco al Tusculo. In
tal guisa a' 12 aprile 1191, nel ve-
nerdì santo, fu distrutta la nobile
ed antica città di Tusculo, che per
lo spazio di i34o anni circa erasi
governata a modo di repubblica ,
ed era stata rocca inespugnabile
de' potenti conti Tuscnlani. Così
narra la distruzione del Tusculo
il tusculano d. Domenico Barnaba
Maltei, nelle Memorie {storiche del-
l' antico Tusculo oggi Frascati, de-
dicate ai conservatori e consiglieri
di questa città, e pubblicate in R,o-
ma nel ryi i colle stampe del Bua-
gni. Il cav. Canina a pag. 12 e seg.
ci dà erudite notizie bibliografiche
delle opere e degli autori che trat-
tarono dell' antico Tusculo.
In quanto al giorno preciso del-
l' eccidio del Tusculo gli altri scrit-
tori sono discrepanti, dichiarando-
lo tutti nel mese di aprile, ed al-
cuno al primo gioino di esso. Il
IVovaes nella vita di Celestino III,
dice che a' i5 aprile, primo gior-
no dopo Pasqua, il Papa incoronò
Enrico VI, il quale rilasciandogli
il Tusculo, nel seguente martedì
l'abbandonò ai romani che barba-
ramente lo distrussero. Conviene
su quest'epoca l'annalista Rinaldi,
ed aggiunge averlo meritato per
gì' ignominiosi trattamenti fatti per
FRA
r addietro dai conti Tusculani alla
Sc(\g. apostolica. Narra inoltre che
ciò seguì con molta misericordia,
poiché sebbene non restasse pietra
sopra pietra, salvi ne furono gli
abitanti che si fecero uscire inno-
cui; e che per coltivare i loro ter-
reni, si ritirarono alla Molara, a
Rocca di Papa, a B^occa Spergiura
detta poi con miglior vocabolo Roc-
ca Priora, al castello di s. Cesario
poco lungi da Grottaferrata , ed
alili ne' sobborghi dell' esterminata
città, ne' quali fu trasportata la
sede episcopale; il quale luogo vol-
garmente si dice Frascati, così chia-
mato perchè furono tagliati rami
d' alberi per cuoprire le capanne, le
rustiche abitazioni, ed i tuguri fat-
ti di legno per abitazione dei tu-
scolani ivi stabilitisi. Altri dico-
no che i tusculani scampati dal-
l'eccidio, parte si ricoverarono nel-
le vicine terre, e molli annida-
ronsi intorno alle chiese di s. Se-
bastiano raarlire, e di s. Maria
nella pendice del monte rivolta a
Roma, nella contrada nominata
Frascata, donde ebbe origine la
moderna città di Frascati. Non so-
lo il cav. Canina ed il Nibby ri-
portano tali volgari opinioni sul-
l'origine del nome della città, raa
osservano che il luogo ove si rico-
vrarono i profughi tusculani già
denotavasi collo stesso vocabolo
molto tempo avanti per più di tre
secoli, e più volte si ricorda da-
gli scrittori dei tempi bassi, con la
distinzione di Frascata.
Anastasio Bibliotecario nella vi-
ta di s. Leone IV, che fu assunto
al pontificato l'anno 84?, diceche
quel Papa fece nella chiesa di s.
Sebastiano quae ponitur in Frasca-
la un canestro di argento purissi-
mo, ec; e siccome riporta il Nib-
FRA
by che a s. Sebastiano appunto è
dedicato il duomo vecchio di Fra-
scati, ancora esistente, dobbiamo
notare, che il duomo vecchio di
Frascati non a s. Sebastiano è de-
dicato, ma alla beata Vergine as-
sunta in cielo, e la chiesa distin-
guasi con questo nome, s. Maria
del Vivano, forse dalla tradizione
che ivi fosse il vivario di Lucullo.
Più sotto lo stesso Anastasio ricor-
da una chiesa di s. Maria, quae
ponilur in Frascata, da lui pure
arricchita di doni. E nella vita di
Benedetto III, che nell'anno 855
successe a s. Leone IV, si nomina
di nuovo la basilica di s. Sebastia-
no quae ponitur in loco qui voca-
tur Frascata. È positivo che Fra-
scarium, nome derivante da frasca,
indica un luogo arbitstis consitus,
e trovasi usato in una carta del
ioo3 riferita dall' Ughelli, come
notò il Diicange, oltre vari esem-
pi dallo stesso Ducange citati. Da
ciò vuoisi derivato al luogo quel
vocabolo dalla particolare verdura
di frasche ch'esisteva in quel me-
desimo sito. Considerandosi poi es-
servi stala in quella località una
grande villa antica, forse contempo-
ranea all'epoca d'Augusto, delia
quale se ne dovevano conservare
ragguardevoli rovine nel tempo in
cui i tusculani vi si fissarono, co-
me tuttora ne appariscono tracce
sotto l'angolo settentrionale della
moderna città di Frascati ivi sta-
bilita, sembra doversi credere con
più di probabilità che l'indicato
nome si sia derivato nei tempi
anche più antichi dei sovrallegati,
da quello che avea la villa stessa.
Questa derivazione può appropriar-
si soltanto al nome di Fabiana,
che potè aver dato la villa dei
Fabii, come in certo modo si com-
FRA
307
prova con un'aulica iscrizione in
memoria di Fabia Antusa, che e-
sisteva nella chiesa di s. Rocco in-
nalzata al disopra delle suddette
rovine, il qual nome poi per cor-
ruzione potè cambiarsi in quello
di Frascata, opinione per altro da
non potersi contestare con altri
documenti. Qualunque poi sia la
vera derivazione del nome eh' eb-
be quel luogo, sempre si conosce
che ivi primieramente esisteva una
grande villa, ed avanti allo stabili-
mento dell' abitato distinto col no-
me di Frascati eranvi le chiese di
s. Sebastiano e di s. Maria, che
dicevansi in Frascata alla metà
del secolo IX per la circostanza di
essere coperta di arbusti la contra-
da, la denominazione della quale
si comunicò alla nuova città che
dopo la distruzione di Tusculo ivi
formossi. 11 tratto di Frascati poi,
circoscritto entro i limiti di via di
porta Granara, della piazza prin-
cipale, detta piazza di s. Pietro',
della piazza Spinetta , così deno-
minata per una famiglia di que-
sto nome, e di via Saponara, è
in tutta la città di Frascati il
solo che presenti case dei secoli
Xlll, XIV, e XV; nel rimanen-
te della città le case sono tutte
d' un'epoca più recente. Però fa
d' uopo ritenere che gli abitanti
del Tusculo scampati dall'eccidio
del 1191 a poco a poco si anni-
dassero sopra le rovine della men-
zionata villa antica, profittando del-
le superstiti sue sostruzioni, ed al-
zando i ripari nel secolo XIV.
Una parte del territorio tuscu-
lano fu occupata dopo tali vicen-
de da un tal Giovanni figlio di
Pierleone di Ranieri, la quale ven-
ne reclamata dal Papa Innocenzo
III circa l'anno 1210: Giovanni
ao8 FRA
non volle restituirla allegando di
averla avuta dal suo immediato pre-
decessore Celestino III; il Papa pe-
rò insistette, e lo scomunicò, onde
quegli si vide forzato a restituirla,
e cos'i venne assoluto. Questo aned-
doto riferito da uno dei biografi di
quel Papa, Bernardo Guidone, mo-
stra che nella catastrofe del Tu-
sculo le terre vennero da Celesti-
no III distribuite a diversi. Più
sotto il medesimo biografo narra,
che Innocenzo HI pose sotto la
patriarcale basilica lateranense, una
chiesa di Frascata nel territorio
lusculano, che è forse quella di s.
Maria ricordata di sopra. Non riu-
scirà discaro qui l' osservare, che
Innocenzo III era figlio di Tra-
simondo Conti, dal quale il Conte-
lori fa incominciare l'incontrasta-
bile discendenza di sì cospicua fami-
glia, imparentata coi signori del Tu-
.sculo, sebbene molti la dicano essa
medesima discendere dai conti Tu-
.sculani, come più volte già si è os-
servato. Dai discendenti di Trasi-
mondo uscirono Innocenzo III ,
Gregorio IX, Alessandro IV, ed In-
nocenzo XIII. Dai fabbricati esisten-
ti, e dal recinto vecchio pare po-
tersi dedurre che Frascati non
prendesse l'aspetto di terra mura-
ta che sul declinare del secolo XIV.
Si vuole che nel principio del se-
colo XIV gli Orsini, signori allora
di Marino, ponessero gran cura a
stabilirsi anche sul nascente Fra-
scati, e ciò si deduce non solo per
la vicinanza di Marino, ma ancora
perchè sul campanile della memora-
ta chiesa di s. Sebastiano di Frasca-
ta^ che per lungo tempo è stata la
cattedrale di questa città, e che oggi
dicesi di s. Rocco, si legge un' iscri-
zione in caratteri gotici, che dice es-
sere stato quello edificato per la sa-
FRA
Iute delle anime de' defunti, da Gio-
vanni e Giordano nomi comuni nella
potente nobilissima famiglia Orsini,
nell'aprile del iSog; e quel campa-
nile è di opera saracinesca, analoga a
quella di altre fabbriche dello stesso
tempo. Nel Diario riportato dal Mu-
ratori, Rerum ìlalic. script. t.XXIV,
si legge, che ai 6 marzo \^\Z mo-
ri Giovanni Colonna in Castro
Frascati, e fu sepolto in Palestri-
na con grande onore. Pare dun-
que che essendosi progressivamen-
te accresciute le abitazioni nell' in-
dicato luogo di Frascata, venisse
edificato un castello verso la fine
del secolo XIV, e perciò avesse il
nome di Castro. Nel secolo XV si
ha dal Campano nella vita di Pio
II Piccolomini, esaltato al pontifi-
cato nel 1 458, che quel dottissimo
Pontefice per amore delle antichità
visitò le rovine di Tusculo, come
quelle di Albano e di Tivoli, e che
concesse ad Alessandro Mirabella
suo prefetto del sagro palazzo apo-
stolico, il castello di Frascati nel
Lazio per andarvi a passare la sta-
gione estiva. Da ciò si rileva che
il castello già trovavasi in istato di
poter offrire decente abitazione, per
essere da un Pontefice concesso al
suo prefetto per farne villeggiatu-
ra, oltre la salubrità del clima, e
la deliziosa amenità del luogo. Il
E.enazzi nelle Notizie storiche de-
^li antichi vicedomini , prefetti, e
maggiordomi, a pag. ^o, nel descri-
vere quelle del Mirabelli illustre
napolitano che Pio li adottò nella
propria famiglia col suo cognome
Piccolomini, narra che lo fece se-
natore di Roma, e vicecamerlen-
go, ed insieme prefetto del sagro
palazzo, e ad altri benefizi aggiun-
se, oppidum, cui nomea Frasca-
tiim, in cnnicularis ardoris seces-
FRA
snm tribuit. Quindi il Vittorelli io
nota alle addizioni al Ciacconio, ri-
pete 1' origine e l'uso costantemen-
le osservato sino al pontificalo di
Benedetto XIII, che il governo di
Frascati fosse sempre annesso al
primario palatino uffizio del pre-
fetto poi maggiordomo del sagro
palazzo apostolico, acciocché come
villeggiatura pontifìcia fosse sotto
la giurisdizione di lai ministro, f^.
Maggiordomo, prefetto de' sagri pa-
lazzi APOSTOLICI.
11 Cannesio nella vita di Paolo II,
che nel 1 4^4 successe aPioII, dimo-
stra ehe quel Papa assegnò ai canoni-
ci regolari lateranensi da lui tanto
protetti, cento monete d' oro sul-
le rendite del castello di Frascati.
Nel pontificato di Sisto IV Fra-
scati divenne signoria del celebre
cardinale Guglielmo di Estoutevil-
le del sangue regio di Francia, ar-
ci vesco di Rouen e camerlengo di
santa Chiesa. Egli acquistò pure Ci-
sterna, Castelvetere, Genzano, e Ne-
mi, come meglio dicesi all'articolo
Genzaxo, e nobilitò Frascati con e-
difizi, erigendo presso la nomina-
ta chiesa di s. Sebastiano, almeno
nella massima parte, una rocca,
oggi palazzo vescovile e residenza
del cardinal vescovo, per cui quel-
l'edifizio in forma di castello vie-
ne detto comunemente la rocca, e
per le ragioni narrate gli sono dap-
presso le più antiche case di Fra-
scati, che nei successivi ingrandi-
menti si protrassero verso la par-
te meridionale del dorso del colle.
Indi nel i48o il cardinal d'Estou-
leville vicino alla rocca eresse una
fontana, siccome leggasi Dell' iscri-
zione tuttora esistente: questo car-
dinale mori a' 2 2 dicembre i4B3,
decano del sagro collegio. Si ap-
prende dal citato Muratori tom. IF,
VOI, xxvii.
FRA 209
p. IT, che nella guerra coi Colonne-;!
dell'anno i483, sotto il pontifica-
to di Sisto IV, Prospero Colonna
entrò in Frascati nella vigilia di
s. Giovanni, e portò via il figlio
del cardinale. Da alcuni istromeu-
ti inediti riguardanti l'eredità del
cardinal d'Estouteville , riportati
dnl Cancellieri a pag. 166 delle sue
Campane, si vedono notati i cd-
stelli da lui acquistali, e sotto il 24
gennaio i483 è notato di avere il
cardinale donato a Girolamo ed A-
goslino fratelli, i castelli di Frasca-
ti, Civita Lavinia, Geuzano, e Né-
mi, costituendo per loro tutori il
cardinal di Porto, e il cardinal di
Novara, cui incarica prendere pos-
sesso pei detti minori. Tra le bol-
le registrate negli istromenti, vi è
la bulla exemptioms Castri Fra-
scati, bulla legilimationis Hierony-
mi el Augusttni. Nel lib. 12 D'n>ers.
Cainer. 208, dell'archivio vaticano,
è registrato che Sisto IV per aiu-
tare nel i485 Ferdinando re di
Sicilia contro i turchi, vendette
Frascati a Girolamo ed Agostino
d' Estouteville, pel prezzo di otto
mila fiorini d'oro, forse di quella
parte eh' era rimasta alla Chiesa.
Giulio II nel i5o4 die in mo-
glie a Marc'Antonio Colonna, Lu-
crezia figlia di Lucchina sua so-
rella, e per dote la città di Fra-
scati, e quel tiatto di palazzo edi-
ficato a' ss. Apostoli presso quello
de' Colonnesi. Paolo 111 Farnese,
già vescovo tusculano, prima di ab-
bracciare lo stato ecclesiastico eb-
be un figlio chiamato Pier-Luigi :
a questo nel i537 diede la città
di Frascati che avea acquistato da
Lucrezia Colonna, vedova di Mar-
c'Antonio, la quale godeva la città
a titolo di dote; dipoi cedette Fra-
Scali alla camera apostolica, la ^uu'
4
7to FRA
le l'acceltò dando a lui in cambio
Castro [Fedi). Sotto il pontificato
di Paolo IH si dovette Frascati in
miglior modo stabilire, e ricingere
con solide mura. Queste però non
si estendevano al disopra della piaz-
za di s. Pietro, perciò tutte le fab-
briche che si trovano edificate ver-
so il monte, corrispondevano fuo-
ri di tale cinta. La città era cos'i
costituita dalla sola parte che sus-
siste inferiormente alla detta piaz-
za, e che corrisponde intorno alla
rocca, ed alla vecchia cattedrale di
s. Sebastiano ossia di s. Rocco. Paolo
III accordò a Frascati diversi pri-
vilegi, dichiarandolo città nel i538,
lo cinse di mura e di porte, chia-
mandolo coll'antico nome di Tu-
sculo, per cui fu detto Jusculuin-
novurrij in latino. Piacendogli ol-
tremodo il soggiorno, si recò spes-
so a diporto, massime nella villa
Rufina, edificata nel suo pontifica-
to, e perciò la più antica dell'o-
dierne ville di Frascati; e nella
medaglia che fece Paolo III conia-
re col suo ritratto, nel rovescio non
solo vi fece incidere i benefizi fatti
a Frascati, ma anche detta villa,
come si è già rimarcato. Dopo
questa villa nei secoli XVI e XVJI
furono fabbricate quelle altre che
abbiamo brevemente descritto , e
che rendono Frascati singolare e
celebre fra le città suburbane di
Roma; il perchè, e per le impor-
tanti notizie che narrammo, sia-
mo riusciti alquanto prolissi in
proporzione dell'articolo, non del-
l'argomento che sarebbe ben lun-
go a tratiare dettagliatamente pel
complesso de' suoi pregi e notizie
storiche, che tanto legame hanno
con quelle dell'alma Roma, e dei
sommi Pontefici, descritj;e egregia-
mente da molti storici.
FRA
Gregorio XIII si portò di frequente
a villeggiare a Fiascati, come pur
narrano Francesco Mucanzio, nel t.
II ydct caerem. del p. Gallico p,
191 ; ed il Cancellieri nelle Me-
morie i storiche delle sacre leste j a
pag. 36. Clemente Vili pure fre-
quentò le sue ville , come egual-
mente praticò Paolo V. Questo
Pontefice concesse a Frascati di
potere tenere nel giovedì pubblico
mercato, che nel pontificato d' In-
nocenzo XII, essendo governatoi'c
della città il suo maggiordomo mon-
signor Colonna, venne destinata la
piazza presso il palazzo vescovile
per tale uso. Intanto Frascati che
durante tutto il secolo XVI si era
ristretto allo spazio circoscritto fra
la via di Porta-Granara fino alla
piazza del Gesù, la piazza Spinet-
ta, la via Saponara, e le mura ca-
stellane odierne, sotto Paolo V e
ne' pontificali successivi durante il
secolo XVII si estese a tutta la
parte superiore, e perciò ivi la pian-
ta è molto regolare. Il duomo nuo-
vo poi, ossia la chiesa di s. Pie-
tro, è come diremo opera della
fine di quel secolo; ma tutto il
tratto eh' è fra la piazza del duo-
mo, porta Granara, e porla s. Pie-
tro, si formò principalmente verso
la metà dello stesso secolo, duran-
te il pontificato d'Innocenzo X,
quando la villeggiatura di Frasca-
ti divenne in gran voga. Onoraro-
no di loro presenza Frascati Gre-
gorio XV, Urbano Vili ed Inno-
cenzo X, il quale fu benemerito
della strada che da Roma condu-
ce a Frascati ; come ancora rin-
novò la porta di s. Pietro, per la
quale entra chi viene da Roma.
Dalla \dleggiatura di Castel Gan-
dolfo &j portò di frequente a Fra-
ncati Alessandro VII, ed .\\\\\ Pa-
F II A
pi, così Clemente XI, tulli bene-
voli colla città, alla cui magistra-
tura Clemente X concesse per mag-
gior decoro la toga come i con-
servatori di Roma, ed ascrisse mol-
te delle sue famiglie alla nobiltà
romana, ciò che dipoi fu praticato
con altre. Nel pontificato di Bene-
detto XIII il maggiordomo Camil-
lo Cibo dimise il governo di Fra-
scati, che era annesso alla carica
di maggiordomo, laonde Clemente
Xn ne affidò il governo ad un
governatore dipendente dalla con-
gregazione della sagra consulta, e
ne' successivi mutamenti entrò nel-
la categoria delle altre città dello
stato. Indi Benedetto XIV, e Cle-
mente XIII pili volte dalla villeg-
giatura di Castel Gandolfo si por-
tarono a Frascati, come si è no-
tato parlando delle ville , e vi ri-
cevettero quelle dimostrazioni di
venerazione e giubilo dagli abitanti,
che si leggono ne' Diari di Roma,
riportate dal Cancellieri nella Let-
tera al dottor Korcjf. Deve no-
tarsi che Benedetto XIV donò ai
vescovi tusculani il palazzo, eh' è il
presente episcopio, il quale prima
apparteneva al sagro palazzo apo-
stolico. Tal concessione si effettuò
nel 1759 dal successore Clemente
XIII, essendo vescovo il cardinal
Camillo Faolucci. Questo palazzo
ebbe in diverse epoche alcuni re-
stauri, e lo fu pure nel pontifica-
to di Pio VI dai fondamenti nel
1776.
Egualmente si portò a Frascati
da Castel Gandolfo Pio VII, negli
anni i8o3, i8o4, iBo5, ed in al-
tri anni; il successore Leone XII vi
fu nel 1827, ed il regnante Gre-
gorio XVI ogni anno dal i83i in
poi, recandosi a pranzo all' ere-
mo de' camaldolesi, i quali religiosi
FRA 211
suol egli ammettere alla sua mensa
in un ai primari di sua corte, e al
governatore ed al gonfaloniere di
Frascati. Prima di entrare nella cit-
tà suole il Pontefice onorare di sua
presenza gli alunni del collegio, che
sono a villeggiare nella loro villa
Montai to; e nel partire da Frascati
suol fare altrettanto con le mona-
che agostiniane. La porta della cit-
tà per la quale il Papa vi entra,
è ornata di drappi con analoghe
iscrizioni; ivi si trova il governato-
re in toga, e la magistratura civica
in abito presenta genuflesso le chia-
vi in segno di fedele sudditanza, fra
il suono della banda municipale, quel-
lo delle campane, gU evviva della
divota popolazione, e lo sparo dei
mortari. La carrozza ed il treno
pontificio si ferma innanzi alla cat-
tedrale ove il Papa è ri cevulo dal
cardinal vescovo, vestito dell'abito
cardinalizio, e dal capitolo sotto bal-
dacchino. Nell'altare maggiore è espo-
to il ss. Sacramento col quale uà
vescovo della corte comparte la be-
nedizione. Indi il Papa col cardi-
nal vescovo si porta alla contigua sa-
grestia ove ammette al bacio del
piede il capitolo, il governatore, il
gonfaloniere con gli altri della ma-
gistratura, ed altre persone eccle-
siastiche e laiche, che vogliono sod-
disfare al loro ossequio. Dopo di
che il Pontefice si porta all'episco-
pio ovvero al palazzo abitato dal
cardinal Pacca decano del sagro col-
legio quando era vivente, accom-
pagnato dal clero e magistratu-
re mentovate, venendo servito di
rinfresco, insieme al suo corteg-
gio; indi parte da Frascati, e pro-
segue la consueta gita all' eremo
de' camoldolesi, del quale parlam-
mo all' articolo Camaldolesi. Ol-
tre i citati autori, Giacomo Pina-
2 12 FRA
rolo tratta della città di Frascati,
e dell'aulico Tusculo, nel suo Trat-
tato (itile cose pile memorabili di
Roma, (li Frascati ec, Roma 1721;
e il p. Francesco Eschinardi, con
aggiunte di Ridolfino Venuti ne par-
la a p. iG-fCseg. della Descrizione di
Roma e dell'Altro romano. In quan-
to agli avanzi del Tusculo antico,
sono descritti dal eh. Nibby e piìi
ampiamente dal cav. Canina. Sul-
lo stemma poi di Frascati, dice il
Piazza eh* Ci^So si forma della glo-
riosa impresa delle chiavi incrocia-
te, insegna della Chiesa romana.
La fede cristiana fu predicala nel-
l'antico Tusculo probabilmente dai
santi apostoli Pietro e Paolo, al-
lorché bandirono il vangelo in Ro-
ma, e nei luoghi e città ad es-
sa suburbani. L'Ughelli neAVItalia
sacra tom. I, pag. 220, nel fare la
storia di questa sede vescovile, e
dei suoi vescoti, dice che gli aposto-
li slessi o i loro discepoli ed alun-
ni vi portarono la luce evangeli-
ca. Il Piazza porta opinione nel-
la sua Gerarchia cardinalizia a
pag. 257, che lo stesso principe de-
gli apostoli s. Pielro abbia promulga-
to ai tusculani gentili la vera fede,
ed osserva che a lui vennero dedicate
le maggiori chiese dell'antica e mo-
derna cattedrale, siccome una pro-
va del suo opinameato. Aggiunge
il Mattei a pag. 1 1 i delle Memorie
ixtoriche dell* antico Tusculo, che i
primitivi cristiani tusculani trasfor-
marono il tempio maggiore di Gio-
ve in una chiesa, che dedicarono
alla santa Croce del Redentore, e
perchè forse fu ivi riposta qualche
porzione della reliquia della vera
Croce gli diedero il nome di s. Ge-
rusalemme, della quale riparleremo
trattando delle chiese tusculane. In
questa chiesa il Mattei racconta che
FRA
si venerava una divota immagine
del ss. Salvatore che per pia tradi-
zione dicevasi dipinta da s. Luci,
la quale poi fu trasferita nella chie-
sa cattedrale di Tivoli, ove al pre-
sente ritrovasi, con quella iscrizione
ch'egli riporta a pag. io3, descri-
vendo quindi i templi che le deità
dei gentili aveano nell'antico Tu-
sculo. La chiesa tusculana nei pri-
mi secoli del cristianesimo ricevette
l'insigne prerogativa di essere una
delle sei sedi suburbicarie cardinali-
zie, il cui vescovo come collaterale
al romano Pontefice ufficiava per
lui nella patriarcale basilica lalc-
ranense di Roma nel venerdì d'ogni
settimana, ed allora risiedeva nel
contiguo patriarchio, come meglio
dicesi all'articolo Vescovi suburbica-
ri[F'edi]; le sedi de' quali, come que-
sta di Tusculo, sono immediatamen-
te soggette alla Sede apostolica. 11
primo vescovo di Tusculo di cui si
trova menzione , secondo 1' Ughelli
ed il Panvinio, è Marte o Marzio
vescovo tusculano nell'anno 269.
Dopo una lunga lacuna si conosce
per secondo vescovo tusculano Vi-
taliano, il quale nell'anno 680 sot-
toscrisse al dire del Coleti, annota-
tore dell' Ughelli, nel concilio di R.o-
ma alla lettera che il Papa s. Aga-
tone consegnò ai suoi legati che
mandò egli al sesto concilio ge-
nerale che in detto anno dove-
va celebrarsi a Costantinopoli. Il
terzo vescovo fu Pietro nomina-
to dal Pontefice s. Leone IV del-
r847, per la testimonianza del Ba-
ronio all'anno 8o3. JNell'anno 964
era vescovo Egidio, che il Papa Gio-
vanni XIII inviò suo legato a' polac-
chi convertiti io quel tempo alla fe-
de, nella quale li confermò.
Nell'anno io5o è registrato per
quinto vescovo il cardinal Pietro, il
FRA
primo che si trova decorato della
dignità cardinalizia. Nel io58 per
morte del Pontefice Stefano IX det-
to X avendo usurpato la cattedra
apostolica il cardinal vescovo di
Velletri de' conti Tusculani , die
prese il nome di Benedetto X, il
cardinal Pietro nascostamente partì
da Roma, per non essere costretto
ad intervenire a cotal elezione. Nel
lODp Nicolò li fece cardinal vesco-
vo tuscnlano Gilberto , che nel
1 062 ebbe a successore Pietro, e
di questo fu Giovanni fatto cardi-
nal vescovo da Alessandro IT; egli
si distinse nello zelo contro l'anti-
papa Giliberto o Clemente III, cbe
disputava la suprema dignità a s.
Gregorio VII, Dopo la sua morte
Urbano II fece cardinal vescovo tu-
scnlano Giovanni Marsicano, che sos-
tenne vigorosamente Pasquale li con-
tro le violenze dell'impero perle inve-
stiture ecclesiastiche nel concilio di
Guastalla. Nell'anno i i 1 8 lo succes-
se Divizio, cardinale; ed a questi nel
1122 Egidio francese chiamato an-
cora Gibo, fatto cardinal vescovo da
Calisto II, uomo dotto ed eloquen-
te: cadde nello scisma di Anacleto
li, ed a mediazione di s. Bernardo
ritornò all'ubbidienza del legittimo
Innocenzo li, che lo ripristinò nelle
dignità dalle quali l'aveva deposto.
Indi fu vescovo il celebratissimo,
dotto e pio cai-dinal Ugo di s. Vit-
tore sassone; e nel i ì^t. Imaro car-
dinale francese, monaco benedettino,
legato di Lucio II in Inghilterra,
morto in Cluny nel 1164: fu ama-
to e stimato da s. Bernardo, ma of-
fuscò lo splendore delle sue virtù
col seguire il partito dell'antipapa
Vittore IV, che poi abbandonò rico-
noscendo Alessandro III. Questi pro-
pose a questa sede in cardinal ve-
scovo, Ugo Pierleoni romano : va qui
FRA 2i3
notato che il Mattei a p. ì6') par-
lando dell'antipapato di Vittore IV,
dice che concorse alla sua intrusione
Giovanni uiigaro abbate di Strutnio,
e cardinale , e vescovo tusculano
secondo alcuni, divenendo anch'egli
antipapa col nome di Calisto HI. Il
medesimo Alessandro 111 nel 1178
creò vescovo e cardinale Pietro di
Pavia, poi vicario di Roma per Lu-
cio 111, Urbano HI e Gregorio Vili
sino a Clemente IH; morì nel 1 186.
Sembra che fosse vacante la sede
quando nel i 19 i seguì l'eccidio del-
l'antico Tusculo; tuttavolta nel i-zoS
Innocenzo HI creò cardinal vescovo
tusculano Nicolò romano, poi le-
gato di Onorio IH in Inghilterra,
morto nel 1219. Quel Papa gii die
in successore il cardinal Nicolò di
Chiai amonti siciliano, dell'imperiale
stirpe di Carlo Magno, non essendo
ancora, come osserva il Piazza, in-
trodotta nel sagro collegio l'ozione
o passaggio ai sei vescovati subur-
bicari, ai titoli e alle diaconie car-
dinalizie. A questo insigne cardi-
nale, che eseguì varie legazioni, ed ai
vescovi tusculani suoi successori O-
norio III, con bolla XIII kalen. de-
cembris i-ìi^jEt si de univtrsis frU'
tribusj et coepiscopìs noslrìs curam^
presso rUghelli a pag. 28 i, conces-
se per abitazione permanente in Ro-
ma, come obbligati alla residenza
presso il romano Pontefice, il pa-
lazzo o casa vescovile con la chiesa
annessa di s. Maria del Monistero,
oggi chiesa e monistero delle mo-
nache di s. Maria della Purificazio-
ne nel rione Monti. Questa chiesa
anticamente era stala insigne abbazia
dei monaci benedettini o basiliani,
il cui abbate assisteva il Papa quan-
do celebrava solennemente, e poi da
Martino V fu data ai monaci girola-
mini di s. Pietro in Vincoli, la
questo luogo per lungo tempo fe-
cero residenza i vescovi tusculani,
cioè da Onorio III a Martino V.
Al cardinal Chiaramonti Grego-
rio IX die in successore nel 1228
il cardinal Giacomo di Vitriaco in-
signe predicatore, zelante contro gli
albigesi, e nelle crociate, dotto, mo-
ri santamente nel I244- Innocenzo
IV allora fece vescovo e cardinale
Ottone di Castel Ridolfo, ossia Odo-
ne di Chateauroux della diocesi di
Bourges, legato a s. Luigi IX che
determinò alla crociata; la cui santa
cappella di Parigi coU'intervento di
venti vescovi consagrò: mori in Civi-
tavecchia nel 1273, secondo il Piaz-
za, altri con l'Ughelli dicono in Or-
vieto. Gregorio X nominò cardinal
vescovo Pietro di Lisbona arcivesco-
vo di Braga e suo archiatro, il qua-
le a' i5 settembre 1276 fu eletto
Papa col nome di Giovanni XXI,
ed è il primo cardinal vescovo tu-
sculano elevato al sommo pontifi-
cato. A'25 novembre 1277 divenne
Papa Nicolò III, il quale pose nella
sede tusculana il cardinal Ordoneo
o Odone ossia Ordonio Alurtz di
Lisbona arcivescovo di Braga, che
ebbe in successori, nel 1285 il car-
dinal Giovanni Boccamati o Bocca-
mazza patrizio romano, sotto del
quale la residenza pontificia fu
trasferita io Avignone; nel 1 809 il
cardinal Berengario PVedol francese;
nel i3i2 il cardinal fr, Bertran-
do Augerio della Torre francese, dei
minori; nel 1827 il cardinale Anni-
baldi da Ceccano; nel i338 il cardi-
nal Guglielmo de Court, cistcrciense
francese, nipote di Benedetto XII;
nel i36i il cardinal Kicola Capoc-
ci nobile romano; nel i368 il car-
dinal Egidio Aiscelin o Aysellin
francese, che quando nel 1877
Gregorio XI riportò la residenza
FIIA
pontificia in Roma volle restare in
Avignone. Nell'anno seguente essen-
do insorto contro Urbano VI l'an-
tipapa Clemente VII, questi essen-
dosi portato a stabilirsi in Avignone,
nel 1379 ^^'^ morte del cardinal
Bgidio fece vescovo tusculano Gio-
vanni de la Grange benedettino
francese, che Gregorio XI avea fat-
to cardinale, siccome suo partitante,
che mori nel 1402. Ma Urbano
VI nel 1878^ o meglio il succes-
sore Bonifacio IX, nel 1391, fece ve-
scovo tusculano il cardinal Pileo de
Prata di Concordia. A questi lo stes-
so Bonifacio IX nel i4o3 fece suc-
cedere il cardinal Enrico Minutolo
napoletano. Intanto a Bonifacio IX
succedettero Innocenzo VII, e Gre-
gorio XII Corraro veneziano, men-
tre lo scisma sostenevasi dall'antipa-
pa Benedetto XIII, eletto dopo la
morte del falso Pontefice Clemen-
te VII. A terminar lo scisma i car-
dinali dei collegi di Gregorio XII,
e di Benedetto XIII nel 14^9 si
adunarono in concilio a Pisa, ove
intervenne il cardinal Minutolo ve-
scovo tusculano , e Pietro Girar-
do francese anticardinale di Bene-
detto XIII, e per lui sino dal i4o2
vescovo tusculano. Nel concilio fu
deposto Gregorio XII ed in vece
eletto Alessandro V: questi rico-
nobbe per veri cardinali quelli che
avevano abbandonato l'antipapa, fra i
quali il Girard. Siccome poi nei due
collegi alcuni avevano il vescovato
suburbicario, il titolo e la diaconia
che altri possedevano, ebbero ori-
gine le ozioni dei vescovati , tito-
li, e diaconie vacanti. Cos^i essen-
do vacante la sede suburbicaria
di Sabina 1' otto ed ottenne il
cardinal Minutolo , restando ve-
scovo tusculano il cardinal Gi-
rard , che morì in Avignone nel-
FRA
l'anno i4'7j benché peiiiteniicre
maggiore.
Continuando Gregorio XII a ri-
guardarsi per Papa, ed il simile fa-
cendo Benedetto XIII , alla morte
di Alessandro V, gli fu dato nel
i4io a successore il cardinal Bal-
dassare Cossa napolitano. A ter-
minare il funestissimo scisma fu
adunato il gran concilio di Costan-
za, ove Gregoiio XII avendo ge-
nerosamente rinunziato, fu fatto
cardinal decano del sagro collegio,
legato del Piceno, e vescovo subur-
bicario di Porto, che l'Ughelli di-
ce tusculano : Giovanni XXIII fu
deposto, l'antipapa Benedetto Xlll
scomunicato, ed eletto Martino V.
Essendo moi to nel medesimo an-
no i4'7 il cardinal Angelo Coi-
raro in Recanati, già Gregorio XII,
e dimorando nel i4'9 Martino V
in Firenze, ivi si portò a gittarsi
a' suoi piedi Baldassare Cossa, già
Giovanni XXIIl. Il pacifico Mar-
tino V lo perdonò, il creò cardi-
nal decano del sagro collegio , e
vescovo tusculano , concedendogli
sedia più eminente degli altri car-
dinali : de' quali onori poco il cai -
dinaie fruì, morendo dopo pochi
mesi in Firenze. Le sede luscula-
na resto vacante, finché Eugenio
IV nel i43i vi nominò il cardi-
nal Antonio Panciarini o Panciera
di Portogruaro, che mori nell'istes-
so anno; fu rimpiazzata nel i436,
quando il greco cardinal Ugo di
Lusignano fratello dei re di Cipro,
lasciata la chiesa suburbicaria di
Palestrina, otto alla tusculana. Que-
sto cardinale per la parentela che
avea colla casa di Savoia, allorché
nel 14^9 fu dal conciliabolo di
Basilea eletto in antipapa Ame-
deo di Savoia, che prese il no-
me di Felice V , miseramente ne
FRA ai5
5>egu'i le parti , e mori sotto la
sua ubbidienza nell' anno i442-
Allora Eugenio IV gli die per suc-
cessore il cardinal Lodovico di Lu-
xemburgo Ligny francese, che ter-
minò di vivere nell' istesso anno;
onde il Papa elesse nel i444 '^
sua vece, il celebre cardinal Giu-
liano Cesarini romano, morto nel
seguente anno. Nicolò \ nel i449
onorò questa sede col trasferire da
quella pur suburbicaria di Sabina
il dottissimo e celeberrimo greco
Bessarione già monaco basiliano ,
che morì nel i473. Alle biografìe
de' cardinali di questo medesimo
Dizionario sono riportate non solo
le notizie di quelli che occuparono
la sede tusculana o di Frascati ,
ma anche quelle cose principali ,
che possono riguardare la città e
diocesi di Frascati.
Sisto IV dal vescovato di Sabi-
na trasferì nel tusculano nel 147^
il cardinal Latino Orsini, il quale
ebbe i seguenti successori tutti car-
dinali. Giacomo Ammannati luc-
chese, detto il Papiense; fu fatto
vescovo nel i477> ^ morì nel i479
in cui gli successe Ballista Zeno
veneziano, nipote di Paolo II. In
sua morte nel 1 5o i dalla sede sub-
urbicaria di Albano, Alessandro VI
traslocò a questa Giorgio Costa
portoghese, che passando nel i5o3
a quella pur suburbicaria di Por-
to e s. RutKna, gli successe Loren-
zo Cibo vescovo di Albano. Indi
ne furono vescovi, nel i5o3 stesso
Antonio Pallavicini, poi vescovo di
Porto, e Gio. Antonio Sangiorgi
piacentino; nel i5o7 Bernardino
Carvajal spagnuolo vescovo di Al-
bano, poi di Palestrina; nel i5o9
Guglielmo Brissonnet francese, indi
Domenico Grimani veneziano, ve-
scovo d'Albano, poi di Porto ; Fi-
2i6 FRA
lippo di Luxernlnu^o liancese nel
i5i8, ma morendo nell'anno se-
guente, gli successe Alessandi-o Far-
uese l'ornano, che nel i523 diven-
ne vescovo di Palestrina , e nel
1 534 Pontefice col nome di Paolo
in. Dopo di lui fu vescovo Anto-
nio delMonle, traslocato da Alba-
no, e poi Francesco Guglielmo de
Ciermont francese nel 1 524- Nel
i54i lo divenne Marino Grimani
yeneto, poi vescovo di Porto ; nel
1543 Filippo de la Cliambre sa-
voiardo. iN'el i55o Gio. Pietro Ca-
rafa napolitano fu da Giulio III
fatto vescovo tusculano, nel i553
passò alla sede di Porto , e nel
ì555 alla romana col nome di
Paolo IV. iXel detto anno i553
il vescovo d'Albano Giovanni Bel-
l.iy passò ad esserlo di Frascati,
poi di Porto; nel medesimo anno
i553 Rodolfo Pio di Carpi fu no-
minato vescovo, indi passò a Por-
lo. Nel i555 fu vescovo fr. Gio-
vanni Alvarez di Toledo spagnuo-
lo, già di Albano; mori nel 155^,
e gli successe Francesco Pisani ve-
scovo di Albano, poi di Porto. Nel
i562 dalla sede di Palestrina pas-
sò a questa Federico Cesi, indi di
Porto; altrettanto nel i564 av-
venne a Giovanni Moroni. Nel
i565 da vescovo di Sabina passò
ad esserlo di Frascati poi di Por-
to, Alessandro Farnese romano;
altrettanto si deve dire di Giaco-
mo Savelli romano del iSyS. Gio.
Antonio Serbelloni milanese vesco-
vo di Palestrina, nel i583 lo di-
venne di Frascati, e ne fu bene-
merentissimo, poscia di Porto. Nel
iSSj fu fatto vescovo Alfonso Ge-
sualdo già di Albano, poi di Por-
to. ]\on deve recare meraviglia i
frequenti passaggi, giacché vacando
i vescovati di l'orto e di Ostia,
FRA
che sogliono tenersi dai sotto-dfl-
cani e decani del sagro collegio ,
essendo per lo più i piìi vecchi
cardinali, talvolta non souq rare le
loro morti ; ora non riporteremo
più i passaggi , parlandosene alle
rispettive Liografie.
Seguono gli altri cardinali ve-
scovi tusculini : nel «587 Innicq
Davalos; nel i jg i ^folomeo Gal-
li ; nel 1 600 Lodovico Madrucci ;
nel 1 60 1 Girolamo Simoncelli ;
nel i6o'i Domenico Pinelli ; nel
160Ò1 Antonio Maria Galli; nel
1608 Mariano Pierbenedetti ; ne(
i6i I Evangelista Pallolta ; nel 1620,
Francesco Sforza; nel 1624 Odoar-
do Farnese; nel 1G26 Gio. Batti-
sta Deti ; nel i6:?6 Bonifacio Be-,
vilacqua ; nel 1627 Andrea Peret-
ti ; nel 1629 Gio. Garzia IMellini ;
neir istesso anno Marcello Lante ,
e Giulio Savelli; nel 1 644 Griu-
liq R.oma ; nel 164^ Carlo de Me-
dici; nel i6ti2 Bernardino Spada;
neir istesso anno Giulio Sacchetti ;
nel i65ti Antonio Barberini; nel
1661 Girolamo Colonna; nel 1666,
Gio. Battista Palletta; nel 1668
Francesco Maria Brancacci ; nel
1671 Ulderico Carpegna; nel 167V
Virginio Orsini; nel 1676 Carlo,
Rossetti; nel 1680 Alderano (^i-
bq; nel i683 Pietro Ottoboni, pas-
sato poi nel 1687 a vescovo di
Porto, e nel 1689 Pontefice A-
lessandro Vili; nel 1687 Giaco-
mo f\-anzoni; nel 1693 Niccola
Acciajoli ; nel 1700 Vincenzq Ma-
ria Orsini, poi nel 171 5 vescovo
di Porto e s. Ruffina, e nel i 724
Papa Benedetto Xlll; nel I7i5
Sebastianq Tanara; nel 1721 Fran-
cesco Giudice; nel 1720 Lorenzo
Corsini che da questa sede passò
alla cattedra di s. Pietro nel i73o
col nome di Clemente XI l ; nel
FRA
1730 Piplfo Oltoboiii ; nel i73t.
Pietro Maicellino CoiTadiiii ; nel
1743 Giiiit'ppe AccoiMmb(jiii j che
mori a' 21 marzo I747- Allora
lienedetto XIV eslipse le contro-
versie sulla giinisdizione ecclesia-
stica tra il cardinal vescovo di Fra-
scati, e l'abbate commendatario del-
l'abbazia di Grottaferrata, median-
Ip la bolla Inter malia, emanata
a' 4 aprile 17475 presso il Bull.
Mdgn. tom. X\ If, png. 157. Di-
phiarò Benedetto XIV con questa
bolla che il vescovo tusculano non
pveva giurisdizione glctma sul di-
ritto temporale e baronale dell'ab-
bazia, quale spettava al commen-
datario; che il moiiistero e i mo-
naci erano esenti dal detto vesco-
vo; che 1^ cura delle anime ap-
parteneva alla parrocchia del mo-
nislero ; ma che la giurisdizione
spirituale del territorio, sul clero
e sul popolo spettava al vescovo
tusculano. V. l'opuscolo di Vitto-
rio Martini \\\\.\\.u\aio:AllaSatili(à
(lì Benedelto XIV, per V abbazia
di Groltaf errata, e la chiesa VRr
scovile di Frascati, Roma 1746.
Come pure l'opuscolo di Gabriele
Serianni, che porta per titolo: All(t
Santità di Benedetto XI F. Ristretto
di replica di fatto e di ragioni per
l'abbazia di Grottaferrata e Fra^
scati , Roma '747- In questo s]
esamina se Grottaferrata sia ISul-
lias, come presumeva il cardinal
Guadagni abbate commendatai'io ,
oppure fòrmi porzione della dio-
cesi di Frascati, come intendeva il
cardinal vescovo Accoramboni.
Composte da Benedetto XIV |e
questioni indicale, nel concistoro
?ie' IO api ile '747 trasferì dalla
cjtiesa di Sabina alla tusculana il
cardinal Vincenzo Bichi , il quale
pbbe i seguenti successori. Nel 1750
FRA ^17
il cardinal fr. Gio. Antonio Gua-
dagni già carmelitano scalzo; nel
1756 il cardinal Carlo ìMaria Sa-
gripanti ; nel 175S il cardinal Ca-
millo Paolucci; e nel concistoro dei
i3 luglio 17G1 Clemente XUI pro-
mosse a questa sede il serenissioio
cardinal Enrico Benedetto Maria
Clemente denominato duca di Yorck,
ultimo rampollo dei re d' Inghil-
terra della casa Stuart. Quel Pon-
tefice avea consagrato il cardinale
ili arcivescovo di Corinto in par-
tibus sino dal lyóS. Questo am-
plissimo cardinale beneficò Frascati
e la diocesi con ogni maniera di
munificenza, lasciando vari monu-
menti del suo animo generoso, e
dell'amore che portava alla sua
chiesa tusculanEj. JNel 1764 celebrò,
il sinodo diocesano, che col titolo d^
Synodus Tusculanus, e per cura
del gesuita p. Gasparo Stefanucci
fu pubblicato in R.oma con le stam-
pe nel 1764; ne celebrò altro nel
1777, e si ha stampato in Roma
\i\ tale anno. Indi nella chiesa
cattedrale di Frascati il suddet-
to cardinale nel 179^ consagrò ar-
civescovo di Tiro m partibus,mon-
signor Annibale della Genga, che
Pio VI inviò nunzio apostolico in
Colonia, e poi divenne Papa col
nome di Lqone XII, Piacendogli
al cardinale Yorck il sos;giorno
di Frascati , ed il suo seggio ve-
scovile , gran parte dell'anno vi
faceva residenza ; né volle passa-
re alla chiesa vescovile di Por-
to e s. Ruffina, quando divenne
sotto-decano del sagi-o collegio. Di-
venuto poi nel i8o3 decano del
medesimo sagro collegio, nel con-
cistoro de' 26 settembre demise la
chiesa tusculana , e da Pio VII
consegui quella di Ostia e Velie-
tri. Allora il Pap,4 promosse al ve-
2i8 FR/V
scovato di Frascati il cardinal Giu-
seppe Doiia Pamphily, che ne go-
vernò la clìiesa sino a' 26 settem-
l)re i8i4> in cui venendo da Pio
VII trasferito a quella di Porto e
s. Ruffina, fu fatto vescovo tuscu-
lano il cardinal Giulio Maria della
Somaglia, nel concistoro tenuto da
quel Papa. Dipoi Pio VII nel con-
cistoro de' 2 1 dicembre 18 18 fece
vescovo il cardinal Bartolomeo Parca
da ultimo morto decano del sagro
collegio : e in quello de' i3 agosto
1821 gli sostituì il cardinale Fran-
cesco Saverio Castiglioui, che ila
questa sede fu esaltato al pontifi-
cato a' 3i marzo 1829, prenden-
do il nome di Pio Vili. Questi
nel concistoro de' r8 maggio del
medesimo anno , dichiarò vescovo
di Frascati il cardinale Emmanue-
le de Gregorio, il quale dal re-
gnante Giegorio XVI venendo fras-
jato alle chiese di Porto , s. Ruf-
fina e Civitavecchia, nel concisto-
ro de' 2 ottobre 1837 vi sostituì
il cardinal Lodovico Micara , del-
l'ordine de' minori cappuccini, na-
to in Frascati, con gran giubilo dei
concittadini, per vedere sulla loro
sede vescovile un personaggio che
aveva tanto illustrato la comune
patria. Questo cardinal vescovo, fin-
ché governò questa chiesa, non so-
lo faceva l'ordinaria sua residenza
in Fi-ascali, e ne fungeva provvi-
damente il governo con zelo e sol-
lecitudine pastorale; ma è grande-
mente benemerito di esso, per a-
vere rifabbricato l'ospedale ed ac-
cresciute le rendite; stabilito con
ragguardevoli somme il monte di
pietà, giacché quello ch'esisteva ai
tempi del Piazza non vi era più;
e dato miglior ordine allo stu-
dio ed al regoldmento del semi-
nario , la cui erezione primaria
FRA
si deve al cardinal vescovo Giulio
Sacchetti.
Oltre a ciò essendo nel decorso
anno, per morte del cardinal Pe-
dicini vacata la sede vescovile di
Porto, s. Piufllna e Civitavecchia,
il cardinal JMicara al passaggio di
essa preferì rimanere nell'amata
sua sede tusculana, divenendo pe-
rò de jure sotto-decano del sagro
collegio, e prefetto della sagra con-
gregazione de' riti per benignità
del Pontefice. Egli è pure protet-
tore della città di Frascati, e del
conservatorio Pio. Finalmente per
la morte del cardinal Pacca essen-
do il cardinal Micara divenuto deca-
no del sagro collegio, il Papa che re-
gna lo ha dichiarato prefetto della
sagra congregazione cerimoniale, e
nel concistoro de' 17 giugno 1 844
Iraslatato alle sedi suburbicarie di
Ostia e Velletri, e perciò fatto le-
gato apostolico di Velletri, e sua
provincia. Inoltre nel medesimo
concistoro il Pontefice preconizzò
in vescovo di Frascati il cardinal
Mario Mattei di Pergola, arciprete
della patriarcale basilica vaticana ,
segretario per gli affari di stato
interni, e visitatore apostolico nello
spirituale e temporale dell' abbazia
e monisteio dell'ordine basiliano di
Grotlaferrata. La serie de' vesco-
vi tusculani , è riportata crono-
logicamente nell'appendice al Sy-
nodus Tusculnnus del 1764, e dal-
rUghelli neW Italia sacra, poten-
do servire di continuazione le an-
nuali Notizie di Roma. In una
delle sale dell'episcopio vi sono di-
pinti alle pareti i ritratti dei ve-
scovi tusculani, disposti per ordine
cronologico. .
La cattedrale di Frascati è de-
dicata a Dio, ed in onore del prin-
cipe degli apostoli s. Pietro edifi-
FRA
cala a spese del comune, con no-
bile e maestosa architettura di Car-
lo Fontana. Essa è costrutta di
pietra tusculana, ossia sperone, ch'è
un tufo vulcanico piìi compatto del
tufo romano, e più atto ai lavori
d' architettura. Il suo prospetto
esterno è decorato da due alte ed
eguali torri campanarie, edificate
lateralmente, che mostrano al pub-
blico due orologi che segnano le
ore, uno col metodo italiano, l'al-
tro con quello francese. Sulla ci-
ma vi sono quattro proporzionati
candelabri che sostengono altret-
tanti fanali. Ai fianchi dell'ingres-
so e in alto si vedono le statue dei
.ss. principi degli apostoli Pietro e
Paolo, e più sotto quelle dei ss.
Bocco e Sebastiano, non che quelle
de' ss. Filippo e Giacomo apostoli
protettori della città. Sulla princi-
pale porta d'ingresso in bassori-
lievo è rappresentt-tto il Redentore,
che rivolto a san Pietro sembra
dirgli : modicae Jìdti quare diibi-
tasli. Abbelliscono inoltre questa
facciata otto colonne della detta
pietra tusculana, e nell'attico a
grandi lettere si legge : iv honorem
«. PETRr apostoli s. p. q. t. Nel
Iregio è notato come questa catte-
drale, sostituita a quella di san
Rocco, fu cominciata nel pontifi-
cato d' Innocenzo XII, e termina-
ta sotto Clemente XI l'anno san-
to dell'uni versai giubileo del 1700.
E sul detto bassorilievo si legge il
nome di carolo columxa guber.
(Questo è Carlo Colonna romano,
maggiordomo de' Pontefici Inno-
cenzo XII, e Clemente XI, e per-
ciò governatore di Frascati : il se-
condo lo creò cardinale nel 1706.
L'interno della chiesa è diviso in
Ire navi; l'altare maggiore fu con-
sagrato nel 1680 dal cardinal Al-
FRA 219
derano Cibo vescovo di Frascati,
al dire del Piazza, il quale aggiun-
ge che ivi nella tribuna è effigiato
in marmo, con figure al naturale,
il Salvatore che consegna a s. Pie-
tro le chiavi, simbolo della sua su-
prema pontificia potestà. Questo
altare però fu dedicato nel 1708,
e d'allora in poi questa chiesa ser-
vì di cattedrale. Una lapide a si-
nistra della porla maggiore, dichia-
ra essere stalo ivi sepolto Carlo
OJoardo figlio di Giacomo III re
cattolico d'Inghilterra, morto a' 3 i
gennaio 1788: questi è il celebre
principe Carlo Stuart , conosciuto
sotto il nome di pretendente d'In-
ghilterra ; e la lapide fu posta da
Enrico cardinal duca di Yorck suo
fratello. La lapide ricordata era
prima a sinistra dell'altare mag-
giore, ma essendo stata dal bene-
merito vescovo cardinal Micara fab-
bricala una cappella in onore di
Maria santissima Addolorata (la cui
immagine che ivi si venera apri
gli occhi, ed è stata coronata dal
vescovo cardinal Somaglia) che ser-
visse ad uso di coro d' inverno: fu
in quel luogo aperta la porta del-
la cappella per non togliere la sini-
rnelria della fabbrica interna della
chiesa, e la lapide trasportata al
detto luogo. Dice il Piazza, che in
uno dei sette altari della cattedra-
le si venera un'antichissima e mi-
racolosa immagine della beata Ver-
gine, con tradizione che sia dipin-
ta da s. Luca, per cui quando il
Domenichino dovette restaurarla ,
lo fece con venerazione e riveren-
za. E pure tradizione che tale im-
magine si rinvenne da un frasca-
tano in un nionistero non molto
lungi dalla città , che per essere
esposto ai ladionecci era stalo ab-
bandonato dai monaci di Grotta-
12^ FRA
fienaia, onde con solonne proces-
sione fu portata in città. Nella cat-
tedrale vi è il battisterio, molte
sagre reliquie e preziose suppellet-
tili sagre, nella maggior parte do-
nate dai cardinali vescovi; e nella
cappella del ss. Crocefisso vi è la
confraternita del ss. Sagramento, il
quale ivi si venera nel taberna-
colo.
Dopo la dislmzione dell' antico
Tusculo, risiedettero i vescovi nei
sobborghi edificati al modo che di-
cemmo, nel sito dell'odierno Fra-
scati. Cresciuta la popolazione si
eresse un tempio bellissimo, ador-
nato successivamente dai cardinali
vescovi, e dedicato a Maria Ver-
gine del Vivario, al presente s. Roc-
co, detto ancora il duomo vecchio,
e di cui riparleremo. Fu di nuovo
questa chiesa eretta in cattedrale
l'anno iSSy dal Papa Paolo III,
già stato suo vescovo, con la par-
rocchia annessa, dichiarando Fra-
.scati città, ed immediatamente sog-
getta alla Sede apostolica, com'era-
no tutte le altre chiese suburbica-
rie cardinalizie. Indi Paolo III isti-
tuì la dignità dell'arciprete, con
quattro canonici e due beneficiati,
co' quali formò il capitolo. Ma sem-
brando a Sisto V questo clero trop-
po ristretto pel servigio ed ufììcif?-
tura d'una chiesa cattedrale, cori
la bolla : Dudum si quìdeni, ema-
nata nel i586, e riportata dall'U-
ghelli, confermando le provvidenze
e concessioni di Paolo III, gli ac-
cordò altre grazie e provvisioni.
Siccome non era stata assegnata la
dote suflìciente pel mai)tenimenlo
dell'arciprete e prebende canonica-
li, perchè prima di stabilirle era
slato colpito dalla morte Paolo IH,
ad istanza del di lui nipote cardi-
nal Alessandro Farnese vescovo di
FRA
Frascati, Sisto V assegnò per con-
gruo mantenimento del capitolo
cento scudi sulle rendite camerali
dell' istossa città, ed altri cento per
la massa residenziale, sopra una
pensione imposta sulla mensa ve-
scovile. Indi accrebbe il capitolo di
due altri canonicati con le loi'o
prebende, uno de* quali canonici, e-
letto dal capitolo, dovesse essere coa-
diutore in perpetuo nella cura di
anime all'arciprete prima dignità ,
ed a cui spetta principalmente il
governo parrocchiale della cura an-
nessa alla cattedrale, ciò che tut-
tora si osserva. Al presente il ca-
pitolo si compone delle dignità d'ar-
ciprete, di arcidiacono, e di piimi-
cerio , di diciasette canonici com-
prese le prebende del teologo e
del penitenziere, di otto beneficiati,
e di altri preti e chierici addetti
al servigio divino. Il Papa Paolo
III forse concesse per distintivo ai
canonici l'uso della mozzetta pao-
nazza e del rocchetto, dappoiché
quando egli 1' istituì nel iJSy ve-
stirono di tali onorifiche insegne.
Nella città oltre la cattedrale av-
vi altra chiesa parrocchiale, ma
senza il sagro fonte. Vi sono i ri-
foi'mati, i cappuccini, i teatini, gli
scolopi, i camaldolesi, ed il moni-
stero di s. Flavia Domitilla con le
monache che professano la regola
di s. Agostino. Quattro sono le
confraternite, oltre altri luoghi pii,
come le così dette monachelle per
r istruzione delle fanciulle , deno-
minandosi le confraternite: i.'' del
Gonfalone; i' del ss. Sagramento;
3.'* di s. Giuseppe Calasanzio, la
quale è arciconfraternita, e dicesi
anche delle scuole pie ; 4-' della
morte. 11 cardinal Sfondrati fondò
in Frascati ed in parte dotò la pia
casa del rifugio, per sicuro ricq-
FRA
Tero delle zitelle che potevano pe-
ricolare: alle maeitre pie è aflìda-
!a l'educazione ed istruzione delle
povere orfane, iti pubblica scuola.
Ove stava il seminario eravi prima
la pia casa degli orfani: l' edifìzio
del seminario fu edificato nel 1701,
come ricavasi da una iscrizione ivi
esistente, mentre da altra del 1770
del cardinal Yorck sono indicate
le sue beneficenze verso il medesi-
mo. Innanzi di parlare delle altre
chiese di Frascati, coll'autorilà del
Mattei , daremo prima un cenno
della prima chiesa tusculana, de-
dicata al ss. Salvatore ed alla sua
Croce, cui fu imposto il nome di
s. Gerusalemme, come si è detto
superiormente. JNei tempi antichi
questa chiesa fu ofliciata dai mo-
naci benedettini di Monte Cassino,
a' quali V avea donata con alti-e
chiese e nionisteri, esistenti dentro
e fuori del Tusculo, verso l' anno
io5o Gregorio II conte tusculano,
come si ha da Pietro diacono ,
cioè : " Monaslerium s. Angeli de
" Algido territorio Tusculano, ec-
« desia s. Petri in Pelago, s. Fé-
M licitatis, s. Luciae, s. Antonini in
« Monte Porculo territorio Tuscu-
« laiio, monasterinm s. Agalhae
>' sublus civitate Tusculana, ec-
" desia s. Salvatoris in eadem ci-
" Titate Tusculana, ecclesia s. Ma-
" riae cognomento ad Vineas ler-
" ritorio Tusculanensi. Has omnes
" Gregorius consul romanorum bea-
» to Benedicto obtulit, juxla teno-
« rem, qui in chartula oblationis
« conlinetur ". Benché il conte
Gregorio II, e il suo figlio Tolo-
meo I confermassero dipoi ai be-
nedettini tali donazioni , tuttavolta
Pietro Conti fratello di Gregorio
II ne turbò loro il possesso. I mo-
naci benedettini litenaeio le no-
FRA i2t
minate chiese e monisteri per mol-
ti anni, come consta dalle confer-
me de' Papi Calisto II ed linio-
ceozo II, ed è probabile che du-
rasse il possesso fino alla distru-
zione del Tusculo. Nella chiesa di
s. Agata veneravasi un'immagine
della Madre di Dio, colla pia tra-
dizione che sia dipinta da s. Luca,
la quale nel 1187 sotto Gregorio
Vili, ovvero nel 1100 sotto Gregorio
IX, fu trasportata nella chiesa di
Grottaferrata , e restituita cosi ai
monaci basiliani, i quali prima dei
benedettini e fino dall' anno 38o
possedevano la chiesa e monistero
di s. Ai'ata, conservando in essa
fra molte altre insigni reliquie , il
cappuccio del loro patriarca s. Ba-
silio, e poscia dai benedettini trasfe-
rito a s. Scolastica di Subiaco : il
cappuccio fu mandato dalla Cap-
padocia da s. Gregorio Nazianze-
no, a Giovanni monaco greco ed
abbate di detto monistero , poco
dopo la morte del santo, secondo
il racconto del Mattei. Questi pe-
rò fa osservare non potersi com-
prendere come nell'anno 38o Gio-
vanni monaco greco potesse essere
abbate nel monislero di Grottafer*
rata, quando si ha che nel 100 5
Gregorio I conte tusculano donas-
se a s. Nilo primo abbate e fon-
datore del monistero di Grottafer-
rata, e che dopo essere partito da
Serpari in Gaeta allora abitava il
monistero di s. Agata, il sito in
Grolfaferrata per fabbricarvi la chie-
sa. Aggiunge il Mattei che il San-
torio colloca la chiesa di s. Agata
dov'è ora Grottaferrata, e non pres-
so il Tusculo, mentre s. Bartolo-
meo abbate e discepolo di s. Nifo
pone la chiesa di s. Agata altrove,
ed in sito lungi tre miglia da Grot-
taferrata, nella vita che descrive
7.1'i FRA
de! sniito. lii questa s. Bartolomeo
nana pure, come s. JSilo essendo
venuto a morte nel monistero di
s. Agata, prima che fosse tei mina-
ta la fabbrica di Grottafcrrata, i
monaci che convivevano con lui ,
ne trasferirono il corpo alla nuo-
va chiesa secondo la sua disposi-
zione. Nel monistero di Grottafcr-
rata si ritirarono ancora tutti i
monaci greci che a quell'epoca a-
Litavano nel Lazio e nella Cam-
pagna, abbandonando perciò i mo-
nisteri di Serpari , e di s. Agata
nel Tusculano, per cui il conte
Gregorio li donò questo ultimo ai
benedettini. Fin qui il Mattei , il
quale inoltre avverte, che tre al-
tre chiese furono nel territorio del
Tusculo, cioè la chiesa e moniste-
ro di s. Benedetto, grangia di Grot-
tafcrrata, di cui ne fa memoria
Gregorio IX in una bolla del laSS;
la chiesa di s. Leonardo, e quella
di s. Silvestjo, ambedue da Inno-
cenzo III donate all'arcispedale di
s. Spirito di Roma, cui le confer-
mò Bonifacio Vili.
S. ]\Iarìn. del Vù>arìo, ossia s.
Rocco e s. Sebastiano. Questa chie-
sa è chiamata il duomo vecchio,
perchè era l'antica cattedrale, ter-
minando di esserlo all'apertura del-
la nuova. Di sopra si è detto del-
le preesistenti chiese di s. I\laria,
e di s. Sebastiano, e che nella se-
conda dopo distrutto il Tuscolo si
trasferii in certo modo la sede tu-
sculana, divenendo chiesa matrice
del nuovo Tusculo o Frascati. Fu
detta s. Maria del Vivario, per
un'antica divota immagine che ivi
si venera di Maria santissima pri-
maria tutelare di Frascati, e per-
chè è tradizione comprovata dalla
denominazione, che in quel luogo
stesso esistesse uu grande vivario
FRA
o peschiera che volgarmente si at-
tribuiva a Lucullo, ma sembra
piuttosto essere appartenuta ad al-
tra V'Ha. La chiesa è parrocchiale,
con un cappellano coadiutore del-
l'arciprete della cattedrale per la
cura delle anime: il mantenimento
della chiesa spetta alla città. Ha
quattro altari, e nel maggiore vi
è eretta una compagnia del ss. Sa-
gramento, della stessa istituzione
di quella della cattedrale. Ivi cele-
brò Paolo III quando eresse que-
sta chiesa in cattedrale; nella cap-
pella dei ss. Ambrogio e Carlo vi
fu eretta una compagnia. Nell'alta-
re maggiore vi è il quadro del-
l' Assunta ; a cornu evangeli , evvi
l'altare della ss. Vergine detto di
s. Maria del Vivario, di juspatro-
nato della confraternita del Gon-
falone; a cornu epistolae è l'altare
del ss. Crocefisso, di juspalronalo
della confraternita del ss. Sagra-
re ento nominata di sopra; ed a
sinistra di chi entra vi è l'altare
dedicato ai ss. Sebastiano e R.occo
compatroni della città, il quale vie-
ne mantenuto con decoro. Le im-
magini de' ss. Sebastiano e Rocco
dipinte a fresco, avendole il cardi-
nal Micara in s. visita trovate dal-
l'umidità danneggiate, ed in peri-
colo di quasi perderle, ordinò che
fossero staccate dal muro con quel
metodo con cui furono staccati gli
affreschi del Parnaso nella villa
Belvedere, e fossero intelarate, ri-
toccate un poco, e colà collocate
di nuovo in modo che non potes-
sero più oltre soffrire dall'umidità.
Il comune fece eseguire il lavoro,
e riuscì felicemente. In questa chie-
sa evvi un campanile, che ricor-
da r antica origine sua. Inoltre è
a sapersi che nel 1660 il 20 giu-
gno venne eretta una compagnia
F R A
di venliquallro de' principali cit-
ladiiii per assistere alla custodia
delle immagini di s. Rocco e di
s. Sebastiano , deli' altare e della
manutenzione : qui noteremo che
ìd tempo della pestilenza che di-
remo i detti santi furono presi
dai frascatani per protettori, aven-
do già per tali i ss. apostoli Fi-
lippo e Giacomo; per cui ne ce-
lebrano la festa nel di primo di
maggio. Questo giorno dai tuscu-
lani gentili era consagrato in onore
di Castore e Polluce, che avevano
un tempio, e si facevano in tal
giorno solenni feste. Nel pontifi-
cato di Alessandro VII , e nella
fiera pestilenza dell'anno i656, a'i8
giugno, in questa chiesa prodigio-
samente apparvero nelle pareti le
immagini de' ss. Sebastiano e Roc-
co, il qual miracolo promosse nel
popolo la più. fervorosa divozione,
e meritò di ottenere da Dio per
r intercessione di tali santi la pre-
servazione dalla peste , grazia cui
partecipò eziandio tutta la dioce-
si, sebbene i luoghi circonvicini pro-
vassero i tremendi effetti del fata-
le morbo. Nell'anno 1771 fu stam-
pato in Roma un libro con que-
sto titolo: Racconto breve sopra
il discopriinento delle sagre imma-
gini de' santi Sebastiano e Rocco
seguilo nella chiesa di s. Maria
del divario , ovvero duomo vec-
chio di Frascati, alli i8 giugno
i656i Questo libro contiene pure
una breve relazione storica di Fni-
.scati. Altro santuario di questa
città, è la chiesa di santa Maria
di Capocroce, cosi detta dal luo-
go ove esiste, perchè ivi le stra-
de fanno una divisione a guisa
di croce , in cura dei religiosi
chierici regolari teatini. In questa
chiesa si venera una prodigiosa
FRA 223
immagine della Madonna , alla
quale i frascatani attribuiscono di
essere stati preservati nell anno i527
dall' iniquo esercito composto di
tedeschi e spagnuoli che saccheg-
giarono empiamente Roma nel pon-
tificalo di Clemente VII. Anche
questa imagine fu coronata con
corona d'oro dal capitolo della ba-
silica vaticana. Nella chiesa di s.
Maria delle scuole pie, dei chie-
rici regolari delle scuole pie, alla
presenza del cui fondatore, s. Giu-
seppe Calasanzio, il vicario gene-
rale monsignor Brandimarte Tom-
masi di Rìpatransone , bened'i la
prima pietra a' 3 maggio i632.
Quivi si venera una immagine mi-
racolosa della beata Vergine che
nel 1600 la famiglia Altemps do-
nò ai Bovarelli, e da questi fu re-
galala a s. Giuseppe Calasanzio,
quando nell' annessa casa vi fondò
il primo collegio degli scolopi per la
istruzione pubblica, dopo quello di
s. Pantaleo in B.oma. La chiesa di
s. Flavia Doniitilla, coli' annesso
monistero delle religiose agostinia-
ne, fu nel i636 circa edificata a
spese del comune, e col consiglio
e generosi soccorsi di Fausto Poli
maggiordomo di Urbano Vili, go-
vernatore di Frascati, e poi car-
dinale. Concorse allo stabilimento
delle monache la principessa di Ros-
sano d. Olimpia Aldobrandini-Pam-
phily ; ed esse furono fondate da
suor Olimpia Aldobrandini monaca
agostiniana del monistero delle Ver-
gini di Roma, che avendo compi-
ta la fondazione ritornò in quello
di Roma, e mori nel 1 683 d'anni
90. Essa con un fratello era stata
presa fanciulla in una nave tur-
chesca, da Pietro Aldobrandini ge-
nerale del mare, fratello di Cle-
mente Vili, il quale avendo sapu-
22| FRA
lo che la giovinetta era di nobi-
lisMina origine, ne piese cura, e
fattasi religiosa prese il detto nome
e cognome. Il Piazza tratta delle
seguenti chiese, ma noi non credia*
mo veridiche tali notizie, anzi da-
rebbero esse luogo a questioni; tut-
tavolta per non trasandare quanto
egli dice, puramente le indichiamo
al modo ch'egli scriveva a' suoi
tempi. Parla dunque della chiesa
di s. Gregorio I iVagno unita al
seminario, edificata dall'università
de' muratori, in tempo eh' essi in
gran numero lavoravano negli edi-
flzi di Frascati e suo territorio,
avendovi quella de' tessitori eretto
un altare alle ss. Agata e Lucia ;
di s. Maria di ragione del capito-
lo della cattedrale, fuori la porta
delia città; di s. Maria del Gon-
falone o oratorio, con confraternita
canonicamente eretta, ed aggregata
all'arciconfraternita del Gonfalone
di Roma, poi trasferita alla chiesa
di s. Sebastiano; di s. Michele
Arcangelo o oratorio fuori della
città, di juspatronato della famiglia
Manfroni ; di s. Maria detta delle
Jnunagini sulla strada pubblica ro-
mana, spettante alla confraternita
del gonfalone; di s. Lorenzo o ora-
torio della compagnia del ss. Sa-
graniento, aggregata a quella della
basilica di s. Lorenzo in Damaso
di Roma; AeW Assunzione di Ila-
ria Vergine o oratorio della com-
pagnia delle scuole pie, perchè an-
nesso alla chiesa e collegio de'chie-
lici regolari della Madre di Dio,
eretta da Urbano Vili; e di s. Se-
bastiano egualmente fuori le mura
della città, unita all'ospedale degli
infermi e de' pellegrini, ove passò
la detta confraternita del Gonfalo-
ne. Vi è pure il pubblico cimite-
rio, ove si depositano io ossa nello
FRA
spurgo delle pubbliche sef)o!turé
esistenti nelle chiese.
Finalmente va fatta particolare
men:^ione della chiesa e convento
di s. Francesco de' minori cappuc-
cini, in poca distanza dall'abitato,
ed in amena posizione. JN'el ponti-
ficato di Gregorio XllI alcuni pii
benefattori, in un al ciimune, edi-
ficarono la chiesa eil il convento,
e dell' una e dell'altro anche il
Papa ne fu munifico e benemeri-
to : fece fare ad oro il soffitto del-
la chiesa, sostenendo i religiosi per
tutto il tempo ch'egli dimorava
in Frascati, ove si portava ogni
anno, e frequentandone la chiesa.
Inoltre Gregorio XII 1 fece spiana-
re un monticello vicino al conven-
to con molto dispendio, e ridurre
ad orto e giardino, con tre nobili
ed ameni viali , e nel capo dello
stradone di mezzo monsignor Bian-
chetti maestro di camera del Pa-
pa, vi fece alzare una cappella in
onore della risurrezione di Gesù
Cristo. Della chiesa però fu il prin-
cipale edificatore Pietro Antonio
Contugi già medico di Pio IV:
voleva egli che il soffitto fosse fat-
to a volta, ma resistendo i j'eligio^i
per non allontanarsi dalla loro or-
dinaria semplicità, Gregorio XllI
s'interpose autorizzando il Contu-
gi, con privilegio particolare , che
come chiesa da lui dichiaiata pon-
tificia, si facesse a volta. Indi il
Pontefice dal celebre Muziani fece
eseguire il quadro dell'aitar mag-
giore, rappresentante il Crocefisso,
coi ss. Fiancesco d'Assisi e Anto-
nio di Padova a pie della croce ,
con tutti i suoi ornamenti, in un
ai ritratti dei due cardinali nipo-
ti, Boncompagno e Guastavillani,
i quali ognuno vi eresse una cap-
pella : i laterali dipinti esprimenti
FRA
s. Fedele da Sigmaringa, e s. Sera-
fino da Monte Granaro sono opere
del cav. Pier Luigi Ghezzi, che nel
coro eseguì altro s. Fedele. Il Po-
marancio colori a fresco ì quattro
evangelisti. Il quadro della Beata
Vergine colla sagra Famiglia, s.
Gif). Battista e s. Rocco è pittura
di Giulio Romano. Paolo Brilli vi
colori s. Francesco che riceve le
sagre stimmate. In sagrestia esiste
una croce d'ebano sulla quale Gui-
do Reni dipinse Gesù crocefisso
moribondo, con molta espressione.
In questa chiesa nel 179*^ il car-
dinal di Yorck vi consagrò in arci-
vescovo di Camerino monsignor An-
gelico da Sassuolo ministro generale
dei cappuccini. E nel 1824 ^^ du-
chessa di Chablais donò ai religiosi
un orto, come si legge dall'iscri-
zione eretta dal cardinal Micara
nel 1829, allora ministro generale
di questo suo ordine. R.ammente-
remo ancora la chiesa dell' Imma-
colata Concezione, appartenente ai
minori riformati, con cinque alta-
ri, ed un s. Bambino in cera mi-
racoloso, con convento annesso for-
nito di biblioteca ; e prima dell'in-
vasione francese eravi un museo
di conchiglie degno di essere os-
servato.
In quanto poi al più volte ram-
mentato eremo degli eremiti ca-
maldolesi della congregazione di
Monte Corona, oltre quanto di es-
so dicemmo al luogo citato di so-
pra qui aggiungeremo. Sopra la
villa Mondragone, circa due miglia
lungi da Frascati, per la strada
chiamata di Camaldoli-, corrispon-
dente in parte ad un l'arno del-
l'antica via Tusculana, si trova l'e-
remo o romitorio de' camaldolesi
tanto rinomato. Esso è in piace-
vole situazione e poco distante dal-
VOl, XS.VII.
FRA 9.2'J
le vaste rovine dell' antico Tuscu-
lo, e quasi due miglia da Monte
Porzio, nel cui territorio viene com-
preso. Sebbene è celebrato istitu-
tore di questo eremo il Pontefice
Paolo V Borghese, pure ne furono
fondatori sotto il suo pontificato
Gio. Angelo Frumenti nobile di Co-
mo, canonico della patriarcale ba-
silica di s. Maria Maggiore, ed Or-
tensia Santacroce moglie di Fran-
cesco Borghese generale di s. Chie-
sa, fratello di Paolo V, dal quale
gli eremiti camaldolesi ne ottenne-
ro l'area, una contrada del monte
Celso, e la grotta del Ceraso , che
appartenevano alla camera aposto-
lica. Il disegno dell'eremo è di A-
lessandro Cecchi architetto venezia-
no, speditovi dal capitolo generale
di Monte Corona nel 1606, e che
air impresa die incominciamento ai
29 maggio 1607, mentre era ve-
scovo di Frascati il cardinal Anto-
nio Maria Galli , e governatore
monṣrnor Fabio Biondi di Mon-
talto patriarca di Gerusalemme poi
di Costantinopoli, come prefetto del
palazzo apostolico. Fu dedicato a
s. Romualdo in un alla chiesa eret-
ta con disegno del Tarquini nel
16x1. Paolo V principal benefat-
tore visitò l'eremo e la chiesa a 9
giugno 16 18 ; e molti furono i per-
sonaggi distinti che con pie elargi-
zioni concorsero ai bisogni dei re-
ligiosi , ed all'erezione delle celle.
Meritano menzione i cardinali Fer-
dinando e Vincenzo Gonzaga, Lo-
renzo Bianchetti, Ottavio Pallavi-
cini , Francesco Maria del Monte
s. Maria, Benedetto Giustiniani, Pie-
tro Aldobrandini, Alessandro Pe-
retti di Montalto, e Scipione Bor-
ghese nipote di Paolo V; i vesco-
vi Cornelio di Padova, ed Oltem-
berg Altabolense; Agostino Spino-
i5
niG FRA
la uditore della camera i Veccliia-
relli diPlieti, e Pignattelli napolita-
ni, e Gonfalonieri prelati referen-
dari ; Michele Peretti principe di
Venafro ; Gio. Angelo Altemps du-
ca di Gallese ; Gio. Battista Bor-
ghese castellano di Castel s. Ange-
lo, fratello di Paolo V, e principe
di Sulmona ; e Niccola Wolski ma-
resciallo del re di Polonia, il qua-
le fu pure fondatore dell'eremo di
Monte Argentino in quel regno.
Dopo la porta d'ingresso ed il via-
le di clausura, dal piano del cor-
tile si ascende a quello della chie-
sa e dell'eremo per una scala a
due rami laterali. Nell'altare mag-
giore è rappresentata nel quadro
la visione di s. Romualdo istituto-
re della congregazione benedettina,
de' monaci e degli eremiti camal-
dolesi. Dalla parte dell' epistola si
entra nella cappella Borghese elet-
ta dalla suddetta donna Ortensia,
che vi fu sepolta nel 1616: que-
sta cappella è elegante pei stucchi,
pei suoi dipinti, ed altri ornamen-
ti : è dedicata alla beata Vergine
Addolorata ; soffri un notabile in-
cendio che la devastò, cui fu ripara-
to dalla pietà dei principi Marc'An-
tonio e Gio. Battista Borghese. An-
che la chiesa fu riedificata nel
1772, e consagrata a' 2 5 ottobre
dal vescovo tusculano cardinal En-
rico Yorck. Il ritiro e la tranquil-
la situazione di questo eremo in-
vita a meditare : ogni religioso ha
il suo eremo separato , e disposto
lateralmente ne' viali, il cui ingres-
so è decorato da un fonte. Esso si
compone di un piccolo giardino, e
di quattro piccole celle; una serve
di cappella, l' altra da camera da
letto, la terza di camera da stu-
diare, e la quarta per tenere la le-
gna. Avvi r infermeria, la foreste-
FRA
ria, e la biblioteca. Nella sala del-
la foresteria vi è il busto di lami-
na di bronzo di Paolo V, e quel-
lo pure di bronzo fuso dal cav.
Filippo Borgognoni, rappresentante
r effigie del Papa regnante Grego-
rio XVI, con sottoposta marmorea
iscrizione, che celebra l'avere ivi
tenuto a mensa la religiosa comu-
nità, ciò che, come dicemmo, ordi-
nariamente suol fare ogni anno.
Altra iscrizione scolpita in marmo
e riguardante il medesimo Papa ,
è sulla porta d' ingresso dell' appar-
tamento eh' egli suole abitare nel
breve soggiorno.
Ampio è il circuito del terreno
spettante all'eremo, e cinto di mu-
ra, di circa tre miglia : esso con-
tiene pure terreni lavorativi, orti,
selva e viali pel passeggio abbel-
liti di fratte di busso. In questo
eremo il cardinal Domenico Pas-
sionei , come altrove si narrò , vi
fabbricò per suo uso alcune celle
a guisa di quelle degli eremiti ca-
maldolesi ; le adornò di belle stam-
pe, di marmi antichi, d'iscrizioni
cristiane e gentilesche sino al nu-
mero di ottocento, oltre una scel-
ta biblioteca, contenente opere di
scienze ed arti : nel terreno che
avea ottenuto dal pnore dell' ere-
mo, da lui ridotto delizioso eoa
boschi e viali, vi pose urne, busti,
statue, cippi antichi greci e latini.
Più volte vi ebbe per ospite il re
Giacomo III, e vi fu visitato da
Benedetto XIV. Dopo la sua mor-
te, ivi avvenuta a' 5 luglio 1761,
gli eredi portarono via le cose mo-
bili, il resto fu demolito. Nel 1763
fu in Lucca pubblicato un libro
intitolato : Iscrizioni antiche ( esi-
stenti nel romitorio de' camaldolesi
presso Frascati ) disposte per ordi-
ne di varie classi, ed illustrate con
FRA
alcune osservazioni da Denedetlo
Passionei. Il p. Cavalieri nelle sue
Memorie xnlle vite ed opere de' pp.
abbati Mingarelli e Monsacrati ,
dice che questa raccolta dalla pag.
I sino alla pag. 146, dove inco-
uiincìa r appendice di altre iscri-
zioni collocate in Fossuinbrone nel-
la casa Passionei, fu eseguila ed il-
lustrata dal detto p. Monsacrati.
In questo eremo che gode il tito-
lo di sacro eremo, come lo gode
il principale di Monte Corona, ol-
tie il capitolo generale che ivi si
tenne nel i65i, siccome notam-
mo al nominato analogo articolo,
in questo anno 1844 ^' ^^ ™^o"
gio e seguenti giorni , vi è stato
celebrato un capitolo generale dal-
la medesima congregazione degli
eremiti camaldolesi di Monte Co-
rona, colla presidenza del cardinal
Pietro Ostini prefetto della sacra
congregazione de' vescovi e regola-
ri, qual presidente apostolico del
medesimo capitolo , deputato dal
regnante Gregorio XVI.
FRASSEN Claudio, frate del-
l'osservanza di s. Francesco, nacque
a Perona. Addottoratosi in Sorbo-
na, professò teologia nel suo ordi-
ne con lode. A premio de' suoi
grandi meriti venne eletto guar-
diano di Parigi, e definitore gene-
rale. Nel 1682 intervenne al ca-
pitolo generale tenutosi a Toledo,
e nel 1688 a quello di Roma. Vi
si diportò con tale prudenza e dot-
trina, che meritossi l'approvazione
di Lodovico XIV, e di esserne da
lui piti volte consultato sopra cose
della più grande importanza. Mo-
rì questo dotto francescano'nel 1 7 1 i ,
novantesimo della sua età. Le sue
opere sono : i ." Un trattato di teo-
logia in latino, ristampato in Ve-
nezia con questo titolo : Scotus a-
FRA 227
cademiciis , seu universa doctoris
subtilis iheologica dogmata; 2." al-
cune dissertazioni sulla Bibbia in-
titolale : Disffuisiliones biblicae: le
prime versano sulla Bibbia in ge-
nerale, l'altre sul Pentateuco ; ope-
ra la quale trasse a sé la pubbli-
ca stima per la dovizia dell'erudi-
zione.
FRATE (Fraler). Nome col qua-
le sono chiamati i religiosi degli
ordini mendicanti ordinariamente,
giacché gì' individui delle congrega-
zioni de' chierici regolari, e di quelle
che sono annoverate tra gli ordini
mendicanti onde goderne i privile-
gi, non usano il titolo o nome di
frate, ma quello di padre: questo
col Don (Fedi) si dà ai monaci,
come Canonico (Vedi) , é il nome .
cui si appellano i canonici regolari.
Il nome di frate si dà ai religiosi
domenicani, francescani, agostiniani,
carmelitani, serviti, mercedari della
redenzione degli schiavi , trinitari
dal riscatto, minimi o paolotti, gi-
rolamini del b. Pietro da Pisa, del-
la penitenza o scalzetti , benfratel-
lij ed altri religiosi e loro riforme.
I cavalieri gerosolimitani professi ,
sì ecclesiastici che secolari, usano
il titolo di frate. Anche i cavalieri
Gaudenti {Fedi) erano chiamati
frati ; così 1' usarono altri ordini e-
queslri religiosi. I cardinali ed i ve-
scovi che hanno appartenuto ad un
ordine religioso i cui individui s' inti-
tolano e sottoscrivono col nome di
fr. o frate, nelle loro carte e stampe
pubbliche o legali usano il titolo ab-
breviato di fr., e con questo pur si
sottoscrivono, benché costituiti nelle
dignità cardinalizie od episcopali. Si
intitolano e sottoscrivono col fr.
eziandio i generali, superiori ed al-
tri dignitari regolari, come i sem-
plici religiosi. I religiosi padri gra-
228 FRA
duali si distinguono pei titoli , nel
trattamento che loro si dà, secon-
do le loro cariche, uffìzi, onorifi-
cenze, ec. Anche i laici o conversi
o fratelli^ sì dei mentovati ordini
e congregazioni religiose, che di al-
tre , comunemente sono chiamati
fra, o frati. Nel Dizionario della
lingua italiana, per Frate s' inten-
de un uomo di Chiostro (P'ecli),
e di religione, ossia un Cenobita
(T^edi), in linguaggio latino. Nel
Vocabolario della lingua italiana ,
del chiarissimo Antonio Bazzarini,
Frate, si definisce religioso regola-
re, accorciativo di Fratello (Fedi),
e sostantivo maschile. V. Conver-
so, Laico, Religioso.
I frati comunemente sono venu-
ti fuori nel secolo XIII, sicco.
me professori di una povertà x*i-
gorosa, tutti furono come altret-
tante fraternità popolari , ai qua-
li perciò la denominazione di fra-
te apparteneva propriamente , on-
de loro ripugnasse il dirsi don, si
disse il frate minore il francescano,
il frate predicatore il domenicano,
il frate minimo il paolotto ec. ; e
frati del piombo due conversi del-
l'ordine cistcrciense, che per aver
r ufficio- di bollare i diplomi e bol-
le pontificie col piombo, furono det-
ti fratres de plumho: di essi, del
passaggio del loro ufficio prima ai
chierici secolari i quali procedendo
alla processione del Corpus Domi-
ni (Vedi), vestivano come i detti
cistcrciensi , poi ai secolari cogno-
minati perciò frati del piombo, ne
parlammo al citato articolo , ed a
quelli di Bolle e Cancellerìa apo-
stolica , ed anche in altri luoghi
del Dizionario. I nostri scrittori ita-
liani trecentisti usano frequentemen-
te il frate: nei poeti e classici pa-
re che il vocabolo slesso trasformi
F U A
1 soggetti in eroi. Negli ultimi tem-
pi repubblicani i frati e le mona-
che dovettero prendere i titoli di
cittadmo e cittadina; ma il subli-
me poetico ritenne il frale j e la
suora (f^edi),
11 Garampi nelle sue Memorie
ecclesiastiche, dice che frate era ti-
tolo comune a qualsivoglia religio-
so claustrale, anche monaco, e ca-
nonico, sì di ordini mendicanti, che
monastici e canonici; e perciò antica-
mente frate e monaco (Vedi), so-
vente la stessa cosa significavano,
ed a pag. 32 riporta un corrispon-
dente esempio del i3o4. Aggiugne
che fratres furono detti i canonici
suddiaconi e diaconi della basilica
lateranense, ad esclusione de' preti
chiamati presbiteri, come da istio-
mento del 1237, che produce a
pag. 3oi. Il medesimo Garampi
invita a leggere quanto sulla de-
nominazione di frati, nella congre-
gazione Renana de' canonici rego-
lari, ha scritto il p. ab. Trombelli,
Isl. di s. Maria di Pieno pag. 1 68 :
poiché dopo stabilitosi nel capitolo
generale dell'anno i5oo di mutare
il titolo di frati, in quello di Don-
ili, nell'anno seguente si ritornò al
pristino titolo; ma nel i562 si as-
sunse stabilmente quello di Donni,
il che però dispiacque ai piìi ze-
lanti, i quali allegavano, nullibi ca-
nonicos regulares ab eorum priniae-
va insliuilione appellalo Doinnos ,
che gli apostoli eransi daiù fratres,
che così chiamava s. Agostino i suoi
chierici , conchiudendo finalmente,
che retinuerunt semper idcirco ca-
nonici SaWatoris antiquani frater-
nitatis origineni veram, et nominis
fralrnm decorem a Domino Jesu
Christo. Segni, De Ord. canon.
lib. I, e. 12. Che frati chiamavansi
anticamente i canonici, lo dice pu-
FRA
re il Borgia a pag. i8B, Mciiioric
iòtoriclie tomo 1, facendo osservare
che nella storia de' miracoli di san
Bertino abbate, lib. II, cap. 9, ap-
partenente ai principi! del secolo
decimo, presso il Mabillon, par. I,
saec. 3 , ss. Benedici, è nominato
monasdc.um monasterium, e più sot-
to Fraler monastici ordinis : alle
quali parole cos\ riflette lo stesso
Mabillon : Nota vocahuluni , nani
etani lune temporìs nionasterìa ma-
nachorum, et canonichoruni, e poi
soggiugne: et fralrcs etiani Inni di-
cebantur clerici et canonici: unde
liic frater monasticis ordinis discri-
ininis ergo.
Anche il Muratori fa testimo-
nianza che i canonici un tempo
furono detti frati. Nella disseriazio-
ne 62 , Dissert. sopra le antichità
italiane. Dopo aver parlato d' una
bolla di Celestino III, conceduta
nel I 195 al preposito di Ganace-
lo, ejusque fratribus canonicis , os-
serva che da essa, come anche in
tanti altri documenti, il titolo di
frater, oggidì //vz/e, titolo prin-
cipalmente riserbato ai religiosi men-
dicanti , i quali anche soglionsi chia-
mare padri, e non frali, una volta
eia in mollo onore , s\ parlando
de' monaci, che de' canonici. An-
che in vui privilegio dato da Fe-
derico I, re de' romani, nell'anno
II 52, ai canonici di Vercelli, si
trovano appellati fratres. Abbiamo
una lettera di fra Guidone zocco-
lante, nella quale si dimostra chi
sieno quei religiosi , che debbonsi
chiamare frati: Cosmopoli 1751. In
più cronache antiche si osservano
i nomi de' concorrenti al patriar-
cato di Venezia del secolo XV, e
dei primi del XVI, ove tutti i no-
mi de' religiosi claustrali sono con-
Iradistinti col titolo di fra, i ve-
FRA 229
scovi, gli abbati e i preti secolari
con quello di don. Così Apostolo
Zeno nel tom. V delle sue Lette-
re, pag. 89, Si osserva però che
taluni monaci in certe occasioni
solenni ritenevano il dirsi /r^^e, co-
me si vede per esempio nell' atto
solenne della professione loro. Nel-
la regola e testamento di s. Fran-
cesco d'Assisi, egli da sé stesso si
chiama frate, e frati appella i suoi
discepoli e religiosi.
FRATELLANZA. ^.Fraternità'.
FRATELLI MORAVI. Settarii
che riconoscono per capo Cristiano
David, chiamati anche Herrnhu-
terSj o Ernutì, non che Zinzendor-
fiani, per lo stabilimento da essi
fondato nel 1721 ad Herrnhut ,
presso Bertheldorf nell'Alta Lusazia,
appartenente al conte di Zinzen-
dorf, che dichiarossi loro protet-
tore , diede al loro sistema una
novella forma amalgamandovi il
quietismo, e diventò in seguito lo-
ro vescovo o capo. Questi fratelli
moravi, non si hanno a confonde-
re cogli utterili , ramo degli ana-
battisti. Nel 1602 erano stati esi-
liati dalla Moravia dall'imperatore
Rodolfo II, che aveva vietato in
Austria ogni maniera di culto pro-
testante. Siffatti settarii credono di
giungere alla perfezione con un loro
particolar lume interiore e con una
comunicazione più intima con Dio.
Ammettono la corruzione originale
dell'uomo in conseguenza del pec-
cato di Adamo, e la giustificazione
col sagrifizio espiatorio di Gesù
Cristo ; r eternità delle pene e la
divinità di Gesù Cristo. I fratelli
moravi vivono in comune , e for-
mano una specie di repubbli-
ca , i cui anziani o capi eccle-
siastici estendono la loro giurisdi-
zione sopra molte transazioni del-
23o FRA FRA
la vita civile, uotrie >ono i mairi- nato. Fratelli cugini, si dicono quel-
moni, l'acquisto di beni slabili, ed li, i cui padri o rnadii furono fra-
altri atti. Alline di acquistare più talli o sorelle; che anche assolu-
facilmente proseliti, hanno stabilito lamento si dicono cugini, ed m la-
tre classi : quella della chiesa mo- tino consobrini. Fratello dicesi inol-
rava, quella della chiesa luterana, tre per compagno, amico, intrinse-
e quella della chiesa riformata. Una co. prossimo ec, e fratelli d' armi
gran paite della educazioue degli si appellarono i cavalieri che ave-
ernuti consiste nel cantare, ed in vano fra di loro giurato una fra-
ciò ripongono la maggior irapor- tellanza d'armi. V. Sorella.
tan2.a : col canto principalmente. Dice il Bergier, che il nome di
dicono essi, i fanciulli s'istruisco- fratello nella Scrittura sacra, non
no meglio nella religione. Per la solo si dà a quelli che sono nati
loro analogia sotto molti rappor- da uno stesso padre, o da una stes-
ti coi quaccheri, vengono essi chia- sa madre, ma ai parenti prossimi,
mali i quaccheri della Germania , In questo senso Abramo dice a Lot
ove si dice che hanno vari sta- suo nipote : noi siamo fiatelli ; e
biliraenti , come si dice che ne lo stesso del nome di sorella. Nel
hanno in Danimarca , nella Sviz- vangelo i fratelli di Gesù Cristo
zera, nei Paesi-Bassi, in Inghilter- sono cugini germani ; quindi male
ra, in Francia, nella Russia, nel- a proposito conchiusero alcuni ere-
r India, nella Guinea, al capo di liei che la Beata Vergine, oltre il
Buona Speranza e nel paese degli nostro Salvatore, avesse avuto al-
ottentoti nelle Antille danesi ed tri figliuoli. Il Rinaldi nell' appa-
inglesi, nel Labrador, nella Groen- rato agli Annali ecclesiastici , ai
landia, negli Stati-Uniti d' Ameri- numeri 6i, 62, 63 e 64, dice chi
ca ec. Il loro capoluogo generale furono quelli detti fratelli del Si-
è Herrnhut, piccola città del re- gnore. L'antica legge ordinava agli
guo di Sassonia, nella quale risie- ebrei di considerarsi tutti come fra-
de il collegio direttore, composto di telli, perchè tutti discendevano da
tredici membri eletti dal sinodo. Abramo e da Giacobbe : questo
FRATELLO (Frater). Nome cor- ultimo per urbanità ed amicizia
relativo di maschio, tra li nati d'un chiamò fratelli alcuni stranieri, cioè
medesimo padie e d' una medesi- i pastori provenienti da Haran. Co-
ma madre; che anche si dice ger- si Mosè disse che gl'israeliti erano
mano o fratello carnale. Fratello fratelli degl'iduraei, perchè questi
naturale significa, nato secondo la discendevano da Esaù fratello di
natura, e non secondo la legge, e Giacobbe. Il vangelo e' insegna a
dicesi pure Bastardo (Fedi)j esso considerare tutti gli uomini come
è un fratello illegittimo. Fratello nostri fratelli ; ed i primi cristia-
di padre, e non di madre, si dice ni scambievolmente si diedero que-
quegli che nasce dal medesimo pa- sto nome in un senso più stretto,
dre, e di diversa madre, che an- perchè tutti sono figliuoli adottivi
che assolutamente si dice fratello, di Dio, fratelli di Gesù Cristo,
e fratello consanguineo ; fratello u- chiamati alla stessa eterna eredità,
terino, si dice quegli, che dalla ed obbligati dal loro divino mae-
stessa madre, ma d'altro padre sia stro ad amarsi vicendevolmente ; e
FRA.
perciò dobbiamo riguardare gli uo-
mini in generale come nostro pros-
simo, ed amare come noi mede-
simi. Il p. Mamachi, Z>e' coslunii
de' primitivi cristiani, tratta nel ca-
po I della carità de' primi fedeli
verso i loro prossimi ec, e di quel-
la de' fratelli verso i loro fratelli ;
e che col nome di fratelli chiama-
vansi tra loro i cristiani, cioè gli
eguali. Il Sarnelli discorre dello
stesso argomento nel tom. Vili
delle Lettere eccL, lett. XIV, num.
4 e 5. Il citato Rinaldi riporta gli
esempi dei fratelli e sorelle marti-
ri, ed all'anno ySi, num. 12, parla
del modo come i fratricidi erano
peniteuziati dalla Chiesa , dicendo
che il Papa s. Gregorio 111 rispon-
dendo a diversi quesiti di s. Boni-
fazio apostolo della Germania, gli
di>se che i parricidi , gli uccisori
del padre e della madre, ovvero
de' fi'atelli, non si comunicassero
mai, salvo che nel fine della vita
per viatico, e si astenessero dalla
carne e dal vino , e digiunassero
tre dì della settimana. Il p. Me-
uochio nel tom. Ili dell'erudite
sue Stuore a pag. 272, cap. LXI,
Dell'odio de' fratelli quanto sia sta-
lo grande in alcuni , come anco
funtore, fa l'enumerazione di mol-
ti, cogli analoghi sentimenti degli
antichi filosofi.
In quanto al titolo di fratelli, il
Macri nella Notizia de' vocaboli ec-
clesiastici, al vocabolo Litterae, nel
riportare i titoli usati da s. Gre-
gorio l Magno , eletto Papa nel
590, nelle sue lettere, dice che ai
patriarchi ed arcivescovi dava pu-
re il titolo di Fraternitas sanctis-
sinia, ed ai vescovi, tra gli altri,
Fraternitas tua. Dipoi i romani
Pontefici scrivendo ai cardinali, ai
patriarchi, ai primati, agli arcive-
FRA 23 r
scovi, ed ai vescovi, usarono ed u-
sano tuttora il titolo o formola :
T^enerahìles fratres, salutem et a-
postolicam benedictioneni ; e par-
lando loro ne' concistori, cioè ai
cardinali in quelli segreti , ed a
questi ed agli altri ne' concistori
semipubblici e pubblici, li chiama-
no : Fenerabiles fratres. Il Borgia
poi cardinale, nel tom. I, pag. 98
delle Memorie istoriche della pon-
tificia città di Benevento , rileva
che il nome di fratelli come titolo
di onore fu dato dal Papa Inno-
cenzo li nel 1187 ai beneventani,
allorquando fu nella loro città, di-
cendo loro: Gratias vobis agimus
fratres, et domini quia corde hila-
ri et voluntale sincera Jidelitatein
nobis pergistis, etc. Indi soggiunge
il dotto prelato, che del titolo di
fratelli dato alcuna volta dal Pa-
pa anche in iscritto a persone non
insignite di carattere vescovile , a-
veva letto qualche esempio ; ma
dell'altro più specioso di signore
non aver documento da produrre,
né poter credere esservi fuori del
caso di cui si tratta , cioè di un
linguaggio familiare, nel quale si
sa che i sovrani non sogliono es-
sere legati a quel rigore di espres-
sioni che usano poi secondo il ran-
go delle persone, nella loro corte.
Quindi narra come in un privile-
gio diretto da Urbano II nel 1089
al clero e popolo di Velletri sua
patria, sono i velletrani chiamati
dal Pontefice fratelli diletti ssinti.
Anche s. Gregorio VII, quando nel
1077 assunse il governo dell'isola
di Corsica, scrisse ai corsi : Sciiis
fratres et charissimi in Chrislo fi-
lli non solimi vobis, sed multis gen-
tibus manifestuni est, insulam quani
inhabitatis nulli inortalium, nulli'
que potestati, imi S. R. E. ex dc'
2J2 FRA
hito vel jiiris proprietuLc pcrtine-
re eie. Opportunamente però os-
serva il Bolgia che questo esem-
pio non è interamente al caso no-
stro cosi adattato, come quello di
Urbano II, poiché la lettera di s.
Gregorio VII è diretta anche ai
vescovi di quell'isola, onde a que-
sti deve riferirsi il titolo di fra-
telli.
Solevano i re di Francia, scri-
vendo ai cardinali, trattarli col ti-
tolo di caro amicOy ed Enrico IV
pel primo li chiamò f?iiei cugini,
e fu imitato dai successori. Forse
quel gran re adottò questo titolo,
in riflesso dell'altro goduto dai mo-
narchi francesi di Jigliuoli della ro-
viana Chiesa, e di figli priinoge-
nili. V. Figlio. I re di Fran-
cia scrivendo ai gran maestri del-
l'ordine gerosolimitano, li chia-
marono : Très-cher et très-aimé
cousin. Francesco Parisi nel to-
mo III, pag. 26 delle Istruzio-
ni per la segreteria, dice chey^'a-
ter era il titolo , che usava il
doge della serenissima repubblica
di Venezia Foscarini, col duca di
Savoia Amadeo Vili; e che in al-
tra lettera del i43i usò il doge
col duca il titolo di Fraternità
{f^edi) j indi a pag. 3o dice che
i cardinali nipoti del Papa regnan-
te, scrivendo ai nunzi ed ai vesco-
vi, usavano questo titolo : All'illu-
stre e molto reverendo signore co-
inè fratello j e così le congregazio-
ni cardinalizie. Il medesimo Pari-
si nel tomo II, pag. 260, ripor-
ta una lettera di Muzio Colonna
a Pietro Aldobrandini fratello di
Clemente Vili, col titolo: Molto
tnagnifico signor mio come fratello
honorando, sottoscrivendosi come
fratello, che 'l servirà sempre. Pe-
rò è da notarsi, che siccome con
FRA
tale lettera il Colonnese pregava
l'Aldobrandino a fare il compare
al nato suo figlio, ed incomincian-
dosi la lettera colle parole : » Sem-
pre nel mio animo ho avuto fer-
mo desiderio con che occasione
potessi farmi di V. S. strettissimo
fratello "; così il Parisi riporta quan-
to Folcaldo nel io5o, scrisse nel-
la vita di s. Berlino al cap. 7 :
Nec non et compater fuit JVal-
berto secnndum saeculi laudahiletn
rilum ad conjungenda fraternae ca-
rilatis foedera conservatuni. Della
parentela spirituale del Comparati-
co, è a vedersi quell' articolo. I re-
ligiosi poi sono chiamati tralelli
perchè vivono in comune, e for-
mano una medesima famiglia, pre-
stando obbedienza ad un medesi-
mo superiore, che chiamano loro
padre. In progresso di tempo que-
sto nome restò a quelli tra es'si
che nou possono arrivare al chie-
ricato, e per tale motivo si chia-
mano fratelli laici.
I fratelli laici o fratelli conver-
si sono nei conventi e monisteri
religiosi subalterni, che sebbene fe-
cero i voti religiosi o monastici,
non possono arrivare al chericato
né agli ordini sagri, e che servo-
no in alcune cose di domestici a
quelli che si chiamano religiosi di
coro o padri, oblati e sacerdoti,
esercitando altresì gli uffizi minori
ne' conventi e monisteri. Secondo
il Fleury s. Gio. Gualberto fonda-
tore dei monaci vallombrosani , fu
il primo che accettò i fratelli lai-
ci nel suo raouistero di Vallora-
brosa l'anno io4o: sino a quel
tempo i monaci si servivano da sé
stessi. E siccome i laici non inten-
devano il latino, e nou potevano
perciò imparare i salmi pel coro,
né approfittare delle lezioni latine
FRA
che si facevano nell' uffìzio divino ,
furono considerali come inferiori
agli altri monaci, che ei'ano chie-
rici o destinali ad essere tali ; nel
tempo che questi pregavano in
chiesa, i fratelli laici aveano Cina
della casa , e degli affari esterni.
Fra Je religiose si distinguono pa-
rimenti le sorelle converse, dalle
monache di coro. I religiosi delle
Scuole cristiane i^Fedi) non essen-
do chierici, sono appellati fratelli,
così i Benef rateili ( Fedi) ospita-
lieri. Fra i carmelitani scalzi , i
conversi sono chiamati fratelli Do-
nali (Fedi). Nella compagnia di
<iesìi sono chiamati fratelli i reli-
giosi anche studenti ; quando poi
questi sono ascesi al sacerdozio la-
sciano il nome di fratelli, e sono
chiamati padri; quindi sono chia-
mati fratelli coadiutori tulli i ge-
suiti non sacerdoti, peichè coadiu-
vano loro nell'esercizio del religio-
so n)inistero. Ai rispettivi articoli
degh ordini e congregazioni reli-
giose si dice come sono chiamati
questi fratelli. Gli individui aggre-
gati alle adunanze spirituali, com-
pagnie, fraternite, o Confraternite
i^Vedi), in esse sono pure chiama-
li fratelli e confrati, e col titolo
abbrevialo Fr. sono notati nelle
tabelle, e col Fr. precedente il lo-
ro nome e cognome sottoscrivono
le carte appartenenti alle confi'a-
ternite e compagnie cui sono ascritti.
FRATERNITÀ' (Fraterni tas). A-
dunanza spirituale, fratellanza, com-
pagnia, Congregazione, Confrater-
nita j Sodalizio (Fedi). Il Rinaldi
all'anno 43, num. io, dice che i
primi Cristiani (Fedi) si appella-
rono anche Fratres, Fratelli (Fe-
di); voce usata da Gesù Cristo, e
assai frequentemente dagli aposto-
li; e fraternità o fraternità fu della
FRA 233
la congregazione cristiana. Del qual
nome essendo calunniati i seguaci
di Cristo, ne rende la ragione Ter-
lulliano, in Jpol. e. Sg, con que-
ste parole. « Fratres et dicuntur
» et habentur, qui unum patretn
>, Deum agnoverunt eie, sed eo
» fortasse minus legitimi existima-
» mur, quia ex substantia fami-
5j liari fiatres sumus, quae penes
=, vos fere dirimit fraternitatem.
■> Omnia indiscreta sunt apud nos,
« praeter uxoies ; in isto loco con-
» sortium solvimus , in quo solo
» caeteri homines consortium e-
» xercent : ex illa credo majorum et
» sapientissimorum disciplma grae-
55 ci Socratis, et romani Catonis,
» qui uxores suas amicis commu-
M nicaverunt. O sapientia Atticae,
», o Romanae gravilatis exemplum.
» Leno est philosophus, et ceiisor".
Cose simili scrissero Atenagora fi-
losofo cristiano, Orat. prò Christian.;
Giustino martire, Orat. ad Ani.
Piuni, e Minuzio Felice, In octai'.,
imperocché la fraternità di coloro
era stata presa dalla repubblica di
Platone, il quale siccome appellò
tutti i cittadini fratelli , così vol-
le che fossero fra essi comuni an-
che le mogli, ciò che naturalmen-
te da altri fu altamente riprovato.
Si disse in oltre Fraternità l'unio-
ne tra due fratelli. I re e gì' im-
peratori presero fra loro questo ti-
tolo, come anche i vescovi ed i
monaci. La fraternità d'armi era
un'alleanza, un'associazione d'ar-
mi, che facevano due cavalieri
promettendosi di stare uniti , e di
aiutarsi vicendevolmente contro i
loro avversari. La religione di Ge-
sìi Cristo ha consacrato il titolo
di Dominus (Fedi), allo stesso Si-
gnore nostro : Tu soliis Dominus.
Ha poi reso il titolo di frati o
2 34 FRA
fnildli comune, e di singolare a-
luore, a misura eh' è pronunziato
con carità. Tulle le adunanze co-
snuni ci fanno considerare gli uni
e gli altri come fratelli e sorelle.
S. Agostino padre del secolo IV,
nella sua regola incomincia : Ante
Olimi a , fratres carissimi, diligatur
Deus, e questo linguaggio siccome
preso dal fondo della religione, si
conserva appena si parli con qual-
che serietà. Dicemmo all' articolo
Frate (f^ecli), che i frati sino dal-
la loro origine furono considerati
membri di altrettante Fraternità-
FRATI DELLA VITA POVERA, erauo
discepoli di Dulcino, eretico del se-
colo XIV , e capo dei Dulcini-
sii ( P^edi ). Chiamavansi così essi
medesimi, sotto pretesto che ave-
vano rinunziato a tutto, per vive-
re soltanto della vita apostolica.
Sembra che siensi perciò confusi
coi Fraticelli [Fedi). I dulcinisti,
nati circa l'anno i3o5 da Dulcino
di Novara, discepolo di Gherardo
Segarelli parmigiano, sotto un este-
riore religioso e composto, si per-
mettevano ogni maggior eccesso di
libi^rlinaggio, e pretendevano che
la loro dottrina fosse la terza les-
gè, che perfezionava quella di Ge-
sù Cristo. Il Segarelli primo loro
maestro circa il 1285, essendo
stato escluso dall'esemplare ordine
francescano, si vesti in (juella ma-
niera, che pretendeva fossero an-
dati vestiti gli apostoli, e diceva,
che finalmente era giunto il tem-
po dello Spirito Santo e della ca-
rità ; che tutte le cose erano co-
muni , e perciò tutti gli uomini e
donne potevano indistintamente vi-
vere maritalmente insieme, perchè
la carità esigeva che tutte le co-
se fossero comuni; che il Papa,
i cardinali e prelati non erano ve-
FRA
ri pastori della Chiesa, perchè non
facevano vita apostolica, onde egli
solamente era vera apostolo di Cri-
sto, e degno del pontificato. Egli
fu fatto bruciare vivo l'anno i3oo,
ed i dulcinisti o frati della povera
vita furono condannati da Clemen-
te V nel concilio generale di Vien-
na, adunato nel i3ii: questi fa-
natici furono ancora delti Aposto-
lici. Lo stesso Pontefice Clemente V
condannò nel concilio i Beguardi e
Beguini poco prima nati in Ger-
mania. Derivarono questi eretici dai
frati della povera vita, dagli apo-
stolici, e dai fraticelli circa l'anno
1 297 , e con Margherita Porretta
d' Haynaut, che fu bruciata viva
in Parigi o a Vercelli con Dulcino
suo preteso marito nell'anno i3i o,
insegnavano che l'anima giunta ad
annichilirsi da sé stessa nell'amor
di Dio, non peccasse più, né cre-
scesse in grazia, e che potesse im-
punemente lasciar operare la parte
inferiore, allora quando la superio-
re fosse attaccata a Dio: quindi
disprezzavano tutti gli esercizi del-
la religione, le penitenze, il raffre-
namento degli appetiti, pretenden-
do di non applicarsi che alla con-
templazione, quantunque si dassero
ad eccessi tali di lascivia , che la
prudenza di Clemente V non per-
mise che fossero riferiti nella boUa
della loro condanna. Tali errori
furono rinnovati nell' Italia da Mi-
chele di Molinos sulla fine del se-
colo XVII.
FRATICELLI. Eretici d'Italia
verso la fine del secolo XIII, detti
anche Bisocchi. Varie sono le o-
pinioni degli scrittori ecclesiasti-
ci intorno agli autori di que-
sta setta. Secondo alcuni ebbe ori-
gine da alquanti religiosi liber-
lini, 1 quali col pretesto di fai e
FRA
una vita più ritirata e più perfet-
ta, scossero il giogo dell'obbedien-
za, si sollevarono contro la Chiesa,
e caddero in opinioni strane, e col
tempo furono chiamati fratellini,
fraticelli, frati spirituali o Frati
della vita povera, Beguardi[Fedi), e
Beghine o Beguine, poiché avevano
tutti presso a poco gli slessi princi-
pii e gli stessi regolamenti. Altri
opinano che abbiano dato princi-
pio a questa setta, nel 1294 cir-
ca, Pietro di Macerata e Pietro di
Fossombrone, frati minori, i quali
avendo ottenuta dal Papa Celesti-
no V la permissione di vivere co-
me romiti ed osservare letteralmen-
te la regola di s. Fi'ancesco, furo-
no seguiti da melte persone, e ver-
so l'anno i2g4 si formò nella Pu-
glia una setta di religiosi vagabon-
di, senza regola e senza superiori,
che vivendo a loro capriccio, face-
vano consistere la loro perfezione
in un'apparente povertà. Condan-
nati come eretici da Bonifacio Vili,
si ritirarono in Sicilia, e comincia-
rono a declamare contro i prelati
e contro la Chiesa, nominarono un
generale particolare e de' superiori,
e sostennero ostinatamente gli er-
rori di Pietro Giovanni OHva di
Serignano , altri lo dicono del ca-
stello Dionigi , francescano della
provincia di Béziers, che a quel
tempo dogmatizzava, che la vita
evangelica consiste in ciò, di non
posseder nulla, neppure in comune,
e che perciò tutti i chierici seco-
lari o regolari possidenti in tal
guisa erano in errore. Inoltre l'O-
livi in un commentario sopra 1' A-
pocalisse avea tacciata la Chie-
sa romana di Babilonia, predi-
cendone l'estinzione, e promet-
tendo l'esaltazione di una nuo-
va chiesa più perfetta > sotto gli
FRA 235
auspizi di san Francesco; per cui
sul fondamento di questa predizio-
ne alcuni arrivarono a tentare di
eleggere un Papa di questa nuova
chiesa. Questi eretici corruttori del-
le vedove, matrone e vergini, che
con finta divozione strascinavano a
sagrifizi notturni, spacciavano tra
gli altri errori, che il Papa non
avesse autorità d' interpretare la
regola di s. Francesco; ch'eglino
solo formavano la vera Chiesa; che
nessun altro fuor di loro poteva
chiamarsi né Papa, né vescovo;
che le chiese e gli ecclesiastici non
potevano acquistare, né posseder
beni terreni.
Clemente V nel concilio gene-
rale di Vienna, nell'anno i3ii
condannò l'Olivi, morto quindici
anni innanzi, per cui le sue ossa
furono disotterrate, e gettate nel
fuoco coi voti che erano stati ap-
pesi al suo sepolcro. La stessa con-
danna Clemente V die nel concilio
ai fraticelli ovvero bisocchi, ed altri
loro seguaci. Egualmente il di lui
successore Giovanni XXII li condan-
nò con una delle sue costituzioni nel
principio del suo pontificato, ed al-
lora molti di questi fraticelli si ri-
tirarono in Germania, sotto la pro-
tezione di Luigi di Baviera nemi-
co della santa Sede, e si unirono ai
Beguardi e alle Beguine per for-
mare una sola setta. Fuvvi altresì
un' altra setta di fraticelli, cui gli
scrittori ecclesiastici danno per ca-
pi Ermanno di Pungilupo nativo
di Novara, e Guglielmetta di Boe-
mia istruita nella scuola di Er-
manno; ma questi fraticelli erano
incomparabilmente più viziosi dei
primi, e vivevano nella disonestà
più nefanda, rinnovando le infamie
degli antichi gnostici.
Il suddetto Lodovico il Bavaro,
7.36 FRA
come elicemmo all'arlicolo Bavie-
ra [Fedi), ed in altri relativi, qual
nemico di Giovanni XXII non so-
lo prese la difesa degli eietici lia-
licelli, ma nel 1828 gli fece eleg-
gere contro l'antipapa Pietro da
Corbara francescano, al modo che
dicemmo al voi. Il, p. ig8 e seg.
del Dizionario , essendo anch' egli
marcio eretico fiaticello. L'Eime-
11 co nel suo Direliorio degi' inqui-
sitori^ par. II, cjuaest. o, riporta
la censura degli libri di Olivj, fat-
ta dai teologi a ciò destinati da
Giovanni XXJI, presso il Baluzio,
tom. I, MisctU. pag. 240, ediz. di
Parigi 1(378. La bolla di Giovan-
ni XXII contro gli errori de' fra-
ticelli, sta nell'appendice del citalo
Direllorio, pag. Go dell'edizione di
Koma i585. Contro l'errore di
non poter gli ecclesiastici secolari
e regolari acquistare e possedere
beni terreni, principalmente si op-
posero, Alvaro Pelagio, De plan-
cia Eccle.ùae lib. 7, cap. 68; Gu-
glielmo da Cremona, nel lib. Rtt-
prolmt. error. Marsilii de Padua;
Agostino d'Ancona, De pote.stale
Papae j il cardinal Turrecremata,
nel lib. 2, Sutnni. de Eccles. ; Al-
maino, nel Traci, de sitpr. potest.
Eccles., ed a' tempi a noi vicini,
il celebre p. Mamarlii, il quale
si oppose valorosamente a tali er-
rori, coir immortai opera a tutti
nota. Del diritto della Chiesa di
acquistare e di possedere beni tem-
porali sì mobili che slabili. Veg-
gasi inoltre Francesco Pegua , De
regno Clirisli, e. 20, nel Rocca-
berti, tom. XII, p. 3 1 3 della Bi-
bliot.
Il Garampi nelle Memorie eccle-
siastiche, riporta varie erudizieni
SUI fraticelli, e dice che nell'archi-
vio del collegio reale di Bologna
FRE
si conservava un processo fatto dal
tribunale della sacra inquisizione
di JXapoli dell'anno 1 362 sopra
alcuni bisocclii e fraticelli del re-
gno, cioè contro Lodovico di Du-
razzo, f Pietro da Xovara, f. Ber-
nardo di Sicilia, f Tommaso ve-
scovo d' Aquino , e Francesco Mar-
cliesino già arcidiacono di Salerno,
poi vescovo di Trivento; e che in
([uelle contrade eranvi allora tre
sorta di fraticelli, cioè fraticelli del-
la povera vita, fraticelli del mini-
stro, e fraticelli di frate Angelo.
Xel 1421 si propagò per l'Italia
l'eresia de' fraticelli chiamati del-
l'opinione, perclìè opinavano che
Giovanni XXII era stato da Dio
privato della vita e del pontifica-
to nel i334, a cagione delle costi-
tuzioni che avea fatto sulla pover-
tà di Cristo e degli apostoli. Mar-
tino V deputò due cardinali per
dare il meiitato castigo ai pertina-
ci di questi errori. Nicolò V fu
assai zelante in estirpare le reli-
quie di questi eretici , che erano
in Fabriano [Fedi), ed in altri
luoghi. Xel i45i ordinò all'inqui-
sitore dell' Acaia, che fosse preso
certo fraticello di opinione, dimo-
rante in Atene, il quale si spac-
ciava per Papa. Dipoi nel i453
ìNicolò V mandò un inquisitore
neir isola di Creta, contro l'eresia
de fraticelli dellopinione. Paolo II
nel 1466 represse si malvagia set-
ta, che ripullulava nel Piceno, ed
in Poli di Sabina, con molto rigore.
FRE AU VILLE o FARINOLA
(de) Nicolò, Cardinale. /^. Fapinola.
FREDESVITA (s.). Figlia di Di-
dano, principe di Oxford. Si diede
tino dalla tànciuUezza a non vivere
che per Iddio, e sprezzando i be-
ni mondani, preferì gli esercizi del-
l-ì vita contemplativa, e risolvette
FRE
di abbracciare lo stato religioso.
Suo padre approvò la di lei scel-
ta, e fondò intorno all'anno 7)0
un monastero ad Oxford in onore
della B. Vergine e di tutti i santi, del
quale fu commesso il governo a Fre-
desvita. IMentre essa avanzavasi nel-
la perfezione gustando le dolcezze
della solitudine, Algaro, principe di
Mercia, concepì per lei una violen-
ta passione, e cercava i mezzi di po-
terla rapire. Informata del pericolo si
nascose, e fattosi fabbricare un pic-
colo oratorio a Thornbury, alquanto
lungi dalla città, vi si rinchiuse per
attendere unicamente alla contem-
plazione e alla preghiera. Morì circa
la fine dell'ottavo secolo, e si opera-
rono da Dio molti miracoli per di lei
intercessione. La chiesa dove fu sep-
pellita prese in seguito il suo no-
me. S. Fredesvita era patrotia del-
la città ed università di Oxford, e
collo stesso titolo è onorata a Lom-
iny, nell'Artois, e in parecchie case
religiose dei Paesi Bassi. La sua fe-
sta si celebra a'iq d'ottobre, e nei
marliiologi d' Inghilterra è indica-
ta ai 12 di febbraio quella della
traslazione delle sue reliquie.
■ FREDLEMID oFELlMI (s.). Fio-
rì nel sesto secolo , e fu eletto ve-
scovo di Rilmore in blanda. Il ve-
scovo di Rilmore ebbe i titoli ora
di Brefiniensis, ed ora di Tribiir-
nensis, perchè fece la sua residen-
za a Brefne ed a Triburna, che
non sono oggidì che piccoli villag-
gi. La di lui festa, assegnata a' 2
d'agosto, si celebra ancora con mol-
ta solennità in quella diocesi.
FREDOLI o FREDOL Berenga-
rio (seniore). Cardinale. Berengario
Fredoli, appellato anche da qualcu-
no Stadelli, nacque nel castello di
Veruna, feudo della sua famiglia, non
lungi da Montpellier. Venne decorato
FRE 717
dapprincipio della dignità di canoni-
co nella chiesa di Beziers, poi deliar-
cidinconato di Narboua, quindi di
un altro canonicato in Aix. Fu
pubblico professore di legge nel-
l'università di Bologna, e poscia in
qualità di cappellano servì il Pon-
tefice s. Celestino V, e fu suo vi-
cario di Roma. Nel I2g4 ebbe
dal nominato Papa, il vescovato di
Beziers, e sotto il pontificato di
Bonifacio VIII venne scelto con
altri dottissimi canonisti a compi-
lare il sesto delle decretali. Cle-
mente V a' i5 dicembre dell' an-
no i3o5 lo creò prete cardinale
de'ss. Nereo ed Achilleo, peniten-
ziere maggiore, e nel iSog, vesco-
vo tusculano. Tre anni prima di
quest'epoca era già stato spedito
dal Papa alla corte del re Filippo
IV, insieme col cardinale Stefano di
Suissy, per consultare con quel
principe sulla scelta d'un luogo in
cui potesse convenire col Pontefice,
e trattare degli affari i piìi impor-
tanti. Fu incaricato eziandio con
altri cardinali di prendere infor-
mazioni sui delitti che s'imputava-
no ai templari, e così pure di de-
cidere intorno alla famosa contro-
versia de' minori sulla povertà di
Gesù Cristo. Fondò in Beziers un
monistero di canonichesse, alle qua-
li, col permesso del re, lasciò una
annua rendita di cento lire turo-
aesi. Consagrò a vescovo di Liegi
Alfonso de Marca, e Federico in
arcivescovo di Salisburgo. Depose
ancora per ordine di Giovanni
XXII l'abbate di Geraldo, e Ugo-
ne vescovo di Cahors, il quale avea
congiurato contro la vita di quel
Pontefice. Morì in Avignone circa
l'anno i323, e fu sepolto nella
cattedrale di Beziers. I meriti di
questo cardinale erano così segna-
23B FKE
lati , che nel conclave di Giovanni
XXII ottenne parecchi voti per
ascendere al pontificato.
FREDOLI Berengario (juniore),
Cardinale. Berengario FredoH, ni-
pote del cardinal seniore dello stes-
so nome, di nazione francese, fu
dapprima canonico e camerlengo
della chiesa di Beziers. Nel iSog
fu fatto vescovo di questa città, e
poi da Clemente V, a' 2 i dicembre
1 3 1 2, fu creato cardinale assente
de' ss. Nereo ed Achilleo. Giovan-
ni XXII nel 1817 lo promosse
al vescovato di Porto, e mentre
governava quella chiesa , comp"! la
sua vita l'anno iSaS. La sua di-
gnità cardinalizia da alcuni è po-
sta in dubbio, mancandosi di do-
cumenti autentici , come osserva
il Novaes.
FREGOSO Paoio, Cardinale.
Paolo Fregoso, ovvero Fulgosio, pa-
trizio genovese, ebbe i natali nel 1 428.
Sortì un'indole piuttosto inclinata al-
la guerra, di quello che al pacifi-
co ministero degli altari; ma nondi-
meno volle consagrarsi nella clerica-
le milizia. Nicolò V, nel i453, lo
creò arcivescovo di Genova, ed ivi
spiegò tale magnanimità del suo
animo, che i genovesi, nel 1462,
vollero eleggerlo a loro doge. Avu-
tane licenza da Pio II, resse quella
repubblica per lo spazio di parecchi
anni ; così per altro, che per la ec-
cessiva di lui ambizione v'insorse-
ro non pochi tumulti. Sisto IV
a 5 maggio 1 480 lo creò cardina-
le assegnandogli per titolo la chie-
sa di sant' Anastasia, e gH affidò
però la legazione del regno di Na-
poli, per discacciare i turchi che
avevano occupata la città di Otran-
to, ed anzi a tal uopo gli diede il
comando dell'armata pontificia; e il
Fn'goso riportò una segnalala vitto-
FRE
ria. Ottenne nel 1481 il vescova-
do di Ajaccio nella Corsica; ma po-
co tempo dopo furono avanzate ca-
lunnie tali a suo disdoro che in
pubblico Sisto IV lo dichiarò de-
caduto della sua dignità. Conosciu-
ta però meglio la di lui causa, e
scopertasi la frode nell' accusa, il
cardinale fu restituito con onore al
suo posto. Non è perciò ch'egli si
potesse liberare dalla taccia antica
dell'ambizione; che anzi spirato il
periodo di tempo della sua ducale
dignità, aspettò che il nuovo doge
Battistino Fregoso venisse a visitarlo,
e poi fattolo chiudere nelle stanze
del palazzo arcivescovile, colla mi-
naccia della morte, l' obbligò a ri-
nunziargli le fortezze del ducato, e si
fece di bel nuovo riconoscere doge.
Riassunto il governo, scoprì e di-
strusse alcune insorte congiure, ed
uccise di propria mano quindici ri-
belli che in una battaglia ricusava-
no di sottomettersi. Vide nondime-
no che i mezzi troppo forti adopera-
ti da lui, gli avevano eccitala l' in-
dignazione del popolo; pensò quin-
di di ridurre la città sotto i duchi
di Milano, per togliere la via ai
suoi nemici d' impadronirsi del go-
verno. Ma tale disegno produsse
così fiera sollevazione, che il car-
dinale fu costretto a salvarsi nella
cittadella, dove fu stretto di assedio.
Lodovico Sforza, denominato il Mo-
ro, vi riuscì però co' suoi maneg-
gi, e in poco di tempo fu ricono-
sciuto come capo della città. Allo-
ra il cardinale dimise la sua digni-
tà, con una pensione di seimila
scudi, e si volse per mare alla via
di Roma, dove giunse dopo una
furiosa tempesta. Ivi ottenne la le-
gazione della provincia di Campa-
gna, e finì la sua vita nel trattare
gli affari della santa Sede. Morì in
FRE
Roma, nrl '49^; ^^ ebbe il sepol-
cro nella basilica tie' ss. Apostoli.
pedi Genova, ove si liporttuio più
dettagliate notizie delle vaiie vi-
cende di questo cardinale.
FREGOSO Federico, Cardinale.
Federico Fiegoso , fratello di Ot-
taviano doge di Genova, nacque
in questa città. Ancor giovanetto
venne eletto da Giulio II nel i^oy
all'arcivescovato di Salerno, per le
istanze di Guidobaldo duca di Ur-
bino suo zio; ma l'anno dopo assun-
se l'amministrazione della chiesa di
Gubbio, perchè in Salerno avea tro-
vato poco favox'e per l'adesione
spiegata verso la corona di Fran-
cia. Nondimeno avea colà celebra-
to anche un sinodo. Trasferitosi
poi a Genova, nel i5i3, per coa-
diuvare nel governo il fratello Ot-
taviano, riportò un'insigne vittoria
contro Cortogli, corsaro di Baiba-
lia ; cosa che gli meritò la carica
di generale delle galee pontifìcie.
Senonchè espugnata Genova nel
i52 2, dalle truppe di Cesare, e ca-
duta in lor potere, nel mentre vo-
leva egli salvarsi colla fuga sopra
di un vascello francese, si rovesciò
il palischermo e fu quasi sommer-
so nel mare, se un'accurata pron-
tezza de'suoi non lo avesse salvato.
Sofferse però gravissima malattia,
della quale tosto che si riebbe, si
rifugiò in Francia, ed ivi ottenne
dal re che io amava assai, la pin-
gue abbazia di s. Benigno di Di-
gion, di cui fu il primo abbate com-
mendatario. Venutagli però a te-
dio una vita negl'intrighi degli af-
fari, si volse tutto cuore alla chie-
.sa di Gubbio, di cui fu stabilito ve-
scovo titolare, e fece rinunzia della
sede di Salerno al cardinale Nicolò
Ridolfì, il quale gli rassegnò la pin-
gue abbazìa di s. Croce di Fonte
FRE 2 3g
Avellana. Alloia si diede con som-
ma edificazione ad eseguire l'epi-
scopai ministero, di guisa che fu
onorato del nome di padre de' po-
veri e rifugio degl'infelici. Rifece
anche il pavimento della cattedrale
e III assai benefico colle altre chie-
se della sua diocesi. Nel tempo del
suo governo spirituale, i canonici
di quella chiesa, pel favore di Fran-
cesco Maria della Rovere, duca di
Urbino, furono dichiarati secolari,
e ridotti ad undici con un prepo-
sto. Paolo III, avutane contezza
delle preclare virtù che lo adorna-
vano, lo impiegò dapprima in una
congregazione da lui stabilita per
la riforma della Chiesa, e lo creò
poscia a' 19 dicembre dell'anno
1 539 cardinale prete de' ss. Gio-
vanni e Paulo, dalla quale dignità
voleva con preghiere e con lagri-
me ottenerne dispensa. Obbligato
però da un comandamento del Pa-
pa ad accettarla, se ne partì per
la sua diocesi, dove nel 1 54 1 po-
se fine alla mortale carriera. Ebbe
sepolcro nella cattedrale, con uà
superbo monumento sul quale sta
la statua del caidinale in marmo.
Fu d cardinal Federico dottissimo
nelle lingue greca ed ebraica : scriSi-
se alcune opere sopra vari argo-
menti : e mantenne non interrotta
relazione co' più celebri letterati del
suo tempo, Ira'quali godevano d«illa
sua amicizia i cardinali Bembo e
Sadoleto.
FREJUS {Forojulien). Città con
residenza vescovile del regno di
Francia nella Provenza , capoluogo
del dipartimento del Varo, sulla co-
sta del Mediterraneo. Questa anti-
ca città è situata in mezzo ad una
valle fertile, ed abbondante di tut-
tociò eh' è necessario alla vita, sulle
rive del torrente Reyran, vicino al-
y.'io FRE
la riviera d'Argens; vi sono però
delle pallidi che rendono l'aria al-
quanto insaldhre; ma da qualche
anno si opera con ogni cura per
giungere a diseccarle. È sede di
un tribunale di commercio , e di
un officio postale. Fra i móltissimi
avanzi di romana antichità che so-
no ancora in Frejus, meritano men-
zione i suoi vasti bastioni, la porta
Dorata, e quella di Cesare, un gran-
dissimo anfiteatro od arena quasi
ancora intero, eh' è d' una mirabi-
le costruzione; i frammenti di un
tempio , un acquedotto magnifico,
una specie di gi'ossa muraglia, avan-
zo forse di qualche antico palazzo,
una strada lungo l' acqua che cir-
condava l'antico suo porto situato
all' imboccatura dell' Argens , ora
quasi inservibile, ed un faro che
s'innalzava all'ingresso di esso.
Questo porto fu già della massima
importanza, e famoso per la stazio-
ne che ivi fece una delle quattro
armate navaH di Augusto;, ma il
mare da quattrocent'auni in qua
scambia essersi allontanato da esso
tre o quattro miglia. Frejus è pa-
tria di Giulio Agricola console ro-
mano, suocero dello storico Tacito,
del poeta Cornelio Gallo, di Vale-
rio Paulino, di Giulio Grecino se-
natore romano, celebre per la sua
coraggiosa resistenza a Caligola , e
nei moderni tempi dell'abbate Sieyes,
e di molti altri rinomati personaggi.
Il cardinal Giambattista di Latil, che
come arcivescovo di Pveims coronò
Carlo X, nacque nell' isola di san-
ta Margherita diocesi di Frejus.
Nelle vicinanze di questa città si
trovano delle ametiste e dei cri-
stalli, e ad una lega di distanza
avvi una montagna che rinchiude
diaspro rosso e bianco, e cornali-
ne. Esiste una miniera di carbone
FRE
fossile o terreno nella valle di Rey-
raii: cospicua è la fiera che vi si
tiene per sei giorni , dal 1 3 mag-
gio, ccn numeroso concorso.
La origine di Frejus è incerta:
al tempo di Giulio Cesare, che gli
diede il suo nome , Foriua Julii ,
ovvero Civitas Foro Juliensis , e
Jidio Forensis, era essa molto con-
siderabile. Divenuta colonia roma-
na, essendo chiamata prima Colo-
nia Pacensis^ ebbe il nome di co-
lonia Octai'ianoriwtj a cagione del-
l'Vili legione dei soldati veterani
che vi si stabih. Si hanno delle
medaglie del tempo di Augusto ,
che qualificano questa città di Co-
lonia Julia Octa^'ianornm : di Do-
miziano colla leggenda, Col. Far.
Jul.j e di Nerone nelle quali leg-
gesi, Col. Pac. Class. Plinio chia-
molla classica perchè Augusto vi
fece costruire un arsenale per la
marina, il suo porto essendo allo-
ra vastissimo e sicurissimo. Dopo
la divisione delle provincie roma-
ne, Frejus fece parte della Narbo-
nese seconda, essendo andata sem-
pre soggetta alle rivoluzioni di que-
sta provincia. I saraceni rovinaro-
no la città verso la fine del nono
secolo: Guglielmo conte di Arles,
che li scacciò, donò la città a Ri-
culfo vescovo, il quale verso l'anno
970 la fece riedificare e cingere
di forti mura. I vescovi di Frejus
ne furono spogliati nel 1189, in
seguito d' una guerra che suscitaro-
no al re d'Aragona Raimondo det-
to Alfonso li, allora conte di Pro-
venza, il quale la unì alla sua co-
rona, ma in progresso fu loro re-
stituita con altre signorie. li duca
di Savoia Vittorio Amadeo II la pre-
se nel 1707. A Saint-Raphael, pic-
colo porto poco distante da Frejus,
sbarcò Napoleone Bonaparte a'9 otto-
FRE FRE 2|r
bi-e 1799, al suo ritorno dalla spe- mlnistratore, cui successe nel i 533
dizione dell'Egitto, e volando a Fa- il nipote Leone Orsini colla digni-
ligi rovesciò la costituzione direi- tà di vescovo; nel i565 Bertrando
toriale, divenne primo console, quin- de Romanis, e nel i654 Giuseppe
di imperatore. Zonga Ondedei. Fra i vescovi di
La religione cristiana non fu prò- Frejus di origine francese, nomine-
pagata in questa città prima del remo Andrea Ercole di Fleury nel
quarto secolo. Il primo dei vesco- 1698, poi creato cardinale da Be-
vi di Frejus fu Accetto, il quale nedetto XIII; Emmanuele France-
venne domandato ed eletto unani- sco de Bausset di R.oquefort, eletto
niamente dal clero e dal popolo, nel 1766, il quale fece fabbricai^
venendo stabilita la sede vescovile un bel seminario, pubblicò un bre-
sutfraganea alla metropoli d'Aix, viario, ed un nuovo catechismo, e
come lo è tuttora. Concordio, uno rese importanti servigi alla sua die-
de' vescovi del concilio di Valenza cesi: all'epoca della rivoluzione fran-
nel 374, rese di Accetto buonissi- cese emigròj in seguito rinunziò id
ma testimonianza in piena assem- vescovato nel i8oi,emori in odo-
blea ; ma Accetto per sottrarsi a re di santità l'anno seguente. La
quella dignità si confessò colpevole sede vescovile di Frejus fu verso
di alcuni delitti, quindi non si prò- questo tempo soppressa, ma venne
gredì più oltre. Da ciò si rileva, e essa ristabilita pel concordalo tra
lo afferma anche Commanville, che il re Luigi XVllI , e il Papa Pio
a delta epoca in Frejus eravi la VII nel 1817; poscia nel concisto-
sede vescovile. Sì annovera Ira i re de' 16 maggio iBsS quel Pon-
vescovi di Frejus s. Leonzio di Ni- tefìce ne dichiarò vescovo monsi-
mes, a cui scrissero per affari im- gnor Carlo Alessandro de Richery
portanti i Pontefici s. Bonifacio I, della diocesi di Senez: a questi Pio
e s. Celestino l,e mori verso l'anno Vili die in successore nel concisto-
43'2. Dipoi nelsecoloXIII, enei I 299, ro de' 27 luglio 1829, l'odierno
Bonifacio Vili promosse a questo ve- vescovo monsignor Lodovico Carlo
scovalo Jacopo d'Euse di Cahors, Gio. Ballista Michel j d'Acqui di
indi cancelliere del conte di Pro- Provenza.
venza : Clemente V che avea sta- La chiesa cattedrale è dedicata
bilila la residenza pontifìcia in Avi- alla beata Vergine Maria, ed altre
gnone lo fece vescovo di questa volte era un tempio pagano, come
città nel i3io, poscia lo creò car- scorgasi dalla costruzione, essendo
dinaie vescovo di Porto, e nel i3i6 bassa ed oscura. Tra le reliquie
lo ebbe a successore col nome di che ivi si venerano, è il corpo del
Giovanni XXII. Tra i vescovi di santo vescovo Leonzio. In essa vi
Frejus ve ne furono alcuni ilalia- è il fonte battesimale, e la cura
ni , come Bortolomeo Grassi del delle anime si funge dall'arciprete,
i338; Urbano Fiaschi, eletto nel coadiuvato da due vicari. Antica-
i477j Niccola Fieschi fratello di mente il capitolo avea per dignita-
s. Caterina, lo fu nel 1496, e nel ri il preposto, l'arcidiacono, il sa-
i5o3 Alessandro VI lo creò car- grestano , olire dodici canonici :
dinaie; il cardinal Franciolto Or- il capitolo conferiva tutti i bene-
sini, nel 1 526 ne fu nominalo am- fizi che ne dipendevano, ed ave-
voi. xxvii. 16
24^ FRE
va diritto d'annata; il vescovo no-
minava la dignità del sagrestano,
il quale doveva sempre essere un
canonico. Al presente il capitolo si
compone della prima dignità del-
l'arciprete, e di nove canonici, com-
prese le prebende del penitenziere
e del teologo. L'episcopio è vicino
alla cattedrale, oltre la quale in
città non vi sono altre parrocchie,
vi è però un gran seminario in cui
sono circa novanta alunni , oltre
due piccoli nella diocesi ; avvi pu-
re un monistero di suore detto di
Nevers, una confraternita chiama-
ta de' penitenti , ed un ospedale.
Eranvi prima i domenicani, i mi-
nori osservanti, i gesuiti, le mona-
che cisterciensi dette di s. Bernar-
do, e le monache domenicane. Que-
sta diocesi, la più estesa della Pro-
venza, conteneva cinque chiese col-
legiate, e sessanlasette parrocchie;
oggidì le parrocchie sono trentasei,
con centosettantasei succursali , e
con settantanove vicariati. Il vesco-
vo godeva di ventottomila lire di
rendita, e pagava quattrocento fio-
rini di tassa per le sue bolle. Al
presente le rendite del vescovo so-
no costituite per la somma di quin-
dicimila franchi, e sono tassate nei
libri della cancelleria apostolica, in
fiorini trecentosettanta.
FREZZA Luigi, Cardinale. Lui-
gi Frezza nacque nell'antico Lanu-
vio, ora Civita Lavinia, diocesi di
Albano, a'2 7 maggio 1788, di agia-
ta famiglia, che distinguevasi per
antica virtÌL probità e j-eligione. Mo-
strando egli sin dalla tenera età ec-
cellente ingegno, e grande amore
agli studi, attese ad essi con somma
lode nel seminario romano, e nel
collegio greco, de' quali fu convit-
tore; e colla vasta sua mente ab-
bracciò e principalmente si appro-
FRK
fondi nella filosofia, nella leologi.i,
e nella giurisprudenza civile e ca-
nonica, onde in tali facoltà riuso»
valentisnmo. Entralo nello stato ec-
clesiastico, appena ordinato sacer-
dote applicossi con mirabile zelo
e dottrina al ministero della pre-
dicazione e delle confessioni. Dive-
nuto per le sue estese e piofonde
cognizioni, in ispecie delle sacre di-
scipline, in singolare estimazione a
Roma, fu aggregato alla cospicua
accademia di religione cattolica, e
per la sua specchiata condotta il
prelato Pietro Coprano poi cardi-
nale lo celebrava come uno de'pri-
mi preti della capitale del cristia-
nesimo, come quello ch'eragli me-
ritamente successo alla direzione dei
collegio romano, per il cardinal
Bartolomeo Pacca prefetto degli stu-
di del medesimo Pio VII lo dichia-
rò consultore dilla congregazione
di Propaganda fide, ed il succes-
sore Leone XII (nel di cui con-
clave il Frezza era stato prescelto
dal cardinal Antonio Pallotta a suo
conclavista ecclesiastico ) appena e-
saltato al pontificato il volle suo
intimo cameriere segreto partecipan-
te, prevalendosi dell'opera sua in
affari rilevantissimi della santa Se-
de ; successivamente lo nominò mem-
bro del collegio teologico nell' uni-
versità romana, sotto - promotore
della fede, consultore delie congre-
gazioni dell'indice, e degli affari
ecclesiastici, e nel concistoro de' 2
ottobre 1826 lo fece vescovo delle
diocesi unite di Terracina, Sezze,
e Piperno. Nel regime pastorale di
quelle sedi si diportò qual tenero
e provvido padre, accoppiando alla
giustizia la prudenza. Per motivi
di salute Leone XII accettò la di
lui rinuncia nel concistoro de' t5
novembre 1828, ed invece lo fra-
FRE
sfen al titolo arcivescovile in par-
(ilnis di Calcedonia, indi lo promos-
se alla carica di segretario del vi-
cariato di Roma, e poi a quella
di segretario della congregazione de-
gli affari ecclesiastici straordinari,
di cui già lo avea fatto consulto-
re. Di questa idtima ne divenne
benemerito, per il senno e dottri-
na eoa la quale funse il vasto ed
importante uffizio, per le gravi con-
troversie che in essa congregazione
si agitano, e per l'immenso cumu-
lo delle relazioni che ha per tutto
il mondo; laonde il suo nome a
gloria della Sede apostolica, venne
venerato nelle piìi rimote regioni.
Pio Vili ebbe gran stima per lui,
e lo fece canonico della patriarcale
basilica liberiana; maggiore poi fu
quella del regnante Gregorio XVI;
ed infatti, prima lo annoverò tra
i consultori della sagra inquisizio-
ne, nel i832 lo dichiarò segreta-
rio della congregazione concistoria-
le, il perchè lo divenne pure del
sagro collegio, conservandogli l'an-
teriore uffizio, per l'attività e fera-
ce ingegno che scorgeva in lui, e
inoltre dal canonicato di s. Maria
Maggiore, lo trasferi a quello del-
la patriarcale basilica vaticana. E
finalmente il medesimo Papa nel
concistoro de' 2 3 giugno i834 lo
creò cardinale riservandolo in pet-
to, e poscia ad onta della di lui
virtuosa trepidazione ed umiltà, in
quello degli ii luglio i836 lo
pubblicò cardinale dell' ordine dei
preti, e poscia gli conferì per tito-
lo la chiesa di s. Onofrio. In at-
testato poi della sua sovrana pro-
pensione, il Pontefice gli concesse
il segnalato onore di poter unire
il proprio stemma al di lui genti-
lizio. Questa promozione riuscii a tutti
grata, e tra quelli che la celebraro-
FRE 243
no vi fu il sacerdote Luca Pacifi-
ci celebre latinista, allora minutan-
te de' brevi pontifìcii e canonico
della basilica di s. Maria in Tras-
tevere, ed al presente monsignor
segretario delle lettere latine e ca-
nonico liberiano, con lettera gra-
tulatoria ed elegia con note, che
ili un ad iscrizioni e sonetti colle
stampe PeregoSalviucci si pubblicò
in Roma con questo titolo: Hono-
ri praecla rissimi nntislitis Àloiiii
Frezza ad romanae purpurae de-
ciis e\>ecti. I di lui talenti vieppiù
si palesarono nella sublime dignità,
e ne' consigli e negli affari risplen-
dè la sua saviezza e perspicacia ,
avendo subito parte operosa ed uti-
le nelle congregazioni cardinalizie
di cui il Papa lo fece membro ;
cioè della concistoriale, di propa-
ganda, dell indice, e degli affari
ecclesiastici straordinari. 11 nostro
cardinale nel nuovo grado tenue
sempre la sua naturale modestia,
frugalità, dolcezza di costumi e di
maniere, che nel corso della vita
gli procacciarono amore e riveren-
za. La sua casa in Civita Lavinia
fu onorata più volte dal Pontefice
Gregorio XVI, siccome meglio di-
remo all'articolo Gemano [Vedi).
La sua complessione prometteva vi-
ta più lunga, quando colto da bre-
ve malattia, tollerata con pia ras-
segnazione, placidamente e con se-
rena mente pagò l'umano tributo
nella fresca età di circa cinquanta-
cinque anni, a' i4 ottobre 1837,
perdita che fu generalmente com-
pianta. Celebrati nella chiesa di s.
Marcello solennemente i funerali,
ove cantò la messa di requie il
cardinal Giacomo Luigi Brignole,
dipoi il suo cadavere fu traspor-
tato nella mentovala chiesa di s.
Onofrio, dentro la cappella dedi-
•i44 FRI
cata a tal santo, ed ivi tumulato
con onorpvole marmorea iscrizione.
Il suUodato prelato Luca Pacifici
scrisse una robusta e commovente
necrologia, che si legge nel nume-
ro 87 del Diario di Roma del
1837, e compose pure l'iscrizione
sepolcrale.
FRIARIO (s). Nacque da un
agricoltore di Nantes circa 1' anno
5ii. Esercitò dapprima l'arte del
padre, manifestando una gran pu-
rità di costumi a cui accoppiava
la pratica del digiimo, delle veglie,
e l'esercizio di una continua ora-
zione; poscia si ritirò col diacono
Secondello nell' isola di Vindonita,
formata dalla Senna , nella diocesi
di Nantes. In quella solitudine essi
aveano ciascuno la propria cella,
dove facevano i loro esercizi in
particolare. Secondello fu provato
da diverse tentazioni , ma assistito
dai consigli di Friario , pervenne
ad un'esimia santità. Friario ebbe
eziandio degli altri discepoli , cui
istruì nella perfezione, e fu gran-
d' amico di s. Felice vescovo di
Nantes, il quale lo assistè nella sua
ultima malattia. Morì verso la fi-
ne del sesto secolo, e fu seppellito
nella sua cella, dove furono ope-
rati non pochi miracoli , e gli si
edificò poscia una chiesa. Conser-
vasi parte delle sue reliquie nella
parrocchia di Besnay, della quale
è il principal protettore. S. Fria-
rio è ricordato il i." d'agosto in-
sieme a s. Secondello.
FRIAS Ferxandez Pietro, Car-
dinale. Pietro Fernandez Frias, di
oscura famiglia spagnuola, fu ve-
scovo di Osma , e creato pseudo-
cardinale di s. Prassede dall'anti-
papa Clemente VII. Abiurato dipoi
lo scisma, nel 1409 venne conferma-
to da Alessandro V, e nel 1 4 1 2 ti as-
FRF
ferito da Giovanni XXIII al vesco-
vado di Sabina. Ebbe anche la
legazione di Roma , e fu arciprete
della basilica valicana. Morì in Fi-
renze nel 1420, lasciando di sé una
memoria troppo infelice pel suo
orgoglio, avarizia e dissolutezza.
FRIBURGO (Fribiirgcn.) Città
con residenza arcivescovile nel gran
ducato di Baden, in Brisgovia, an-
tico territorio di Alemagna, uno
de' più felici paesi di essa , posto
nella regione meridionale della Sve-
via, e perciò diverso di Friburgo
città della Svizzera, residenza del
vescovo di Losanna. Friburgo gia-
ce sulla riva destra del Treisam,
in situazione romantica a piedi del-
la foresta o selva Nera, ed i suoi
dintorni sono forse fra i più ame-
ni che si trovino in Germania. Da
una parte ha la fertile pianura
che copiosamente dà tutti i pro-
dotti propri d^una regione tempe-
rata, con ameni giardini ; dall' altra
un magnifico paese con monti e
valli, ricco di vigne e di minerali,
il quale è pur feconda sorgente di
cognizioni pei naturalisti. La parie
montuosa abbonda di legnami, ed
oltre la coltura delle miniere di
argento , piombo e ferro, che gli
abitanti di Fiiburgo e della Bris
govia esercitano , essi sono indu-
striosi massime ne' luoghi montuo-
si, ove si fabbricano in gran quan-
tità gli orologi di legno, de' (juali
si fa un sì vasto commercio , non
solo in Europa, ma anche in A-
merica. Vi sono pure fonderie di
campane ed officine di scoltura : i
suoi abitanti sono celebri per pu-
lire cristalli, granate e pietre pre-
ziose. Friburgo detto anche Frei-
burg e Fryburg, altre volte capi-
tale della Brisgovia e fortezza rag-
guardevole , ora è capoluogo del
circondario di Treisam e Wiesen,
di un baliaggio di città, e di due
Ijaliaggi. E sede di un baliaggio
criminale, di un'amministrazione
superiore delle foreste, di una ri-
cevitoria generale, e di una dire-
zione delle fabbriche. Assai ben
fabbricatii, ha un sobborgo e stra-
de larghe, bene lastricate, ornate
di belle case, ed assai bene illumi-
nate. Ha due piazze pubbliche,
due chiese cattoliche, due prote-
stanti , una delle quali, chiamata
Munster, è osservabile per la sua
bella architettura di gusto gotico.
La fabbrica più considerabile di
Friburgo è la sua bella cattedra-
le, che molti pretesero paragonare
a quella di Strasburgo. Questa cat-
teilrale è tutta costrutta di pietre
quadrate, ed è adorna di stupen-
de scolture. La sua torre pirami-
dale si dice una delle più alte e
belle dell' Alemagna. La fabbrica
venne incominciata dal duca Cor-
rado di Zahrin^en nell'anno Ji52;
o
questo superbo monumento dopo
avere resistito a sei secoli , soffri
danni considerabili nell'assedio che
sostenne nel I7i4- Inoltre la cit-
tà possiede una rinomata univer-
sità fondata sino dal ì ^56 , chia-
mata Lodovico- Albertina , da Al-
berto VII detto il Buono, duca
d'Austria, la quale in questi ulti-
mi tempi ottenne molti favori, e
fra i suoi professori conta uomini
distinti. La situazione di Fiiburgo
in un angolo della Germania , e
la sua vicinanza ad Eidelberga ed
a Tubinga, tanno che la sua uni-
versità non sia molto frequentata :
le istituzioni scientifiche vanno e-
stendendosi progressivamente, e la
biblioteca principalmente è ricchis-
sima di opere antiche, raccolte nei
soppressi mouisteri e capitoli. Alla
FRI 245
università sono pure uniti una col-
lezione d' islrumenti di fisica e di
matematica, uu giardino botanico,
un teatro anatomico, ed una clini-
ca medico-chirurgica ; ha inoltre
una scuola normale ed un museo.
Recentemente vi si formò una so-
cietà di storia, onde propagare gli
studi della statistica ed antichità,
e per assicurare la conservazione
de' monumenti ed oggetti di arti
che rinchiude il paese. In vicinan-
za della città si scoperse di recente
sulla montagna detta Schoenberg
un gran numero di sepolcri, rin-
chiudenti armi ed ornamenti, che
marcano i caratteri della più ri-
mota antichità. Friburgo è patria
del monaco Schwartz, che passa in
Alemagna per l' inventore della
polvere da cannone, di Gio. Tom-
maso Freigius o Freig giureconsul-
to e letterato del secolo XVI, dei
medici Giacomo, Giovanni e Mi-
chele Schenk, e di altri illustri per-
sonaggi.
Friburgo va debitrice della sua
origine agli operai delle miniere, i
quali a cagione della vicinanza di
esse si fabbricarono colà abitazioni,
ed a poco a poco si ridussero quel-
le abitazioni ad un bel villaggio,
il quale nel 1118 o nel 1122 fu
dal duca Bertoldo di Zahringen
elevato al grado di città. Estinta
l'antica ed illustre famiglia di Zah-
ringen , per Agnese superstite di
essa, e pel suo matrimonio col con-
te Egon di Furstemberg, passò sot-
to il dominio di questi conti, ai
quali essa più volte si ribellò. La
città nel secolo XIV strinse lega
con varie altre, e finalmente dopo
molte vicende ed agitazioni , nel
i386 i borghesi abbandonando 1
conti Furstemberg, si diedero iu
potere dei duchi d" Austria della
246 Fili
casa d'Absburgo. Mentre uel i^i5
Giovanni XXIII si trovava al con-
cilio di Costanza (Fedi), per ri-
nunziare ad esempio di Gregorio
XII il pontificato, per la cessazione
del lungo e funesto scisma; pen-
tito quindi del proponimento se
ne fuggì travestito per mezzo di
Federico duca d' Austria che lo
proteggeva , al qual fine celebrò
un torneo per meglio trafugarlo ;
onde Giovanni XXIII si ritirò in
Friburgo. Allora il concilio formal-
mente il depose, onde volendo Gio-
vanni passare dal duca di Borgo-
gna, Federico badando a' suoi in-
teressi permise che fosse imprigio-
nato e portato ad Eidelberga. Gli
svedesi sotto il maresciallo di Hora
e il duca di Weimar presero Fri-
burgo negli anni i632, i634 e
i638. E ancora celebre per la
ostinata e sanguinosa battaglia, che
Luigi di Borbone, secondo di que-
sto nome , principe di Condé ed
allora duca d' Enghien , vi guada-
gnò li 3, 4 e 5 agosto i644 sulle
truppe bavaresi, nei posti dispula-
ti della montagna Nera , ad una
lega da Friburgo. Una delle ar-
mate di Luigi XIV, comandate dal
maresciallo di Crecquy, prese que-
sta città li 17 novembre 1677,
dopo otto giorni di assedio , ma
pel trattato di Riswick del 1697
fu restituita agi' imperiali. Il ma-
resciallo di Villars la prese di nuo-
vo dopo un assedio ostinato ; ma
Tenne ricuperata nel 1 7 1 4» P^'ò
con danno degli edifizi. Essendose-
ne poi impadronito Luigi XV nel
1744» ne fece distruggere le forti-
ficazioni prima di restituirla; il che
avvenne in forza del trattato di
Aix-la-Chapelle. Colla pace di Lu-
neville del 1801, l'Austria cedette
la Brisgovia, uno de' più antichi
FRI
dominii della casa d'Absburgo, in
cui è situata anche Liraburgo (luo-
go ove nacque Rodolfo d'Absbur-
go progenitore dell' augusta casa
d'Austria) e l' Ortenau, al duca
di Modena , il cui genero Ferdi-
nando d'Austria, alla morte di lui
divenne duca di Brisgovia. Ma col-
la pace di Presburgo nel i8o5, il
paese fu ceduto a Baden , e d'al-
lora in poi Friburgo fece parte del
granducato di Baden.
Nel riordinamento degli affari e
stato religioso in Germania, Pio
VII colla bolla Provida, solersene
Rornanorum Pontificuni, emanata ai
16 agosto 182 I, soppresso il vesco-
vato di Costanza, eresse in sede
arcivescovile Friburgo, colla digni-
tà metropolitana sui vescovati di
Rottemburgo, Limburgo, Magonza
e Fulda, che dichiarò suoi suffra-
ganei. Non essendosi mandato ad
effetto queste provvidenze, per quan-
to accennammo all'articolo Badai
(Vedi), il successore Leone XII
die felice esecuzione a tale disposi-
zione. Quindi nel concistoro de'2 1
maggio 1827, dichiarò al sagro
collegio de' cardinali, coU'allocuzio-
ne, QiLod a Pio Vllfel. ree. prae-
decessore nostro prò sacris Ecclc-
siae rebus in Germania ordìnaa-
dis, l'erezione di questo seggio ar-
civescovile, quindi con la consueta
proposizione promulgò a primo ar-
civescovo di Friburgo monsignor
Bernardo Boll della diocesi di Piot-
temburgo, essendo nato a Stutt-
gard, per la virtì^i e dottrina dal
Pontefice encomiata. In sua morte
il regnante Papa Gregorio XVI,
nel concistoro de' 2 r novembre
i836, nominò arcivescovo di Fri-
burgo monsignor Antonio Ignazio
Demeter di Augusta. Passato an-
che questi a miglior vita, il me-
FRI
desirao Gregorio XVI, nel coiicisto-
vo de 3o gennaio i843 , gli die
in successore l'odierno arcivescovo
monsignor Ermanno de Vicari di
Aulendoif, traslato dal vescovato
di Macra in partibiis infidelinni ,
già decano del capitolo della me-
tropolitana di Friburgo. Questa
arcidiocesi è vasta, e contiene quasi
ottocento novantamila cattolici, con
parecchie città e castelli, e la dio-
cesi di Friburgo, conta circa dodi-
cimila cattolici.
La cattedrale, magnifico edilìzio
di stile gotico, è dedicata alla glo-
riosa Assunzione di Maria Ver-
gine in cielo, ed in onore dei san-
ti Alessandro e Lamberto : ivi
si venerano insigni reliquie . Il
capitolo è composto della digni-
tà del decano, di sei canonici con
prebende, di due parrochi vicari,
e di altri preti e chierici. La cura
delle anime viene esercitata dal
canonico juniore insieme al parro-
co, neir istessa cattedrale, ov' è il
sagro fonte di mirabile struttura :
l'episcopio n' è alquanto distan-
te. Nella città, oltre la cattedra-
le, avvi un* altra chiesa parroc-
chiale pur munita di battisterio.
Vi sono due ospedali, uno civile,
laltro militare, un ospizio per gli
esposti, ed il monte di pietà. Da
idtimo il granduca regnante di
Baden, Carlo Leopoldo Federico, ha
concesso all'arcivescovo di Fribur-
go gli edifìzi dell'antica abbazia di
s. Pietro, fondata dagli antichi du-
chi di Zahringen o Zoehringen ai
benedettini nella foresta Nera, se-
colarizzata nelle ultime vicende po-
litiche, per convertirli in un semi-
nario metropolitano. Le rendite del-
l'arcivescovo ascendono a circa sei
mila scudi romani, e ad ogni nuo-
vo arcivescovo la mensa è tassata
FRI 247
nei libri della camera a[)ostolica fio-
rini seicento sessantotto.
FRIDIANO (s.). Nato in Irlanda,
come comunemente si crede, e se-
condo alcuni figlio di un re di IJI-
tonia, passò in Italia affine di per-
fezionarsi nella virtù e nelle scien-
ze ecclesiastiche. Il suo merito in-
nalzollo alla sede episcopale di Luc-
ca, dopo la morte di s. Geminiano.
Devesi attribuire alle sue preghiere
la salvezza di Lucca, quando fu per
essere rovinata dalle innondazioni
del Serchio. Morì nel SyS , e fu
sepolto nel luogo ov e presentemen-
te la chiesa che porta il suo nome,
la quale venne uffiziata da'canonici
regolari , la cui congregazione nei
i5o7 fu unita a quella di s. Giovan-
ni Laterano. S. Fridiano è onoralo
ai 18 di marzo.
FRIDOLINO (s.). Era d' Irlan-
da o di Scozia, e lasciata la patria
andò in Francia a predicare il van-
gelo. Poscia fondò parecchi moni-
steri nell'Austrasia, nella Borgogna,
nella Svizzera, e l'ultimo fu quello
di Seckingen, ove mori nel 538.
Egli è protettore titolare degli sviz-
zeri del cantone di Glaris , ed è
festeggiato a' 6 d i marzo.
FRIGENTO o FRICENTO ,
Frequenliim o Fricentum. Città ve-
scovile del regno delle due Sicilie,
nella provincia di Principato Ulte-
riore , capoluogo di cantone, città
antichissima degli irpini nel Sannio,
situala nella sommità di un deli-
zioso monte, ai cui piedi scorre
l'Albi. Cicerone, Appiano, Tolomeo,
e Plinio ne fanno menzione. In
f|uesta città si trovano gli avanzi
di non pochi monumenti, che ta-
luni credono appartenere all'antica
Frequenliim, nxìdi delle principali cit-
tà degli irpini ; mentre altri sosten-
gono che quivi fosse Ecolanum o
2 48 FRI
Jesculanum presso Ansante, città
incendiata dai romani durante le
loro guerre civili di Siila e di Pa-
piro Cursore. Essendo poi stata rie-
dificata sotto r attuale suo nome,
diventò in breve tempo assai po-
polosa e ricchissima; ed avrebbe
facilmente ricuperato l' antico suo
lustro, se non fossero sopraggiunti i
terrestri scuotimenti a disertarla.
Tanto è vero che Frigento sia suc-
ceduto ad Eculano illustre colonia
romana, che ne adottò lo stemma,
e ne conserva i marmi e gli avan-
zi. Presso alla città evvi un picco-
Io bacino chiamato Ansatilo, la cui
acqua torbida e nerastra spande
delle esalazioni talmente infette, che
danno la morte agli animali che vi
*.i avvicinano. 11 Sarnelli nelle Me-
morie cronologiche de' vescovi ed
arcivescovi della s. chiesa di Be-
nevento, parlando a pag. 2 38 del
vescovato d'Acqua-putrida, poi det-
ta Mirabella, dice che ad esso fu uni-
ta la sede vescovile di Quintodecimo,
venuta meno o abbandonata pel
fetoie delle mofete d' Ampsanto.
Questa mofeta e mefite sembra
aver dato il nome a Frigento, dal
friggere delle mefite medesime: An-
sante presso i classici latini signi-
fica la valle di Frigento, e Tito
Livio rammenta i popoli Frequen-
tinates. Frigento o Fricento ha u-
na bella cattedrale, ornata di ec-
cellenti pitture, e dedicata alla bea-
la Vergine Maria, ed a s. Maria-
no vescovo e patrono della città,
con capitolo decorato di tre di-
gnità, di venti canonici, oltre altri
beneficiati. Contandosi nella dioce-
si cinque collegiate insigni, e qua-
rantasei mila anime.
La sede vescovile nel pontifica-
lo di s. Celestino I fu eretta in
Frigento nel quarto secolo, sulfra-
FHI
ganea della metropoli di l5enoven-
lo. Ne fu primo vescovo s. ]\I;ir-
ciano greco di Modone, ordinato
dal Pontefice s. Leone I in Roma:
il santo vescovo si recò alla sua
sede, combattè gli errori , operò
miracoli, resse con mirabile zelo la
sua chiesa, e mori a' \ \. giugno
del 496 ; il corpo del quale vesco-
vo neir anno 836 fu traslatalo da
Frigento a Benevento , per opera
d'Orso vescovo beneventano, e collo-
cato nella cattedrale, dove riposa sot-
to l'altare maggioi'e, con altri corpi
e reliquie di santi : ciò avvenne per
ordine di Sicone duca di Benevento,
privandone Frigento. A questa chie-
saaffermail Sarnelli che fui-ono unite
le sedi vescovili di Quintodecimo os-
sia Eclana,edi Acqra-putrida; ma a
cagione delle barbarie dei vandali,
dei goti, dei longobardi, e per altre
vicende, la sede restò lungo tem-
po vacante. Alcuni però vogliono
unita Eclana a Frigento nel quin-
to secolo, altri nel settimo, e col
nome di Quintodecimo si ha pure
nel io54, come da bolla di s. Leo-
ne IX. Quelli che sostengono l'u-
nione al quinto secolo, la dicono
succeduta dopo l'eresia di Giuliano
vescovo di Echma, seguace degli
errori di Pelagio e di Celestio. Il
secondo vescovo registrato dall' U-
ghelli di Frigento, è Engellino , cui
nel 1082 il conte Roggiero donò
il monistero della ss. Trinità di Ve-
nosa. Prima di questo tempo , e
nell'anno 986 il terremoto in par-
te avea distrutto la città. Gli altri
vescovi sono Giovanni che visse nei
pontificati d'Innocenzo II, ed Euge-
nio III; Martino, che al dire del
Ciampo fu il nonagesimo quinto ve-
scovo frigentino, e che nel 1 1 5o
consacrò la chiesa collegiata di
Ta arasi, la quale è considerala nel-
FRI
la iliocesi di Fiigciito come matrice.
Quindi abbiamo il vescovo Giaiimii-
to che intervenne nel i 179 al con-
cilio generale celebrato da Alessan-
dro 111, e nel ii8'>. alla consagra-
zione della chiesa di Monte Vergi-
ne ; ed ebbe a successore Agapito
monaco della Cava. Il Ciampo nel
I 182 pone per vescovo un Ugolino.
Martino fiori nel 1200; indi In-
nocenzo IV creò vescovo Giovanni
arciprete della chiesa Beneventana
nel 1232; e poi nel 12 14 Giaco-
mo di Acqua-pnlrida. Sotto Alessan-
dro IV lo fu uno di cui non si
conosce il nome , così altro che
inori nel i3o6. Rogerio di Frigen-
to, eletto dal capitolo, fu conferma-
to tla Clemente V nel 1807; essen-
do stato ucciso da Rogerio de Bo-
nito milite d'Ariano, vacò per mol-
ti anni la sede. Wel i343 divenne
vescovo Pietro, canonico e nolaro
della chiesa Beneventana. Gli suc-
cesse nel i34H Cristiano, ed in sua
morte nel medesimo anno (ilemen-
le VI nominò fr. Eustachio degli
eremitani di s. Agostino; indi Ur-
bano V nel 1370 trasferì a que-
sta chiesa da quella di Ariano Gia-
pomo. Martino lo fu nel iSqg;
Giovanni Caracciolo napoletano nel
l4o5; Gaspare di Perugia nel 1424
per volere di Martino V, ed in sua
morte nel i4'j'5 fu eletto Battista
Ventura canonico napoletano.
Devastata Frigenlo in parte dal-
le guerre, ed in parte dai terre-
nioti, divenne spopolata, il perchè
Papa Paolo II alla morte di Tu-
scio vescovo d'Avellino, a' 7 mag-
gio 1466 unì Frigento in perpe-
tuo alla chiesa d' Avellino acque
pi Ilici palittr , dichiarando vescovo
d Avellino e Frigento il medesimo
Battista Ventin-a , che morì nel
j4'35. F. rUghcUi, lUìUa sacra,
FRI 249
tom. Vili, pag. 284 e seg. Dopo
la detta unione, narra il Sarnelli,
che fu di nuovo divisa Avellino
da Frigento, di consenso del ve-
scovo d'allora Gabriele Setario na-
poletano, e data la sede di Fri-
gento a Gio. Francesco nipote di
Gabriele, con condizione voluta dai
Pontefice Giulio II nel i5io, che
chi dei due sopravvivesse, restasse
vescovo d'Avellino e di Frigento:
lo stesso fu fatto nel i52o dal Pa-
pa Leone X.
Il Ciampo citato dice che alla
pingue mensa episcopale di Frigento
unì Paolo II quella tenue di A-
vellino, e che sotto la sua prote-
zione Carlo II accolse il vescovo
Gentile, perseguitato da Giovanni
Marra dominante in Frigento ; che
monsignor Albertino fu da Carlo
V spedito al governo di Spagna;
che Ferdinando III mandò il ve-
scovo Pirro al re di Pannonia per
suo ambasciatore; indi enumera gli
uomini illustri di Frigento. A que-
ta città soggiunge essere apparte-
nuti il cardinal Finy, Pascucci ve-
scovo di Trevico, e vari individui
della famiglia Ciampo, fra'quali d.
Giuseppe canonico di s. Antonino
di Gesualdo, che divenuto primi-
cerio di Frigento, terza dignità del
capitolo, funse diversi ragguarde-
voli incarichi. Il teriemoto tornò
ad alTliggere questa città nel i688,
e rovinò la chiesa che il santo a-
postolo degl' irpini e vescovo Mar-
ciano aveva eretto nella spianata
presso la città, per cui il capitolo
accorse ai necessari ristauri. Nel
1736 altre replicate scosse di ter-
remoto devastò molti edifici. Fi-
nalmente il Pontefice Pio VII con
le lettere apostoliche quinto kalen-
das julii 1818, De iililiori domi-
nicac, soppresse la sede di Frigen-
2 5o FRI
lo, e l'um interamente ad Avelli-
no. Il dottore Fabio Ciampo di
Fiigento nel iHSy pubblicò in Na-
poli per la stamperia Sangiacomo
r Elogio storico di s. Marciano
vescovo e protettore principale del-
la città di Fricenlo, e sua antica
diocesi:, ed in esso fece voti pel ri-
stabilimento della sede.
FR^IGERIO ARPfALDO, Cardina-
le. Arnaldo Frigerio o Frangerlo,
o anche Faitnerio, soprannomina-
to da Chanteloiip, detto volgar-
mente di Cantalupo, dal luogo del-
la sua nascita nella diocesi di Bor-
deaux, era congiunto del Pontefi-
ce Clemente V. Fu dapprima de-
cano della chiesa di s. Paolo di
Londra, e nel 1 3o5, elevato Cle-
mente dalla chiesa di Bordeaux al
pontificato, lo dichiarò arcivescovo
di Bordeaux, quindi dal medesimo
Clemefite V, a' i5 dicembre i3o5
fu crealo prete cardinale di s. Mar-
cello, e camerlengo della S. R.
C. Intervenne al concilio gene-
rale di Vienna, e ne celebrò poi
uno piovinciale in Roffiaco, luogo
della sua diocesi , del quale si con-
servano tuttora gli atti scritti di
propria mano del cardinale. So-
scrisse con altri porporati nel-
l'anno i3of) ad una bolla spedita in
Poitiers, nella quale si dichiarava
che la Sede apostolica non è in al-
cun modo tenuta a somministrare
danari per sostenere le spese della
guerra di Sicilia, e i diritti da es-
.sa goduti in quel regno. Compì la
mortale carriera in Avignone l'an-
no I 3 IO, che altri prolungano al
i3 i f o al i3 r 2.
FRIGIA, Phrygia. Antico paese
dell'Asia minore, di cui varie sono
le opinioni siìlla prima origine del
suo uome , cioè se derivatogli dai
suoi abitanti, o da questi alla cou-
FRI
trada. Fu da prmcipio la Fiigia
divisa in grande, e piccola. Sotto
Costantino la gran Frigia si divise
in due parti, o a meglio dire due
porzioni di essa ricevettero i nomi
di Frigia Pacatiana o Pacaziana
da Pacatiano, prefetto del pretorio
d'Oriente, e Frigia Salutare, cosi
chiamata per la eccellenza del suo
clima; a queste si può aggiungere
la Frigia Epicteta, porzione di pae-
.se tolto dalla Bitinia, e per cui ebbe
un tal nome, che significa aggiunta
o conquista. Aveva al nord la Biti-
nia, all'est la Galazia, al sud la Pisi-
dia-, la Caria e la Lidia, ed all'o-
vest la Misia e la piccola Frigia.
Le sue principali città erano Lao-
dicea, Symnada, e Gerapoli. La pic-
cola Frigia stava fra la grande Fri-
gia e l'Ellesponto, e rinchiudeva
la Troade, che prima le dava d
suo nome, non avendo preso quello
di Frigia se non quando i frigi
se ne impadronirono. Conteneva le
famose città di Troia, ed i fiumi
Scamandro, Xanto, e Simoenta. Al-
cuni divisero la Troade dalla pic-
cola Frigia che chiamarono Elles-
pontiaca, perchè era verso l'Elles-
ponto e sul mare Egeo. Secondo
altri gli abitanti della Frigia erano
i più antichi popoli della terra; ta-
luno li fa discendere da Togorma,
uno de'figli di Goraer, e gli auto-
ri greci li dicono discendenti dai
Bryges o Breges che aveano prima
abitato la Macedonia. Si può crede-
re che la Frigia sia stata antica-
mente soggetta ai re, indi il pae-
se fu diviso fra diversi dominatori,
sapendosi che molti principi vi re-
gnarono nel tempo medesimo. I
frigi per venticinque anni furono
padroni del mare, ed è noto che
la città di Apamea, era la più
commercianle dell'Asia minore, e
l ' li 1 F II I
a "ri
che i negozianti vi si recavano dal- dcsima Gerapoli della Frigia Salti-
l'alta Asia, dalla Grecia, ed anche tare. Ecco come Commanville di-
dall'Italia. La religione dei frigi era vide la Frigia sotto l'esarcato d'A-
piena di ridicole superstizioni e di sia. Prima provincia della Frigia
idee stravaganti : i i'rigi colo- Capaziana, con Laodicea vescovato
ni dei traci riceverono da quei- nel primo secolo, metropoli nel quar-
H i misteri di Bacco. Per comune to, ed esarcato di Frigia nel secolo
opinione conviene far salire al tem- decimoterzo, con trentacinque ve-
po che precedette il diluvio di Deu- scovi suffaganci. Seconda provincia
calione, il regno del primo re di della Frigia Capaziana, con Gera-
Frigia chiamato Nannagus: l'ultimo poli o Jerapoli metropoli nel (jiiin-
re fu Adrasto della famiglia reale to secolo, con otto vescovi suifra-
della Lidia, la quale divenne prò- ganei. Prima provincia della Frigia
vincia della Frigia. La Frigia fu una Salutai'c , con Sinnada metropoli
delle tre diocesi d'Asia, e fu cocp- nel quarto secolo, ed esarcato di
presa nell'Asia proconsolare. Sparso Frigia nel decimoterzo, con treiilann
il lume della fede nella Frigia, nar- vescovi suffraga nei , tra' quali (ie-
ra il Rinaldi all'anno 3og, che u- rapoli del nono secolo. Seconda
na città intera, compresi i cittadi- provincia della Frigia Salutare, con
ni e i magistrati, essendo tutta cri- Araorium metropoli nel sesto seco-
stiana, né volendo alcuno di essi sa- lo, e con cinque vescovi suHraganei.
grifìcare agli idoli , fu dai gentili Terza provincia della Frigia Salu-
cinta da armati, e poi arsi uomini, tare con Cotyaeum o Cutaige ve-
donne e fanciulli , invocando essi scovato nel quarto secolo^ e metro-
il nome di Dio : vi mori pure il poli nel nono, con tre vescovi suf-
niartire Adauto italiano, che gl'ira- fraganei.
peratori avevano colmato d'onori. FRIGNANO Tommaso, Cardina-
Le notizie ecclesiastiche dividono le. Tommaso Frignano, di nobilis-
questa contrada in Frigia Pacaziana sima famiglia modenese, professò
o Capaziana, ed in Frigia Saluta- fino da giovanetto nell' ordine dei
re: la Frigia Pacaziana aveva per minori. Le belle doti del suo spi-
inetropoli Laodicea, che fu anche rito non tardarono a manifestarsi
capitale di tutta la Frigia ; e la sotto la direzione di valenti niae-
Frigia Salutare avea per metropoli stri, ed essendo riuscito a meraviglia
Sinnada. La Frigia Pacaziana essen- nella sacra oratoria fu scelto a mae-
do stata divisa in due provincie, stro di teologia, quindi a pubblico
prima e seconda, la prima conser- professore nell'università di Bolo-
vò per metropoli Laodicea, e della gna. Nel capitolo generale celebra-
seconda lo fu Gerapoli, la quale e- to in Assisi l'anno i367, venne
ra un semplice vescovato suffraga- generalmente giudicato degno della
neo di Laodicea. Neil' Oriens Chtist. direzione di tutto l'ordine. Ma pu-
si legge che la maggior parte de- re insorte non poche calunnie, eb-
gli autori non avendo fatta atten- be l' umiliazione di vedersi impe-
zione a questa divisione della Fri- dito pel corso di sei mesi nelle
già Pacaziana in due provincie, han- funzioni del suo ministero. Cono-
no creduto che la città di Gerapoli «cinta poi la innocenza di lui, e
della Frigia Pacaziana fosse la me- provata alla presenza di molti e
9.52 FRI
preclarissimi pcrson;iggi, venne re-
fitituilo nel MIO. primo ojtìzio , od
anzi incaiicato da Uibano V di con-
ciliare la pace tia i veneziani e Fran-
cesco da Carrara; cosa che riuscì di
generale soddisfazione, e con esito
lelicissirao. Egnal risultato ebbe la
nunziatura che poi sostenne in Ge-
nova, alloia turbata da questioni
fortissime tra il doge e la nobil-
tà : quindi come ricompensa della
eccellente sua direzione in que' ri-
levanti affari, gli fu concessa nel-
l'anno 1872 da Gregorio XI la
chiesa patriarcale di Grado. Non
molto dopo si recò di bel nuo-
vo a Genova per tranquillare le
discordie insorte tra la repubbli-
ca ed il re di Cipro, specialmen-
te in quei terribili giorni in cui i
turchi minacciavan l'Italia : ma in
questa occasione 1' esito non riuscì
lelice come era stato altre volte.
Però in tale circostanza ebbe or-
dine di combinare una lega contro
Barnabò e Galeazzo Visconti , du-
chi di Milano ; nella quale si strin-
seio assieme il conte Amadeo di
Savoia, il marchese di IMonferrato,
il marchese d'Este di Ferrara, e
ì\ doge di Genova. JN'el 1873 rap-
pacificò di bel nuovo i veneziani
con Francesco I da Carrara , si-
gnore di Padova. In mezzo poi a
tanti polilici affari, die pensiero
eziandio al buon andamento delle
cose ecclesiastiche, e non tiascurò
d' invigilare ben anco sugli ordini
religiosi ; e molto si adoperò per
ristabilire una regolare disciplina
nelle monache del suo ordine, che
s' erano alquanto scostate da' pri-
mitivi istituti. Urbano VI , volle
coronare i distinti suoi meriti, e
lo creò quindi cardinale a' 18 set-
tembre 1378, assegnandogli la ti-
tolare chiesa de' ss. Nereo ed .\chil-
FRI
leo. In seguito passò al titolo di
s. Lorenzo in Damaso, e poi al
vescovato tusculano. iSIoiì in Roma
nel i38r, in odore di santità, ed
ebbe il sepolcro nella chiesa di s.
Maria in Araceli innanzi all'al-
tare della B. V. Il Petrarca loda
molto il cardinale Frignano in una
lettera diretta al Pontefice. Giam-
battista Tondini scrisse la vita del
cardinali Frignani, la quale fu pub-
blicata colle stampe in Macerata
nel 1782.
FRISIA o DELLA CORONA,
Cavalieri. V. il volume XV il, pag.
191 del Dizionario, cioè Corona
REALE, Ordine equestre.
FRISiNGA o FREISING^Fm-
xinnin). Città vescovile del regno
di Baviera, circondario delllsei", ca-
poluogo di presidiale, e sede d'u-
na camera fiscale , giace in una
montagna presso una valle al con-
fluente dell' Iser e della Mosach.
E assai bene fabbricata in ameno
territorio. Vi si vede un castello
eh' era la residenza del vescovo ,
posto in una, deliziosa montagna.
L'antica e bella cattedrale è dedi-
cata alla Beata Vergine, con ca-
pitolo composto di ventiquattro ca-
nonici, e le dignità sono quelle di
prevosto, di decano, di teologo, e
di tesoriere. Vi sono altre quattro
chiese, un ospedale, un orfanotro-
fio, un seminario, un istituto di
sordi e muli, ed una scuola gra-
tuita. Frisinga fu già capitale d'un
vescovato indipendente, ed il pre-
sidiato è in parte formato dal ter-
ritorio di questo vescovato, che fu
donato alla Baviera nel 1802. Fu
la città fabbricata come credesi dai
presidenti ossia no capi del governo
della Vindelicia : venne poi inte-
ramente bruciata nel 1 109, e rie-
dificata poco tempo dopo dal ve-
FRI
scovo Alberto, luedianle le largi-
zioni dell'imperatore Federico I.
Nell'anno circa ySo s. Bonifacio e
s. Coibiniano vi eressero la sede
vescovile, che fu confermata dal
Pontefice s. Gregorio 111, e dichia-
rata sufiiaganea della metropoli di
Salisburgo, Ja quale sebbene non
fosse di grande estensione, accor-
dava nondimeno al vescovo un
rango fra i principi dell impero.
Il vescovo aveva i suoi uinciali ,
ch'erano ereditari , ed ebbe pure
in protettore di sua diocesi il con-
te Scbyren, che rinunziò questa
protezione a favore del vescovo
medesimo nel i i4o. Ottone vesco-
vo di Frisinga ne scrisse la storia,
facendo una descrizione particola-
re di questa città : fu essa patria
di parecchi uomini illustri, come
di Giorgio Edor celebre giurecon-
sulto.
Il primo vescovo di Frisinga fu
s. Corbiniano francese, che fu elet-
to vescovo regionario o provincia-
le , ossia missionario ecclesiastico
dal Papa s. Gregorio li, il quale
mandollo a predicare la fede di
Gesù Cristo in Baviera. Fissò egli
allora la sua residenza in Frisin-
ga, dove fabbricò la chiesa catte-
drale. Essendo perseguitato da Bil-
trude duchessa di Baviera, ritirossi
a Mays nel Tirolo, con tutto il
suo clero. Luitprando re de' lon-
gobardi che dominava in quell'e-
. poca nel Tirolo, gli diede due chie-
se che s. Corbiniano aveva egli me-
desimo fatte fabbricare non molto
tempo prima, in onore di s. Va-
lentino Vuna, e dì s. Zenone l'al-
tra, presso Mays, all'oggetto di ri-
scuoterne le rendite a vantaggio
della cattedrale di Frisinga. Mor\
questo santo nel 780 o più tardi
iu Frisinga ov' era ritornato ; altri
FRI 3 vi
dicono che terminò di vivere al-
trove, e che il suo corpo dai lon
gobardi fu portalo a Trento, don-
de poi venne trasferito a Frfsing;j
nel 760. Tra i suoi successori so-
no principalmente a nominarsi 1
seguenti : Ellenardo, il quale fon-
dò il capitolo di s. Andrea in Fri-
singa, fu vescovo dal io52 al 1078,
Ottone figlio di s. Leopoldo mar-
chese d'Austria, prevosto di Neu-
bourg, vestì l'abito de' religiosi cer-
tosini nell'alìbazia di Morimondo
in Francia, di cui diventò posci;i
abbate ed in seguito venne eletta
vescovo di Frisinga ; questo prela-
to dottissimo, si rese celebre per la
sua cionaca che incomincia dal
principio del mondo sino al 1 1 52f
dell'era nostra ; occupò la sede ve-
scovile dal I i37 al I ì^C), e fu se-
polto neir abbazia di Morimondo,
Conrado fondò la collegiata di s.
Gio. Battista a Frisinga , e rnor»
avvelenato nel i3i8, dopo nove
anni di vescovato. Alberto marche-
se di Baden, conte di Hochberg.
ed Haigerloch, canonico di Costan-
za e di Strasburgo, cancelliere dcl-
r imperatore Lodovico di Baviera,
e decano di Buspach in Baviera,
nel i352 fu eletto vescovo dxi Cle-
mente VI. Degenardo di Weichser,
prevosto di Augusta e di Morspurg
fu eletto vescovo dal capitolo nel:
j4io, ma non approvò questa ele-
zione Giovanni XXI li, clie nomi-
nò in vece Conrado di Traut-
mansdorlT, vescovo di Gurck , al
quale Degenardo cedette immedia-
tamente ma Conrado fu assassina-
to dai suoi domestici. Giovanni di
Grienvalder, o Gruumelder prevo-
sto di Frisinga, figlio naturale di;
Giovanni duca di Baviera, fu elet-
to vescovo nel 1422; venne però
bea presto privato del vescovato
21^4 FRI
da Martino V a cagione della sua
illegittimità, e non ne litoiiiò in
possesso che nel i443- L'antipapa
Felice V, come dicemmo al voi.
IV, pag. i6i del Dizionario^ lo
avea nominato cardinale; ma il
Pontefice Eugenio IV privollo di
quella dignità lasciandogli nondi-
meno il vescovato di Frisinga , ed
egli morì nel i453.
Nicodemo della Scala, della fa-
miglia de' signori di Verona, ot-
tenne il vescovato di Frisinga dal
Papa Martino V nel i^i^. Ebbe
egli per competitore il precedente
Giovanni ed Eniico conte di Schlick,
al quale l'imperatore Federico 111
voleva che fosse accordato questo
vescovato. Nicodemo si dice morto
in Vienna nel i443. Nel r44o
Nicodemo tenne un concilio in que-
sta città di Frisinga, nel quale si
fecero venticinque o ventisei rego-
lamenti sulla riforma, che conten-
gono eccellenti massime. Il quinto
rinnova lo statuto del concilio di
Basilea, eh' egli chiama generale ,
contro i chierici concubinari. 11 se-
sto priva della sepoltura ecclesia-
stica, quelli che saranno stati ucci-
si nei tornei e negli spettacoli, che
saranno morti improvvisamente, e
che non si saranno confessati den-
tro l'anno. Il decimosesto proibi-
sce di celebrare la messa senza lu-
mi. Il decimosettimo comanda di
rinnovar le ostie consagrate alme-
no una volta il mese. Il ventesi-
moquarto proibisce di assolvere dai
casi riservati alla santa Sede, o al
vescovo. Il ventesimoquinto proibi-
sce di scomunicare un chierico, o
laico qualunque, senza una previa
monizione canonica, e senza osser-
vare le formalità necessarie, al qual
proposito richiama il decreto del
concilio di Basilea, Ad vitanda
FRI
scandalUj Labbé tom. XIII, pag.
ici83, e Diz. de' Concili.
Ernesto de' duchi di Baviera, fu
eletto vescovo di Fiisinga nel i565
in età di soli dieci anni; fu po-
scia nominato vescovo d'Hildesheim
nel iSyS, di Liegi ed abbate di
Stavelo nel i58i, arcivescovo di
Colonia nel i583, e vescovo di
Munster nel i585; morì nel i6i2,
senza essere stato ordinato. Alber-
to Sigismondo de' duchi di Bavie-
ra, prevosto di Costanza, diventò
coadiutore di Frisinga nel 1687,
e morì nel i685. Giuseppe Cle-
mente de'duchi di Baviera succe-
dette al precedente suo cugino in
questa sede; diventò tre anni do-
po elettore di Colonia, e prevo-
sto di Bertgolsgaden nel 1694: in
detto anno fu pure eletto vescovo
e principe di Liegi, ed abdicò allora
al vescovato di Frisinga, venendo
nominato in sua vece a' 29 gen-
naio 169^ Gio. Francesco Ercker,
decano di Frisinga. L' ultimo ve-
scovo di questa sede fu Giuseppe
Conrado de Schrosenberg di Co-
stanza, fatto vescovo ed ammini-
stratore di Ratisbona a' 21 giugno
1790 da Pio VI. Il medesimo
Papa nominò suo sufFraganeo Gio.
Kepumoceno di Wolf nato in Oel-
tingen, eletto vescovo di Dorila in
parlthus a' i5 dicembre 1788, il
quale continuò sino al 1818. In
virtù del concordato conchiuso ai
5 giugno 18 17 tra il Pontefice Pio
VII, e il re di Baviera Massimilia-
no Giuseppe, la sede di Frisinga
fu trasferita a Monaco capitale del
regno dichiarata metropolitana, e
per diocesi l'attuale territorio di
quella di Frisinga; venne inoltre
stabilito che r arcivescovo si dovrà
in perpetuo chiamare arcivescovo
di Monaco e di Frisinga con quel-
1' K I
le altre provvidenze di cui pnr-
lammo all' articolo Concordato
(frdi). La bolla di erezione del-
la nuova metropoli e delle chie-
se sufìfraganee, Pio VII la emanò
il primo aprile 1818, ed incomin-
cia, colle parole: Dei ac Domini
Nostri Jesu Chris ti j indi quel Pa-
pa nel concistoro de' 25 maggio
1818, dichiarò arcivescovo di Mo-
naco e di Frisinga 1' odierno mon-
signor Lotario Anselmo de' liberi
baroni de Gebsattel di Wurzbnrg.
FRIZLAR o FRITSLAR, Fris-
laria. Città della Germania, nel-
l'Asia-elettorale, provincia della bas-
sa-Assia , capoluogo di circolo e
di baliaggio. Giace sopra un colle,
e presso la riva sinistra dell' Eder:
ha una bella collegiata, ed altra
chiesa, oltre alcuni stabilimenti.
Questa città fondata nell'ottavo se-
colo, si congettura essere l'antica
Bogadium, e secondo altri Bouri-
baw, od almeno eretta sulle sue
rovine. Fu nel numero delle città
libere ed imperiali, ed il langravio
Guglielmo d'Assia la prese d'as-
salto nel i63i. Prima della orga-
nizzazione delle nuove divisioni
dell'Assia elettorale, Fritzlar era
il capoluogo d'una provincia del-
lo stesso nome, che apparteneva al
vescovo di Magonza, e che non fu
ceduta che nel 1802 all'elettore di
Assia, a titolo d' indenizzazione.
Cenone cardinal vescovo di Pale-
strina, e legato del Pontefice Gela-
sio II, vi tenne un concilio l'anno
iri8: in questo concilio, chiamato
Concilium Fridestariense , si con-
fermò la sentenza di scomunica
contro l'imperatore Enrico V. Il
p. Mansi aggiunse agli atti del con-
cilio riportali in Regia t. XXVII,
dal Labbé nel tom. X, e dall'Ar-
duino nel tom VI, un estratto
FRI 2V;
della cronaca anonima di s. Tru-
doiie, pubblicata dall' Achery nel
tom. II, p. 697 del suo Spicilegio:
da essa apparisce che l' abbate di
questo monistero, temendo egli me-
desimo di essere separato dalla co-
munione della Chiesa, erasi trovato
al concilio, nel quale fu di nuovo
scomunicato Enrico V in conse-
guenza del suo adulterio, e della
tirannia che esercitava contro la
Chiesa romana, massime per le in-
vestiture ecclesiastiche. Riferisce in
oltre una lettera dell' arcivescovo
di Magonza ai canonici di Virtz-
burgo, nella quale li esorta con le
più dolci ed affettuose espressioni
a correggersi della loro facilità nel
conversare cogli scomunicati ; e ter-
mina con avvisarli che non dissi-
mulerà lungamente intorno ad una
tale condotta. Segue un'altra let-
tera del medesimo arcivescovo ai
canonici di Eamberga, nella quale
per avere alcuni di essi, ad esem-
pio del loro vescovo, dato a Cesa-
re ciò che dovevano a Dio, inter-
dice le loro chiese fino a tanto
che il vescovo medesimo abbia da-
to soddisfazione alla Chiesa. Final-
mente una lettera del prelato ai
canonici di Tubinga, in cui toglien-
do persino la comunione al loro
vescovo già sospeso, li minaccia
dell' egual pena, se tardano anco-
ra a mandar al concilio gli abba-
tij e gli altri prelati della diocesi.
Lo stesso p. Mansi fa menzione
d'un concilio provinciale tenuto in
Fritzlar, sul finir del secolo XII,
e nei primi del seguente, da Ge-
rardo arcivescovo di Magonza, per
ordinar l' esatta osservanza del te-
stamento. Mansi tom. II del suo
Supplinienlo ai concili, col. Zij e
seg., e col. 783 e 784.
FRIULI, o CIVIDAL DI FRIU
2 56 FRO
LI {^Vedi). A queslo aiticelo si fa
cenno del concilio conosciuto sotto
il nome di concilio di Friuli, Fo-
rojulifiise, tenuto da s. Paolino pa-
tiiorca d' Aquileia nel 791 o 796.
FRODOBERTO (s.). Nato a Tro-
yes, fu allevato nella scuola di quel-
la chiesa, e n' ebbe la clericale ton-
sura. Leggesi nella sua vita, che il
cielo lo favorì infin d' allora del
dono di far dei miracoli. Da ciò
si può immaginare quale doveva
essere la sua santità. Ritornato in
patria, dopo essere stato ritirato al-
cuni anni nel mouistero di Luxeul,
il suo vescovo lo pregò di stanziar-
si nella sua diocesi coi religiosi che
lo avevano accompagnalo, e il re
Clotario li diegli un luogo vicino
alla città per edificarvi un moni-
stero, detto poscia Moutier-la- Celle.
Quivi formassi una comunità flori-
da e numerosa, di cui Frodoberto
fu il padre e il modello. Mori a' 3 i
dicembre del GvS, e fu seppellito
nella chiesa di quel monistero. Otul-
foj vescovo di Troyes, fece la tras-
lazione delle sue leliquie neir873,
agli 8 di gennaio, giorno che fu
scelto per celebrare in avvenire la
sua festa principale.
FRONDA e FRONDE, foglia,
in latino frons. Foglia secondo il
Dizionario della lingua italiana, è
(juella parte delle piante che le
adorna, e che loro serve per at-
trarre dall'atmosfera i principii ve-
getativi : quella delle piante mono-
cotiledonie si òùavna fronda j quel-
la che nasce accanto al fiore si
chiama floreale^ la quale se per la
sua consistenza e colore è diversa
dalle altre prende il nome di brat-
tea j quella che nasce alla base dei
picciuoli si dice stipula; la foglia
della vite si chiama pampano , e
quella del fiore pelalo, ed in lati-
FRO
no foliiivi. Oltre quanto si è detto
agli articoli Chiesa , Cappella ni
Pentecoste, Coi\o.\a, Fiori, ed in
altri, sullo spargimento o decorazio-
ne di veizura, di rami ec, che si
fa nelle festività e processioni, ed
in altre solennità e lieti avvenimen-
ti, aggiungeremo qui alcuna ultei-
riore erudizione.
Dio ordinò nel Levitico agli ebrei,
che in memoria delle tende e pa-
diglioni sotto i quali erano stali
durante il viaggio nel deserto, do-
po l'uscita dall'Egitto, celebrassero
in autunno la festa de' Tabernacoli
o delle capanne. Queste facevansi
con canne, con giunchi, e con mor-
tella e foglie d'alberi, e per orna-
mento ponevansi varie sorta di frut-
ta, come uva, meli, melagrani e
cose simili. In questi tabernacoli o
capanne, gli ebrei durante la festa,
ivi per otto giorni mangiavano, stu-
diavano e dormivano. In altre fe-
ste e solennità gli ebrei in segno
di allegrezza con fiori, fronde e fo-
glie verdi decoravano e spargevano
i luoghi ove le celebravano , così
praticarono, e tuttora nei templi,
nelle case e in altri luoghi si usa
da tutte le nazioni , adoperandosi
più comunemente le fronde e fo-
glie, e i rami delle piante verdeg-
gianti di mortella, lauro e di alti e
piante che resistono ad ogni sta-
gione, frammischiandosi con erbe
odorose e fiori. Il Rinaldi narra al-
l'anno 4^3 num. 18, come i diversi
popoli delle città della Giudea spar-
sero fronde e fiori sopra il capo
di Marco Agrippa, e le vie ove
passava, costume che vediamo pra-
ticato co' principi ed altri personag-
gi. Il medesimo Rinaldi all'anno
200, num. ^ e 5, riporta la testi-
monianza di Tertulliano nell'apolo-
gia che scrisse in difesa de' cristia-
FRO
ni, in cui (lice die in Pioma costn-
mavasi di adornare con lucerne e
donde i luoghi nelle pubbliche al-
legrezze; e che solevansi ancora or-
nare i templi con festive fronde, co-
me dimostrano gli scrittori gentili, e
le memorie de' templi, che si veg-
gono in Roma nelle antiche lapidi,
la qual cosa stimavano illecita i pri-
mi cristiani. ]Ma siccome da tale
uso i cristiani malagevolmente se
ne potevano contenere, fu introdot-
to, che le cose adoperate con su-
perstizione dai gentili, santificate si
facessero in servigio della vei'a re-
ligione, come si dimostra dal vi-
centino Marangoni nella dotta sua
opera, Delle cose gentilesche e pro-
fane trasportate ad uso ed orna-
mento delle chiese. Ed è perciò che
s. Girolamo nel IV secolo, con l'epi-
stola 3 , lodò Nepoziauo, il quale
adornava le basiliche delle chiese
e i luoghi di radunanza de'martiri
con diversi fiori, con le chiome de-
gli alberi, e co' pampini delle viti:
e la vite siccome sorgente più fe-
conda di simboli, denotandosi nella
raffigurazione de' tralci la cristia-
nità, fu usata sino dai primitivi se-
coli ad ornamento e fregio de' tem-
pli; ma forse anche più durante la
dominazione de' longobardi, poiché
questi ebbero in uso e costume di
mescolare a religiosi simboli anche
decorazioni che sapevano di profa-
no e gentilesco, come apparisce da-
gli edifizi sagri di quel tempo eret-
ti nelle città della Lombardia.
Il Donati ne' suoi Dìtt'ci antichi,
discorre delle foglie verdi e perchè
si spargessero. Celebra i' ellera e la
vite come simboli di feste ed alle-
grezze, così nei conviti, come nel-
le vittorie, costumando gli antichi
coronar di fronde d' ellera e d' al-
loro , non solo i vittoriosi eserciti,
VOL. xxvu.
FRO 257
ma fino le loro tende. Gli egizi nel
plenilunio di primavera ponevano
sulle porte corone e festoni di fo-
glie e rami verdi , per denotare il
tripudio e la speranza che aveva-
no ne' loro dei, che fossero propizi
ai voti che facevano in quell'equi-
nrzio : appendevano all' uscio d'una
casa un ramo verde di alloro per
indicare che ivi eravi un infermo,
onde muovere a compassione Apol-
lo a restituirgli la salute; ed alle
porte delle case ov' eravi un mor-
to, collocavano un ramo di cipres-
so come albero consagrato agli dei
infernali, per dimostrare che i de-
funti non ritornano a vivere senza
miracolo, giacché il cipresso dopo
eh' é reciso più non germoglia. Le
feste nuziah le solennizzavano, co-
me gli altri felici avvenimenti, con
fronde d'alloro o di altre verdi pian-
te , anzi si faceva verdeggiar tutta
la casa con fronde e foglie. Nelle
feste che gli ateniesi celebravano
nella nascita dei figli, ponevano sulle
loro porte ramoscelli di alberi fron-
zuti. Le foglie del lauro servivano di
ornamento alle porte dei superbi
palazzi de' romani imperatori. ]\el-
le Memorie isloriche, pag. ^i3, del
p. Casimiro da Roma, si legge co-
me Cola di Rienzo, famoso tribu-
no di Roma, nel i347 avendo ri-
portato vittoria sui Colonnesi fece
suonare le trombe d'argento, e trion-
fante entrò in città, avendo in ca-
po la sua corona di argento e di
fronde d'olivo, ed in s. Maria di
Araceli depose la verga, l'acciaro
e la coiona d'olivo: è noto come
ne ornarono sino dai più rinio-
ti tempi la propria fronte i trion-
fatori, e piìi tardi i poeti. Pre-
ziose , e molte sono le erudizieni
che il Donati ci dà sulle fronde e
sulle foglie, segno di festa , d' alle-
17
-x^S FRO
gria e di liete speranze , dicendo
che a poco a poco con verdi foglie
di lauro, di mortella, di mirto e
di altre piante in argomento di
stima si onorarono i magistrati e
i principi nelle vie ove passano, e
di religiosa esultanza le strade ove
percorre la processione; così i pa-
vimenti delle chiese, i vestiboli, le
piazze e le vie contigue, adornan-
done pure con ghirlande e festoni
le porte , le finestre e persino le
scale. L' Adami nel suo Volseno
rende ragione perchè sono scolpite
nelle lapidi fronde e cuori , e li
dice segni di amarissima afflizione
per quelli eh' eressero tali monu-
menti, e d' intenso cordiale amore.
Tra le cose che gli antichi cristia-
ni riponevano ne' sepolcri , e sotto
il capo del cadavere , praticavano
porvi delle foglie di lauro, di elle-
ra, o di qualche altro albero sem-
pre verde , per denotare la certa
speranza della futura risurrezione.
Degli altri usi delle fronde e foglie
se ne parla in vari luoghi del Di-
zionario.
PRONTA o FRONTE. Sede ve-
scovile della Mauritania Cesariana,
nell'Africa occidentale, sotto la me-
tropoli di Giulia Cesarea. Donato
suo vescovo fu esiliato da Unnerico
re de' Vandali nel 4^4; '" "^^ ^g^'
altri vescovi che a quell'epoca in-
tervennero al concilio di Cartagine.
FRONTONE (s.). Gli atti che
abbiamo di questo santo non me-
ritano veruna credenza. Ignoransi
le sue azioni, la patria, ed anche
il secolo in cui predicò il vangelo
nelle Gallie. Si sa solamente che
fondò la chiesa di Perigueux, e ne
fu il primo vescovo. La sua festa
e indicata nei martirologi a' 2 5 di
ottobre, e fassi memoria della tras-
lazione delle sue reliquie a' i4 del-
FRO
lo stesso mese, senza che sappiasi
precisamente in qual tempo avve-
nisse.
FROSINI Antonio Maria, Cardi-
nale. Antonio Maria Frosini nac-
que in Modena li 8 settembre lySi
dai nobili genitoii marchese Ales-
sandro maggiordomo maggiore del-
la corte ducale, consigliere aulico
di stato dell'imperatore Giuseppe
II, commendatore dell'ordine di s.
Stefano, e dalla contessa Vittoria
Carandini. Educato nel real colle-
gio di s. Carlo, ove si distinse fra
quei nobili convittori, ne usci l'an-
no 1771. Poco dopo pianse la
morte del genitore, e nominalo
ciambellano, benché in giovanile e-
tà, col rango militare di brigadie-
re fu spedito dal duca Francesco
IH per suo inviato straordinario,
e ministro plenipotenziario a Vien-
na presso il nominato imperatore.
Compite con reciproca soddisfazio-
ne le difficili commissioni di cui
era stato incaricato ripatriò, ed al-
lora gli fu offerto un cospicuo im-
piego ch'egli non credè accettare,
essendosi determinato di dedicarsi
in servigio della santa Sede. Porta-
tosi in Roma. Pio VI nel 1783
gli accordò per via di processo la
prelatura di giustizia, e venne a-
scritto tra i referendari dell' una e
l'altra segnatura; indi fu nominato
successivamente ai governi di Mon-
tai to, di Spoleto, di Ancona, e di
Civitavecchia, ne' quali lasciò desi-
derio di sé, tanto per la sua prov-
vida amministrazione, che impar-
ziale giustizia. Nel 1798 per l'oc-
cupazione, che i repubblicani fran-
cesi fecero dello stato pontificio, fu
costretto emigrare in Firenze, e poi
intervenuto come prelato al con-
clave di Venezia in cui venne elet-
to Pio VII, fu da questi in Roma
FRO
dichiarato votante del supremo tri-
bunale della segnatura dì giustizia.
Nel 1 808 per la seconda invasione
francese, fu di nuovo obbligato ri-
tirarsi in Firenze, nelle cui vicinan-
ze aveva dei possedimenti ; però
nel 1810 gli fu ordinato lasciar
cjuella città, e passare a Parigi.
Nel i8i4 essendo stato restituito
Pio VII alla sua Sede, dopo aver
visitato la Francia e l'Inghilterra,
restituitosi a Roma riprese 1' antica
carriera di volante di segnatura,
colia qualifica di pro-decano. Nel
1816 fu ascritto tra i prelati com-
ponenti il tribunale della camera
apostolica, quindi presidente di una
speciale commissione, per sistema-
re la coltivazione del riso nelle le-
gazioni di Bologna e di Ferrara,
e per regolare il nuovo scolo del
Polesine di s. Giorgio nelle valli
di Comacchio, il quale incarico dis-
impegnò con ampia soddisfazione
del governo, ed applauso di quel-
le popolazioni. In considerazione di
tali servigi, il primo ottobre dell'an-
no 1817, Pio "VII lo prescelse a
suo maggiordomo e prefetto dei
sagri palazzi apostolici, importante
carica che funse egregiamente; po-
scia nel concistoro de' 10 marzo
1823 lo creò cardinale dell'ordine
de' diaconi, assegnandogli per dia-
conia l' insigne basilica di s. Ma-
ria in Cosmedin, verso la quale si
rese al sommo benemerito. In ol-
tre Pio VII lo aggregò alle con-
gregazioni cardinalizie della visita
apostolica, del concilio, delle indul-
genze e sagre reliquie, delle acque,
e del censo. Leone XII lo nominò
a far parte della congregazione
economica, e lo promosse a pre-
fetto di quella delle indulgenze e
sagre reliquie, ed il regnante Gre-
gorio XYI lo annoverò a quella
FRO 259
de'sagri riti. Fu protettore dell' ar-
ciconfraternita del ss. Sagramenlo
in s. Maria in Cosmedin, e della
confiaternita dei sacconi presso s.
Bartolomeo all'Isola; ed interven-
ne ai conclavi in cui furono eletti
Leone XII, Pio Vili, e Gregorio
XVI. Vicino all'età di 83 anni,
sorpreso da malattia cui furono
inutili i soccorsi dell'arte, con pie-
na rassegnazione in Dio, morì agli
8 luglio 1834. Nella chiesa di s.
Andrea delle Fratte gli furono cele-
brati i funerali, indi secondo la
sua testamentaria disposizione, fu
sepolto nella chiesa del ritiro di
s. Bonaventura alla Polveriera, nel
cavo medesimo che già avea rac-
chiuso le ceneri del b. Leonardo
da Porto Maurizio. Pio, benefico,
fu generoso co' poveri, e con la
sua famiglia, e lasciò di sé memo-
ria onorata. Grato il capitolo del-
la sua diaconia allo zelo e muni-
ficenza, che aveva il cardinale e-
sercitato verso la medesima, in pub-
blico attestato di riconoscenza, ol-
tre avergli decretato un anniversa-
rio perpetuo, gli celebrò solenni
esequie, in cui cantò la messa monsi-
gnor Augustoni sagrista pontificio,
accompagnata da scelta musica, as-
sistendovi nei coretti sei cardinali.
Terminata la messa, e prima del-
le consuete assoluzioni , salì sul-
l'ambone di quella basilica monsi-
gnor Felice Santi canonico di essa,
cerimoniere pontificio, ed antico
famigliare del defunto, e lesse con
espressiva tenerezza l' elogio fune-
bre, come riporta il numero 64
del Diario di Roma del i834,
mentre nel supplimento del prece-
dente numero 5'j del medesimo
Diario si legge la necrologia del
porporato, scritta dallo stesso mon-
signor Santi.
aGo FRO
PROSINONE, Frusino. Città del-
lo stato pontificio, sede e capoluo-
go della delegazione apostolica del
suo nome, corrispondente all'anti-
ca provincia di Campagna, com-
presa nella diocesi di Veroli, seb-
bene già sia stata onorata nei pri-
mi secoli del cristianesimo di seg-
gio vescovile. E vagamente situata
su d' una collina presso la sponda
occidentale del Cosa, il quale uni-
sce al fiume Sacco le sue acque,
che vanno a sboccare nel Liri o
Garigliano. Nei remoti tempi la
città estendevasi assai di più anche
nella pianni'a, per modo che il
Cosa la intersecava, e ne fanno testi-
monianza i ruderi dell'antico recin-
to, de' quali si trova menzione negli
atti pubblici del secolo XII, e ta-
lune parrocchie dipoi divenute chie-
se rurali. Ha case abitate in luogo
di mura, e vi sono due borgate
una detta il Giardino a porta Ro-
mana, bastevol mente larga e de-
cente, l'altra detta del Sahatore
o di porta Canipogiorni. Diverse
sono le chiese, e principale è la
collegiata dedicata all'Assunzione
di Maria Vergine, la quale viene
chiamata il duomo, somigliando
nell'architettura alla chiesa di s.
Andrea della Valle di Roma. Pri-
ma vi erano diversi conventi, ma
ora vi stanziano solo gli agoslitiia-
ni scalzi, al grazioso convento del-
la Madonna della Neve, distante
un miglio, innanzi al quale è una
piazza ovale circondata di botteghe,
ove recano i negozianti le loro
merci nelle due ricche fiere del 5
agosto , e deh' ultima domenica
di ottobre, alla quale convengono
col bestiame i ricchi proprietari
della provincia che diconsi mercan-
ti di campagna; sono pure impor-
tanti i settimauali mercati, onde
FRO
l'interno traffico è animato. La
congregazione de' liquoristi ha la
chiesa e la casa della Madonna del-
le Grazie. Nelle pubbliche scuole
sono i giovani istruiti fino alla
rettorica, e le fanciulle apprendono
l'educazione e l'istruzione dalle
maestre pie. Queste sono sotto il ti-
tolo delle serve di GesLi e Maria, e
sono oblate chiamate le monachel-
le: lo stabilimento fu eretto nel
1827 nell'antico convento di s.
Agostino de' religiosi romitani cal-
zati, il quale all'oggetto cederono
la chiesa e il convento per annuo
canone. Siccome questo luogo nel
1S16 era stato conceduto ad uso
di scuole pei giovanetti, furono
queste trasportate altrove, sotto la
direzione di sacerdoti secolari. Quin-
di lo stabilimento delle maestre pie
fu dichiarato monistero, e le reli-
giose adottarono la regola di s.
Agostino, e le costituzioni che il
celebre cardinal Corradini diede
al monistero della sagra famiglia di
Sezze; le quali costituzioni ridotte
allo spirito delle monache salesia-
ne, furono canonicamente approva-
te da monsignor Francesco Maria
Cipriani vescovo di Veroli, ed esen-
tate le monache dalla giurisdizione
parrocchiale di s. Benedetto, già chie-
sa abbaziale. Il Papa che regna ha
dato a primo protettore di questo
istituto il cardinal Giovanni Serafini,
già delegato apostolico della pro\ lu-
cia. Avvi pure una congregazione di
sacerdoti secolari addetti alle missio-
ni; e da ultimo fu eretto un decente
ospedale sotto il titolo di s. Croce.
Neil' odierno pontificato, sugli
antichi ruderi che diconsi della
rocca, e colla spesa di novanta mi-
la scudi, è stato terminato il fab-
bricato avanti la piazza della chie-
sa (li s. Benedetto, cioè il vasto e
PRO
decoroso palazzo apostolico, per re-,
siclenza del prelat(j delegato, e de-
gli uffizi governati\i. Esecutori del-
le sovrane benefiche ciu"e, furono
il cardinal Antonio Tosti prò teso-
riere generale, e benemerito pro-
tettore della città , e monsignor
Marcello Orlandini delegato apo-
stolico di Prosinone, che v'impie-
gò tutta la sua attività e zelo. Il
palazzo apostolico ebbe principio
nel pontificato di Leone XII, e le
prime pietre furono poste con
formalità nei fondamenti da mon-
signor Gio. Antonio Benvenuti de-
legalo straordinario delle provincie
di Marittima e Campagna, collo-
cando il prelato fra le pietre stes-
se alcune medaglie del Pontefice
Leone XII, ed una iscrizione. An-
che i privati cittadini a pubblico
ornato, hanno eretto moderni e re-
golari edifizi. Si hanno argomenti
dell'esistenza di un vasto anfitea-
tro nella soggetta vaga pianura,
ma le terribili vicende dell' ernica
contrada ne hanno fatto totalmen-
te disparir le vestigia. Prosinone è
distante da Roma miglia cinquan-
ta: erano però diverse le -vie anti-
che che vi conducevano, come la
Prenestina, la Labicana, la Latina.
Una bella strada carrozzabile si di-
parte dalla città, e dilungasi fra i
colli alla volta di Napoli. La posi-
zione dei monti che circondano la
pianura difende il territorio dai
•venti marini, lasciandolo piuttosto
mal riparato dai venti del nord,
e nord-ovest. Alla comune di Pro-
sinone va unito il villaggio di Ccr-
vona; e le comuni di Ripi, e di
Torrice sono comprese nel suo go-
verno e nella diocesi di Veroli.
Ripi è un castello con fabbricati
alquanto eleganti, ed ivi sono gli
avanzi di torrioni circolari, che ciu-
FRO 261
gevano il paese nei bassi tempi.
Ha due porte^ una detta Romana
o s. Croce, l'altra di Napoli o s.
Angelo per esservi stata una chie-
sa abbaziale dedicata al santo, ora
chiamata di s. Rocco, eh' è di for-
ma quadra; la chiesa arcipretale è
dedicata al ss. Salvatore. Vi sono
indizi che nel suo territorio esistes-
se all'epoca romana una città: Ri-
pi già si conosceva nel nono seco-
lo, e nel luogo chiamato Carpine
esistevano antichi bagni. Torrice,}^
cui pili antiche memorie risalgono
al XII secolo, soggiacque al ferro
e al fuoco degli antichi conti di
Sicilia, quando colle armi piomba-
rono sulla provincia di Campagna.
Sul colle s. Pietro eravi una chie-
sa collegiata di gotica struttura, pres-
so la porta s. Rocco, così denomi-
nata da un vicino tempietto, sa-
gro a tal santo. Neil' interno del
paese sono le parrocchie di s. Pie-
tro, e di s. Lorenzo, essendo prin-
cipal prolettore dogli abitanti s.
Bernardino da Siena. Al sud-ovest
di Torrice, nelle montagne dividen-
ti la provincia di Marittima e Cam-
pagna, si erige in forma di perfet-
ta piramide il celebrato monte
Cacume. Prima di accennare le
principali notizie di Prosinone, da-
remo alcune nozioni de' luoghi di
sua delegazione apostolica, la cui
provincia un tempo fu almeno in
gran parte compresa nel celebra-
tissimo Lazio, secondo la più am-
pia significazione.
Alla provincia di Piosinone i due
distretti della Comarca di Roma,
cioè di Tivoli e Subiaco, ne segna-
no il limite boreale, e le provincie
napolitane dell' Abruzzo esteriore ,
e della Terra di Lavoro la circo-
scrivono all' oriente; mentre al sud
le montagne lepine elevano in mez-
262 l''K()
zo ad essa i loro dorsi, e separano
l'interna valle bagnata dal Sacco, no-
tevole influente del Garigliano, la
quale dicesi Campagna , dall'esteso
e piano littorale, cui si dà il nome
di Mariuiina, che risponde oggi al-
la legazione di Felletri [Fedi). L'im-
peratore Adriano fu il primo, che
dasse il nome di Campania-Roma-
na a questa regione, in similitudine
della vicina Campania-Felice, e di
tante altre contrade chiamate col
generico nome di Campania in
quell'età, quando avessero piana ed
estesa superficie. Qui noteremo che
l'antica Campania, nei floridi tem-
pi di Roma non oltrepassava il
Liri, e limitavasi a quel fertile trat-
to di terreno compreso tra il nuo-
vo Lazio e il paese de' picentini,
sino al fiume Silaro; ne' bassi tem-
pi si stese sino al Tevere, abbrac-
ciando tutto il vasto territorio che
\i è compreso. Essa conteneva il
nuovo e vecchio Lazio, e faceva par-
te alla sinistra del Tevere del du-
cato romano, che sembra corrispon-
dere a quel tratto di terreno, sul
quale estendevasi in altri tempi la
giurisdizione dell'antico prefetto di
Roma, la quale arrivava sino a cen-
to miglia tutto all'intorno dell'alma
città. A. questa Campania apparte-
nevano le città di Anagni, Fe-
rentino , Alatri, Prosinone ec. Il
nome di Campania poi si alterò
con quello di Campagna: quindi a
distinguersi la Campania al di qua
del Liri, da quella al di là di tal
fiume, o per meglio dire la Cam-
pania Romana dalla Napoletana,
bi aggiunge alla prima il titolo di
Campagna Romana, o di Roma,
e si è cambiata la seconda nella
denominazione di Terra di Lavoro,
sotto il qual nome è tornata l'an-
ticd e vera Campania, quella ter-
FRO
ra felice tanto lodata dagli antichi,
che non ebbero difficoltà di chia-
marla con Floro, Liberi Cererisque
cerlamen. Nella nostra Campania
Romana dimorarono ab antico nel-
la parte montana gli Ernici, che
ebbero origine da una colonia sa-
bina dedotta fra quelle rocce , le
quali in lingua nativa dicevansi
Herna. La potente Anagnia con
molte città confederate nell'assem-
blea ragunata entro il circo marit-
timo, decise di far fronte a'romani
guerrieri avidi di conquiste, e dis-
sentirono dall'intrapresa le tre cit-
tà di Alatri, Veroli e Ferentino, le
quali conseguirono però il diritto
di governarsi per lungo tempo col-
le proprie leggi. Ne'superiori mon-
ti soggiornarono gli Equi, antichis»
simo popolo, dal quale vuoisi che
la nascente Roma apprendesse il
diritto feciale, con che per mezzo
di araldi intimavasi la guerra. Da
questo principio di equità, si crede
che il nome loro dei-ivasse; ma
nell'esercizio delle armi erano ter-
ribili, né mai comparirono al pub-
blico inermi, sia che le terre colti-
vassero, sia che convenissero in ci»
vili ragunanze. Il loro centro era
ne'monti sublacensi, ma una parte
è compresa nell' odierna settentrio-
nale Campagna ; ed ernici ed equi
però si trasfusero ben presto nel-
l'ingrandito Lazio.
Nella valle del Sacco, e special-
mente ne'dintorni delle città sparse
per quella, l' industria campestre è
molto operosa; i monti selvosi pe-
rò hanno talvolta fatalmente offer-
to a'malfattori comodo aguato per
darsi alla rapina ed ai più atroci
delitti. Ricordasi fin dai tempi del-
l'imperatore Severo lo scempio che
gli assassini facevano de'passeggieri
e de'ricchi proprietari ne'monti er-
FRO
ilici; se ne enumerarono fino a sei-
cento ; il loro capo Bulla Felice
nell'anno 207 dell'era volgare ven-
ne imprigionato, e condannato alle
bestie, dopo di che si venne a ca-
po di disperdere i satelliti suoi. Ed
anche dopo cessate le civili italiche
discordie de'bassi tempi, nella pie-
nezza della pace, e sotto il beni-
gno dominio pontifìcio degli ultimi
due secoli, non lasciarono mai di
albergale in quegli ermi covili tali
fiere sotto umana sembianza. Né
la fermezza del gran Sisto V , né
le provvide misure de'successori suoi,
né le moltiplici baionette or fran-
cesi or tedesche, onde fu ne'tempi
a noi vicini occupato quel suolo,
non valsero mai ad ottenerne l'e-
stirpazione. Da un elenco di assassi-
ni e Grassatori che infestavano i
circondari di Prosinone e Velietri
in tempo del governo francese, e
pubblicato dalla direzione generale
di polizia, dei 22 dicembre 1812,
risulta che fossero trentanove com-
presi i calabresi. Vi si adoperò Pio
"VII dopo il felice ritorno alla sua
sede, né lasciò mezzo intentato la
vasta mente del suo segretario di
stato il cardinal Consalvi per venir-
ne a capo, or con severi esempi di
giustizia, or con dolci mezzi di per-
suasione, or colle minacce di sov-
versione de' paesi creduti colpevoli
di vergognosa dissimulazione ; ma
lo scopo non si ottenne che co-
gli ulteriori saggi ed energici or-
dinamenti di Leone XII, che re-
se le strade libere nella celebrazio-
ne dell'anno santo ai forestieri che
recaronsi a Koma, disperse in lon-
tani luoghi le famiglie strette ai
malviventi in parentela, e fatta
gravitare sulle comuni la respon-
sabilità de'disordini operati entro il
loro teintorio, rese finalmente la
FRO 263
tranquillità alla desolata provincia,
e con leggi severe ed efficaci, e col
moltiplicare i luoghi di popolare
istruzione curò di bandire ogni ti-
more, che non debba questo fla-
gello liprodursi alla italica civiltà
cotanto oltraggioso. Né riuscirà dis-
caro rilevare, che avanti la dele-
gazione straordinaria, nelle due pro-
vi ncie erano quarantuno i maestri
delle scuole comunali pei maschi,
e trentatre per le femmine, cogli
annui onorari di scudi 2926. la
tempo di detta delegazione i maestri
dei maschi furono portati al nu-
mero di ottanlatre, e le maestre delle
femmine a cinquantaquattro, coU'an-
nua spesa di scudi 6089, senza
calcolare un aumento ch'ebbe luogo
nel seguente anno. Autore beneme-
rito del prospetto generale dell'im-
pianto delle scuole comunali nelle
Provincie di Marittima e Campa-
gna, e relative operazioni, fu Ro«
mualdo Guescioli contabile esimio
di Ancona; egli inoltre con impro-
ba fatica fece tutto il lavoro di
contabilità delle comuni, la visita
di monsignor Benvenuti nelle co-
muni stesse, ec. Va pure qui enco-
miato Vincenzo Valorani attuale
segretario generale della delegazio-
ne d'Ancona, il quale come il Gue-
scioli, con permesso del governo,
assistette particolarmente monsignor
Benvenuti per la visita e riordina-
mento delle comuni, e perciò fu-
rono ambedue premiati e lodati.
Gli altii personaggi ch'ebbero parte
neir estirpazione della malvivenza
gli andiamo a nominar con giusti
ed alti encomi nel seguente perio-
do, ed ove parleremo di Sennino.
Questo bel successo ebbe pieno ter-
mine nel 1826, e nella pubblica
piazza di Fresinone veggonsi scol-
pile in pietra le rigorose leggi a-
^64 PRO
doliate per lo sterminio dei nomi-
nati malvagi, e per ovviare ad o-
gi)i futuro disordine. Un tanto av-
A'eni mento fu celebrato da tutta la
provincia colie più vive espansioni
di gioia, ed i riconoscenti frusinati
hanno eternato la memoria del se-
gnalato beneficio, offrendo nel di-
cembre iS-ìS al sapientissimo de-
legato straordinario, monsignor Gio:
Antonio Benvenuti poi cardinale,
un omaggio numismatico colla bella
epigrafe: securitatis restitutori fru-
siNATES, come quello che preposto
da Leone XII alla difìicile esecu-
zione dell'estirpamento de'malviven-
ti, con ottimo successo avea corri-
sposto alla sovrana fiducia. La pro-
vincia di Campagna ne'suoi abitan-
ti ha dato in ogni tempo argomen-
to di alti encomi per la pura re-
ligione, per l'attaccamento costante
e sincero alla santa Sede, e per la
venerazione ed ubbidienza ai roma-
ni Pontefici, che sempre li i-isguar-
daiono come modelli di fedeltà,
pronti ognora a difendere il loro
trono.
Che se vogliasi ricercare la cagio-
ne principale di tali malviventi, fra
le diverse che gli assegnano alcuni,
vi sono quelle della località, essen-
do il paese antico de' volsci forma-
to da una catena di montagne ,
che nei sili inaccessibili posero i
briganti al coperto delle ricerche
delle autorità, siccome luoghi for-
tificati dalia natura; e la piìi gran-
de ignoranza nelle genti campestri,
sebbene sagaci e spiritosi, la quale
generò le più orribili passioni, il
ladroneccio, i ferimenti, le uccisio-
ni, quindi il brigantaggio. I paesi
della provincia quasi tutti sino al
1816 appartennero quali feudi alla
possente famiglia Colonna : nata
questa e cresciuta in seno dei dis-
FKO
ordini delle guerre civili , spesso
in guerra coi Pontefici, cogli emu-
li Orsini e con altre principali fa-
miglie romane, i signori Colonnesi
non pensarono ad altro, se non che
a formare de loro vassalli dei solda-
ti. La famiglia Colonna, quantunque
sovente fu domata dai Papi, mai
si riconciliò con essi sinceramente,
e sempre conservò lo spirito di op-
posizione, malgrado le loro minac-
ce. I Colonnesi munirono ognora
le loro fortezze, situate in luoghi
eminenti e vantaggiosi , di sol-
dati portanti la nappa verde , ed
i governatori di tali signori po-
co si presero cura degli abitanti dei
paesi soggetti alla loro giurisdizio-
ne, bastando avere in essi uomini
atti al servizio militare. I Colonne-
si vollero esercitare assoluto potere
nelle loro prò vincie; e l'autorità dei
Pontefici talora si limitò a trasmet-
tere brevetti di chierico a tutti gli
uomini onesti, che li chiedevano.
Muniti di questi brevetti erano esen-
ti dalla giurisdizione territoriale; ciò
però non era un passo all' incivili-
mento di quei paesi. Dopo le re-
quisitorie di uomini e cavalli, ed
altro, fatte nel governo francese,
irritati gli abitanti si formarono più
bande che commisero ogni eccesso
per far male al nemico invasore
delle loro terre, e molte restarono
in questo stato e divennero brigan-
ti ed assalitori di qualunque paci-
fico passaggiero. Allorquando nel
i8i6 i Colonnesi, i Caetani , gli
Orsini ed altri feudatari rinunziaro-
no alla giurisdizione feudale, il go-
verno pontificio prese qualche prov-
videnza sul morale, per l'istruzione
ed incivilimento de' popoli, ma es-
sendo, coinè abbiamo detto, assai te-
nue in proporzione del numero dei
luoghi e delle persone, sagacemen-
FRO
te Leone XII, a prevenire la fuhi-
ra riproduzione della malvivenza,
moltiplicò i mezzi d'istruzione si
morale, che civile e religiosa. 11
francese scultore in bronzo Soyer,
■volle eternare il grande servigio re-
so al commercio ed alle arti col-
la totale distruzione del brigantag-
eio, incidendo in Roma una me-
daglia, che immaginò e conio di
concerto di Guerin direttore del-
l' accademia di Francia. Nella me-
dciglia espresse il ritratto del Papa,
con questa iscrizione.
LEO XII . p . M.
ITINERIBVS . ET . NEMORIBVS
PRAEDONVM . INCVRSV . EXPEDITIS
GALLICI . APPELLAE . ARTIS . CVLTORES
AKNO . MDCCCXXVI
Siccome pel brigantaggio memo-
rato il provvido governo pontificio,
oltre di aver di frequente ricevuto
energiche note diplom:itiche, fu a
torto trattato d'indolente, inatti-
vo ed inefficace, e malignamente
piti volte attaccato dai fogli esteri,
e da altre stampe animosissime ,
mentie i Péipi Pio VII, e princi-
palmente Leone XII fecero ogni sfor-
zo per estirparlo, a giusta difesa del
medesimo governo, e per amore di
"verità storica, ci sia permesso ripor-
tar qui l'elenco delle leggi da esso
pubblicate dal 1801 al 1827 inclu-
sive, per ottenerne la completa estir-
pazione; le quali saggie ed ener-
giche disposizioni si vedrà che
meritavano speciale menzione , né
forse riusciranno superflue, essendo
lutto argomento proprio delle pro-
vincie di Marittima e di Campa-
gna, che formavano la delegazione
apostolica di Frosinone , dai mal-
viventi infestata . i. Editto del
i3 giugno 1801 del cardinal Giu-
FRO 265
seppe Doria pro-segrefario di stato
e prefetto della sagra consulta, nel
quale fa conoscere che le circostan-
ze repubblicane avevano fatto cre-
scere d' assai il numero de' malvi-
venti , come formanti unioni sedi-
ziose, e conventicole che infestavano
non solo le strade, ma gli abitati,
commettendo violenze, concussioni,
furti, rapine, Grassazioni, omicidii,
ed altri misfatti consimili. Le mi-
sure straordinarie adottale con l'e-
ditto furono quelle di suonar la
campana ad armi , l' accrescere i
premi alla forza, ed a chi rivelas-
se ricettatori, protettori, ed ausilia-
tori, e perdono dei delitti non ca-
pitali, a chi si disunisse fra quin-
dici giorni dalle conventicole. 2. E-
ditto del 3 dicembre 18 14 del
cardmal Pacca pro-segretario di
stalo, che jichiama all'osservanza
il precedente e prescrive più ener-
giche misure , e specialmente au-
mento di forza nei distaccamenti
di cavalleria, dichiarazione di con-
venticola nel numero di quattro
malviventi, aumento di premi, esa-
sperazione di pene , celerità dei
giudizii, col premio ai processanti
che avessero con sollecitudine dis-
brigato le inquisizioni. 3. Editto
del 12 agosto 18 15 del cardinal
Consalvi segretario di stato , che
nell'articolo 82 richiama in vigore
le disposizioni precedenti ; si duole
che l'energiche misure sino allora
prese non sieno stale sufficienti ad
estirpare la malvivenza; le misure
adottate furono rigorose, sottopo-
nendovi anche gli amici dei Gras-
satori , dichiarando conventicola
quella composta da tre malviventi;
istalla una commissione di legali
e militari afline di pronunciare il
giudizio inappellabilmente, con op-
portune facoltà, indi fu autorizzata
266 FRO
procedere all' arresto di ecclesiastici
aderenti ai malviventi. 4- ^^itto
del cardinal Gonsaivi del io agosto
1817 con nuove misure , organiz-
zazione dei cacciatori, distribuzione
de' premi, prescrizione di stampare
e pubblicar gli elenchi dei malvi-
venti, e confìsca de' loro beni. 5. £"-
ditto di monsignor Tiberio Pacca
governatore di Roma, direttore ge-
nerale di polizia , impresso e pub-
blicato in Prosinone li 20 dicembre
1817, il quale stabilisce alcune
provvidenze sul bestiame sparso
per le montagne, promette premio
ai denunziatori de' malviventi, vieta
trasmetter loro denari e viveri per
riscatto delle persone tradotte alla
montagna; prescrive il trasporto al
forte di s. Leo dei parenti dei mede-
simi malviventi, la chiusura delle ca-
se di campagna, la più stretta os-
servanza della confisca dei beni, e
promette due gradi di minorazio-
ne di pena ai contumaci, qualora
si presentassero dopo quindici gior-
ni. 6. Editto dello stesso prelato
de' 4 maggio 18 18, che stabilisce
il sistema dei cacciatori, i loro sol-
di ed altro. 7. Editto del cardi-
nal Consalvi degli 8 agosto 18 18,
che pubblica una convenzione sta-
bilita tra il governo pontificio, e il
re delle due Sicilie li 4 luglio per
conseguire l' intento della totale
estirpazione de' malviventi che in-
festavano le confinanti provincie dei
due stati. 8. Notificazione di mon-
signor Guerrieri tesoriere generale
de' 3o ottobre 1818 per la pub-
blica sicurezza delle strade nella
Marittima e Campagna, ordinando
lo smacchiamento in altri luoghi,
oltre quelli ne' quali si era già ese-
guito per la precedente notificazio-
ne de' 2 1 dicembre 1816; e pre-
scrive il taglio delle macchie per
FRO
la distanza di cento canne archi-
tettoniche da ambedue i lati della
strada in molti luoghi delle pro-
vincie di Marittima e Campagna.
Per Sonnino poi ordina che sia
recisa interamente, e in tutta l'e-
stensione la vasta macchia di Mar-
gazzano , chiudendo e riempiendo
tutte le caverne e grotte che vi si
trovavano, g. Editto del cardinal
Consalvi de' 18 luglio 1819, in
cui ordina la distruzione di Sonni-
no , richiamandosi l' editto Spada
del 1796 contro le comuni; si
adottano misure severissime contro
i parenti dei malviventi, e i non
denunzianti il passaggio o stazione
dei malviventi medesimi. Si dà il
comando ad un solo ufficiale mag-
giore; si promette il perdono e
premio a que' malviventi che di-
struggessero i loro compagni, e si
dichiara che non vi sarà piìi amni*
stia. IO. Editto del cardinal Cou-
salvi de' 2 agosto 1819, che com-
mina la destituzione delle autorità
governative e militari , che man-
cassero ai loro doveri, assoggettan-
dole ad un giudizio militare. 11. E-
ditto del cardinal Cousai vi de' 2 3
dicembre 1820, da cui si conosce,
che ridotto il numero dei malvi-
venti da cinquanta otto a venticin-
que, fu data un'amnistia, colla qua-
le si ridussero a dieci. Stabilisce
le pene agli amnistiati alla prima
mancanza ; aumenta i premi , ed
ordina la distruzione delle case dei
malviventi, il possesso de' loro be-
ni, e r espatriazione dei paren-
ti ; dichiara per malvivente quel-
lo che commesso un delitto si u-
uisce ad altro compagno armato.
12. Editto del cardinal Consahi
de' 7 luglio 1821, che annunzia
r aumento de' malviventi, e volen-
do il governo onuinameute distrut-
FRO
to il briganlnggio , e ristabilita la
pubblica sicurezza nelle due pro-
vincia, alle vigenti leggi ne aggiun-
ge nuove, e più forti misure dirette
non meno all' esterrainio di tali
malvagi , che ad allontanarne la
riproduzione. Questo è quanto si
operò nel Pontificato di Pio VII;
passiamo ora a dire ciò che si fece
in quello di Leone XII, ch'ebbe la
gloria di estirpare interamente il
brigantaggio nelle provincia di Ma-
rittima e Campagna.
i3. Edilio del cardinal Pai-
lotta legato a Intere nelle dette
provincia, de' i5 luglio 1824, im-
presso in Ferentino , città da lui
scelta a sua residenza , ed a capo-
luogo della legazione , contro i
Grassatori , facinorosi e malviven-
ti delle medesime provincie. \^.
Notificazione di monsignor Giovan-
ni Antonio Benvenuti de' 4 lugHo
1824 > con la quale rese noto
averlo il Papa spedito nelle pro-
vincie di Marittima e Campa-
gna colla qualifica di delegato
straordinario , e visitatore apo-
stolico delle comunità. Con l' i-
stesso editto stabilisce per prima
disposizione , diretta alla distru-
zione delle bande de' facinorosi ,
che i premi già promessi di scudi
mille, e di scudi millecinquecento ri-
spettivamente ai diversi casi per la
distruzione di ciascuno de' malvi-
venti pubblicati negli elenchi , e
da pubblicarsi in seguito , sareb-
bero ripartiti a metà , cioè una
parte a quello o quelli che l' a-
vessero operala direttamente -, e
r altra metà a favore di tutta
la forza in attività nelle due pro-
vincie. i5. Circolare de',i3 lu-
glio per l'organizzamento de' vo-
lontari scelti territoriali e di ri-
serva. 16. Notificazione de' 21
FRO 267
luglio con cui si adottarono di-
verse disposizioni per reprimere
la mal vivenza , annunziandosi per
sovrano volere , che l'immunità
locale o personale non gioverebbe
pei delitti compresi sotto il tito-
lo di brigantaggio , e che si pro-
cederebbe inappellabilmente fino
alla sentenza inclusiva , e sua to-
tale esecuzione nel modo il più
sommario da un tribunale specia-
le presieduto dallo stesso prelato
delegato, e composto di Ire asses-
sori e di un graduato militare. I
due assessori nominati dal Ponte-
fice furono l'avvocato Melezio Sen-
sini trasferito con egual qualifica in
Frosinone dalla delegazione di Pe-
rugia , e r avvocato Vincenzo del
Grande in allora sostituto luogote-
nente del tribunale di Campido-
glio , destinato dal sovrano come
assessore straordinario per la poli-
zia del brigantaggio nelle provin-
cie di Marittima e Campagna. Il
terzo assessore era quello civile
della delegazione. Il graduato mi-
litare fu il colonnello de' carabi-
nieri Giacinto commendatore Ru-
vinetti comandante di tutte le for-
ze nelle provincie medesime. In
questa occasione si dichiarò , che
non si farebbe mai alcuna atten-
zione ai memoriali e ricorsi ano-
nimi di qualunque genere, e per
qualsivoglia oggetto, potendo esse-
re parto della malignità, o di qual-
che passione o vista indiretta , e
perciò qualunque rapporto dovesse
essere autenticato colla firma del-
l'esponente, dovendosi avere piena
fiducia nella riservatezza della rap-
presentanza governativa , la quale
si farebbe sempre un sagro dove-
re di non compromettere veruno ,
e di valutare e stimare ogni ze-
lante del pubblico bene, e gli ami-
2 68 FKO
ci della verità. A lai notificazione
fecero seguito diverse circolari con-
temporanee é successive. 17. Noli-
fìcnzioiie degli 11 settembre 1824,
con la quale si proibì fino a nuo'
vo ordine nelle provincie di Ma-
rittima e Campagna, e nel distret-
to di Pontecorvo di andare in cer-
ca dell'esca per le montagne, onde
per mezzo di tali individui i mal-
viventi non ottenessero il vitto, e
le notizie sulle mosse della forza.
18. Notificazione de' 3 febbraio
1825, che ad ottenere die i mal-
viventi andassero vivi in mano del-
la giustizia piuttostochè morti, on-
de loro non mancassero gli eslre-
Pìi soccorsi della religione, a teno-
re delle brame di Leone XII, fu
stabilito che d' allora in poi , per
ogni malvivente che fosse preso
vivo verrebbe sull' istante paga-
to un premio maggiore dell'attua-
le, cioè mille duecento scudi, in
luogo di mille, e per quelli rima-
sti uccisi sul fatto il premio di
scudi ottocento da ripartirsi secon-
do le norme già in corso. 19. JSo-
tificazione del primo maggio, che
annuncia l'arresto delle famiglie, di
ventidue malviventi residuati per
allontanarle dalle provincie, la quale
operazione fu eseguita col più scru-
poloso segreto >iel corso d' una so-
la notte in diversi paesi fra loro
distanti dell? provincie, dai com-
missari civili e militari a tal uopo
spediti dalla delegazione sul luogo,
dopo la quale operazione si pub-
blicò tale stampa, onde non si al-
larmassero i parenti non compresi
nella misura. 20. Editto de' 4 mag-
gio in data di Terracina, col qua-
le il delegato straordinario prescri-
ve, che le famiglie, colle quali gli
attuali malviventi coabitavano al-
l'epoca della loro associazione alle
FRO
conventicole, sieiio ti'aslatate fuori
delle provincie, liiichè l'assassino, o
capo o membro delle famiglie me-
desime sia in istato di nuocere. Si
ordinano sopra gli altri parenti di-
verse essenziali misine, fra le qua-
li la confisca de' beni de' malvi-
venti, e manutengoli dichiarati con
un giudizio, ma la clemenza sovra-
na fa sperare ai loro parenti in-
nocenti, di riavere i beni stessi, dei
quali sarebbero stati successori. Si
puniscono le iattanze di darsi alla
malvivenza, e si fissano le norme
da osservarsi in seguito per dichia-
rare uno malvivente. Si danno in
fine altre disposizioni per reprime-
re e punire gli aderenti ai malvi-
venti. Qui noteremo che a' 5 mag-
gio 1826, alla presenza dell'avvoca-
to del Grande assessore straordina-
rio, furono consegnati al capitano
\ idacco comandante la goletta pon-
tificia denominata S. Pietro, che
trovavasi ancorata nella spiaggia di
Terracina^ ottantasei individui com-
ponenti le famiglie di ventidue mal-
viventi delle due provincie , i qua-
li con tutti i benigni riguardi dei
governo furono trasportati a Gori-
no, e poi rilegati alla Mesola. Da
questo luogo furono trasportati a
Forte-Urbano, e nel forte di S. Leo,
d'onde uscirono nelle vicende po-
litiche del 183 I. 11. Notificazione
de' 22 novembre 1825, con cui si
pubblica la cessazione di alcune mi-
stn-e straordinarie che si erano pre-
scritte dalla delegazione per otte-
nere la distruzione della malviven-
za, che colla coopeiazione eziandio
di un zelante ecclesiastico, cioè di
monsignor Pietro Pellegrini , cui
perciò si deve gran lode , cessò to-
talmente nello stato pontificio do-
po la presentazione degli ultimi
due residuati malviventi, avvenuta
FRO
li ili ottobre precedente. 22. Edit-
to de' 12 maggio 1826, col quale
lo stesso monsignor Benvenuti or-
dinò che il giorno 27 ottobre, in
cui il resto de' masnadieri (del re-
gno di Napoli ) fu costretto a dar-
si a discrezione, sarà ogni anno
«elle due provincie giorno sagro a
Dio in rendimento di grazie , e si
determinano le opere divote, che
debbono farsi nelle chiese. Si prov-
vede poi con nuove apposite pena-
li al grande oggetto di non veder
ripullulato il flagello delia malvi-
venza.
La delegazione apostolica di Fre-
sinone si compone di due distretti.
Nel primo si comprendono i gover-
ni di Prosinone, di Alatri con seg-
gio vescovile, di Anagni con seg-
gio vescovile , di Ceccano , di Ce-
prano, di Ferentino con seggio
vescovile, di Guarcino, di Mon-
tesangiovanni, di Paliano, di Pi per-
no con seggio vescovile unito a Ter-
racina, di Vallecorsa, di Veroli con
seggio vescovile, ed il commissaria-
to straordinario di Sonnino. Nel se-
condo distretto evvi il separato go-
verno di Pontecorvo con seggio ve-
scovile unito ad Aquino, e rinchiu-
so nel regno delle due Sicilie. La
popolazione della delegazione di
Fiosinone ascende a 139,979 abi-
tanti, secondo l' ultimo riparto ter-
ritoriale, e perciò si sarà natural-
mente aumentata la popolazione.
Governarono la provincia cardina-
li legati, rettori, governatori gene-
rali e delegati apostolici. Pier Ma-
ria Cermelli nella sua opera. Car-
te corografiche ec. per servire alla
storia naturale di alcune provin-
cie dello stato pontificio, tratta di
quelle di Marittima e Campagna;
e gli scrittori delle importanti no-
tizie istoriche del Lazio, parlarono
FPiO 2 (il)
pure di dette provincie. Il frusina-
te, dotto letterato e celebre medi-
co, dottore Giuseppe de Matlheis
membro del collegio medico-chirur-
gico di Roma, e professore di me-
dicina clinica nell'università romana,
ci ha dato la storia della sua patria,
con questo titolo: Saggio islorico
dell'antichissima citlà di Prosinone
nella Campagna di Roma , pub-
blicata nel i8i6 in Roma nella
stamperia de Piomanis. Di questa
istoria noi principalmente ci siamo
giovati per l'articolo Prosinone, che
riportiamo appresso i seguenti cen-
ni storici dei nominati luoghi che
dipendono dalla delegazione, essen-
do sicuri della medesima , perchè
fu dalla magistratura di Prosino-
ne dedicata al cardinal Romualdo
Braschi nipote di Pio VI, ed allora
protettore della citlà, non che l'aui
ture meritamente ed altamente en-
con.iato da Lorenzo Re pubblico
professore della nominata universi-
tà, e dal sommo archeologo ed ono-
re d'Italia nostra l'avvocato d. Car-
lo Fea, presidente delle antichità ro-
mane del museo Capitolino.
Alatki (1 edi). Sede vescovile e ca-
poluogo di governo, racchiude, ol-
tre i villaggi appodiati di Canala-
ra o Canaloro , Monte s. Marino,
Pignario, Santagnese, e Ticchiena
grangia o grancia dell'abbazia del
monistero o certosa de' certosini di
Trisulti , annesso ad un castello ,
che ne' bassi tempi pagava il tri-
buto di vassallaggio agli alatrini,
luogo che fu onorato dal Papa re-
gnante Gregorio XVI nel viaggio
da lui fatto nelle provincie di Ma-
rittima e Campagna, ove dal p.
d. Benedetto Meueguzzi, allora prio-
re della Certosa di Trisulti , ed al
presente di quella di Roma, fu rice-
vuto al modo che dicemmo al voi.
270 FKO FRO
XX, pag. igo del Dizionario, redu- nominato s. Domenico di Foìi-
ce dalla visita fatta alla nobilissima gno (l'edi). Oltre quanto a tale
città di Alatri , della quale daremo articolo si è detto del suindicato
altre notizie nelle Addizioni a que- raonistero fondato da tal santo alle
sto Dizionario. Inoltre sotto il go- falde del monte Porca, da cui è di-
verno di A latri, sono le comuni di stante la Certosa un quarto di mi-
Collepardo e di Funione, ambedue glio, ove dimorò dieci anni oltre
nella diocesi di Alatri, de' quali an- averne consumati tre in angusto
diamo a parlare. antro formato dalla natura nel pen-
Collepardo, o Collepado, picco- dio dello stesso monte, ove appun-
lo castello, che sebbene in alto pu- io Dio gli comandò 1' erezione del
le giace in bel piano, e già luogo nionistero; come ancora oltre ciò
molto forte s\ per la costruzione che nel medesimo articolo si accen-
delle sue mura, che per le sue tor- nò dell' antico castello di Trisulti
ri. Questo castello insieme a quello e della Certosa, qui aggiungeremo
di Vico fu conceduto in vicaria da che la Certosa è un vasto fabbri-
Martino V a Giordano e Lorenzo cato con magnifico refettorio deco-
Colonna sino alla terza generazio- rato di un grandioso quadro rap-
ne, coir annua ricognizione di due presentante il Salvatore nel deser-
libbre di cera, e l'obbligo di rice- to, ed il miracolo da lui operato
vere le milizie pontificie, se passas- coi cinque pani e coi due pesci,
sero per quei luoghi. Una meravi- non che di due ovali coU'eftigie de-
glia della natura, di cui non si co- gli apostoli s. Simone e s, Bartolo-
nosce altrove l'eguale, è la prodi- meo, al quale è dedicato il moniste-
giosa grotta , o antro dove sono ro, e la chiesa che dal detto Pon-
bellissimi e sorprendenti stallatiti, tefice Innocenzo 111 ai certosini fu
]VeI territorio di Collepardo è la col monistero o Certosa edificala
celebratissima gran Certosa di Tri- nel 1211, ed abbellita poi colla
sulti, posta in erma solitudine, fra ho- facciata nel i 768. L'altare maggio-
schi e burroni alpestri, fondata da re ha un ciborio di egregio lavoro,
Innocenzo III; siccome però nell'at- ornato di lapislazzuli con vaghi bas-
to della fondazione il Pontefice con- sorilievi di metallo dorato, rappre-
cesse in proprietà della medesima sentanti l'ultima cena del Signore;
Certosa gli avanzi di un monistero tra le pietre che decorano l'altare
fondato da s. Domenico da Foli- vi sono bellissimi diaspri ed agate,
gno, abbate benedettino, per ordi- essendo tutto formato di fini mar-
ne di Dio, e dedicato alla beata mi con cornici di giallo e venie
Vergine ed a s. Bartolomeo, in un antico. Tanto le mura, che il pa-
coi beni che al medesimo santo vimento dell'altare sono coperti di
abbate dalla pietà delle vicine co- marmi diversi disposti con elegan-
niuni di Vico e Collepardo erano za. Il coro de' monaci ha ventotto
stati elargiti; in riconoscenza di sif- sedili di noce con superbi intagli,
fatta concessione la Certosa assun- rappresentanti al disopra teste uma-
se, come si opina, la denominazio- ne e di animali; il suo pavimento
He del monistero de' benedettini, è formato a scacchi di bel marmo.
IVon deve perciò ritenersi fondato- Il coro de' conversi ha ventidue se-
re di questa Certosa di Trisulti il dih di noce intagliali egregiamente,
FRO
con diverse teste di monaci, lavoro
di un certosino. I due cori sono di-
visi con trameazo impellicciato di
marmi, avente ai lati due altari che
guardano il coro de' conversi : uno
ha per quadro s. Gio. Battista, l'al-
tro s. Michele arcangelo . Sopra
r ingiesso si vede un dipinto che
espiime quando Innocenzo III nel
1208 dà il possesso di questo luo-
go ai monaci certosini di Casotto
nel Piemonte. Due altri quadri di
buono stile si vedono lateralmente,
e rappresentano uno il mjirtirio dei
certosini in Inghillena, l'altro quel-
lo dei Maccabei ordinato da Antio-
co. Dalla parte sinistra dell'altare
maggiore si entra nella sagrestia, la
cui cappella è dedicata all'Annnnzia-
zione della beata Vergine. Da una
lapide ch'è nell'interno del tempio
si legge come furono benemeriti
del luogo i Pontefici Innocenzo III,
Onorio III, Gregorio IX, Innocen-
zo IV, Bonifacio Vili, Clemente V,
Giovanni XXII, Urbano V, Boni-
facio IX, Martino V, e Nicolò V;
gi' imperatori F'ilippo e Federi-
co II , ed i sovrani di Sicilia Car-
lo I, Margherita, Ladislao, Giovan-
na II, Alfonso, Ferdinando, Car-
lo 111, e Ferdinando II.
Fumane è un antico castello po-
sto s(ipra un' alla montagna , cosi
chiamato, come opinano molti, non
pei segnali del cattivo tempo che
egli dà con segni ordinariamente
infallibili, e consistenti in vedersi la
sua cima cinta da foltissime nu-
vole, per cui dicesi volgarmenle :
Quando Fumane fuma tutta Cam-
pagna trema j Si Fummo fumai,
tota Campanea tremet j ma bensì
siccome la rocca posta nel luogo
il più eminente della campagna ,
era a portata di scunprire i movi-
menti del nemico, acciò da questo
FRO 271
si difendessero i circostanti popoli,
chi la custodiva soleva accendere
un gran fuoco che esalasse densis-
simo fumo per seguale ; allora que-
sto ripetevano le altre principali
torri fino a Roma, servendo in
certo modo la rocca di Fumone
come antiguardo, e telegrafo di
questa regione. Avvi la chiesa col-
legiata dedicata all' Annunziazione
della beata Vergine , con capitolo
composto della dignità dell'arcipre-
te e di nove canonici ; la chiesa è
decente, ed alquanto vasta, e Pio
VI l'elevò al grado di collegiata.
Vi sono due chiese, una dedicata a
s. Gaugerico, di gotica e buona
struttura, l'altra parrocchiale sub-
urbana, sagra a s. Michele arcan-
gelo, pure di gotico disegno: la
chiesa di s. Gaugerico è slata re-
staurata ed è divenuta parrocchia-
le in vece dell'altra suburbana fuo-
ri del paese, ed incomoda. Si entra
nel paese per due porte, una delle
quali è chiamala Porta chiusa epii^i
comunemente Portella, cui vi è an-
nesso un rotondo torrione mutilalo
nell'estremità ; e così detta perchè
ivi si vede un'antica porta mura-
ta. 11 fabbricato forma il circuito
delle mura castellane, ed il luogo
si potrebbe rendere inespugnabile.
Questo castello è celebre per es-
servi stati rinchiusi, ed ivi morii
V Antipapa XXVII (Fedi), Mau-
rizio Burdino, che avea assunto il
nome di Gregorio Vili, e s. Cele-
stino V {Fedi), al modo, e pei
motivi che dicemmo a quegli arti-
coli, ed il secondo dopo la sua fa-
migerata rinunzia al pontificato, e
dopo aver creato dodici cardinali,
fra' quali Guglielmo Longhi o Lon-
go nobile di Bergamo, celebre giu-
reconsulto, e perciò da Bonifai io
Vili incaricato ccn altri alla com-
t?"?. FRO
pilazione del sesto libro delle de-
cretali. Siccome la rocca di Fumo-
ne era stala licuperata alla roma-
na Chiesa nel i i45 dal Papa Eu-
genio IH, così n'era castellano o
comandante Marco Tullio Longhi
fratello del cardinale, quando Bo-
nifacio \ III gli alBdò per sicurez-
za la custodia di s. Celestino ossia
Pietro da Mori'one, che canonizzato
poi da Clemente V, questo Pon-
tefice nel I 3 I 3 donò in perpetuo
la medesima rocca al detto Marco
Tullio Longhi, il quale avea fatto
testimonianza della beata morte di
s. Celestino, e dei miracoli da Dio
operati a di lui intercessione. Da
una delle molte lapidi esistenti nel-
la cappella eretta presso il luogo
ove stette rinchiuso il santo, Mar-
co è detto inilcs auratus . . . Loii-
gorufu de Monte Longo, dal ca-
stello di Monte Longo, nella dio-
cesi di Segni, edificato dai cavalie-
ri Longhi, e ne fa menzione una
bolla di s. Leone IX diretta al
■vescovo d' Anagni : il castello di
Monte Longo fu acquistato dai
coati di Anagni, poi venne distrut-
to, ed ora è compreso in una te-
nuta. Questa nobile famiglia ber-
gamasca divenne un tempo con-
domina di Frosinone, fu annove-
rata al patriziato romano, ed ele-
vata alla dignità di marchese. In
quanto alla rocca di Fumone, nel
pontificato di Alessandro VI ven-
ne in potere del comune, ma in
quello di Alessandro Vili i mar-
chesi Longhi la ricuperarono , re-
staurarono ed abbellirono con due
giardini. Avendo i Longhi signo-
reggiato anche Fumone, ivi possie-
dono un palazzo che è il princi-
pale edilìzio del paese, e resta uni-
to alla rocca. Nella cappella si ve-
nera il luogo ove volò al cielo s.
FRO
Celestino, essendo rinchiuso nell'al-
tare di marmo quello di legno sul
quale celebrava il santo, e vi è un
bassorilievo che lo l'appresetita. La
cappella fu visitata da vari princi-
pi e sovrani, come da Ladislao re
di Napoli nel i/{o6, e da Carlo
Vili re di Francia nel 149^) ciò
che risulta da due lapidi ivi esi-
stenti. Questa cappella fu nel 1647
riedificata da Giovanni Longhi : es-
sa è tenuta con molta decenza, e
vi si conservano pregevoli reliquie.
Diverse lapidi esistenti nel palazzo,
rocca e cappella ricordano gli an-
tichi avvenimenti , illustrano Fu-
mone, e rendono decoro all'illustre
famiglia Longhi tuttora signora del
luogo. Il Ricchi nella sua Reggia,
de' volsci, a pag. i35, dice che
presso Fumone probabilmente esi-
stette Anlenna, castello volsco de-
bellato dai romani.
Anagni [P^edi). Sede vescovile, e
capoluogo di governo, racchiude le
comuni di Sgiugula , ed Acuto.
Sgurgula giace nella diocesi di A-
nagni presso il fiume Salto, ed ha
il territorio in colle e in piano, in
saluberrima ed amena posizione a
rimpetto di Anagni; essa diede
particolari segni d'esultanza, allor-
ché la presenza del Pontefice Gre-
gorio XVI onorò la provincia di
Campagna, e soggiornò in Anagni.
L'origine di Sgurgula è come quel-
la di altri luoghi in tempo delle
fazioni italiche, e chiamossi ne'pri-
mi tempi Sculcula. La sua primi-
tiva erezione fu ove è presentemen-
te la rocca, luogo scelto probabil-
mente da qualche signore potente,
per sostenervisi co' suoi e dominare
la sottoposta valle. Vuoisi che la roc-
ca fosse un ampio palazzo fortifi-
calo, con adiacenti abitazioni per
le milizie. In tempi più tranquilli
FRO
da posto militare, divenne posizio-
ne civica, rimasta come in feudo al
primo che l'occupò, indi fu sogget-
ta ai De Comilibus o Conti, e Cor-
rado Conti n'era signore nel l'j^S.
Si dice che poi passasse ai Torelli,
e da essi ai Caetani, e finalmente
ai Coloima. Avanti tali epoche vi
fiori un abbazia di cistcrciensi, di
cui resta la chiesa, ma con un solo
altare, e poche stanze per l'eremi-
ta custode. Si conosce sotto il ti-
tolo della Madonna delle Grazie,
o di S. l\lana in Viano, venen-
do mantenuta la fabbrica a spese
del seminario d' Anagni , cui pas-
sarono in proprietà i beni posse-
duti dai cistcrciensi nel principio
de! secolo XVII per disposizione
del vescovo Seneca , essendo già
partiti i monaci sino dal pontifi-
cato di Sisto IV. Si pretende che
nel sito del romitorio di s. Leo-
nardo vi fosse vm monistero di
celestini, e che se ne faccia men-
zione al tempo del fondatore del-
l'ordine s. Celestino V : poscia dal-
la dipendenza del principal moni-
stero, passò a quello di s. Euse-
bio di Roma, che continuò a pos-
sederne i fondi dopo 'l'abbandono
de' monaci, e poscia passarono ad
altri. L'antica chiesa di s. Nicola
è abbandonata. La chiesina della
Madonna dell' Aringo, ha un'anti-
ca immagine della Beata Vergine
dipinta al muro, con altre figure
che diconsi de' secoli X o XI. Vi
sono due chiese parrocchiali, una
dedicata all'Assunzione di Maria ,
l'altra a s. Giovanni Evangelista;
la prima fu edificata nella metà
del secolo passato dal vescovo Mon-
ti, dopo la distruzione della chie-
sa parrocchiale di s. Sebastiano;
la seconda prima avea la struttu-
ra semi-gotica. Il parroco di s. Ma-
VOL. XXVII.
FRO 273
ria ha il titolo d'arciprete, 1' altro
di s. Giovanni quello di abbate.
Protettore principale di Sgurgula
è s. Leonardo diacono di Rei ras ,
comprotettori s. Sebastiano , e s.
Antonino martire apameense. Vi
sono scuole elementari d' ambo i
sessi. Il nome di Sgurgula dicesi
derivato da uno sgorgo d'acqua lim-
pida; il vecchio paese era cinto di
mura con porte, rimanendo ora
chiuso dal fabbricato aggiunto al-
l'intorno. Nel luogo detto le Ca-
serane si vedono ruderi di vasto
edificio, forse del ritiro de' gesuati,
religiosi che soppresse Clemente IX.
Due luoghi chiamati l' Aringo , e
Pietrarea devono il loro vocabolo
a quanto andiamo a narrare: il
primo per il luogo ove dai con-
giurati contro Bonifacio VII! si
stabih la sua sacrilega prigionia ;
ed il secondo ove pure a modo di
conciliabolo tennero sedule i me-
desimi ribelli, e perciò ben a ra-
gione detto luogo reo e Pietra rea.
Certo è, che quando Sciarra ed al-
tri Colonna, unitisi alle genti di
Filippo 1 V re di Francia coman-
date da Nogaret, non che a quel-
le del fiorentino Musciatto, stabi-
lirono entrare clandestinamente in
Anagni per arrestare il Papa, che
nel i3o3 vi dimorava, seppero uni-
re alle loro prave intenzioni di-
versi signori de' luoghi convicini,
e della stessa Anagni ; congiura che
fu maturata negli accenii;iti luoghi,
come la tradizione ci riporta. Fra
i capi congiurati figurarono Domi-
nos de Sculcula, Raimondo de Su-
pino, Tommaso di Morolo, Pietro
de Genazzano, Goffredo di Cec-
cano, e diversi d'Anagni. Vero è
però, che nella bolla con la quale
Benedetto XI nel primo febbraio
i3o4 scomunicò nominatamente
18
274 FRO
Nogaret, e gli altri nominati au-
tori del misfatto, niuno di Sgur-
gula vi è rammentato, laonde si
può argomentare che niua sgurgu-
lano vi abbia avuto parte, almeno
attiva. Sembra poi che dopo tale
epoca Sgurgula divenisse signorìa dei
Caetani ; in fatti si legge che Bene-
detto Caetani fosse signore del luo-
go nel i3ig, e gli successe nel do-
minio Bonifacio Caetani, come ri-
levasi da un istrumento del iSyS.
Di lui figlio fu Bonifacio giuniore,
che n^cra signore l'anno 1 4^o nel
pontificato di Nicolò V. Paolo
Caetani figliuolo del precedente fu
pure conte di Sgurgula, e dopo di
lui né rimase il possesso a Zeno-
bia Caetani, finché passò in quello
dei Colonnesi. Sgurgula ebbe degli
uomini illustri : fu dotto il cano-
nico Francesco Posta protonotario
apostolico , e vicario generale di
Tivoli ed Alatri. Fra i viventi è
a nominarsi per cognizioni ed eru-
dizione d. Domenico Moriconi ca-
nonico d'Anagni.
Acuto, egualmente della diocesi
di Anagni, è situala su di un mon-
te, ed ha la chiesa matrice ampia
e maestosa con titolo di collegiata,
dedicata alla Assunzione in cielo
della Beata Vergine ; pel suo cli-
ma fresco , e per la signoria che
■vi gode il vescovo d' Anagni , nel
proprio palazzo vi soggiorna qual-
che mese di estate. Appaitenne a
Loffredo Vetulo, a Guidone arci-
prete, ed a Pietro Amati per una
parte j e per l'altra al rettore e
consiglieri di ciascuna contrada di
Anagni : i secondi ne fecero ven-
dita al vescovo di Anagni Asaele ,
ed ai canonici deJ/a cattedrale nel
iiyg. Gli ultimi lo dierono in en-
fiteusi ad Ilderico Giudici nobile
anagnino fino a terza generazione;
FRO
ma siccome affettava assoluta si-
gnoria e dispotismo, Alessandro IV
dichiarò con bolla che Acuto fosse
stabilmente proprietà del capitolo
d'Anagni, avendo espulso Ildericoj
indi nella divisione della mensa
capitolare fu particolarmente asse-
gnato al vescovo. Non esistono più
i tre vicini castelli di Collalto, di
Monte Porcario, e di Cominacchio,
così detto per due torrenti che
dappresso si univano, voce deri-
vante dal latino ad coniunes aqiia.^ :
il castello di Cominacchio era sta-
to edificato nel 1180 a spese di
Giovanni vescovo di Anagni ; quin-
di venne usurpato da Adinolfo e
Niccola Conti, finché fu poi distrut-
to e ridotto a coltivazione. Princi-
pale protettore di Acuto è s. Mau-
rizio martire, e gli abitanti sono
concittadini di Anagni. Inoltre dal-
la parte di mezzogiorno giace li-
mitrofa al territorio della città d'A-
nagni la tenuta di Villa Magna ,
per le cui notizie non riuscirà disca-
ro un breve cenno.
Pompeo Magno nella bella e vasta
pianura di detta città, sotto il mon-
te ove giace la terra di Gorga, vi
ebbe una villa splendidissima, come
rilevasi dalle iscrizioni antiche ivi ri-
trovate in alcune escavazioni , non
che da altri monumenti. Dicesi che
per la magnificenza la villa fu chia-
mata Villa Magna, ovvero al dire
di alcuno il secondo vocabolo gli
derivò dal soprannome di Magno
dato al celebre Pompeo, che dispu-
tò l' impero romano a Giulio Ce-
sare. A' nostri giorni negli scavi si
rinvennero dei pezzi di condotto
di piombo con le parole Optav.
imp. Caesar. Da che se ne inferi-
sce che Ottaviano Augusto vi co-
struì i bagni, e che forse fu egli
il vero fondatore della villa stessa.
FRO
Su questo punto è a vedersi la la-
pide che riporta il Grutero sulla
villa Magna, dove si dice che Mar-
co Aurelio andando a questa villa,
e poi salendo sino ad Anagni, fe-
ce poi selciare la strada che con-
duceva alla villa, e sembra esclusa
la tradizione che Pompeo la fon-
dasse. La rovina della villa a-
vrà avuto luogo nelle fatali in-
cursioni barbariche , e dalle sue
rovine surse una terra che prese
il medesimo nome di Pilla Ma-
gnaj e nel primo secolo dell'ordi-
ne benedettino vide edificarsi un
importante monistero sotto il me-
desimo istituto : conservandosi tut-
tora parte del medesimo, e la chie-
sa. A pag. 86 degli ÀUi di s. Ma-
gno, si legge una bolla di Urbano
II, emanata nel 1088, e diretta a
Pietro vescovo d' Anagni che ora
veneriamo sugli altari, con la quale
assegnò al vescovo d' Anagni i se-
guenti castelli : Porcianum , Acu-^
tum , Pilleum , Gurgam , Villani
Magnam, Sgurgolam , Palli animi ,
Vicum Morcinum , Carpinelum ,
Pruniiim, Monlem Longum, Vita-
biniim, Morolum, et Montem de
Gravi, praeterea Ircoensem eccle-
siam . . . Jtem cum Valle Patra-
rum. Filettino, Gancae, Collatuto.
Indi a pag. j44 ^ notato, » Ca-
» strum Gurgae emptum ab ab-
" bate et monacis monasterii Vil-
»> lae Magnae cum vassallis et ter-
M ris ei venditum a D. Adenulpho
>» canonico anagnino, et Andrea
»> ejus nepote, olim possessum a
« domno Roffrido Diomero eorum
» patruo de anno i 2 i 6, ut ex lib.
» islr. in archiv. Anagnin. fase. 8,
» n. 63 1 "; e nel tcm. V, n. 229
trovasi un altro islromento fat-
to coi canonici della cattedrale di
Anagni, in cui si legge: » Ser-
FRO 9.7^
» vitia quae debeant prestare ho-
M mines terrae Gurgae uti vassalli
» monasterii Villae Magnae, et red-
'» ditus a quos tenebanlur prò Ici-
>» ris quas retinebant a dicto nio-
» nasterio, et alia servitia. De au-
>■> no i53r"- Pasquale Cairo par-
lando di Anagni, dice a pag. 82,
che Adinolfo canonico della catte-
drale, con Andrea suo nipote nei
1236 vendè la metà della terra
chiamala Gorga al monistero dei
ss. Pietro e Paolo, e conferma che
Loffredo Diometro suo zio la pos-
sedeva. L altra metà spettava a cer-
to Beigiemino nel i i5i, nel quale
anch'esso la vendette al nominato
monistero. Furono signori della ter-
ra di Villa Magna Ildebrando, Giu-
seppe, Pietro e Lione figli di Guar-
nerio nobile anagnino, the nel pon-
tificato di Benedetto VII del 975,
al menzionato monistero donarono
interamente il castello con tuttociò
che gli apparteneva, conservando*
ne r archivio capitolare d' Anagni
l'originale istromento. Al voi. IJ,
pag. 33, 34, 35 del Dizionario di-
cemmo come Bonifacio Vili nel
1297, con l'autorità della bolla In-
ter caeteras Orbis ecclesias, data
in Orvieto donò alla cattedrale
d' Anagni il monistero e la tenuta
di Villa Magna, e fra gli obblighi
che impose al vescovo e al capito-
lo vi fu quello, che recandosi egli
o i suoi successori nelle provincie
di Marittima e Campagna, avessero
offerto sette pani ogni sabbato ;
omaggio solito a farsi dai monaci
benedettini di Villa Magna ai Pon-
tefici, allorché passavano per quei
luoghi, ed in essi risiedevano: pre-
scrisse ciò Bonifacio Vili sotto pe-
na di caducità dei concessi beni
dell' abbazia di Villa Magna. Nel
medesimo articolo abbiamo detto
276 FRO
come i pani furono presentati a
Paolo IH nel i534 in Anagni, ad
Innocenzo XII nel 1697 a Nettu-
no, ed al regnante Gregorio XVI
nei 1839 a Terracina. Eguale o-
maggio l'odierno vescovo di Ana-
gni monsignor Vincenzo Annovaz-
zi, in un al proposto d. Angelo
Ambrogi, ed ai canonici d. Luigi
de Cesaris, e d. Niccola Gigli, u-
miliarono al medesimo Gregorio
XVI a' 2 maggio i843, quando
cioè onorò di sua presenza Anagni
e l'episcopio.
Ceccano, Ceccanum. Città della
diocesi di Ferentino posta sulla de-
stra riva del fiume Sacco, e capo-
luogo d'un governo dal quale di-
pendono le comuni di Amara, di
Giuliano , di Santo Stefano e di
Patrica. Ceccano fu sempre consi-
derabile nella provincia di Campa-
gna, terra antichissima che in mol-
te pergamene si trova notata colla
qualifica di città, e tale la dice Leo-
nardo Aretino; a questo grado nel
corrente anno i844 Ceccano è sta-
ta elevata dal regnante Pontefice
Gregorio XVI : presso di essa si
rinvennero tracce dell'antica via La-
tina. Fu cinta da forti mura castel-
lane con porte, per ordine del Papa
s. Silverio, figlio del frusinate Ponte-
fice s. Ormisda, nell'anno 536, appe-
na esaltato al pontificato, e ciò per
favore di Teodato re de' goti, allo-
ra dominatore nella provincia, per-
chè dicesi che vi avesse avuto i
natali s. Silverio , e nel rione di
Campo-Traiano, laonde per equi-
voco vuoisi, come alcuni scrissero ,
nato in Troia nella Campania Fe-
lice: questo Papa si dice anche di
Prosinone, siccome oriundo di quel-
la città, tutta volta nel Saggio isto-
rico del dottore de ]\Iattheis sopra
Fresinone , sembra bastantemente
FRO
provato che quel Pontefice sia nato
in Fresinone come il padre s. Or-
misda. Una contrada del territorio
ceccanese, posta fra Ceccano e Fro-
sinone, conserva ancora oggidì que-
sta denominazione di Campo-Tra-
iano. Deve distinguersi Ceccano in
vecchio e nuovo : la parte più anti-
ca è quella cinta di mura alla detta
epoca, e giace sul colle, più recen-
te essendo quello fabbricato nel
piano in modo elegante; il fiume
Sacco passa in mezzo all'antico e
moderno Ceccano. Le porte urba-
ne hanno il nome di Castello , s.
Pietro, Nuova, s. Sebasfiano , ed
Otricello o piuttosto Torricello. Vi
sono tre parrocchie , cioè di s. Ni-
cola, di s. Pietro e di s. Gio. Bat-
tista la cui chiesa è collegiata, ed
il santo litolare è patrono della ter-
ra. Ebbe Ceccano i suoi partico-
lari signori e conti potenti nell'e-
poca feudale, sovente nominati nel-
le istoiie. Feracissimo è il suo ter-
ritorio ; né vi mancano famiglie no-
bili ed altre che coltivano i buo-
ni studi 5 per cui molti uomini il-
lustri diede alle armi, alle lettere,
ed alla Chiesa , e sei cardinali al
senato apostolico : l' ultimo è vi-
vente, e i primi cinque si dissero
da Ceccano senza distinzione di co-
gnome , come si è detto alle loro
biografie. Non si può abbastanza
esprimere quanto da tutti fu ap-
plaudita r esaltazione al cardinala-
to del vivente ceccanese, e quanto
giubilasse non solo la patria, ma
r intiera provincia, inviando appo-
site deputazioni al Papa per rin-
graziarlo, e al cardinale in omag-
gio di venerazione ; ciò che pur fe-
cero altre città e luoghi della pro-
vincia, come si legge nei Diavi di
Roma. Il primo cardinale di Cec-
cano fu Gregorio di nobilissima fa-
FRO
miglia, creato da Pasquale II del
1 099 ; il secondo fu Giordano del-
la stessa distinta famiglia, promos-
so nel 1188 da Clemente III, che
per la sua pietà verso la Beata Ver-
gine, gli eresse un tempio in pa-
tria; il terzo fu Stefano detto an-
che di Fossanuova, come abbate di
quel celebre monistero, creato nel
121 3 da Innocenzo II?, e camer-
lengo di santa Chiesa ; il quarto fu
Tebaldo de' conti di Terracina ,
esaltato nel 1275 da Gregorio X;
il quinto fu Annibale o Annibaldo
detto anche Gaetani , creato nel
1327 in Avignone da Giovanni XXII,
e da Giovanna I regina di Napoli
beneficato nella persona del fratel-
lo Tommaso con feudi ; il sesto
è Pasquale Gizzi nato in Ceccano
a' 22 settembre 1787, arcivescovo
di Tebe in partibus, che dopo a-
vere servito la santa Sede in di-
verse nunziature apostoliche, fu dal
regnante Papa creato cardinale del-
l' ordine de' preti e riserbato in pet-
to a' 12 luglio 1841, quindi pub-
blicato nel concistoro de' 22 gen-
naio i844> poscia fatto titolare del-
la chiesa di s. Pudenziana. Questo
rispettabile personaggio pe' suoi
grandi meriti , sagacità e virtù ,
già ha meritato la legazione di
Forh. Portandosi il medesimo Gre-
gorio XVI nel maggio i843 da
Fresinone a Terracina, e passando
pel territorio di Ceccano a' 5 di
detto mese, gli abitanti ad espri-
mere il loro divoto giubilo per si
lieta circostanza, oltre vari fuochi
di gioia arsi ne' luoghi più emi-
nenti del comune, ed illuminazio-
ni per tutto r abitato, incendio di
fuochi artifiziali ed altro per due
sere consecutive , l' intiera popola-
zione con il clero, e la magistratu-
ra col priore Francesco Sindaci in
FRO 277
un alla banda civica, si portarono
a festeggiarla sulla via provinciale,
della quale circa un quarto di mi-
glio era coperta di fiori e verzure,
e dove era stato eretto un arco trion-
fale di bella architettura, dipinto a
chiaro-scuro con analoga iscrizione.
In quanto alle quattro comuni
dipendenti da Ceccano , cioè ArnU'
ra situata in ameno monte , che
vanta per protettore san Sebastia-
no ; Giuliano , situata alle falde
d'un monte, rimpetto alla mon-
tagna detta Sisserno , con chiesa
dedicata alla Beata Vergine As-
sunta, e a s. Giuliano, parroc-
chia e collegiata con arciprete e ca-
nonici , essendone protettore s. Bia-
gio; Santo- Stefano ^ situato sopra
un colle; e Patrica che sembra o-
riginato dall' antico Patricuni , il
quale vuoisi posto nel vicino col-
le Lamio: Patrica è su di un col-
le presso il monte Cacume, il più
alto di quella catena di Apenni-
ni chiamati monti Lepini ; esisteva
Patrica neil'Siy, come rilevasi da
una donazione fatta dall'imperato-
re Lodovico I al Papa s. Pasquale I .
Nel medio evo appartenne alla fa-
miglia Conti, che nel 1599 la ce-
dette col titolo di marchesato a
Tarquinio Santacroce, il di cui fi-
glio Francesco la alienò nel 1625
al contestabile Filippo Colonna, dai
cui discendenti è ancora posseduta
insieme a Ceccano ; il Colonna in
memoria della defunta consorte Lu-
crezia Tomacelli, a distanza di un
miglio e mezzo eresse un superbo
palazzo, che chiamò Tomacella: nel
1727 recandosi Benedetto XIII da
Fresinone a Prossedi, onorò di sua
presenza questo palazzo , ricevuto
dal feudatario di Patrica contesta-
bile Colonna, il quale trattò di
nobile rinfresco la famiglia ponti»
278 FRO
fida. In Patrica vi sono cine chie-
se , una dedicata a s. Pietro con
arciprete e cinque beneficiali, I al-
tra a s. Gio. Battista, ch'è di buon
disegno, con curato e tre beneficia-
ti , oltre una subuibana dedicata
alla Beata Vei'gine a Pie di Mon-
te con abbate e cinque beneficiati,
ognuna di esse formando un capi-
tolo. Vi sono due ospedali, uno per
gl'infermi, l'altro pegli accattoni,
eretti dal benefico arciprete Fina-
teri. Al memorato passaggio di
Gregorio XVI pei territorii di Giu-
liano e Patrica, gli abitanti del
primo, che è un altro fondo dei
Colonna, nel miglior modo mostra-
rono la loro venerazione con arco
trionfale eretto sulla pubblica via,
a' cui lati si fecero trovare. I pa-
tricani poi dopo aver per due sere
solenpizzato con diversi modi il lo-
ro tripudio, allo sbocco della stra-
da comunale eressero un bello e
ragionato arco trionfale, decorato
colle statue dei principi degli apo-
stoli , e delle virtù la Speranza e
la Carità con epigrafi, stemma pon-
tifìcio, panneggi ed ornati di da-
maschi e velluti cremisi e di altri
colori trinali d' oro, oltre due pic-
cole guglie. Ivi trovossi la popola-
zione col clero , e la magistratura
alla cui testa era il priore Nicola
Spezza , e con dodici fanciulli che
sotto le forme di angeletti, su pie-
distalli gettavano fiori odorosi nel-
la via , assordando 1' aria , come
tutte le altre popolazioni della giu-
bilante provincia, con voti , accla-
mazioni e filiali espressioni; venen-
do corrisposte dal cuore paterno
del sensibile Pontefice, laonde il
viaggio per la provincia di Fresi-
none riuscì un vero trionfo reli-
gioso.
CErRArvo (Fedi). Capoluogo di
PRO
governo, nella diocesi di Veroli, da
cui dipendono i comuni di Falva-
terra, Po/i, e Strangola galli. Fai-
K'aterra fu già una delle città dei
volsci, di antica origine, e chiamata
Fabrateria, come remota n' è la
distruzione, e da essa deiùvò l' o-
dierna terra, posta in colle ame^
ni.ssimo, abbondante di acque, eoa
fertile terrilcrio, e cava di alaba-
stro che ridotto a pulimento somi-
glia air ambra : di questo alaba-
stro esistono lavori nel palazzo dei
marchesi Casali di Roma. L'antica
Fabrateria fu una delle prime cit-
tà volsche, situata lungo il fiume
Irero, propriamente ove imbocca nel
Liri, contigua alla città di Fregelle,
Fu soggiogata dai romani sotto il
dittatore Camillo, e poi fatta co-
lonia nell'anno 63o di Roma. Fa-
brateria si oppose al passaggio di
Annibale, che perciò fu obbligato
cambiar via, indi i fabraterni si
condussero contro di lui a Canne.
In Fabrateria furono clamorosi i
giuochi circensi, ed ebbe nobili e
grandi edifizi, i di cui avanzi si
vedono, come negli scavi si rinven-
gono antichità, prove della sua im-
portanza. E costante tradizione che
licevesse il lume della fede dall'a-
postolo s. Pietro, allorché si recò
in Atina a consagrarne primo ve-»
scovo s. Mai'COj non che da s. Ma-
ria Salorae che mori in Veroli ,
ove si venerano le sue ceneri. Fal-
valerra possiede molte chiese, essen-
do la matrice dedicata a Maria
Vergine assunta in cielo , con col-
legiata decorata di arciprete e be-
neficiati. Vi sono due abbazie, una
di provvista della dateria apostoli-
ca, r altra dell' abbate di Monte-
Cassino, perchè prima eravi un mo-
nastero di cassinensi. Evvi un ri-
tiro di passionisti eretto nel lySo
FRO
dal divoto popolo, ed istituito dal
fondatore di quella esemplare con-
gregazione, il ven. p. Paolo della
Croce : la chiesa già esisteva ed è
sa già al martire levita s. Sosio pro-
tettore del paese. In essa qual san-
tuario frequente è il concorso per
le grazie che Dio vi opera, recando-
visi i divoti persino dal regno di Na-
poli. Sotto l'altare maggiore si vene-
ra il corpo di s. Adeodato martire, e
vi riposò quello di s. Magno vescovo
e martire che sta in Anagni. Cinque
sono le principali confraternite, oltre
le sorelle della carità di s. Vincenzo
di Paoli. Nei bassi tempi i Colon-
nesi v' incominciarono a fabbricare
un forte, che ora si vede contiguo
alla piazza della Valle, di mirabile
struttura, sebbene incompleto. Di
Fabratera, o Faivatera nuova e
vecchia, tratta il Ricchi a p. 244
della sua Reggia de' vohci.
Po/i è un castello antichissimo di
circa tremila abitanti, fabbricato su
di amena collina, di aere puro , e
bello orizzonte , con territorio spa-
zioso di fertili campagne, già appar-
tenente ai volsci. Dalla parte di
Prosinone ha buona strada ; trovasi
nel suo territorio del carbon fossi-
le, e delle cave di eccellenti pietre
da mola: quivi alle falde dell' abi-
tato si venera un fonte di acqua
tuttora perenne, fatta scaturire mi-
racolosamente da s. Antonino mar-
tire circa il IV secolo, che sempre
si è sperimentata di singolare ef-
ficacia contro le febbri specialmen-
te pertinaci. Nella sottoposta valle
sui bordi della via Latina veggonsi
ancora i ruderi di un monistero
de' benedettini , appellato s. Ven-
ni tto, ed uno entro il paese tutto
intero dell' istesso ordine , che vie-
ne distinto col nome di Rinchia-
stroj abitato un tempo dalle mo-
FRO 279
nache. Le notizie delle famiglie
antiche sono sepolte nell' oscurità
de' tempi ; appartenevano al secolo
passato due di qualche rinomanza :
lina nominata Silvestri , nobile del
sacro romano impero , i di cui
elogi biografici in pietra scolpiti si
conservano dalla famiglia Giorgi ;
era l' altra quella de' marchesi de
Carolis , di cui si parla in altri
luoghi di questo articolo, che dette
alla camera apostolica un chierico
di camera , ed un vescovo a Pon-
tecorvo, i quali lasciarono monu-
menti insigni di pietà e di religio-
ne. Delie famiglie moderne si di-
stingue quella de' Moscardini, co-
gnita per monsignor Marcantonio
vescovo di Foligno , e per monsi-
gnor Ferdinando delegato di Or-
vieto, ambedue di onorata memoria.
Al presente il p. Illuminato da Po-
fi de' minori francescani, già prefet-
to delle missioni in Egitto, è pro-
curatore del collegio delle missioni
posto nel convento di s. Pietro
Montorio di R.oma. La prima chie-
sa che il popolo ebbe a parrocchia
fu quella di s. Antonino alle ra-
dici del colle, dotata dagli Oppida-
ni di copiose lascile, e poscia per
disposizioni della santa Sede i suoi
beni furono attribuiti alla chiesa
matricej che si venera sotto il tito-
lo di s. Maria Maggiore assunta in
cielo, fabbricata a spese del comu-
ne, con buona architettura, ed of-
ficiata da competente numero di
beneficiati. Essa è fiancheggiata di
bella piazza, che nelle occorrenze
chiudesi con due rispettive porte :
questa chiesa divide la cura delle
anime con due altre chiese filiali,
che sono s. Andrea apostolo, e s.
Rocco, oltre al convento e chiesa
eretti dai de Caroli";, pei francesca-
ni minori riformati. Nella chiesa
28o FRO
di questo convento si conservano
le spoglie mortali del pio ed insi-
gne gesuita p. Baldinucci, passato
a miglior vita nell' esercizio delle
apostoliche fatiche. Pofi ha quattro
confraternite, e nella protezione del
cardinale Carlo Odescalchi è suc-
cesso il cardinal Paolo Polidori .
Patrono principale è s. Sebastiano
martire, s. Fiocco si venera come
avvocato, e s. Antonino martire
come comprotettore, la cui festa si
solennizza con grande e di vota pom-
pa. E poi rinomata la processione
del Corpus Domini, che in questo
luogo si celebra, pel complesso del-
le sue edificanti circostanze.
Strangola galli è un luogo gra-
zioso situato in colle, già riedifica-
to nel pontificato d' Innocenzo IV
e verso l'anno 12 53, sotto Gio-
vanni vescovo di Veroli , perchè
era stato dato alle fiamme dagli
invasori della provincia di Campa-
gna. E un sito ferace di tuttociò
che occojie alla vita; e nelle vici-
nanze si ritrovano vasi cinerari di
terra cotta, ed altre antichità.
FERENTrao (redi). Sede vescovi-
le, e capoluogo di governo, nel
quale sono racchiude le comuni di
Morolo e di Supino, forse originate
dall'antica città di Ecetra, delle
quali facemmo cenno al citato ar-
ticolo: solo qui aggiungeremo, che
Morolo oltre la collegiata ha tre
chiesuole snburbane, una delle qua-
li è sagra alla Eeata Vergine delle
Grazie, e che ne fu barone Oddo-
ne Colonna , che ivi colla sorella
rSobilia fu imprigionato, come pu-
re che nel 12 16 se ne impadronì
il conte di Ceccano, e vi perirono
più di quattrocento abitanti, ed il
più rimarchevole de! paese rimase
dalle fiamme consunto. Di Supino
^o§'U"gei'emo che tre sono le sue
FRO
parrocchie , essendo la matrice quel-
la di s. Pietro con arciprete e tre
beneficiati ; le altre sono dedicate
una a s. Maria con abbate curato, e
sei beneficiati; l'altra a s. Nicola
di Rari , con curato e due bene-
ficiati: il principale protettore del
luogo è s. Cataldo vescovo di Ta-
ranto. Sulla cima del monte, alla
cui pendice giace Supino, esiste un
forte di remota costruzione, costi-
tuente ora un'abbazia, ed un bene-
fizio sotto il titolo di s. Giovanni,
ma la chiesa era da ultimo diruta.
Quando in Anagni Bonifacio Vili
fu arrestato dai Colonaesi , uniti
a questi erano i nobili di Supino
e di Ceccano, segno che vi erano
in Supino persone nobili e poten-
ti. Supino die alcuni uomini illu-
stri, come d. Camillo Foglietta ab-
bate mitrato di Marino, d. Nilo
Alessandrini abbate de' basiliani di
Grotta ferrata, ed altri. La tenu-
ta o villaggio di Porciano, egual-
mente nel governo di Ferentino,
è del capitolo. 11 Ricchi nella sua
Reggia cle\'olsci non solo a pag.
i33 tratta di Ferentino che chiama
pure Fiorentino, de' suoi antichi
pregi, e di alcune sue lapidi, ma
ancora della città di Ecetra o E-
clielra colonia latina a p. 248. Di
questa egli dice che fu annoverata
fra le sette regie città volsche, ri-
portandone le testimonianze di Gla-
riano e di Dionisio. Livio la pose
ne' confini degli ernici , equi , e
volsci, ma non si può stabilire il
luogo ove propriamente surse, ben-
ché Livio nari'a un fatto di armi
tra i romani e i volsci accaduto
fra Ferentino ed Ecetra , di già
saccheesiata da Fabio Ambusto ,
co >
e l'invasione de'medesimi volsci da
due eserciti inviati dai liibuni,
l'uno sotto la direzione di Spurio
FRO
Furio, e Marco Orazio alla volta
di Anzio, l'altro sotto il comando
di Quintilio Servilio, e Lucio Ge-
ganio a mano sinistra verso Ece-
tra. Tuttavolta non può con cer-
tezza assegnarsi il luogo dell'antica
Ecetra, diverse essendo le opinio-
ni di Cluverio. La città fu espugna-
ta da Coriolano, quando disfece tut-
te le città convicine, come Longola,
Satrico, Sezze, e Polusca, nello stes-
so tempo che i corani si dierono
a patti, siccome scrive Dionisio.
Però fr. Bonaventura Theuli, nel
suo Teatro iston'co, in cui tratta di
molte città e luoghi de'volsci, dice
che Ecetra sia stata ov'è ora Mon-
te Fortino. Di Prosinone ne parla
a pag. 36. 11 medesimo Ricchi nel
Teatro degli uomi/iì illustri nelle
armi, lettere e dignità, che fioriro-
no nell'antichissimo regno de\'olsci,
a pag. 128 e seg. tratta di quelli
di Ferentino.
GuAEciNo, Guarcemun. Capoluogo
di governo nella diocesi di Alalri, gia-
ce alle falde di un monte che sebbene
alquanto umido per la vicinanza
del fiume Cosa, e per le sue fontane,
fu già commendato da Coluraella
per la salubrità delle limpide ac-
que, che dalla rupe zampillano. Il
fabbricato degli abitanti costituisce le
mura castellane, essendovi però all'in-
torno quattro torrioni di forma roton-
da con le porte urbane nominate:
del Cardinale, perchè ivi ei'a la casa
del cardinale Tommasi ; di s. Be-
nedetto, fuori della quale eravi u-
na parrocchia a tal santo dedica-
la ; di s. Nicola, perchè introduce
alla collegiata al medesimo sacra ;
e di s. Angelo, per egual motivo.
Bella è l'architettura della colle-
giata di s. Nicola vescovo di Mi-
ra, con vaga cupola, ed ornamen-
ti di stucchi e dorature : osserva-
FRO 281
bile è il quadro di s. Elisabetta,
ed il pulpito di noce ben intaglia-
to; la piazza eh' è dinanzi è deco-
rata di pubblico fonte. Tra i fab-
bricati di questa terra, ve ne sono
alcuni di gotica maniera; ed avvi
la borgata chiamata Aringo. Vi so-
no due ospedali, uno pei poveri,
l'altro pei pellegrini; le maestre pie
per l'istruzione delle donzelle, e gli
avanzi del monistero celebre di s.
Luca, le cui monache nel 1 587
furono trasportate in Alatri dal ve-
scovo Ignazio, con beneplacito di
Sisto V : vi professano la vita mo-
nastica nobilissime religiose, ed eb-
be insigni benefattori , fra' quali
Paolo III; la chiesa tuttora sussiste
ed è dedicata a s. Michele arcan-
gelo con parrocchia, e titolo di ab-
bate. Tra le bolle pontificie che o-
uorano Guai'cino, nomineremo quel-
le di Alessandro III, Lucio IH, ed
Onorio III. Gli abitanti sono assai
divoti a s. Agnello, che ha culto in
romitorio veramente pittorico. Guar-
cino ha soggette le comuni di An-
ticoli, Filettino, Trivìgliano, Torre,
Ileo e Tre%'i.
Anticoli è situato su salubre colle,
circondato da mura castellane, con
vari torrioni all'intorno quadrilateri
e rotondi guasti dal tempo. Fu già
luogo forte, ed ha una vasta e bella
chiesa collegiata, dedicata a s, Pie-
tro, con arciprete ed otto canonici;
fuori del paese e in silo ameno so-
no i cappuccini, cosi avvi un'acqua
minerale salutifera chiamata Fingi,
che si scarica nel lago Sparagato che
produce del pesce. Bisogna dire che
anticamente vi fosse acqua eccel-
lente, perchè dimorando Bonifacio
YIII in Anagni, sotto la cui dio-
cesi è Anticoli , in questo luogo
mandava a prenderne ogni giorno i
cursori per usarne. Alessandro VI
aSa FRO
infeudò Anticoli al cardinal Asca-
nio Sforza, ma dipoi nel i5oo glie-
io tolse, per darlo con gran nume-
ro di terre e castella poste in que-
ste contrade, ai suoi figli Borgia,
come si legge nel Ratti che ne ri-
porta la bolla, nel tom. I, p. 383
della Famiglia Sforza.
Filellino, borgo situato nella catena
degli Apennini, dove ha scaturigine
il fiume Aniene,e dove si gode un'aria
sana per la sua elevatezza. La chie-
sa collegiata e parrocchiale fu eretta
nel 1236 da Gregorio IX; è dedi-
cata all' Assunzione di Maria Ver-
ne, ed è ufficiata dall'arciprete, e
da cinque beneficiati. E suburbana
la chiesa di s. Nicola vescovo di
Mira, che dicesi fosse costruita da
s. Benedetto, ed il rettore che l'ha
in cura gode il titolo di abbate.
Vi è spedale pei poveri, e scuole
elementari come in altri luoghi.
Vuoisi anzi che quivi s. Benedetto
vi erigesse il terzo suo monistero :
questo territorio forma il confine
degli ernici. Filettino vanta la sua
origine dagli antichi latini, le cui
colonie stazionavano nel suo ter-
ritorio, per impedire ai pugliesi di
invadere le contrade Ialine; il po-
polo fu sempre devoto ai romani,
e diportatosi valorosamente nella
guerra seguita presso le forche Cau-
dine, venne con tutta ragione ap-
pellato : Filectinus, idest fìdelis la-
liiìus. Filettino, come Trevi e Val-
le Pietra , appartenne ai potentissi-
mi Caelani, a' quali Bonifacio Vili
glieli concesse in investitura agli
II settembre del 1297 nella per-
sona di Pietro. 11 di lui figlio Bel-
la Caetani, profittando dell'assen-
za dei Papi residenti in Avignone,
usurpò varie terre di ragione della
Chiesa, laonde i ministri pontificii
s'impadronirono di Filettino, e di
FRO
altri castelli. Nicola figlio di Bella
nel 1371, con gente armata occu-
pò Filettino, mentre Maria di Cec-
cano sua madre con le armi ripre-
se Valle Pietra. Restituitasi da Gre-
gorio XI la residenza pontificia ia
Roma nel 1377, passò quindi ia
Anagni. Quivi avanti di lui si u-
miliarono Nicola, Antonio, e Tuzio
fratelli Caetani , ed il Papa con
breve de' 2 novembre li assolvette
dalle censure, e restituì loro i tolti
castelli. Dipoi nel 1420, essendo mor-
ti i tre fratelli, passò il dominio in
Onorato figlio di Antonio, che mo-
rendo nel 1482 lasciò erede il fi-
glio Antonio, con atto dato in
Filettino. In questa terra nell' an-
no i5i5, e nella rocca, col con-
senso di Caterina figlia di France-
sco Onofri di Roma, come tutrice
di Antonio , R^inaldo , e Roberto
Caetani , questi venderono il caste!
della Torre e suoi vassalli a Cesa-
re Caetani figlio di Antonio col
mero e misto impero. Indi nel 1 534,
per morte di Cesare, passò il do-
minio di Filettino e di altri luo-
ghi ai suoi figli Antonio, Prospero,
e Mario ; ma essi vennero oppres-
si e spogliati da Sciarra Colonna.
Ricuperarono il tolto quando Cle-
mente VII colpì r usurpatore con
sentenza di scomunica. Nel i556
Antonio Caetani lasciò a Meozia
Colonna sua moglie il castello di
Filettino. Nel i6o4 trovansi succes-
sori di lui, e possessori del castello
Scipione ed Onorato Caetani, e nel
161 I si leggono ili tal dominio Mu-
zio, Cesare, Benedetto, e Scipione.
Nel 161 4 gravata essendo l'eredità
Caetani, fu venduta Valle-Pietra
con autorizzazione di Paolo V, per
scudi mille quattrocento. Nel 1670
li 29 aprile nel Sommario Anagni-
mo si legge. '♦ Possessio capta per
FRO
» ecclesiam Anagninara uti de de-
M voluto ob lìneam finitam per
» niortem d. Horatii Caetani feuda-
" farli et ultimi possessoris terrae
" Vallis Petrarum sine filiis mascu-
» lis illiasque universi territorii, juris-
" dictionis, et dominii, mero, et mi-
" xto imperio ".
Trivigliano è una terra situa-
ta sopra di un monte in clima sa-
no: prima eranvi varie torri, delle
quali se ne vede alcuna mutila-
ta, e due porte chiudono il paese.
Presso i vasti suoi prati vi è un
lago proveniente dallo scolo delle
montagne, ed esso forma pure al-
tro laghetto.
Torre è un castello come Trivi-
gliano della diocesi d^ Alatri, situa-
to su monte alpestre, ma di eccel-
lente clima. La chiesa parrocchia-
le è dedicata all' Assunzione della
Beala Vergine, essendo di ben in-
tesa struttura. I Caetani vi hanno
palazzo baronale assai nobile, con
forti speroni alle muraglia, e tor-
rione : i quattro vicini lorrioncini
prima spettavano a tal famiglia, di
cui è la terra con titolo di contea.
Vico è una terra situala su di un
monte tutto vestito di olivi, la cui
chiesa parrocchiale è insigne colle-
giata, con bel quadro rappresentan-
te lo Spirito Santo, ma è dedica-
ta a s. Michele arcangelo. È cir-
condata di mura castellane, e da
ventiquattro torri, con tre porte
ed antiporte di gotico stile, essen-
do le ultime dirute in gran parte:
questi edifizi sono opere de' bassi
tempi. Avanti la porta detta a
Monte vi è una bella fontana, la
cui sorgente trovasi alla montagna
detta dell'Olmo; e a mezzo di un
condotto lungo circa due miglia,
è pwtata r acqua nel luogo, il
quale è abitato da molte famiglie
FRO 283
ricche. Nello stesso territorio per
andare verso Trisulti, evvi un av-
vallamento di terreno circolare nel
vivo tufo, nella cui profondità so-
no tanti alberi che formano quasi
selva, ed ove sono serpi ed allri
nocivi animali. Tale luogo si chia-
ma il pozzo di Santullo o Jaiitul-
lo, e vuoisi che sia un antico cra-
tere.
Trevi, terra che giace sulla ci-
ma d' un monte sassoso, la qua-
le dicesi sorta dall'antichissima cit-
tà di Trevi nell' Umbria. I suoi
abitanti vennero detti Irebani, tre-
vesi, trevigiani ec. ; Tolomeo chia-
mò Treba, ubi moiites Trebani ad
ortiim Anienis ; e nelle antiche
scritture si legge Castro de Trebìs,
e Trebanos moates. Alle radici del
monte su cui è Trevi, vi passa
r Aniene, il quale nasce due mi-
glia distante, e nel salire rimane
a destra passandosi due monti al-
la cosi detta Mola di Trevi : vi si
respira un'aria ottima, ed è ricca
di acque perenni ed abbondan-
ti. Prima di giungervi per la pub-
blica strada vi è un tempiet-
to sacro alla Madonna del Ripo-
so in gran venerazione, ed eret-
to dai popolani nel i483 per aver-
li la Beata Vergine liberati dal
morbo, dal duca Alfonso di Cala-
bria, e dai suoi soldati cristiani
e turchi; questi erano al suo ser-
vigio in numero di mille e cin-
quecento , che nel pontificato di
Sisto IV depredarono il Lazio, e
bruciarono molte terre e castelli,
scorrendo tutta la Campagna nella
guerra de' fiorentini e veneziani ,
poscia disfatti da Roberto Malate-
sta con grande strage. 11 luogo do-
ve questa successe prese il nome
di Camponiorto, al presente tenu-
ta della basilica vaticana, come si
284 FRO
descrisse nel voi. XII, pag. 3i4 e
3i5 del Dizionario. Unita alla
capi>ella della Madonna del Riposo,
vi è quella dedicata a s. Sebastia-
no, ed eretta nel 14^6. La rocca
o castello di Trevi, fu chiamata
un tempo Civita ; ed era vasta e
ben munita, come lo era Trevi
che avea intorno baluardi e torri.
La chiesa collegiata è antichissi-
ma, unita da Bonifacio Vili a
quella di s. Cosma. Essa fu dedi-
cata a s. Maria, ed è ufficiata da
dodici canonici comprese le dignità
di abbate detto di s. Teodoro, di
arciprete, di teologo, e di peniten-
ziere, essendo la terra nella dioce-
si di Subiaco, a cui in ogni tempo
fornì sagri ministri. Importante è
l'archivio di detta chiesa, massi-
me pei mss. del gesuita d' Antoni
di Trevi, e riguardanti le memo-
rie di ciascun luogo del Lazio, e
la celebre abbazia sublacense. Nel-
la sagrestia si conserva l'abito di
s. Pietro eremita protettore di Tre-
vi, mentre sotto l'altare maggiore
riposa il di lui corpo; nel luogo
ove visse fu eretto un oratorio
con la sua statua di marmo scol-
pita dal Gramignaui, con un ange-
lo, scoltura dell' Algardi, giacché
il santo è in gran venerazione ,
pel potente suo patrocinio fatto
sperimentare ai trebani. Inoltre la
sagrestia possiede due interessanti
calici di gotico disegno, e due cro-
ci capitolari a due facce, secondo
l'uso de' bassi tempi. Treba fu già
colonia e municipio de' romani, e
città considerabile, coi rispettivi
magistrati, con arca o erario; in
un tempo si governò a modo di
repubblica, ed ancora esiste qual-
che avanzo o memoria di sua im-
portanza, non che interessanti lapi-
di, e si rinvengono monete ed og-
FRO
getti antichi. Ebbe Trevi l'onore
della sede vescovile , e la chiesa
di s. Teodoro per cattedrale; di-
cendoci Commanville che l'eresse
nell'anno i 100 il Pontefice Pasqua-
le II, e continuò sino al 1260 cir-
ca, nel qual tempo da Alessandro
IV fu unita a quella di Anagni ;
ciò afferma anche Baudrand, tutta-
volta questa sede vuoisi di oiigine
più antica, e durata per ceutocin-
quant'anni, finché per la tenuità
della mensa vescovile nel io55 da
Vittore li fu unita ad Anagni, loc-
chè confermarono diversi Papi, come
Urbano II, Pasquale II, Gregorio
IX, ed Alessandro IV. In fatti
Treba conservò il titolo di città,
e di vescovato, anche pei quattro
secoli successivi alla soppressione.
All'articolo Genazzano (P^edi) si
dice che nei primi anni del secolo XI
era feudataria di Trevi Francesca,
che sposando Giovanni signore di
Genazzano, a questa baronia si
congiunse quella di Trevi, le qua-
li poi i coniugi donarono al mo-
nistero sublacense. Nel i2gg Ste-
fano e Baldovino de Rossi di Tre-
vi, venderono al cardinal France-
sco di s. Maria in Cosmedin, ed a
Pietro Caetani conte di Caserta,
la quarta parte della signoria che
godevano in Trevi, Filettino, Val-
le Pietra, ed in Colle Alto. Sotto
Loffredo figlio di Pietro ebbe luo-
go una divisione tra fratelli sui
paterni dominii; ed alla morte di
Loifredo pervenne la terza parte
dei beni a Bello Caetani suo ni-
pote, che scelse Filettino, Valle
Pietra, e Trivigliano. Nella crona-
ca sublacense del monaco treviren-
se p. d. (Cherubino Mircio, sono
descritte le guerre tra gli abbati
sublacensi ed i seniori trebensi ,
con gli assedii de' loro castelli di
FRO
Genna, Coli' A Ito, e Monte Porcaro
prima detto Preclaro, non che le
concordie tra i medesimi stabilite nel
iii3 fino all'anno 1161, con al-
tre memorie della potenza ed o-
pulenza di Trevi, e la serie delle
possenti famiglie Conti e Caetani
ch'ebbero il dominio di Treba per
più di due secoli. Erano diversi i
monisleri, e le chiese del territo-
rio di Trevi; ora appena se ne
vedono le rovine , cioè del moni-
stero di s. Salvatore ad cotnuiies
aquas, di s. Leonardo con chiesa
abbaziale e collegiata dedicata a s.
Pietro, di s. Mauro, di s. Miche-
le arcangelo, e dell'abbazia di s.
Teodoro de Trebis. A Trevi erano
prima soggetti Vico Moriciuo, Colle
Alto, Monte Antolino, Monte Porca-
ro, Cominacchio, Casarena, ed Or-
sano , tutti castelli distrutti. Mol-
ti poi furono gl'illustri trebani che
si distinsero nella pietà, nelle let-
tere, nelle dignità ecclesiastiche, e
nelle armi.
MONTESANGIOVANNI. CapoluOgO di
governo nella diocesi di Yeroli,
chiamato un tempo Castelforte , è
situato su elevata cima alla destra
sponda del fiume Liri, che divide
il napolitano dal pontificio territo-
rio , e fu già rimarchevole luogo
feudale, prima dell' illustre casa
d'Aquino, poi del marchese di Pe-
scara ossia del Vasto, che lo alie-
nò alla santa Sede, unitamente al
castello di Strangolagalli. Ne fece
l'acquisto nel iSqS Clemente Vili
a mezzo del suo depositario Giu-
seppe Giustiniani , e lo soggettò
alla bolla di s. Pio V, che vieta a-
lienare i beni della romana Chiesa.
Nella parte più elevata sono due
Ioni di magnifica costruzione : tra
di esse esiste ancora l'antico palaz-
zo e le mura dell'antica fortezza,
FRO 285
già fornita di cannoni di gran ca-
libro. La miglior posizione del pae-
se per le vedute è la piazza detta
della Corte, così appellata per es-
servi la residenza governativa, già
domicilio dei baroni che signoreg-
giarono il luogo. A tramontana si
vedono gli avanzi di due torrioni
quadrilateri, e sulla piazza alta torre
alquanto bislunga. Da essa si pas-
sa al palazzo baronale, sul di cui
ingresso sono ancora le impronte
del tormento della corda: nella
torre vi furono sino a settecento
armati di presidio, quando per ci-
vili discordie gli abitanti venivano
oppressi dalla nemica e vicina ter-
ra di Banco. Allorquando Carlo
Vili re di Francia nel 149^ con
poderoso esercito pel territorio di
Veroli si diresse alla conquista dei
regno di Napoli, fermandosi a Ca-
samari, ad evitar qualche affronto
nel passaggio per Monte s. Giovan-
ni, inviò agli abitanti per ottener-
lo pacificamente tre ambasciatori,
che a lui tornarono col naso e Te
orecchie recise. Irritato Carlo Vili
da tanto affronto, dal vicino mon-
te di s. Marco fece cannoneggiare
il castello , la vecchia torre e le
mura castellane ; per le cui aper-
ture dopo terribile attacco , entrò
r esercito francese , il quale senza:
riguardo ad età , sesso e condizio-
ne, passò a fil di spada tutti gli
sconsigliati abitanti; solo scampan-
do la morte quelli che rifugiaion-
si ne' sotterranei del palazzo baro-
nale, uscendone terminato il mas-
sacna ed il saccheggio. Nel mede-
simo palazzo, ora residenza dei go-
vernatori, si vede il carcere ove
visse un tempo rinchiuso per ordi-
ne de' fratelli e della madre san
Tommaso d' Aquino, alla cui fami-
glia allora apparteneva il paese, sic-
286 FRO
come indispettiti dall'avere egli ab-
bracciato lo stato religioso, ed ove
egli virtuosamente fugò quella diso-
nesta donna che voleva sedurlo. Dopo
la beata sua morte la prigione fu con-
vertita in elegante cappella, i:on bel
pavimento, al presente pubblico o-
ratorio. La chiesa suburbana di s.
Pietro alla porta di Rendola o di
s. Rocco, così detta per esservi in-
contro un piccolo tempio sacro a
tal santo, è di buona architettura,
ed a croce greca : questa chiesa di
s. Pietro appartiene ai certosini, che
vi nominano il parroco. Vi è pure
la chiesa collegiata, detta di s. Ma-
ria della Valle. Monte s. Giovanni
ha sotto la sua giurisdizione il pic-
colo appodiato di Colli; e soggiace
al suo governo la comune di lìau-
co, nella diocesi di Veroli. Al pre-
sente Monte s. Giovanni si onora
di avere per cittadini i monsignori
Carlo e Stefano fratelli Yizzardelli
ambidue canonici Liberiani per no-
mina del Papa che l'egna, il quale
in oltre al primo conferì 1' uffìzio
di segretario delle lettere latine col-
la prelatura domestica, poi la ca-
rica di segretario della congrega-
zione degli affari ecclesiastici; al se-
condo r incarico di consigliere pres-
so il delegato apostolico di Porto-
gallo , e da quella corte decorato
col titolo ed insegne di commen-
datore degli ordini della Concezio-
ne e di Cristo.
Banco è posto su alto monte, con
aspetto maestoso, cinto da mura ca-
stellane, e da dieciotto torricelle, par-
te di figura rotonda, e parte quadri-
latere. Ha belle e piane strade, e co-
modo passeggio intorno alle mura. I
templi sono graziosi, mentre la fac-
ciata della chiesa arcipretale è dise-
gno del cav. Subleyras, formata a
somiglianza di quella di s. Maria in
FRO
Aquiro di Roma : essa è dedicata
a s. Angelo , ove si ammira il di-
pinto che rappresenta s. Sebastia-
no , nella cappella del ss. Sagra-
mento, che vuoisi della scuola di
Tiziano. Avvi un quadro di s. E-
midio dipinto dal Conca. La piaz-
za è bislunga, e la via chiamata il
Corso, ha di fronte il vasto fabbri-
cato o palazzo Filonardi: dentro il
cortile di esso è la chiesa di s. Pie-
tro, dove in luogo sotterraneo si
conserva con molta divozione il
corpo di s. Pietro Ispano, singoiar
protettore della terra. Vi è il mo-
nistero delle monache benedettine,
il convento de'minori conventuali,
le scuole pubbliche , e le maestre
pie. Rauco fu patria di diversi uo-
mini illustii , principalmente dei
marchesi Filonardi, famiglia chiara
per pietà, dottrina, valore e digni-
tà ecclesiastiche. Paolo III nel i536
creò cardinale Ennio Filonardi na-
to in Rauco, e morto in Roma ai
19 dicembre 1 549 , *^poca tanto
contrastata dagl' istorici , come il
luogo di sua tumulazione : il suo
corpo fu trasferito non nella chie-
sa di s. Sebastiano, come dice il
Cardella, ma nella chiesa arcipre-
tale di Rauco nella cappella di s.
Sebastiano , ove gli fu eretto un
magnifico deposito di pietra della
vicina cava detta Sorola, somiglian-
te al peperino : esso consiste in ur-
na semplice ed elegante, su cui gia-
ce sedente la figura del cardinale.
Paolo V nel 161 i creò cardinale
Filippo Filonardi nato in Rauco,
e morto in Roma nel 1622, il cui
cadavere, trasportato in patria, fu
tumulato nella tomba de' suoi an-
tenati. Nelle biografie di questi due
celebri cardinali facemmo cenno di
alcuno altro individuo della fami-
glia Filonardi; mentre agli articoli
FRO
Ferrara ed Elemosiniere del Papa
[Fedi) parlammo del pio e virtuo-
so monsignor Filippo Filonardi ele-
mosiniere di Pio VII e di Leone
XII, il quale io promosse all'arci-
vescovato di Ferrara , ove mori in
benedizione.
Palia\o (Fedi). Sede di gover-
no, diocesi di Palestrina, da cui di-
pendono le comuni di Piglio e Ser-
rane, li Serrone, Serro ^ Castrimi
Surronis, e Castruni Ferronis, pren-
de ii nome dal cliiamar che fece-
ro i Ialini serra quell' isfromento
che noi diciamo sega ; quindi per
la somiglianza che passa tra 1 den-
ti della sega , e le punte di certi
dorsi di monti, fece dare a questi
ancora il nome di Serra in Italia,
e di Sierra in Ispagna; e questa
circostanza die origine al nome di
Serrone, che ha il dorso prolun-
galo fra Paliano e Piglio nella di-
rezione da lebeccio a greco, le cui
punte estreme sono denominate,
verso lebeccio s. Maria a Paliano ,
e verso greco Serrone. Quest' ulti-
ma ha sulla falda meridionale la
terra dello stesso nome , di fronte
al monte Carbone , tra ii confine
degli equicoli, e degli ernici al cui
antico territorio appartiene Serro-
ne. La popolazione in parte abita
nel piano lungi un miglio, nei luo-
go detto la Forma da un vascone
d'acqua di forma circolare, pubbli-
co lavatoio, ove esiste una cura ru-
rale, trovandosi ruderi del tempo
de' romani di sotterranei chiamati
volgarmente le grotte, presso una
chiesa dedicata al ss. Cuore di Ge-
sù : ivi sono pure alcuni avanzi
d' un grottone, opera romana fat-
ta ad opus Signinnni pel modo cui
venne edificato ; e questo formava
parte di sontuosi bagni. Oltre l'ac-
qua perenne del vascone, si trova-
FKO 287
no altre fonti, prendendo ii fonta-
nile di s. Quirico nome da un ro-
mitorio a tal santo dedicato. La
chiesa arcipretale è dedicata all'a-
postolo s. Pietro, alla quale antica-
mente era unita una canonica, co-
me narra il Cecconi a p. 108. Sul
dorso del nominato tetro ed alto
monte Carbone , si vedono gli a-
vanzi di un forte di opera lateri-
zia che tiene sottoposta tutta la
terra, presentando la figura d'una
cetra ; tale rocca venne eretta dai
Colonnesi nelle guerre civili. Sul
vertice di esso monte venne a s.
Michele arcangelo edificato un tem-
pio, con vicino romitorio spettante
alla comunità, custodito da un e-
remita, e in divozione presso il po-
polo. Vi è pvu'e la chiesa di s. Roc-
co, eretta dalla pietà de' fedeli in
tempo di pestilenza. Nella cronaca
di Fossanuova si narra come i ro-
mani a' 19 aprile ii84, dopo aver
devastato le campagne tusculane ,
incendiarono Paliano e Serrone, e
poscia se ne tornarono a Roma.
Il Cecconi assegna a questo disastro
l'anno i i83, come si legge a pag.
254 della Storia di Palestrina j ma
il Petrini a pag. 1 3o delle Memo-
rie Prenestine, sta per l'anno i i84-
Passata questa catastrofe , Serrone
e Paliano si popolarono di nuovo;
non erano però sotto un solo feu-
datario , ma sotto vari signori , i
quali si facevano una guerra sì ac-
canita fra loi'O , che il Pontefice
Gregorio IX, come narra il Petri-
ni a p. 1 34, nel 123-2 volendo por-
re un termine a tal disordine fece
occupare Paliano , e dopo averlo
messo in istato di buona difesa in-
dusse i magnati e condomini del-
le due terre suddette a venderglie-
le , siccome si trae dai documenti
di tale vendila e cessione: il Cec-
288 FRO
coni aggiunge a p. i6i, che Gre-
gorio IX proib\ che tah luoghi si
alienassero dalla santa Sede. Dalle
mani di Gregorio IX Serrone e Fa-
llano passarono in quelle de' suoi ni-
poli, cioè ai conti di Segni, che li
possederono sino al i38g, nel qua-
le anno Uibnno \I discacciò da
queste terre lldebrandino ed Adi-
nolfo Conti, che nel 1378 a vea ri-
conosciuti come signori. Però il
successore Bonifacio IX ne li rimi-
se in possesso , e dichiarò vicari
per anni ventinove; quindi Giovan-
ni XXIII confermò le investiture
di Bonifacio IX, ed inoltre le este-
se a favore d' lldebrandino e dei
suoi figli fino alla terza generazio-
ne. Assunto però al pontificato Mar-
tino V, ne dispose a favore di Anto-
nio ed Odoaido Colonna suoi nipo-
ti, ed i loro discendenti conservano
ancora i titoli feudali di queste
terre, che soggiacquero a tutte le
vicende politiche dei Colonnesi , e
nella guerra sotto Paolo IV Caraf-
fa, Serrone fu incendialo a' 18 di-
cembre i556. Presso il luogo chia-
malo la Forma vi sono pure gli
avanzi di altre antichità, che fanno
congetturare di qualche città, o al-
meno di splendida villa. Nel fondo
detto Mora del fattore, sul confine
col territorio di Piglio, vi sono ri-
marchevoli rovine e rottami di
marmi scolpiti. Il Petrini dice che
nel iSaS con alcune rendite di
Serrone fu formata una commen-
da, forse la rettoria di Paliano e
Serrone , che soleva conferirsi ai
vescovi prenestini.
Piglio, luogo della diocesi di Ana-
gni con chiesa collegiata e matrice
viffiziata da nove beneficiati e dall'ar-
ciprete. \ i ha pure la chiesa parroc-
chiale dedicata a s. Lucia con abba-
te e beneficiati. Vi sono ancora due
FRO
belli conventi de' conventuali e dei
minori riformati: il primo è situato
sul monte , ove dimorò e morì il
b. Andrea Conti anagnino, le cui
ossa si venerano nella chiesa di
S.Lorenzo, speciale protettore del
paese; l'altro è posto in piano, con
nobile ed elegante chiesa dedicata
a s. Gio. Battista. Allorché nel i65.5
la peste desolò queste contrade , i
popolani ricorsero alla Madonna
della Rosa che si venerava , me-
diante un'immagine, entro la sua
cappella, ove poi fu fabbricata dal-
la riconoscenza de' fedeli la chie-
sa. Antica è l'origine che vanta
Piglio d'Anagni, dicendo il Piazza
nella Gerarchia cardinalizia, ed
altri, essere stato fabbricato per or-
dine di Quinto Fabio, quando con
Quinto Marcello si recò nel paese
dei IMarsi contro il capitano car-
taginese Annibale , e che lo chia-
masse Pileum dall'essergli stato por-
tato via da furioso vento il cap-
pello dal capo , laccolto da' suoi
soldati, ciò che Q. Fabio prese iu
segno di felice augurio. Come feu-
do. Piglio fu signoreggiata dai Co-
lonnesi.
PiPERxo i^Vecli). Sede vescovile
e capoluogo di governo, nel qua-
le vanno unite le comuni di Roc-
ca^ecca, di Maenza, di Prossedi ,
coU'appodiato Pislerzo , e di Eoe-
cagorga. Il comune di Roccasecca,
diocesi di Pi perno, ossia di Terra-
cina , è situato sul dorso di un
monte di vivo scoglio, di prospetto
alla città di Piperno, ma in piano
ameno ed esteso, di forma ovale,
servendo le abitazioni di rama ca-
stellane. Vi sono tre torrioni, e la
chiesa dedicata all' Assunzione del-
la Beata Vergine; essendo il pro-
tettore della terra s. Massimo levi-
la e martire, il cui corpo si vene-
FRO
ra sotto l'altare maggiore. La chie-
sa è ben costiutta , con regolare
facciata, la (|nale fu eretta per or-
dine del cardinal Camillo Massimi.
Appresso vi è il palazzo baronale
di elegante e solida architettura ,
in forma di parallelogramma. Ol-
tre le scuole elementari, vi sono le
maestre pie costituite nel 1823 dal
vescovo Carlo Cavalieri Manassi.
L' Amasene divide il territorio di
Roccasecca, che è irrigato da mol-
te salubri fonti. Avvi la chiesa sub-
urbana di s. R.afraele arcangelo
rovinala dai frequenti fulmini, con
pitture del Domenichino : quelle
dell'altare maggiore rappresentano
la Madonna degli Angeli , con To-
bia e Tobiolo, le nozze di Tobia ,
la Probatica piscina, ed un angelo;
più il vecchio che al comando di
Gesù Cristo prende il suo fagotto,
folle grabatutn. Roccasecca con ti-
tolo di marchesato nel i556 fu
acquistato da Lelio figlio di Luca
de Massimi e di Virginia Colonna,
da Giovanni Caraffa duca di Pa-
liano nipote di Paolo IV, che due
anni prima l'aveva comprata dal-
la famiglia Conti signoia del pae-
.se : Camillo Massimo patriarca di
Gerusalemme, poi cardinale, nel
1659 fece ornare la detta chiesa
di s. Maria degli Angeli , e di s.
Raffaele con pitture dal Domeni-
chino, giù ricordate, e dal mede-
simo nel palazzo baronaie fece rap-
presentare la natività del Salvato-
re. Dipoi i marchesi INIassimo, ora
principi , alienarono Roccasecca in
favore della principesca famiglia Ga-
biielli , coi diritti fendali. Rocca-
secca si vuole che abbia avuto ori-
gine dalle prossime rovine dell'antico
Piperno, di cui essa era la rocca e
il forte; che avesse già nome di Ca-
sullo della Croce, Caslniin Crucis,
VOL. EXVII.
FRO 289
perchè quivi i volsci massime i pri-
vernati facevano giustizia dei rei
col crocifìggerli ; indi nel suo in-
grandimento fosse appellata Terra
floridis, e si aggiunge che vi fosse
allevata la famosa Camilla , figlia
del re volsco Maratto o Metabo.
Da molti storici si è scritto, che
sotto le mura di Roccasecca nel
pontificato di Giovanni XXII I, ai
19 maggio i4'i! Ladislao re di
JN'apoli fu interamente disfatto dal
re Lodovico d'Angiò a cui il Pa-
pa avea dichiaralo appartenere quel
regno, e perciò mandato in suo soc-
corso Paolo Orsini generale della
Chiesa , e Francesco Sforza : altri
famosi capitani pugnarono in quel-
la famosa battaglia, e se l'esercito
non si abbandonava a far bottino,
Ladislao avrebbe ancora perduto
il regno. Ma questo avvenimento
non ebbe affatto luogo in Rocca-
secca dello stato pontificio, sibbe-
ne in Roccasecca castello del re-
gno di Napoli, nella provincia di
Terra di Lavoro, nel quale ordi-
nariamente suole risiedervi il ve-
scovo d'Aquino, patria del dottore
s. Tommaso d'Aquino (che altri
dicono nato in Aquino), e di molti
uomini illustri ; al presente vi è
domiciliata la famiglia del vivente
cardinal Anton Maria Cagiano- de-
Azevedo.
Maenza è una terra sottoposta
alla detta diocesi, cinque miglia di-
stante da Piperno; è situata su di
un monte dove si respira un cli-
ma temperato, per essere riparata
dai monti Lepini a tramontana ed
a levante, con diversi buoni fab-
bricati. Vi è una chiesa collegiata
insigne , sotto il titolo della Beata
Vergine assunta in cielo, con ca-
pitolo composto di otto canonici e
due beneficiati obbligati alla quo-
19
ago FRO
tidiana ufficiatura : più allra chie-
sa dedicata a s. Maria della Stella
con sei beneficiati, obbligati nelle
feste ad intervenirvi. E pioteltore
del paese s. Eleuterio ; ha un con-
■vento suburbano de' minori con-
ventuali , le pubbliche scuole ele-
mentari, le maestre pie ed un ospe-
dale per gì' inferrai. Il castello di
Maenza appartenne ai potenti Cae-
tani , poscia passò ai Borghese, ed
ora è della secondogenilura di tal
principesca famiglia, cioè degli Al-
dobrandini ; ed è perciò che a que-
sti appartiene l'antico forte di Maen-
za, fabbricato ragguai devole, al pre-
sente palazzo baronale: esso è di
figura quadrilatera avente a' tre an-
goli tre torrioni che sporgono in
fuori, ed uno nel centro della fac-
ciata che guarda il mezzodì. Si ve-
dono tuttora i luoghi pei spingar-
di nel torrione più grande a tra-
montana , e dove sono altri vani
che guardano l'ingresso ed i lati
per difesa. Si ascende al forte per
un ponte di materiale , che dicesi
sostituito al levatoio, e che ha di-
nanzi una piazza ben difesa da mu-
ra castellane. La singolare solidità
di questo edificio, viene maggior-
mente resa tale dai forti speroni
esterni che lo cingono. E costan-
te tradizione che in esso abbia
alloggiato s. Tommaso d'Aquino,
onde avvi una camera tenuta in
venerazione. Il forte è precisamen-
te collocalo sul vertice del monte
in cui è fondata Maenza; nell'in-
gresso del salone si legge ; raimun-
DUS CAETANUS HANC ARCEM RESTITUIT
Mcc. I campi di Maenza sono be-
ne coltivati , essendo ferace il ter-
ritorio. Il popolo maentino festeg-
giò a' 5 maggio il passaggio che
fece per la via Casilina il regnan-
te Gregorio XVI, che da Frosiuone
FRO
si recava a Terracina. La popola-
zione si fece trovare in detta via
con ogni segno di letizia e divozio-
ne , presso il grandioso e ben or-
dinato arco trionfale di verdura da
essa eretto, decorato dallo stemma
pontificio, in mezzo a due ghirlan-
de d'alloro, simbolo di trionfo, con
analoga iscrizione; mentre il suo-
no delle campane del vicino paesC; e
quello della banda musicale accom-
pagnava gli evviva dei maentini.
Ivi la magistratura, il clero seco-
lare e regolare con l' arciprete, e
le principali famiglie di Maenza
ebbero l' onore di baciare i piedi
del Pontefice , sedente sul trono
appositamente innalzato per liceve-
re l'apostolica benedizione, che il
Papa benignamente comparti. Tor-
nati gli abitanti di Maenza al loro
municipio giubilanti per si piace-
vole giornata , la terminarono con
generale illuminazione, come ave-
vano fatto nella sera precedente ,
con fuochi di artifizio e suoni di
banda, non che coli' accensione di
molti fuochi di gioia , che nel si-
lenzio della notte riflettevano dalle
cime di quegli Apennini , in mez-
zo a cui siede Maenza, sino al fon-
do delle cupe valli ; spettacolo ve-
ramente festivo, a cui deve aggiun-
gersi che i maenlini, quasi custodi
di antica tradizione, onde celebra-
re l'avvenimento, aggiraronsi nella
notte pei monti, facendo risuonare
voci affettuose di letizia , per dare
anche in tal modo al loro padre
e sovrano un attestato innocente
di sudditanza e di amoroso attac-
camento 5 che un maentino espres-
se con epigrafe che pose a pie del
busto rappresentante Gregorio XVI
nella sala comunale.
Prossedi appartiene alla diocesi di
Ferentino, e si eleva su bassa collina.
FRO
La chiesa collegiata e parrocchiale è
dedicata a s. Agata, essendone coin-
jirotcltore s. Sebastiano : l'immagine
della santa scolpita in legno è un
antico e pregialo lavoro. x\nnesso a
tal chiesa è in costruzione un mae-
stoso e vasto tempio, degno di gran
città, con abitazione pel vescovo in
tempo di visita: il Papa regnante,
e il cardinal Antonio Tosti attua-
le protettore di Prossedi hanno
contribuito elargizioni per tal fab-
brica. II paese è cinto da mura ca-
stellane, aventi due porte e sei pic-
cole torri : nelle sue vicinanze e
sulla via Urbana nel pontificato di
P>enedetto XIV, Livio de Carolis e-
resse una fontana. Questa antica
regione de' volsci fu popolata dopo
la distruzione di Piperno vecchio
da alcuni suoi abitanti, ed allora
chiamossi Perseì, come accenna lo
statuto locale fallo nel 1671. Il luo-
go ha dato alcuni eccellenti pittori,
ha clima eccellente, e fertile terri-
torio: avvi scuola elementare e le
maestre pie. Prossedi anticamente
appartenne alla famiglia Conti, dal-
la quale nel i544 l'acquistò Luca
de Massimi che vi stabilì la prima
primogenitura che si abbia notizia
in P\oma, con titolo di marchesato,
il quale dopo essere rimasto circa
due secoli nella sua discendenza, è
ora posseduto dal principe Gabriel-
li, in un al maestoso palazzo somi-
gliante ad una rocca, con quattro
torri quadrate agli angoli. Nel 1727
reduce Benedetto XIII da Beneven-
to, venerdì -2 3 maggio onorò di sua
presenza Prossedi, vi ascoltò la messa
celebiata nella chiesa di s. Agata dal
cappellano segreto monsignor Lon-
go, e fu nel palazzo baronale trattato
magnificamente dal marchese Livio
de Carolis, spettando allora a lui
il feudo di Pi'ossedi. Ivi ricevette
FRO 291
gli omaggi del vescovo di Ferenti-
no, di monsignor Pietro de Caio- »jk
lis chierico di camera fratello del
marchese, la presentazione delle
chiavi della terra, e quelli di ven-
tiquattro soldati ben monturati del
feudatario. Dopo aver Benedetto
XIII compartita la benedizione al-
l'affollato popolo, fra gli evviva pro-
seguì il viaggio per Sezze. Il no-
minato Papa Gregorio XVI por-
tandosi a Terracina, nel suindicato
gioino si fermò alquanto in Pros-
sedi -, festeggiato con bellissimo ar-
co trionfale tutto massiccio di bus-
si ed altra verdura tramezzata con
fiori, con iscrizioni a lettere d'oro.
Ivi venne il Pontefice condotto a
braccia da una banda di giovani
terrazzani, cui fu permesso slacca-
re i cavalli del suo legno : fu ri-
cevuto dal vescovo diocesano mon-
signor Benedetto Antonio Antonuc-
ci, dal clero e dalla magisUatuia.
Visitò la chiesa in costruzione, in
quella di s. Agata ricevette dal ve-
scovo la benedizione col ss. Sagra-
mento , e la diede colla pontifìcia
destra dalla loggia eretta sotto il
palazzo baronale, fra le di vote ac-
clamazioni deir esultante popola-
zione.
P'sterzo è appo dialo di Prossedi
che giace su arduo monte, avendo
per protettore s. Michele arcange-
lo. Fu già feudo della famiglia Mas-
simi, ed acquistato nel i544 col "*
titolo di baronia da Luca de' INIas-
simi, indi passò in proprietà della
principesca famiglia Gabrielli.
Roccagorga è posta nella diocesi
Terracinese, in posizione veramente
deliziosa , su feracissimo colle, con
due borgate, e convenienti fabbrica-
ti. Si vuole che nella distruzione del-
l'antico Piperno, certa Gorga matro-
na di quella città, si recasse in que-
292 FRO
sto sito, e vi fabbricasse un palazzo
ed una rocca; quindi in tempo di
pestilenza dicési che fosse edificato
il castello nella vetta del monte,
che fu abbandonato tosto che il
contagio svanì, e che molta di quella
popolazione quivi si rifugiasse. Ha
vasta piazza disposta con vaga sim-
metria, e forma agonale: essa dalla
parte del palazzo baronale costitui-
sce un semicircolo, avente due ra-
mi di gradini , che mettono ad un
falso piano da cui si giunge do-
po molti passi ad egual semicir-
colo , terminato il quale si sale
al palazzo medesimo per due rami
laterali ed eguali di scala. Dal la-
to della collegiata si vede un re-
cinto ovale per delizia e comodo
pubblico, e di prospetto all'ingres-
so del paese evvi un fonte di mar-
mo con tazza rotonda, che al no-
minato recinto sovrasta. Nel pia-
no della piazza vi è una copiosa
fontana d'acqua perenne, e dal-
la parte del campanile sta il la-
vatoio. La chiesa collegiata è co-
struita nella parte più eminen-
te, e di prospetto al palazzo baro-
nale, maestoso e vasto, dove anti-
camente era il tempio parrocchiale.
Vi è una piccola torre quadrilate-
ra, che serve di pubblico orologio,
e lo adorna bel loggiato, di fronte
alla collegiata. E bella la facciata '
della chiesa con dignitosa gradina-
ta, leggendosi in alto: divis Leonar-
do AC ERASMO MDccLxxv. 11 SUO in-
terno è a tre navi, con tre cappel-
le per parte, con basi di travertino
ed eleganti stucchi. L'altare mag-
giore è adorno di marmi pregevoli,
cogli stemmi del cardinal Ginetti. La
sagrestia di forma ottangolare, con-
tiene i marmorei busti di Marzio e
Giuseppe marchesi Ginetti, Gio.
Francesco e IMarzio cardinali: sul-
FRO
la porta oltre Io stemma di tal fa-
miglia vi sono i busti di Giovanni
Ginetti e di suo figlio Gio. Paolo,
con iscrizióne che dice avere tal
nobile famiglia eretto il tempio nel
lyoS, e decorato con canonici e
beneficiati. Roccagorga anticamente
appartenne come feudo ai Caetani,
poscia ai Ginetti marchesi di Castel
Ginetto, dai quali per eredità pas-
sò nei Lancellolti , e da questi la
comprò Bernardo Orsini , duca di
Gravina e principe di Solofra. In
fine fu assegnata nel i8io per dote
a d. Maria Teresa Orsini, quando si
sposò col principe Doria Pamphily,
la qual famiglia ora n' è signora.
Recandosi il Papa Gregorio XVf
nel suddetto giorno a Piperno, già
capitale de' volsci, e municipio ro-
mano, per passare a Terracina, gli
abitanti di Roccagorga nel quadri-
vio delle strade di Prosinone, Pi-
perno , Sezze e Roccagorga forma-
rono un piano regolare di circa
quaranta palmi di diametro, nel
luogo così detto la Coua romana,
e vi eressero un obelisco a finto gra-
nito orientale, dipinto a geroglifici
tratti da antichi monumenti egizia-
ni, e sormontato dalle chiavi dei tri-
regno, dalla cui estremità tutta la
mole era alta da terra cinquanta-
tre palmi , compreso il piedistallo
d'ordine dorico a finto marmo di
Carrara, su i di cui specchi circon-
dati da quattro statue rappresen-
tanti le virtù cardinali , parimente
a finto marmo chiaroscurate di
grandezza sopra la naturale, con le
loro basi d'ordine toscano, ed ana-
loghe iscrizioni italiane, latine e gre-
ca, le prime due del canonico Gio-
vanni Pvivoltini, le altre tre del sa-
cerdote Fortunato Cassero maestro
di eloquenza nel seminario di Sez-
ze. 11 Pupa lodò l'obelisco e l'ar-
FUO
tcfice Ignazio Niirclncci romano do-
miciliato in Roccagoiga, che am-
mise al bacio del piede, insieme al
clero, magistratura, ed altre distin-
te persone, offrendoglisi fra gli ev-
viva due sonetti. Presso Piperno è
il celebre monislero € chiesa di
Fossanuova (f^edi).
V allecorsa. Sede di governo ,
diocesi di Gaeta nel regno di Na-
poli, e borgo attorniato da mon-
tagne sempre verdi per le loro
foltissime selve, di buon clima.
L' abitato lo circonda, e gli ser-
ve di mura, con quattro porte, e
diverse torri antiche che sono di
tratto in tratto in vari punti: fuo-
li del paese vi sono alcmie borga-
te. Dicemmo già che fra gli anti-
chi popoli del Lazio i volsci occu-
parono non poca estensione di ter-
ritorio, ed avevano nome di gente
eminentemente bellicosa. Vuoisi che
confinassero cogli ausonii , ed il
monte appellato Chiavino formasse
imo dei limiti della divisione. Se-
guendo questa linea, Valle Corsa si
troverebbe allora poco lungi da
quel monte, e cos'i a taluno aman-
te delle patrie antichità , come al
eh. Michele di Mattia, che si pro-
pone pubblicarlo colle stampe, è
sembrato di poter rintracciare a
quale delle città volsche corrispon-
desse la recente Valle Corsa, cioè a
Verrugine^ notevole comunità de' vol-
sci, che entro teria si avea tal nome,
poiché si ha da Catone in un pas-
so dell'opera perduta intitolata Ori-
ginum , che ci è slato conservalo
da Nonio lib. 11, § 909, e da Gel-
lio lib. Ili, cap. VII, ove si dice,
Verruca chiamarsi i siti alti ed as[)ri.
Verrugine, secondo l'encomialo val-
lecorsauo, era non lontana da Ar-
tena, però il p. Theuli nel Teatro
tilorico di VdleUi insigne ciltà e
FRO 293
capo de^ i'olsci, a pag. 3i, la dice
poco lungi da Ferentino , che fu
presa nel cons. LXXXIV, essendo
consoli Gneo Cornelio Cossio e Lu-
cio Furio Medullino; che restava
però intatta la rocca, ed i romani
partivano confusi e senza vittoria,
se un servo traditore non la dava
in mano de' nemici che la combat-
tevano. Ora Valle Corsa sorge so-
pra il primo ripiano di un monte,
che quindi a più riprese s'innalza
a più migliaia di piedi sul livello
del mare, ed è un punto di con-
fine: Valle Corsa è non lontana da
s. Lorenzo^ che si pretende l'anti-
ca Artena, dunque stando a tale
opinione sembra che Valle Corsa
e Verrugine non abbiano che una
medesima situazione , narrando il
medesimo Theuli a p. 43, che Ver-
rugine, che Tito Livio, Decad. r,
lib. IV, disse Ferruginem in Voi-
scis eodeni exercitiun receptani , fu
presa da' romani e fortificala nel
consolato LX, per cui i volsci ne
fecero strepito grandissimo, laonde
venne poi loro tolta ; ma nel con-
solato di Gneo e Lucio mentovati,
fu perduta di nuovo. Antonio Ric-
chi nella Reggia de' volsci a p. 243,
ci dà più ampie notizie di Ver-
rucca o Verrugine, che qui ripor-
teremo. Variò più volte il dominio
di questo forte castello de] volsci,
perchè prima espugnalo dai roma-
ni, e da' medesimi fortifica lo l'anno
3io di Roma nei consolati di M.
Gennuccio Arguino, e di C. Cur-
zio Filone, dicendo Livio loco ci-
tato lib. IV, Laeti audicre patres
votscos equosque oh conwiunitam
J crrugineni fremere. Ma assalito di
nuovo dalle armi volsche, tornaro-
no a reintegrarsi di Verrugine, co-
me spiega Valerio Massimo, nel
lib. HI, 0. 2, dicendo: C. Sempro-
*«•
294 1 l^<->
nio Atraliiiu constile cuiii volscis
apud Fermginein paium prospere
(liinicanle. Frualmente i romani do-
po aver saccheggiato il luogo, e
depredalo i campi de' volsci ed
equi nell'anno di Roma 332, nel
consolato del detto Atratino e di
Q. Fabio Vibulano, furono creati
tribuni delle milizie con potestà con-
solare Lucio Furio Medullino, C.
Valerio Polito, Gneo Fabio Vibu-
lano e Caio Servilio Ala: questi
con grosso esercito invasero Verru-
gine, e riportarono vittoria median-
te strage sanguinosa de' popoli vol-
sci, come in due de' citati luoghi
narra Livio. Soggiunge il Ricchi
che oggi di Verrugine non si tro-
va memoria de' suoi vestigi, ne pu-
re il luogo dove sorgesse, e che so-
lo insegna il Cluverio che slasse
ne' confini degli equi, fra Vellelri,
Cori ed Algido, ed il p. Kircher
dice che Veirugine fosse nei cam-
pi ernici , confinanti con gli equi,
fra Ferentino e Segni , riposta in
una montagna vicina ad Antenna
ed Ecetra , la quale ancora viene
disegnata da altri storici sopra una
falda che avea contigui cinque mon-
ti. Antonio Nibby nel tom. Ili, p.
472 e seg. AeW Analisi de dintorni
di RomUj parla di f^errucaj Ver-
rucOi Colle di ferro ^ e dopo avere
con opportune testimonianze spie-
gato il nome per una città posta
sopra un colle isolalo, aspro di ac-
cesso e di ristretta dimensione, pas-
sa a dire come Livio la credette
situata nella valle del Telerò o
Treroj opinando da quanto addu-
ce, che un colle presso Monlefor-
tino succeduto ad Artena de' volsci,
e che Segni, eh' era colonia romana
fino dai tempi di Tarquinio il Su-
perbo, o Valmontone, che dice cor-
iispoudcie a Tulcriunt ovvero Col'
FUO
le di ferro, conservino le tracce di
quello di Feiruca. o Verruca, Ag-
giunge che i romani della colonia
di Segni l'anno 3 io munirono
Verruca per frenare i volsci e gli
equi , i quali se ne impadroniro-
no nell'anno 347, i"^' venne ri-
presa dai romani. Due anni do-
po la ritolsero i volsci ai romani
che vi perderono il presidio per
tardanza di soccorso. Ritolta dai
romani Verrugine, la presidiarono
di nuovo ; era in loro potere nel
36 1, ed era stata occupata dal tri-
buno militare C. Emilio con una
parte dell' esercito romano, mentre
l'altro tribuno Spui'io Postumio si
die a saccheggiare il territorio ne-
mico col restante delle truppe; que-
ste però furono colle dagli equi,
e forzate a guadagnare i colli adia-
centi, fra' quali Colle Sacco. Il tri-
buno infiammò i suoi alla vendet-
ta, assalirono i nemici , che però
impedirono le comunicazioni eoa
Verrugine. Le grida dei combatten-
ti furono intese dal presidio di Ver-
rugine, e malgrado le rimostranze
di Emilio abbandonò la terra e fug-
gii per la gola dell'Algido a Tu-
sculo. Il d'i seguente però Postu-
mio sconfisse interamente gli equi,
e riacquistò la città; tanto la guer-
ra del 349, che questa del 36 1,
sono narrate da Diodoro nel lib.
XIV, e. VI e XCVIII, che in un
a Livio la dicono città de' volsci.
Conchiude il Nibby, che dopo quel-
r epoca non si ricorda piìi Verru-
gine, che fu probabilmente abban-
donata, e che ne' tempi bassi sorse
sulle sue rovine il castello di Colle
Ferro, proprietà de' conti di Segni,
oggi deserto. Il medesimo scrittore
poi discorre di Artena nel lom. I,
p. 270, e dice che furono due, una
fra Cere e Veii de' ceriti, l'altra
FRO
nei volsci tra Ferentino ed Ecetra,
a cui dice succeduta la lena di
Monlefortino. Tultavolla in favore
di quelli che credono Valle Corsa
sorga presso l'antica Verrugine, di-
remo che gli avanzi di antichi ac-
quedotti, di casse mortuarie di la-
ttrizio materiale, e il frequente rin-
venimento di antiche monete d'ar-
gento nei dintorni di Valle Cor^a,
j)uò fare argomentare quivi l'esisten-
za in remole epoche di una ragguar-
devole terra. Che questa terra fosse
la Verrugine de' volsci, si diceche
dopo la sua memorata distruzione
del 347 tosse quindi restaurata dal
console Caio Curzio Filone, che
vuoisi appartenuta all'agro Fabra-
tenio ; che quivi quella famìglia
Curzia ebbe della possidenza , che
si estendeva pur anco nei campi
Verruginati , i quali stando a tale
opinione da quel console presero
poscia la denominazione di f^allis
Curtia , ossia Valle della famiglia
Curzia, donde provenne quello di
Valle Corsa, la quale conta più di
quattromila abitanti, ed ha tre chie-
se parrocchiali. La prima è dedi-
cata a s. Martino vescovo ; è ma-
trice con fonte battesimale. La se-
conda è dedicata a s. Michele ar-
cangelo protettore principale del
luogo , il cui quadro è un bel di-
pinto di Jacopo Zucchi. La terza
è dedicata alla Beata Vergine. Ognu-
na di queste chiese ha un rettore,
e due canonici : il rettore di s. Mar-
tino dignità del capitolo ha il no-
me di arciprete, gli altri due ret-
tori sono chiamati abbati curati.
Questi nove capitolari si recano uni-
tamente nelle rispettive domeniche
ad officiare in una delle tre par-
rocchie , seguendo un certo ordine
stabilito . Tra le altre chiese di
Valle Corsa merita menzione quel-
FRO 295
la di s. Antonio abbate, la quale
prima che si concedesse ai sacer-
doti missionari del preziosissimo
sangue di Gesù Cristo , presentava
nelle sue forme un' architettura di
stile gotico, non dissimile dagli avan-
zi di altri pochi fabbricati della stes-
sa costruzione. Questa chiesa di s,
Antonio appartenne ai monaci, o
canonici regolari viennesi , i quali
lascialo il locale fu poscia eretto in
commenda, essendone stati fra gli
altri commendatori, il cardinal Ce-
sare Baronio, ed il prelato Orazio
Vittorio. Occupa poi una delle più
belle posizioni di Valle Corsa il
convento dei religiosi francescani ri-
formati , già ritiro dei girolamini
del b. Pietio da Pisa: il boschetto
annesso è delizioso, e tra le piante
primeggia un cipresso singolare per
bellezza ed altezza. L' ospedale fu
fallo fabbricare da Filippo II nel
i565, quando Valle Corsa si tene-
va in deposito dal duca d'Alba nel-
la guerra contro Paolo IV. Tra gli
uomini illustri che fiorirono in que-
sto luogo, ci limiteremo a mento-
vare Benedetto abbate del monisle-
ro di Monte Scaglioso; Flaminia
sorella dell'avvocato Muzio Ferracci
che sposò il vedovo Pietro Aldobran-
dini fratello di Clemente Vili, per
cui Giulia nipote di Pietro sposò
Antonio Ferracci nel i5g3: della
stessa famiglia Ferracci vi fu An-
tonio che scrisse l' insigne trattato
de Cauielis, che nelle edizioni del
secolo XVI si trova unito a quello
del Cipolla. Molti valiecorsani si
recano in Roma ad istruirsi nelle
scienze, essendo nella università ro-
mana degno professore nel testo ci-
vile l'avvocato Pasquale de Rossi.
In tempo de'Colonnesi, baroni del
luogo. Valle Corsa fu capoluogo; eb-
be già sotto di sé Falvateira e Pi-
296 FRO
sterzo. Divenuta governo centrale
ebbe per appodiati Castro, s. Lo-
renzo e Pisterzo , il quale fa ora
parte del governo di Piperno. La-
onde al presente solo racchiude le
comuni di Caxtro e di s. Lorenzo.
Castro, Castrum, nella diocesi di
Veroli, è situato alle falde di un
monte dove il clima è salubre,
scorrendo a mezzo miglio il fiume
Sacco , antico Clhius de' latini, e
risguardando la marina Tirrena. Si
contano tre chiese parrocchiali, la
maggiore è dedicata a s. Oliva prin-
cipale protettrice del luogOj la se-
conda a s. Maria , la terza a s. Ni-
cola. Questo castello è cinto dalle
fabbriche degli abitanti, e viene
chiuso da tre porle, una detta del-
l'Oliva, perchè da lei incomincia la
via che guida agli oliveti ; la secon-
da della Fontana, per la fonte pub-
blica di acqua eccellente, formata
a quattro bocche, che proviene daU
la vicina montagna; la terza di s.
Stefano per la chiesa suburbana
dedicata a quel protomartire. Sul-
la cima del monte si vedono i re-
sidui d' una vecchia e fortissima
rocca che guardava e difendeva
l'antico Caslrinioniuni , che a' pie-
di dello stesso monte giaceva, do-
ve si trovano antichità profane ,
come avanzi di pavimenti a scac-
chi, e avanzi di bagni, che diconsi
di Nerone, e pezzi di marmo. Nel
monte si osservano alcune caverne
comunicanti con altre. Vi è una
cava di pece, detta pece di Castro
per distinguerla dalla comune, ed
encomiata dai chimici massime per
la loiid^agine. Tra gli uomini illustri
che uscirono da questo luogo, va
mentovato l'aw. Giuseppe Mangia-
to rdi , morto nel 1827, pubblico
professore della romana università.
San Lorenzo detto per disi in-
FRO
zione di Campagna, nella dioce-
si di Feienlino. Qui scaturisce il
fìtune Amaseno in sito detto le Set-
te fonti: forse l'abbondanza di que-
ste acque avendo richiamato per-
sone a stabilirvisi , diede origine
alla terra. Abbondante è d'acqua
perenne ; le abitazioni costituiscono
le mura castellane, sebbene vi sie-
no quattro porte. Vi sono due chie-
se parrocchiali, una sacra a s, Lo^
renzo levita e martire, l'altra al
principe degli apostoli s. Pietro, di
bel disegno a stile gotico: fu già
feudo dei Colonna, che tuttora vi
hanno notabili possedimenti, e pa»
lazzo baronale.
Veroli [Vedi). Sede vescovile e
capoluogo di governo , nel quale
sono racchiuse le frazioni e i vil-
laggi di Colli Berardi, Crocefisso i-
la Vittoria, Madonna degli Ange-
li, Pìglio, Scifellì, S, Angelo, San^
l'Anna, S. Francesco, S. Giuseppe,
S. Pietro, e S. Vito. Nella diocesi
di Veroli è il celebre monistero di
Casamari, del quale si parlerà al
citato articolo.
Sonnino, Sonmenuni. Sede del
commissariato straordinario, nella
diocesi di Terracina. Questo borgo
è posto sulla sommità d'un monte
senza mura castellane, alle quali
suppliscono le abitazioni : tuttavoU
ta cinque porte chiudono questa
terra, cioè le porte di s. Pietro ,
di s. Giovanni, Tocco, Riori e Por-^
tella. Mancante di acqua sorgiva ,
viene supplito colle cisterne ; però
alla distanza di circa un miglio vi
è pubblica fonte d'acqua perenne
e buona, chiamata li Gan'illij e
fuori della porta Riori provvede i
popolani una cisterna, o conserva,
detta la fontana di s. Antonio ab-
bate, formata dalle acque di stil-
licidio, che provengono dalle moli-
FUO
fngìie superiori. Le femmine por
lavar panni sono costrette recarsi
alle rive dell' Amasene, e ad un
luogo chiamato Bagnuolo, che re-
sta nella via per andare a Piper-
no. Sono nominate le donne son-
ninesi pel costume del vestiario, e
per quanto andiamo a dire. Esse
hanno lineamenti assai marcati, vi-
vace tinta, e maschile statura, for-
me e l'obustezza : alla loro fìsono-
mia singolare si aggiunge un vestia-
rio originale a più colori, ripartiti
regolarmente, e distinti con galloni
diversi, che partecipa del costume
greco ; e dai rozzi calzari che por-
tano vengono dette ciociare, sicco-
me altri popoli di queste contrade
sono chiamati ciociari per calzare
in tal modo, e i luoghi da essi abi->
tali volgarmente dicesi in comples-
so Ciociaria. Ed è perciò che i
CQSlumi sì degli uomini che delle
donne di Sonnino, e della Ciocia-
ria, per r interesse che desiano ,
sono ricercati dai forestieri , nelle
incisioni colorite che li rappresen-
tano. In Sonnino vi sono le mae- ,
stre pie, e le pubbliche scuole. Ivi
sono tre parrocchie, vale a dire la
collegiata di s. Gio. Battista, di an-
tica struttura, ed ufliziata dall'ar-
ciprete e da otto canonici ; di s.
Angelo con l'arciprete e sei bene-
ficiati ; e di s. Pietro con titolo di
abbate al suo rettore. J\el bel con-
vento suburbano dimorano i mi-
nori conventuali ; e vi è una pia
casa di missioni neh' antico moni-
stero di Canne, già de' cistcrciensi,
e dipendente dall'abbazia di Fossa-
nuova. La situazione di Sonnino è
assai favorevole per difendersi da
qualunque invasione, a motivo delle
vicine montagne, essendo ben dif-
ficile di assalire gli abitanti anche
neir interno, quando sieno preve-
Fi;0 297
nnfi ; giacché ad altri riesce peno-
so il salire o discendere gì' interni
viottoli come essi. L'ardito e fieia
carattere degli abitanti, al presen-
te è modeiato; e i suoi dintorni
fuiono grandemente infestati dai
malviventi, e servirono a tiagiclie
scene di barbare aggressioni, e di
meritata rigorosa giustizia. Nel lu-
glio rSig Pio Vii ordinò la di-
struzione della terra, e il trasferi-
mento alti'ove degli abitanti; ma
dopo la demolizione d'una ventina
di case, il Pontefice sospese il co-
mando, ad intercessione de' prima-
ri del paese di onesto pensare.
Queste misure di rigore, unite a
quelle efficaci ed energiche prese
poi da Leone XII , coli' opera del
sullodato monsignor Benvenuti, del-
la commissione criminale deputata,
principalmente colla cooperazione, e
perciò degni della pubblica gratitudi-
ne ed estimazione, dell'avvocato iMe-
lezio Sensini assessore criminale nella
delegazione di tal prelato, dell'avvo-
cato Vincenzo del Grande assesso-
re straordinario per la polizia e
brigantaggio, e del colonnello dei
carabinieri Giacinto commendatore
Pvuvinetti, tantoa Sonnino che all'in-
tere Provincie di Marittima e Cam-
pagna restituirono la sicurezza, la
tranquillità e la pace per la com-
pleta distruzione de' malviventi. An-
ticamente fu chiamato Sommino,
secondo il Biondo, per l'elevata
sommità su cui giace; e sembra
originato dai privernati, allorquan-
do i bretoni e i teutoni atterraro-
no diverse città de' volsci, e l'anti-
ca Piperno. Il Ricchi nella sua
Reggia de volsci, a pag. 897,
tratta di Sonnino, che chiama F^o-
losca, e citando il p. Teodoro Val-
le, dice che i privernati dopo il
mentovato eccidio si divisero in più
.. -^jà^,'
293 FRO
assemblee, cercando diversi luoghi
onde slabdirvisi: alcuni edificarono
Sonnino, altri Asprano , altri la
nuova città di Pi perno, altri Roc-
ca Corgit, altri IMajenza, altri Pros-
sedi , altri R.occa.secca . Indi col-
l'opinione del Tevoli, autore del
Tcalro istorico di P'dlelri insigne
città e capo de i'oisci, furono al-
zate le mura di Sonnino, coli' os-
satina dell'antichissima città di Vo-
losca, che il medesimo Tevoli chia-
ma prima sede de' volsci. Nel no-
no secolo la terra appartenne alla
famiglia che dalle signorie del luo-
go si chiamò Sonnino, non più esi-
stente ; poi divenne dei Caetani, in-
di principato e feudo dei Colonna.
Passò Sonnino ai Colonna quan-
do Alfonso d'Arragona, espulse le
genti di Carlo Vili re di Fran-
cia, ricuperò il regno di Napoli ,
facendo dono a Prospero Colonna
del ducato di Fondi, e perciò an-
che di Sonnino eh' era soggetta a
Fondi. Nel pontificato di Clemen-
te VII Sonnino molto soffri, come
.scrive il Guazzo nelle sue istorie-
Di antico non avvi cosa di consi-
derazione ; una sola torre rotonda
esiste alla porta Portella, già altis-
sima, ed ora mutilata, è nel recin-
to del palazzo baronale, già pro-
prietà dei Colonnesi. Diede questa
terra i natali a diversi uomini il-
lustri, fra'quali nomineremo Pietro
Pellegrini vescovo di Fondi , de
Mai^istris vescovo di Terracina ,
Mancini vescovo di Città della Pie-
ve, ed altri prelati, ed alcuni an-
che viventi. Onorò pure la patria
Lelio Pellegrini oratore di Clemen-
te Vili; il p. m. Angelo Patric-
ca de' minori conventuali, caro ad
Urbano Vili che lo spedi ad I-
spahan al sofi di Persia, affidando-
gli poscia altri incarichi : fu assai
FRO
dotto, e venne dal suo ordine im-
piegato nei primi uffizi. Tratta
di altri illustri 'sonninesi il citato
Ricchi a pag. 3c)C), nonché a pag.
3 16 del suo Teatro degli nomini
illustri nelle aiini, lettere e digni-
tà, che fiorirono nel regno de' vol-
sci. Nella prossimità dell'abitato vi
è una voragine detta Catuaso, me-
ravigliosa per la profondità e sue
aperture , la quale ingoia tutte le
acque che scorrono dagli alti monti
che la circondano, per cui quivi
si formerebbe un gran lago, se le
acque non si sprofondassero nella
medesima voragine. Attualmente è
protettore di Sonnino il cardinal
Giacomo Filippo Fransoni.
Ponte Corvo (Fedi). Sede ve-
scovile unita ad Aquino, e di go-
verno, compresovi il villaggio di
Santa Olii'a. Ora passiamo a par-
lare di Frosinone, premettendo uà
cenno sui volsci.
1 volsci furono una delle più
distinte popolazioni dell'antica Ita-
lia per numero e per valore, essi
travagliarono la nemica R.oma per
tal modo, che forse l'avrebbero di-
strutta nel nascere, se fortunate
combinazioni non l'avessero salva-
ta, e se avessero i volsci conosciu-
ta, come l'arte di vincere , anche
l'altra più difficile di profittare del-
la vittoria e del tempo. Inoltre i
volsci sostennero delle guerre cogli
auruiici che al di qua della Cam-
pania occupavano i dintorni del
basso Liri, ed al pari dei marsi e
dei sanniti furono loro nemici na-
turali a motivo de' confini : i vol-
sci ebbero lingua, costumi, religio-
ne, leggi, e governo particolari, si
distinsero nelle arti e nell'agricol-
tura, come nel commercio e nella
navigazione, oltre il mestiere delle
armi, lu cui furono tanto eccelleuli
FRO
e valorosi, die meritarono da Vir-
gilio l'epilclo eli fienili nel!' anno-
vei arli eh' egli fa tra le più famo-
se popolazioni tlelT antica Italia.
Sebbene i confini del territorio vol-
sco non siano indicati con sicurez-
za dagli antichi scrittori, tuttavolta
da quanto si conosce pare che ter-
minasse in Prosinone, Frasi no, dal-
la parte degli ernici, siccome sem-
bra anche certo che tutto questo
vasto territorio fosse compreso tra
il mare , e l' Apennino , e che i
suoi confini quasi lutti naturali fos-
sero da ponente l'antico Lazio^ da
levante la Campania , col campo
Falerno , da settentrione i monti
degli equi, degli ernici, dei marsi,
e di una parte di quei del San-
nio, da mezzogiorno il littorale tir-
reno, da Anzio sino a Terracina.
Su tutto questo tratto di terreno,
e sino sulle prossime isole si sten-
devano i volsci, che in ogni tem-
po, e in ogni condizione non per-
dettero mai quello spirito di au-
dace libertà, e intollerante di gio-
go, che fu loro pioprio e che li
rese tanto famigerati nell' antica
storia romana, ed ostinati e quasi
quotidiani nemici del nome roma-
no. La palude Pontina era intera-
mente nel territorio volsco, e vol-
sche in conseguenza dovevano es-
sere quelle ventitre grosse terre ,
ch'ella contenne un tempo nel suo
seno.
Il Liri ne bagnava i fertili cam-
pi senza servirgli di confine in
tutte le sue parti, poiché le città
volsche erano a destra ed a sini-
stra di esso fiume , specialmente
nella sua sommità presso l' A pen-
nino donde trae l'origine. E noto
indire che moltissime ed illustri
l'uruno le città e le terre che com-
ponevano la generale coufederazio-
FRO 2()9
ne volsca, tanto dentro terra, ciie
nel littorale, e i di cui deputati si
riunivano ora in una, ora in altra
di esse città , ma ordinariamente
in Anzio. Le loro comunità prin-
cipali dentro terra furono Velie-
tri, Cori, Suessa-Pomezia, Norma,
Segni, Sezze, Sulmona, Priverno,
Coriole, Longula, Polusca, Salrico,
Verrugine, Eccelra, Arteria, Fro-
sinone, Fregelle, Fabrateria, Acpii-
no, Interamna sul Liri, Casino, A-
tina, Arpino, Sora ec. Tra le cit-
tà poste sul mare distinguevansi
Anzio , Circeio e Terracina detta
Ansure in lingua volsca, città mol-
to doviziose e potenti. Capitale dei
volsci sembra sia stata in diversi
tempi, ora Velletri, oia Piperno,
e forse anche talvolta qualche al-
tra città. Antonio Ricchi di Cori,
nella sua opera intitolata : La reg-
gia de' volsci ec, Napoli lyiB,
tratta dell'origine, stalo antico e
moderno delle città, terre e ca-
stella del regno de' volsci nel La-
zio , delle città de' volsci dedotte
in colonie, delle città volsche mu-
nìcipii de' romani senza suffragio ,
delle prefetture romane, ec. Prosi-
none fu dunque una delle città
volsche più antiche, e più illu-
stri, venendo giustamente chiama-
ta da Cluverio peraiiliquiini k'oLco-
riini oppidurn ; laonde non pare
che Prosinone appartenesse al vi-
cino popolo ernico, come opinò Si-
gonio ed altri; e trattandosi di
epoca tanto remota non si può sta-
bilire la sua origine, come avviene
di altre città più illustri d' Italia.
Mollissimo Frosinone si distinse
pei liberi e magnanimi sentimenti pro-
pri di popolo valoroso; rinunziò iu
un a molle ciltà volsche all'invilo
lusingliiero di Tarcpiinio il Super-
bo, settimo ed ultimo re di Ro-
3oo FRO
nin, fli cnfrnre nella confederazione
latina, e di partecipare alle famo-
s<' assemblee del bosco Ferentino,
t: del monte Albano; prociuò di
aoci'escere i nemici di Uoma, ecci-
l.indo alla ribellione i vicini po-
jioli etnici già riuniti a quella re-
i)iil<blica, e si procacciò il nome di
i^rtfrriera. Dopo che Tarquinio pei
primo mosse guerra ai volsci, que-
gli incominciarono ad esercitare il
Joro valore coi romani per olire
duecento anni, e giunsero sino a
stringere d'assedio Roma, e minac-
<:iarla di giogo nella sua prima età,
sotto la condotta del capitano vol-
sco Accio Ttdio, e dell' esule ro-
jiinno C. M u'co Coriolano , cosi
detto da Coriole città volsca espu-
t;nala precedentemente da lui, per
Af-ndicarsi coli' ingrata sua patria.
Intanto il prode dittatore roma-
no Furio Camillo, nell'anno di
Roma 367, dopo aver saccheggia-
to e d('vastalo lutto il territorio
de volsci , finalmente li sossrioaò
dopo cento e sett' anni di guerra ,
«• con essi naturalmente anche Fro-
.sinone; quindi il paese de' volsci fu
ridotto a provincia romana, le città
dichiarale municipi, e perciò la-
sciate vivere colle proprie leggi e
costumi, an/i probabilmente anno-
verate alla cittadinanza romana, con
diritto di suffragio, onore che altri
protraggono all'epoca della guerra
sociale, dopo la quale e nell'anno
417 la romana cittadinanza fu ac-
cordata generalmente ai popoli la-
lini, fra'quali allora si compresero
i volsci. I romani però ciò accor-
darono colla condizione di non po-
ter commerciare, imparentarsi e te-
nere assemblee tra essi, ossia fuori
dei confini di ciascuna loro terra
o città, per togliei-e così ogni oc-
casione o mezzo di corrispondenza,
FRO
che potesse derivarne danno a Ro-
ma.
Poco valutando Frosinone, come
alile città volsche, l'essere dichia-
rala municipio, e nel 4'7 confer-
mata nella cittadinanza romana, i
frusinati eccitarono gli ernici confi-
nanti a prendere le armi in un
con loro contro Roma ; laonde sot-
to i consoli L. Gennuccio, e Cor-
nelio Lentulo, nell'anno 4^f>> Fro-
sinone fu espugnata dai romani, e
punita con diverse pene, fra le qua-
li gii fu tolta la cittadinanza, e
la condizione di municipio, venen-
do privati gli abitanti di un terzo
del loro territorio, e puniti con
la scure i principali cittadini : sem-
l)ra sicuro che fosse ridotta al-
l'umile stato di prefettura preto-
ria , cioè di seconda classe , dal
governarsi per prefetti colle leggi
romane; perdendo così la preroga-
tiva di eleggere da per se i magi-
strati, ed in vece obbligata a rice-
vere quelli spediti da Roma dal pre-
tore ui'bano, condizione alla quale
soggiacque per qualche tempo. Il per-
chè decadde dall'antico suo lustro,
ed i suoi abitanti diminuiti di nu-
mero, poco figurarono nella succes-
siva storia. Nell'anno 662 di Ro-
ma i frusinati indispettiti della de-
gradazione, per rivendicare i loro
primieri diritti, si dice che non i-
steltero quieti nella terribile guer-
ra italica o sociale, e probabilmen-
te allearonsi coi vicini popoli mar-
si, sanniti e campani. Alle devasta-
zioni ed eccidii cui soggiacquero le
spopolate e squallide città volsche,
in guerre .sì sanguinose ed ostinate,
altri ne cagionò Annibale co'suoi
africani , quando dalla Campania
mosse contro Roma, rovinando cam-
pi e città per ove passò, e special-
mente quelli di Fregelle, di Fresino-
FRO
né, (li Ferentino, e di Anngiii. Si-
lio Ilalico ugnando quali gc-iili sot-
to le insegne romane poitaionsi al-
l'infelice battaglia di Canne, nove-
ra Frosinone coli' epiteto di guerrie-
ra. Intanto le numerose colonie di
soldati, che da Pioma si spedivano
di quando in quando in queste con-
trade, distribuendosi le sue terre ai
veterani, non erano SHfficienti a ri-
mediare al male, e nulla fu piìi
capace di ricoiidurle all'antica po-
polazione e splendore. Tutta volta
in mezzo alla comune degradazione
Frosinone non lasciò di farsi distin-
guere, come rilevasi da Stiabone
contemporaneo di Augusto, che pur
celebra Ferentino. A quell' epoca,
secondo Cicerone e Giovenale , il
suolo era molto fertile e pingue.
La città era cinta di mura con por-
te, palazzo, residenza del prefetto che
vi amministrava la giustizia, ed
aveva l'anfiteatro. Allorché Augu-
sto divise l'Italia in undici regioni,
il popolo frusinate figurava distin-
to nella prima. Poco prima dell'im-
perio di Nerva e di Traiano, o
sotto essi medesimi, fu inviata a
Frosinone la colonia militare, della
quale fa menzione Frontino e va-
rie iscrizioni; in questo grado di
colonia militare Frosinone si man-
tenne sino alla rovina del romano
impero.
La religione cristiana fu abbrac-
ciata dai frusinati nei primi tempi
della Chiesa, per cui non tardò la
città a sollevarsi con onori e con
preminenze, che gli derivarono dal-
la nuova religione. Negli ultimi an-
ni del quinto secolo, o almeno nei
primi del sesto Frosinone ebbe l'o-
nore del seggio vescovile, ed il Co-
leti annotatore dell' Ughelli, Italia
■sacra toni. X, p. io4j tratta di Fru-
si/ias episcopatus, dicendo che era
FRO Sor
uel vicarialo romano, ossia ininur-
diatamente soggetto alla santa Scdf,
e nomina il vescovo Papia, fi usi-
nonciisis episcopi, il quale nt'Haniio
'jioS intervenne al concilio ci^iehra-
to iu Roma dal Pontefice s. Sim-
maco. Questa sede vescovile [)er W.-
slitnonianza di parecchi storici ad-
dotti dal eh. De IMatlheis a pag.
57 e seg. del suo Sdggio {storico
di Frosinone, esistette sino al prin-
cipio dell'ottavo secolo, del quale
onore, egli soggimige, non sarebbe
stato mai spoglialo Frosinone, se
la natura de' tempi calaujitosi e de-
plorabili, unita a quella della sua
centrale situazione nel niez/o della
gran strada Latina, non l'avessero
troppo esposto alle replicate incur-
sioni e devastazioni di gente guer-
riera e feroce, principalmente dei
longobardi del ducato di Renev^Mi-
\.o, e dei greci loro nemici. 1 (re-
quenti saccheggi, incendi e devasta-
zioni, obbligarono i vescovi di Fio-
sinone ad abbandonare una città
tanto esposta sulla via Latina, che
conduceva direttamente a Beneven-
to, e sembra che andassero a sta-
bilire la loro residenza in luogo
vicino meno esposto, e piìi sicuro,
qual è la prossima e montuosa
città di Veroli. Infatti non avvi
memoria di vescovo verulano an-
teriore all'ottavo secoloj poiché il
primo che si conosca per testi-
monianza dell' Ughelli, è Martino
che si sottoscrisse al sinodo roma-
no dell'anno 743 nel pontificato di
s. Zaccaria, e di cui neppure si co-
noscono successori per circa un se-
colo. Oltre il vescovo Papia, abbia-
mo il vescovo Innocenzo, secondo
monsignor Giorgi, nella sua Dis-
sertatìo hist. de cathedra episc. Setiae.
Il secolo sesto per Frosinone fu
veramente glorioso nei fasti eccle-
3o2 FRO
sìfìstici, perchè Ki Cliiesa tiiiiversalp
venerò nella caltedrn apostolica s.
Ormistla figlio- di Giusto da Frosi-
ìione, creato Papa a' -ìG luglio ^ 1 4>
morto a' G» agosto del ')?.3. e sepol-
to nella basilica vaticana. Quindi
agli 8 giugno del 536 fu elevato
al pontificato s. Silveiio, figlio per
i» legittimo matrimonio del Papa s.
-'*' Ormisda, che dicesi nato a Cecca-
no sebbene oriundo di Prosinone,
il quale consumato dalla fame o
trafitto col ferro, mori martire ai
20 giugno del 54o nell' isola di
Ponza, altri dicono Palmaria nel
mare della Liguria, ed ivi restò se-
polto. Di questi due sommi Ponte-
fici frusinati, che si distinsero tra
i più illustri dei primi secoli del
cristianesimo, il primo per attività
e zelo, l'altro per fermezza e per
inlrepidità d'animo, ne trattiamo
olle loro biografie. L'annalista Ba-
ronio rilevando i grandi meriti di
Papa s. Ormisda, esclamò in lode
anche dei frosinonesi quanto ripor-
ta il De Matlheis a pag. 49? ''
quale con giuste osservazioni pro-
va come nei bassi tempi fosse Pro-
sinone compresa nella Campania, e
i frusinati solevano appellarsi natio-
ne Campani, spiegando così il mo-
tivo per cui diversi scrittori disse-
ro i ss. Ormisda e Silverio, natio-
ne. Campamis. La degradazione di
Pioma e dell' Italia, incominciata si-
no dal terzo secolo dell'era volga-
re, giunse nel quinto all'estremo
suo punto, quando nel 4?^ Odoa-
cre re degli eruli pose fine al ro-
mano impero d'occidente, con de-
tronizzare Momillo Augustolo, e ri-
legarlo nella Campagna. Da questa
e dalle successive barbariche inva-
sioni dei popoli del settentrione,
il Lazio ne soffri a preferenza del-
le altre contrade d'Italia, per la
FRO
sua vicinanza a Roma, oggetto prin-
cipale della feroce avidità degli in-
vasori. Ma i danni e le angustie
degli abitanti del Lazio si accreb-
bero colla venuta in suo soccorso
dei greci dell'impero orientale, pri-
ma sotto la condotta, di Belisario
nel pontificato di s. Silverio, poi
di quella di Narsete, che discaccian-
do i goti succeduti agli eruli nella
dominazione, non liberarono l'Ita-
lia dal miserabile suo stato. E no-
to in fatti come Belisaiio dopo
aver fallo soffrire alla città di Na-
poli le più orribili sciagure, s'in-
camminò preceduto dal terrore ver-
so Roma, avendo abbandonato a
sinistra la via Appia per traversa-
re la Latina, e quindi Prosinone
che era nel mezzo, onde giungere
più sollecitamente in Roma, l lon-
gobardi succedettero ai goti in Ita-
lia, sino dal 5^^, e più stabilmen-
te se non più estesamente: non so-
lo le parti settentrionali d'Italia,
ma molle ancora delle meridionali
furono occupale da tali barbari,
che se le divisero co' greci, languen-
do miseramente sotto entrambi le
belle contrade d' Italia.
La Campania romana soffrì dan-
ni immensi, anche quando la tra-
versò il greco imperatore Costante
r anno 663 nel condursi a Roma.
Maggiori devastazioni i paesi della
medesima Campania romana pio-
varono nella terribile irruzione, che
Gisolfo duca di Benevento vi fece
l'anno 702, prendendo varie città,
ed incendiando molti territori!. Nel
pontificato di s. Gregorio II, Leone
risaurico imperatore d'oriente, con
empio editto dichiarò guerra al
culto delle sagre immagini, e mi-
nacciò d'imprigionare l'ottimo Pon-
tefice. Indignati gl'italiam contro
l'eretico imperatore, volevano eleg-
FRO
gcrnc altro, e colle loro armi con-
durlo a Costanlinopoli; ma il sag-
gio Papa nella lusinga che Leo-
ne si ravvedesse, la (Treno la riso-
luzione. Però vedendo l'augusto
ostinato nella persecuzione delle sa-
gre immagini, e de'veneralori di es-
se, nell'anno ySo Io scomunicò : al-
lora l'Italia si ribellò a Leone, mol-
te città si eressero in signorie pri-
vate, altre si dierono a' longobardi,
e il ducato di Roma si sottopose
volontariamente alla sovranità di
s. Gregorio II, che però sotto di
lui ebbe origine il dominio tempo-
rale della santa Sede. Il ducato
romano a quell'epoca costituì vasi
di sedici città, con altre sette flel-
la Campania romana, cioè Segni,
Anagni, Ferentino, Alatri, Patrico,
Frodinone, e Tivoli, chiamandosi
ne' documenti di tal tempo Prosi-
none, Frisìlimam, Frisìlone, Frasi-
Ione, Frisione, Frisinone ec. Questo
ducato romano soggiacque alle ir-
ruzioni de' longobardi, e il duca di
Benevento non cessò per lungo tem-
po d'inquietare i paesi della roma-
na Campania. Pose fine a tante
sciagure il Papa Adiiano I, che
travagliato da Desiderio re de' lon-
gobardi, ricoise al potente aiuto di
Carlo Magno, il quale calato in I-
talia pose fine nel y-S al regno
de' longobardi. Indi la Campania si
trovò bersaglio di altri più tremen-
di nemici, quali furono i saraceni,
che vi fecero delle fiequenli e de-
solanti irruzioni, ad arrestare le
quali i Pontefici non risparmiarono
cure e zelo. Osserva il eh. De Mat-
iheis che Prosinone occupato pri-
ma dai goti, poi dai greci, indi
sottomesso all'ubbidienza de' P.ipi,
nella quale ha continuato costante-
mente, questa città fu compresa nei
diplomi di Carlo Magno, e di Lo-
FRO 3o3
doTÌco I «uo figlio, co' quali resti-
tuirono alla Chiesa lomana i do-
minii usurpati e ne anipliarono il
principato; e che dalle parole del
diploma di Lodovico I, spedito nel-
l'i) 17, usale riguardo a Prosinone,
si deve credere che la città fosse
anche a quei tempi capo di un e-
steso distretto, poiché si dice, et
Frosinoneni ciini aliis pariibus Cain-
paniae, come per indicare che mol-
ti, se non lutti i paesi della Cam-
pania, parte del ducalo romano,
erano dipendenti da Prosinone, e
che doveano essere compresi nella
medésima sorte senza bisogno di
nominarli ad vmo ad uno.
Sottoposto Prosinone al soave do-
minio della Sede apostolica, a ca-
gione della sua troppo esposta si-
tuazione sulla grande strada Latina,
non potè evitare le devastazioni
delle diverse genti armale che la
traversavano, e pei ripetuti passaggi
de' normanni e degl'impeiatori svc-
vi co' loro eserciti nel suo mezzo, sac-
cheggi ed altre calamità non gli deb-
bono essere mancate. Sino dall' XI
secolo si trovano definitivamente
riunite tulle le sue chiese alle ab
tre dipendenti dalla sede vescovile
di Veroli, come apparisce dalla
bolla di Urbano II ad Alberto ve-
scovo di Vcioli, in data di Albano
1097, con la quale si stabiliscono
i confini e l' estensione di quelli
diocesi, e di più si confermano e
sanzionano tutte le rendite, tutti i
fondi, e tutte le chiese, delle qua
li quella sede era già in possesso
col fatto. In questa bolla le città e
chiese di Yeroli e Prosinone sono
principalmente e particolarmente
nominate, indi tutte quelle degli al-
tri paesi della diocesi. A questa e-
poca su Prosinone si scaricarono
molti guai, non solo per parte dei
3o4 FRO
nominati normanni ed imperatori
che inquietavano i Pontefici, ma
anche per cpielia dei prepotenti ba-
roni romani, con iscorrerie, depre-
dazioni, ed incendi, come si legge
nelle cronache Cassinese e di Fossa-
nuova, e nel De Matlheis a p. yS.
Questi ivi pur narra come gh stessi
Pontefici, per resistere ora ai nemi-
ci esterni, oi"a agU interni, si reca-
rono spesso con gente arnjata in
questi stessi paesi, e questi armati
vi cagionarono, siccome è solito,
non lievi danni; vi fu Calisto II,
due volte Onorio II, ed Alessandro
Ili. In mezzo però a queste vicen-
de Fresinone non mancò di distin-
guersi tia i paesi della Campagna
romana. Egli era il luogo princi-
pale della j)rovincia governata dai
baroni Caetani conti della Campa-
nia, come chiaramente rilevasi da
ciò che scrive Costantino Caielano
monaco benedettino. Costui ne'suoi
commenti alla vita di Gelasio li
di casa Caetani, tratta da un mss.
della biblioteca Ambrosiana di Pan-
d(j|fo Pisano, presso il Muratori, /id/-.
ìlal. script., t. III, par. I, somministra
una interessante notìzia sopra Fre-
sinone, dicendoci che essa nel seco-
lo XI li, ed anche prima, era capi-
tale o reggia della Campania, e
che vi risiedevano i duchi Caetani
nella loro qualità di duchi della
Campania , dipendenti dalla san-
ta Sede. Leggo nel jtom. I, par,
li, pag. 1 66 del Cardella, Mc-
morid storiche dt' cardinali , che
Pietro Galluzzi romano, governò
con tal senno e prudenza la pro-
vincia di Campagna, che meritò
di essere creato vescovo cardinale
di Porto da Clemente III nel i igc.
In ogni tempo Prosinone sembra
essersi distinto tra le vicine città,
per la sede ivi siubilila di coloro.
FRO
che nei diversi tempi hanno gover-
nato la provincia; e quando la san-
ta Sede incominciò a mandare i
cardinali legati in questa provincia,
ordinariamente la loro residenza fu
stabilita in Fresinone, come fece il
cardinal Gi'egorio Crescenzi man-
datovi in qualità di legato da In-
nocenzo HI , il cardinal Giovanni
Colonna che vi fu mandato da O-
norio III nel 1216, e gli altri che
lo successero. La stirpe illustre de-
gli svevi avendo in più modi of-
fesa la santa Sede, ne provocò le
censure; e nel concilio generale di
Lione I , celebralo dal Papa Inno-
cenzo IV nel 1245, Federico II di
tal famiglia fu scomunicato, depo-
sto dall' imperio, e privato del re-
gno delle due Sicilie, feudo della
Chiesa romana. Questo nel 1266
fu dato in investitura a Carlo I
d'Angiò, dal Pontefice Clemente IV.
Recandosi Carlo I alla conquista
del regno invaso da Manfredi fi-
glio naturale del defunto Federico
li, che inoltre poneva a soqquadro
le limitrofe provincie pontificie, l'e-
sercito di Manfredi capitanato dal
conte Giordano si accampò nelle
vicinanze di Frosinone , da dove
partì con poderose forze l' angioi-
no, e superato il passo del pon-
te di Ceprano difeso dai nemici,
il regno fu occupato, e Manfre-
di con un tragico fine die ter-
mine alla sua vita. Verso questo
tempo , se non prima , i cittadini
di Frosinone formarono il loro sta-
tuto municipale, tuttora esistente.
Si apprende dal Muratori , nella
dissert. XXII delle Antichità italia-
ne , che r uso degli statuti o riu-
nioni di ordinanze e di regolamen-
ti per l' interna amministrazione e
governo delle città , non s' intro-
dusse in Italia , che dopo la pace
FRO
«li Costanza, stabilita tra lo svevo
imperatore Federico I e le città
lombarde nel ii83. E perciò pro-
babile che suir esempio delle città
dell'alta Italia, anche quelle della
bassa Italia, e specialmente le com-
prese negli stati della Chiesa si for-
massero questi codici municipali ,
quali norme della loro interna am-
ministrazione e polizia. Ma prima
ancora del secolo XIII esisteva in
Frosinone quella classe di nobili e
distinti cittadini, che soleva allora
indicarsi col nome di militi, come
risulta dall' islromento di donazio-
ne riportato dal Gattola nella sua
Istoria del monìstero di Monte
Cassino, ove si legge che tanto il
clero che l'ordine dei militi di Fro-
sinone, a' 2 gennaio i 1 54 donaro-
no a tal monistero la chiesa di s.
Giuliano con tutte le sue pertinen-
ze esistenti nel loro territorio , e
ciò con assenso di Leone vescovo
di Verolij e le facoltà pontificie.
Dopo la caduta degli ultimi
principi della casa di Svevia, i pae-
si della Campania di Roma non
ebbero a temere per qualche tem-
po , che le ostilità dei prepotenti
baroni, che senza alcun rispetto ai
dominii pontificii , di frequente si
facevano lecito di commettervi u-
surpazioni e soverchierie. Fiosino-
ne deve perciò avere mollo soffer-
to sino al punto di vedersi privo
per qualche breve spazio di tem-
po della residenza di alcuni dei
cardinali legati della Campania, dai
quali era governata questa provin-
cia a nome della santa Sede. Quin-
di per tal motivo od altri simili,
ora in una, ora in altra città più
o meno prossima a Frosinone , i
cardinali legati hanno avuto per
qualche tempo la loro residenza ,
3enza che per siffatte accidentalità
VOI. xxvn.
FRO 3o5
siasi mai tolto o scemato a Fiosi-
none il diritto tratto dalla consue-
tudine la più antica, e dalla sua
stessa topografica situazione di es-
sere il capoluogo della Campagna
di Pioma. Perciò quantunque Fe-
rentino, Anagni, Piperno, e qual-
che altra città della provincia sie-
no state onorate in diversi tempi
della residenza di qualcuno dei car-
dinali legali della Sede apostolica
pur non ostante Frosinone non ha
cessato mai di essere considerato
come il luogo ordinario, determi-
nato dal governo, per la sede di
un tribunale generale, e come ca-
po dell' intera provincia. L' Ughel-
li chiamò Frosinone, Frusinuni no-
bile Campaniae praefecti domici-
lium; e il Guicciardini denominò
questa città residenza principale
della Campagna. Nell'assenza dei
Papi da Roma, cioè dall'anno i3o5
al i377, siccome tutti i dominii
della Chiesa provarono gli effetti
della loro dimora in Avignone, sia
per le guerre delle fazioni, che per
le usurpazioni dei potenti signori ,
!a provincia di Campagna egual-
mente ne risenti le conseguenze ,
come le avrà provate per quelle
prodotte dal lungo e lagrimevole
scisma che incominciato nel iSyS,
solo ebbe fine nel i4'7. Ladislao
re di Napoli che aspirava in quei
torbidi tempi alla signoria dei pos-
sedimenti della Chiesa, non meno
che del resto d' Italia, più volle col
suo esercito occupò diversi luoghi
di questa provmcia con gravi dan-
ni delle popolazioni.
Succeduto a Martino V, eletto in
detto anno i4i7, il Papa Eugenio
IV nel 143 I, rinnovaronsi i tumul-
ti e le guerre, massime alla cele-
brazione del concilio di Basilea. Ma
la fortezza d'aoimo di Eugenio IV
20
3oG FRO
avendo calmato i torbidi e le fa-
zioni nella stessa Roma, per ope-
ra piiucipaltaente <lel cardinal Vi-
telleschi generale delle milizie del-
la Chiesa, mandi) questi nei paesi
della Campagna per rivendicarli dal-
le usurpazioni dei potenti Colounesi,
dei Savelli, e di altra gente sua ne-
mica e perciò di parte ghibellina; il
prode cardinale ridusse tutta la con-
trada alla piena divozione della
Chiesa, ed avendo avuto nelle ma-
ni Antonio Pontadera nemico del
Pontefice, lo fece appiccare a Pro-
sinone ad un albero d' olivo. Nei
pontificato di Alessandro VI, e nel
declinare dell'anno i494 calò in I-
talia Carlo Vili re di Francia, con
un esercito di circa trentamila uo-
mini , per far valere i suoi diritti sui
regni di Napoli e Sicilia, e conqui-
starli. Nei primi giorni del seguen-
te anno Carlo Vili parfi da Ro-
ma per effettuar la conquista , ed
avendo la sua armata nella provin-
cia di Campagna, tenuta la strada
dei monti dalla parte di Veroli e
di Montesangiovanni , questo come
abbiamo detto fu manomesso , ed
altri luoghi provarono i tristi ef-
fetti che accompagna i numerosi
eserciti : Fresinone , Ceprano , e la
parte bassa restarono illesi. Non
così avvenne sotto il memorabile
pontificato del fiorentino Clemente
VII Medici , per la lega fatta da
esso contro l' imperatore Carlo V.
Le genti tedesche e spagnuole, che
per servizio di tal monarca erano
in Napoli, sotto la condotta del vi-
ceré Carlo Lanoi o de Lancia, inva-
sero il territorio della Chiesa, traver-
sando il Garigliano dalla parte di Ce-
prano; e così la città di Prosinone
che avea già tanto sofferto per si-
mili antecedenti cause , tornò ad
essere il teatro di aspri e san-
FRO
guinosi combattimenti narrati dal
Guicciardini nel lib. i8, inclusiva-
mente a quanto accadde in Prosi-
none in quella funesta occasione,
racconto eh' è del seguente tenore.
» 11 consiglio (di Renzo da Ce-
ri ) approvato, si misero in Froso-
lone , residenza principale della
Campagna, lontano da Ferentino
cinque miglia, mille ottocento fan-
ti di quelli di Giovanni de' Medi-
ci, la pili parte che avevano preso
il cognome dtlle bande nere ( dal
colore delle insegne dato alla fan-
teria fiorentina dal valoroso capi-
tano Giovanni de' Medici ) con A-
lessandro Vitello ( di Città di Ca-
stello), Gio. Battista Savello e Pie-
tro di Birago condottieri di caval-
li leggieri. Ma in questo mezzo i
Colounesi aveano occultamente in-
dotto Napoleone Orsino abbate di
Farfa a pigliar l' armi in terra di
R.oma come soldato di Cesare. La
qual cosa dissimulando il Pontefice,
al quale n' era penetrata occulta-
mente la notizia, da chi prima a-
veva ricevuti denari , tiratolo con
arte ad andare ad incontrare Val-
demonte fratello del duca di Lore-
na, mandato dal re di Francia per
favorire l'impresa del j-eame di Na-
poli, quando veniva di Francia, lo
fece prendere appresso a Braccia-
no, e metterlo in prigione a Ca-
stel s. Angelo. Sollecitava in que-
sto tempo il viceré d'assaltare lo
stato della Chiesa , dal quale es-
sendo stati mandati due mila fan-
ti spagnuoli a dare la battaglia a
un piccolo castello di Stefano Co-
lonna , ne furono ributtati , e per
lo spingersi egli innanzi, gli eccle-
siastici lasciarono indietro la deli-
berazione fatta di battere Rocca di
Papa; le genti del qual luogo a-
vevano occupato Castel Gandolfo
FRO
posseduto dal cardinale ài Monte
per essere mal guardato. Finalmen-
te il viceré, messi insieme dodici
mila fanti, de' quali degli spagnuo-
li e tedeschi in fuori condotti in
sull'armata, la maggior parte era-
no fanti comandati , si pose con
tutto l'esercito il dì 22 dicembre a
campo a Frusolone, terra debile e
senza muraglia; ma alla quale suc-
cedono in luogo di mura le case
private, e la grotta stata messa in
guardia da' capitani delia Chiesa,
per non gii lasciar piedi nella Cam-
pagna, e v'era anche vettovaglia
per pochi di: nondimeno il sito
della terra , eh' è posta sopra un
monte, dà facoltà a chi è dentro di
potersi sempre salvare da una par-
te, avendo qualche poco di spalle,
il che faceva più arditi alla di-
fesa i fanti che v'erano dentro, ol-
tre all'essere de' migliori fanti ita-
liani, che allora prendessero soldo;
né si potevano anche per l' altez-
za del monte accostar tanto l'arti-
glierie de' nemici, i quali vi aveva-
no piantati tre mezzi cannoni e
quattro mezze colubrine, che vi fa-
cessero molto danno; ma delle di-
ligenze loro principali era l'impe-
dire quanto potevano, che non vi
entrassero vettovaglie. Dall' altro
canto il Pontefice benché esaustis-
simo di denaro , e più pronto a
tollerare l' indegnità di pregare di
essere provveduto d' altri , e tale
indegnità di provvedere con modi
straordinari, aumentava quanto po-
teva le genti sue di fanti pagati e
comandati, ed avea di nuovo con-
dotto Orazio Baglione, dimenticate
le ingiurie fatte prima al padre, e
poi a lui, il quale come disturba-
tore delia quiete di Perugia aveva
lungamente tenuto prigione in Ca-
stel s. Angelo. Con questi aumenti
FRO 3o7
andava l'esercito del Pontefice ac-
costandosi per far la massa a Ferenti-
no, e daie speranza di soccorso agli
assediati. Fu finita ai 24 la batteria
a FrusolonCj ma non essendo tale
che desse al vicei'è speranza di vit-
toria, non fu dato l'assalto, e non-
dimeno Alarcone travagliandosi in-
toiiio alle mura fu ferito d'un ar-
chibuso , e fu ferito anche Mario
Orsino. Era la principale speranza
del viceré il sapere essere dentro
poche vettovaglie , delle quali an-
che pativa l'esercito, che si am-
massava a Ferentino , perché le
genti Colonnesi, eh' erano in Palia-
no, Montefortino e Rocca di Papa,
che sole si tenevano per loro, tra-
vagliavano assai la strada, e andan-
do Renzo all'esercito, avevano rot-
to la compagnia dei fanti di Cuio,
che gli faceva scorta. Uscirono non-
dimeno un giorno trecento fanti
da Frusolone , e parte dei cavalli
con Alessandro Vitello, Gio. Batti-
sta Savello e Pietro da Birago ; ed
approssimatisi a mezzo miglio di
Larnara, dov'erano alloggiate cin-
que insegne di fanti spagnuoli, ne
tirarono due insegne in una im-
boscata, e li ruppero con la mor-
te del capitano Peralta con ottan-
ta fanti, e molti prigioni con due
insegne. Attendeva frattanto il vi-
ceré a far mine a Frusolone, e
quelli di dentro contramminavano
tanto sicuri delle forze de' nemici,
che ricusarono quattrocento fanti
che i capitani dell' esercito voleva-
no mandar dentro in loro soccor-
so. E nondimeno nel tempo mede-
simo non erano meno calde le pra-
tiche dell'accordo, per cui si fece
tregua 1' ultimo di gennaio col vi-
ceré per otto giorni, con patto che
le genti della Chiesa non passasse-
ro Frusolone , né lavorassero con-
V
3o8 FRO
tro la terra, essendo medesimamen-
te proibito a quelli di dentro il
fortificare, e mettere dentro vetto-
vaglia, se non dì per dì, e paren-
do Fieramosco aver scoperto assai
l'intenzione del Pontefice, e pote-
re con dignità di Cesare scoprirgli
la sua, gli presentò una lunga let-
tera di mano propria di Cesare,
piena di buona mente, d' offeite e
di divozione pel Pontefice, e par-
tito dipoi per significare al viceré
ed al legato la sospensione fatta ,
ed ordinare ch'ella si mettesse ad
esecuzione, trovò il dì medesimo
r esercito che mosso da Ferentino,
camminava alla volta di Fiusolo-
ne, e avendo fatto intendere al le-
gato la cosa, egli non volendo in-
terrompere la speranza grande che
avevano i suoi della vittoria, date
a lui parole, mandò occultamente
a dire alla gente , che continuasse
di camminare. Non poteva l'eser-
cito arrivare a Frusolone, se non
s' insignoriva di un passo, a modo
di un ponte, situato alle radici del
primo colle di Frusolone, al quale
erano a guardia quattro bandiere
di fanti tedeschi ; ma arrivata la
vanguardia comandata da Stefano
Colonna, e venuta con loro alle ma-
ni, li ruppe e mise in fuga, am-
mazzali circa duecento di loro , e
presine quattrocento con le inse-
gne, e così guadagnato il primo
colle, gli altri si restrinsero in luo-
go più forte, lasciata libera l'en-
trata a Frusolone agli ecclesiastici,
i quali essendo già vicina la notte,
fecero 1' alloggiamento in faccia lo-
ro, con isperanza grande di Renzo
e di Vitello, le azioni del quale in
quest impresa procedevano con ma-
la satisfazione del Pontefice, di a-
vergli a rompere, o fermandosi o
ritirandosi, come si crede che sea-
FRO
za dubbio sarebbe seguito, se aves-
sero o fatto ralloggiainento in sid
colle preso, o se fossero stati av-
vertiti t desti a sentire la rilira(;i
de' nemici, perchè il viceré non il
giorao seguente, ma l'altro giorno
due ore innanzi dì, senza far segno di
levarsi si partì con l'esercito, abbru-
ciata certa munizione che gli resta-
va , e lasciate molte palle d'arti-
glieria, e ancora che intesa la par-
tita sua , gli ecclesiastici gli spin-
gessero dietro i cavalli leggeri, che
presero delle bagaglie , e qualche
prigione di poco conto, non furo-
no a tempo a fargli danno nota-
bile , lasciò nondimeno addietro
qualche parte di vettovaglia, e si
ritirò a Cesano, e di quivi a Cep-
perano ".
Da sì preciso e lungo racconlo,
che Paolo Giovio riporta più con-
ciso, si comprende la bella difesa che
fecero in quella occasione i frosino-
nesi sostenuti dalle altre genti con-
federate del Papa, e lo smacco che
ne ridondò al viceré de Lanoia, e
alle truppe imperiali che comanda-
va. Egli difatli fu costretto a levar
l'assedio di Frosiuone , e a lasciare
in quelle vicinanze quasi tutta la
sua artiglieria, ritirandosi precipi-
tosamente al di là del Gaiigliano,
ed evacuando così il territorio pon-
tificio per difendere lo stesso regno
di Napoli invaso dalle truppe del
Papa con quelle de'suoi alleati. Po-
chi mesi dopo, però nell'istesso an-
no i52 7, i fiorentini sotto la con-
dotta di Orazio Baglioni, confede-
rati coi francesi comandanti da Lau-
trec, fecero soffrir nuovi guai è for-
se anche peggiori alla città di Pro-
sinone per conservarla a Clemen-
te VII, in favor del quale essi com-
battevano contro le truppe dell'im-
peratore Carlo V. Operato iu Ro-
FRO
ma il noto lagriinevole saccheggio
cìair esercito imperiale, una banda
di questa stessa truppa , che da
Roma passava a Napoli per la par-
te di Fresinone, fu assalita dai fio-
rentini che l'inseguivano, in questa
stessa città espugnata da essi e sac-
cheggiata, narrando Bernardo da
Segni, isterico toscano di molta ri-
putazione: » In prima arrivati a Fru-
solone, dato l'assalto senza batterlo
con artiglieria (perchè ne avevano
sei pezzi soli da campo), dov'erano
cinquecento fanti alla guardia, lo
presero per forza^ e messonlo a sac-
co ". Dipoi il Pontefice Giulio 111
inviò per legato a Fresinone il ce-
lebre cardinal Gio. Ballista Cigada
o Cigala, il quale fece molli e no-
bili benefizi a questa città; restau-
rò il palazzo della rocca, vi ristabi-
lì la sede del tribunale, allargò la
piazza, e pubblicò i mercati, come
lilevasi dall'iscrizione lapidaria che
nel i553 fu collocala sul portone
della medesima rocca da Girolamo
Federici vescovo di Savona pro-le-
gato della Campania. A tante dis-
grazie summentovale non andò gua-
ri che si aggiunse l'altra forse mag-
giore di tutte, cioè l'invasione osti-
le fatta nel i556 dalle genti spa-
gnuele, che occupavano il regno di
Napoli per Filippo II , nel pontifi-
calo di Paolo IV Caraffa. Tali
tiuppe penetrarono nei dominii del-
la Chiesa dalla parte di Ceprano,
e fecero soffrire gravissimi danni a
tutti i paesi della Campagna di Ro-
ma, e specialmente a Fresinone, i
di cui abitanti conservano ancora
per tradizione scolpita nella memo-
ria la rovina che soffrì la loro pa-
tria a quei tempi. Le truppe ne-
miche erano comandale dallo spa-
gnuolo Ferdinando di Toledo du-
ca d'Alba, viceré di Napoli, Questi
FRO 3o9
cominciò dall'invadere colla sua ar-
mata PonlecorvOj e quindi Fresi-
none con tutte le vicine città sino
presso Roma, cioè Anagni, Valmon-
tone, Cave, Tivoli, Marino, Pale-
strina, Nettuno, e tutta in somma
la Campagna di Roma, a cui fece
soffrire lunghe depredazioni, conti-
nuali saccheggi, e ripetuti incendi,
perchè durò questa desolatrice in-
vasione oltre un anno.
Un tal flagello si fece maggior-
mente sentire a Fresinone per es-
sere slato uno dei primi paesi oc-
cupati da quella feroce soldatesca,
che vi si stabilì , fortificandolo ,
dopo che fu vilmente abbandonato
da Giulio Orsini comandante delle
milizie pontificie; il duca d'Alba
vi si trattenne tre giorni con tutto
r esercilOj ricevendovi gli atti di
sommissione de'paesi vicini. Quindi
nel settembre iSSy fu conchiusa
la pace in Cave [Pedi). Ognuno
può figurarsi in quale stato infeli-
ce fosse ridotto Fresinone dopo tut-
te queste successive vicende, adon-
ta delle cure particolari che si die
il pontificio governo per migliora-
re la sua sorte. Paolo IV vi desti-
nò legalo della Campania il cai'di-
nal Vitellozzo Vitelli, che giunto a
Fresinone, e presa cognizione dello
stalo e bisogni della provincia e
città di Fresinone, dopo i danni la-
grimevoli cagionatigli dal duca di
Alba, ottenne che per sollevare ed
accrescere i suoi cittadini depaupe-
rati, e diminuiti di numero, si esen-
tassero i suoi abitanti dalle collette
per diversi anni. Pio IV successore
immediato di Paolo IV, creò car-
dinale Benedetto Lomellini genove-
se, che Gregorio XIII nel 1572 fe-
re vescovo d' Anagni, e legato del-
la provincia di Marittima e Cam-
pagna, come lo chiama il Cardella,
3io FRO
nelle Memorie {storiche de cardinali
tom. V, p. 93, an/.i aggiunge che
il vescovato d'Anagni gli fosse con-
ferito mentre eia legato della pro-
vincia del Lazio o sia Campagna,
dov' è appunto situata la città di
Anagni ; indi il cardinale mori ia
Roma nel i57g. Ad onore di Fro-
sinone qui rammenteremo, che in
mezzo alle sue peripezie, alcune tra
le sue più illustii famiglie con suc-
cesso coltivarono le lettere, mentre
altri si distinsero nella gerarchia ec-
clesiastica, Ortensio Battisti fu dot-
to e zelante vescovo di Veroli, e
perciò anche di sua patria, dal 1567
al i5g4; ed Orazio Ciceroni pri-
ma fu vescovo di Sora, poi di Fe-
rentino nel iDgi: prima di lui lo
era stato l'altro frosinonese Silvio
Calassi, che avea meritato di esse-
re prescelto da s. Carlo Borromeo
a vicario generale del suo arcive-
scovato di Milano. Inoltre France-
sco Ciceroni, celebre giureconsulto,
fu destinato da Gregorio XIII a go-
vernatore di Fano, per non dire
d'altri.
Sembra che dal pontificato di
Sisto V la sede del governo e ca-
poluogo della provincia di Cam-
pania o Campagna romana, stabil-
mente abbia proseguito senza in-
terruzione a risiedere nell' antico
capoluogo di Frosinone, mentre che
talvolta presidi e legati fecero di-
mora nelle vicine città, tra le qua-
li si nominano Anagni , Ferentino
e Pipeino. Visitò quel gran Papa
varie parti della provincia , e fu
particolarmente a Terracina, a Pi-
perno ed a Sermoneta pel prosciu-
gamento della Palude Pontina , e
per liberare i luoghi infestali dai
malviventi. Clemente Vili fece ve-
scovo di Jesi il frosinonese Pirro
Imperioli ; indi per la calma che
FIlO
godette la provincia di Campagna
e Frosinone, questa illustrarono va-
ri concittadini con distinti talenti,
ed impieghi cospicui : tali furono il
p. Ignazio Bompiani gesuita, d'una
famiglia oriunda d' Ancona ; Gio.
Battista Grappelli d' una delle più
distinte famiglie, ec. Alla metà del
secolo XVII, seguendo per la pro-
vincia, e per Frosinone il passag-
gio di truppe spagnuole e tedesche
per le pretensioni sul vicino regno
di iVapoli, poco gravosi ne riusci-
rono gli effetti. JN'el seguente se-
colo la provincia, e la città di Fro-
sinone fu onorata dalla presenza di
Benedetto XIII, reduce dalla sua
antica chiesa di Benevento. E da
osservarsi che molti Papi negli an-
tichi secoli portaronsi o per affari,
o per rifugio in Benevento, come
si dice in quell'articolo, e perciò
molti avranno nel passaggio ono-
rato Frosinone. Preceduto dunque
dalla ss. Eucaristia, Benedetto XIII
a' 3i maggio giunse in Ceprano,
incontrato da quella magistratura
e clero, ricevendo alla porta dalla
prima la presentazione delle chiavi
in mezzo al concorso delle circon-
vicine popolazioni, vedendosi le stra-
de sparse di fiori, e le finestre or-
nate di drappi diversi. Il marchese
Livio de Carolis si portò ad incon-
trare il Pontefice un mezzo miglio
prima di giugnere a Frosinone, ed
entrando in questa città Benedetto
XIII vide sulla porta e sotto il suo
pontificio stemma questo anagrama:
BE\EDicTus DEciMus TERTius, purc let-
terale TER DECIMUS BE.\EDICTUS ES TU.
Dopo le ore ventidue arrivò la ss.
Eucaristia, portata da monsignor
Piersanti col solito accompagnamen-
to, alla chiesa degli agostiniani scal-
zi della beata Vergine della JNeve,
lungi un miglio da Frosinone; ed
FRO
alla porta del convento fu ricevu-
ta dal superiore vestito di piviale,
e dai religiosi con torcie accese.
Riposta nel tabernacolo fu poi con-
sumata , non volendo il Papa nel
proprio stato viaggiare preceduto
dal ss. Sagramento. Poco dopo ar-
rivò anch' egli al convento, desti-
nato per suo alloggio, secondo il
suo costume, con numeroso seguilo,
cavalleggieri e guardia svizzera. Os-
sequiato dal commissario e procu-
ratofre generale dell'ordine, e da
altri superiori ivi recatisi, Benedet-
to XIII si trasferì in chiesa a ve-
nerare il ss. Sagramento, indi in
coro a fare orazione, poscia si ri-
tirò nelle sue camere, mentre alla
corte fu dalo lauto rinfresco. Nel
seguente giorno dell' Asceiisione , il
Papa scese in chiesa , e nel coro
ascoltò la messa di un suo cappel-
lano segreto, e volle assistere coi
religiosi all'offizio di terza ed alla
messa solenne che cantò il commis-
sario e procuratore generale, p. Gio.
Giacomo di s. Adalberto, accom-
pagnato dal canto gregoriano. Da
una parte dello stesso coro presero
luogo i prelati della corte, in roc-
chetto e mantelletta. Terminata la
messa cantata, Benedetto Xlll vol-
le celebrare il medesimo sagrifìzio
privatamente all'altare maggiore de-
dicato alla beata Vergine. Accorse-
ro al convento più di quindicimila
persone, e siccome non poterono
entrare tutte in chiesa, in quel gior-
no più volte il Pontefice si recò
ad un balcone per impaitire alla
divota e lieta moltitudine l'aposto-
lica benedizione. Nelle ore pomeri-
diane Benedetto XIII ritornò in co-
ro coi religiosi, indi uscì in carroz-
za a trottare per la pianura. Nella
mattina seguente ricorrendo la fe-
sta della b. Rita da Cascia agosti-
FRO 3ii
niana , il Papa discese in coro ad
orare, fece distribuire buona som-
ma di denaro a* poveri , dal suo
elemosiniere segreto monsignor Al-
bini vescovo di Leuca, e subito do-
po si pose in viaggio per Prossedi,
corteggiato dal majfchese de Caro-
lis, che nel detto convento avrà
trattato splendidamente la famiglia
ponttfìcia.
Intanto nei primi anni del se-
colo XVIII fiorirono in Fresinone
molti individui, distinguendosi il dot-
tissimo p. m. Domenico Scifelli ago-
stiniano, appartenente ad una delle
primarie famiglie di questa città ;
Filipu'O Colanario famoso medico
a Napoli; Gio. Battista Donati fat-
to vescovo di Cervia da Clemente
XIII. Questo Papa alla perniciosa
influenza che nel 1764 afflisse Pro-
sinone, accorse con provvidi ed op-
portuni aiuti : grati i frosinonesi al-
le sue beneficenze celebrarono uu
triduo solenne per la di lui con-
servazione, e dopo la messa canta-
ta ne celebrò le gesta con orazione
elegante Orazio Balserani. Allo spi-
rare di detto secolo giunse quel
periodo di tempo fatale , che non
si cancellerà giammai dalla memo-
ria degli uomini , e che se recò
danni gravissimi a tutto il mondo,
li cagionò anche maggiori a Fre-
sinone, che ne piange ancora i mas-
sacri, i saccheggi e l' incendio delle
sue case. I francesi dopo aver pro-
clamato repubblica la loro nazione,
volevano che tutto il resto del mon-
do imitasse il loro esempio, costi-
tuendosi in altrettante repubbliche,
e quindi sotto i nomi della liberlà
e àtW eguaglianza tentavano di
adescare, e soggiogare tutti i popo-
li, o almeno di renderli eguali nel-
la dipendenza da essi. I loro suc-
cessi furono rapidi e straordinari ;
3 1 2 F R O
f l'intera Italia non tardò a sen-
tirsi aggravare il collo dal più pe-
sante di tutti i gioghi, quale si fu
appunto quello della sedicente ed
t'Hìmera libertà e dell' eguaglianza,
figlie della rivoluzione francese. La
illusione fatale, che in sulle prime
avea disgraziatamente affascinate le
menti d'altronde sane di non po-
chi uomini da bene , disparve na-
turalmente bentosto; e molte po-
polazioni spinte pili da impeto e da
furore, che da riflessione, fecero in-
cautamente degli sforzi fuori di mo-
do e di tempo, ed accrebbero in
tal guisa le loro sciagure. Prosino-
ne , i di cui abitanti non hanno
mai smentita la loro antica repu-
tazione armigera e guerriera, e che
a tanti altri guai aggiungeva an-
che quello di non esser più sotto
il regime i-epubblicano capoluogo
della provincia, innalzò il primo
lo stendardo dell' insurrezione con-
tro la forza prepotente dei francesi
il dì 26 luglio 1798: molle altre
città e terre della Campagna segui-
rono il suo esempio; si versò del
sangue cittadino, si cagionarono dei
guasti , si commisero degli orrori,
e tutto inutilmente per l'oggetto
che pareva si fossero proposti. Su-
bito corse la truppa francese e po-
lacca a punire con rigore questi
tratti di coraggioso risentimento. Ai
guasti ed ai massacri commessi dai
cittadini, si aggiunsero quelli della
forza armata accorsa per punirli,
e così Fresinone, preso d'assalto
dai francesi, fu abbandonato al sac-
«■heggio ed all'incendio a' 2 agosto
dello stesso anno. Tutti questi dan-
ni restarono permanenti in questa
città, quantunque i francesi aves-
sero dovuto partirne poco dopo,
chiamati dai rovesci che soffriva la
loro annata nell'alta Italia; rove-
FRO
sci che giunsero al punto di ri-
chiamarli tutti al di là dei monti
in casa propria, a motivo dei noti
avvenimenti.
Dopo avere i francesi consumato
l'intera occupazione dello stato ponti-
ficio, e detronizzato il Papa Pio VI,
questi a' 20 febbraio 1798 traspor-
tarono prigioniero in Francia, ove
morì nell'agosto 1799: nel mese
di marzo del successivo anno fu
eletto in Venezia Pio VII, quando
già i dominii della Chiesa, ad ec-
cezione delle tre legazioni, tolti dai
francesi furono restituiti alla santa
Sede, onde la provincia di Campa-
gna con Fresinone ritornarono sot-
to il pacifico governo ecclesiastico.
Ultimo governatore generale della
provincia era stato monsignor Gio.
Carlo Borromeo di Padova, fatto
da Pio VI nel 1796; Pio VII con-
fermò quello che il sagro collegio
avea scelto provvisoriamente a' 2
febbraio 1800, cioè monsignor Lui-
gi de' principi Lancellotti napole-
tano, col titolo di governatore ge-
nerale di ^Marittima e Campagna.
Divenuto Napoleone Bonaparte, già
primo console della repubblica fran-
cese, imperatole di quella nazione,
aspirando alle conquiste, fra queste
vi comprese lo stato pontificio, e nel
luglio 1809 fece imprigionare Pio
VII e trasportarlo duramente in
Francia. Quindi, come l' Italia, lo
stato della Chiesa fu unito da Na-
poleone all' impero francese, e Ro-
ma dichiarata seconda città di esso,
mentre a Frosinoqe si conservò il
grado di capoluogo della provin-
cia. Nel 181 4 ripristinato lo stato
d'Europa col detronizzamento di
Napoleone, a Pio ^1I furono re-
stituiti i dominii della santa Se-
de, ed allora il Papa spedì go-
vernatore generale di Marittima
FRO
e Campagna a Prosinone, monsi-
gnor Fabrizio Turiozzi di Tosca-
nella , che già avea governato la
provincia sino dai 6 agosto 1806.
Col moto-proprio de' 6 luglio 18 16
Pio VII classificò i governi niello
stato pontificio, dichiarando Prosi-
none colla provincia delegazione
apostolica, ed il prelato governa-
tore delegato apostolico; disposizio-
ne che insieme a quelle analoghe
di Leone XII, e del regnante Gre-
gorio XVI riportammo all'artico-
lo Delegazioni apostoliche ( Ve-
di). Solo qui noteremo che alla
medesima epoca di Gregorio XVI,
erigendosi la legazione di Velle-
Iri, a questa furono attribuiti di-
versi luoghi , sino allora facenti
parte della delegazione di Fresinone
e delle provincie di Maiittima e
Campagna; cioè il distretto di Ter-
racina , i governi di Valmontone,
di Segni e di Sezze; coi loro vice-
governi, e di tali luoghi se ne trat-
ta all'articolo Fdlelri (Fedi). Il
eh. De Mattheis a pag. io5 e seg.
ci dà la serie dei diversi governa-
tori di questa città e dell'annessa
provincia eh' ebbero residenza in
Prosinone, ora col titolo di legato
o di rettore, ora con quello di de-
legato, e più spesso col titolo di
preside e governatore generale. In
questa serie di nomi illustri ve ne
sono alcuni che già cardinali go-
vernarono la città e la provincia,
ed altri che quantunque l'abbiano
governata da prelati si resero de-
gni della dignità cardinalizia, di cui
furono posteriormente fregiati, ed
alcuno di questi giunse sino al
sommo pontificato. La serie inco-
mincia dal i553, essendosi smar-
rite le precedenti notizie.
I cardinali che governarono la
piQvincia furono Gregoiio Crescenzi
FRO 3i3
romano, nominato da Innocenzo III;
Giovanni Colonna romano, da Ono-
rio III; Giovanni Fitelli-Vitelleschi
di Corneto oriundo di Foligno, di-
chiarato da Eugenio IV; Àscanio
Parisani di Tolentino, Terrestris
fliarittiinaeque Lalii praefectus, co-
me si legge nella sua lapide sepol-
crale nella chiesa di s. Marcello,
dicendoci il Cardella che lo nomi-
nò Paolo III verso il i542 o do-
po, coli' ispezione della città di Pon-
tecorvo, e de' castelli adiacenti spet-
tanti ad Ascanio Colonna ; Gio.
Battista Cicala o Cigada genovese,
da Giulio III; Fitellozzo de' Fitti-
lazzi o Fitelli di Città di Castello,
da Paolo IV ; Marc Antonio Co-
lonna romano, da Sisto V a'4 set-
tembre i585; eà Antonio Pailotta
piceno, nato in Ferrara, legato a
Intere nel 1 824 per nomina di Leone
XII: nella legazione del cardinal Pal-
letta, Ferentino divenne capoluogo
di sua legazione nel maggio e giu-
gno di detto anno , quando quel
porporato per quaranta giorni ten-
ne le redini delle provincie di Ma-
rittima e Campagna, ed a' i5 mag-
gio emanò da Ferentino l' editto
contro i crassatori , facinorosi e
malviventi di tali provincie : il car-
dinale dopo il suo. arrivo in Fe-
rentino nominò suo luogotenente
generale 1' integerrimo magistrato
avvocato Tommasi Alessandri. I
prelati governatori generali poi crea-
ti cardinali, sono i seguenti : Do-
menico Ginnasi dimola, fatto vi-
celegato da Sisto V a' 4 febbraio
i586 e cardinale nel i6o4 da
Clemente Vili. Gio. Francesco Ne'
groni genovese, fatto governatore
generale da Alessandro VII nel
1666 e cardinale da Innocenzo
XI nel 1681. Marcello Durazzo
genovese, fatto da Clemente IX nel
3i4 FRO
1668, e cardinale da Innocenzo XI
nel 1686. Gio. Battista Rubini ve-
neziano, fallo da Clemente X nel
1673, e cardinale da Alessandro
Vili nel i68g. Lorenzo Fieschi
genovese, fatto da Clemente X nel
j6j^, e cardinale da Clemente XI
nel 1707. Niccola Grimaldi ge-
novese, fatto da Innocenzo XI nel
1687, e cardinale da Clemente XI
nel 1706. Carlo Firmano Bichi
sanese, fatto dal oiedesimo Innocen-
zo XI, e cardinale nel 1690 da
Alessandro Vili. Michelangelo Con-
ti romano, fatto da Innocenzo XII
nel 1692, e cardinale da Clemen-
te XI nel 1706, al quale successe
nel pontificato col nome d' Inno-
cenzo XIII. Cosimo Imperiali ge-
novese, fatto da Clemente XII nel
1730, e cardinale da Benedetto
XIV nel 1753. Carlo Francesco
Durini milanese, fatto da Clemen-
te XII nel 1782, e cardinale da
Benedetto XIV nel 1753. Enrico
Enriquez napolitano, fatto da Cle-
mente XII nel 1734, e cardinale
da Benedetto XIV nel 1753. Pao-
lo Girolamo Massei bolognese, fat-
to da Benedetto XIV nel i75i, e
cardinale da Pio VI nel 1785.
Raniero Finoccìiietti pisano, nato
in Livorno, fallo da Benedetto XIV
nel 1755, e cardinale da Pio VI
nel 1787. Muzio Gallo esimano,
fatto da Clemenle XIII nel 1765,
e cardinale da Pio VI nel 1785.
Gio. Battista Bussi de Pretis ro-
mano, fatto da Clemente XIII nel
1766, e cardinale da Pio VI nel
1794. -Antonio Rusconi bolognese,
nato in Cento, fallo da Pio VI nel
1778, e cardinale da Pio VII nel
I 8 1 6 . Cesare Nern h riii i d ' A n co n a ,
fallo da Pio VII nei 1807, e car-
dinale da Pio Vili nel 1829. Fa-
brizio Turiozzi di Toscanella, fatto
FRO
da Pio VII nel 1808, e cardinale
da Pio VII nel 1823. Giuseppe
Ugolini di Macerata, fallo da Pio
VII delegalo apostolico nel >8i9,
e cardinale dal regnante Gregorio
XV^ nel i838. Gio. Antonio Ben-
venuti di Belvedere diocesi di Si-
nigaglia, fallo da Leone XII a' 3
luglio 1824 delegalo straordinario
e visitatore apostolico, e dal me-
desimo creato cardinale nel conci-
sloro de' 2 ottobre 1826, e pub-
blicalo in quello de' i5 dicembre
1828. Luigi Ciacchi ài Pesaro, fat-
to delegalo apostolico da Leone
XII nel 1827, e cai'dinale da Gre-
gorio XVI nel i838. Giovanni Se-
mini di Magliano, fallo da Leone
XII nel 1829, e cardinale da Gre-
gorio XVI nel 1843.
In quanto agli uomini illustri
del corrente secolo, oltre il sullo-
dato storico patrio dottore Giusep-
pe de Maltheis, nomineremo il let-
terato Luigi Angeloni, e il p. m.
Domenico de' conventuali. Molli fu-
rono gli uomini illustri frosinone-
si , specialmente appartenenti alle
primarie famiglie Guglielmi, Pa-
radisi, Campagiorni, Pesci, de San-
clis ec, i quali hanno onoralo la
patria fino a' nostri giorni. Molti
di questi si possono facilmente rin-
venire neir opera di Antonio Ric-
chi intitolata : Teatro degli uomini
illustri nelle armi, lettere e digni-
tà che fiorirono nel regno antichis-
simo de' volsci , Roma 1721 : il
Ricchi nella sua Reggia de" volsci, a
pag. i3o, tratta di Frosinone, che
pur chiama Frasellonej e de' suoi
nomini illustri a pag. i33 del suo
Teatro. In oltre si può consultare
anche per le notizie della provin-
cia, Ottavio Ligorio, Ristretto isCo-
rico dell'origine degli abitanti del-
la Campagna di Roma , de" suoi
1 TxO
re, consoli e dittatori, Roma 17 53,
©lire diverse altre edizioni , arric-
chite di copiose notizie dal p. Ni-
colò Galeotti. La provincia di Ma-
rittima e Campagna, il celebre pae-
se degli ernici e dei volsci, la pro-
vincia di Prosinone e questa città
nel maggio del decorso anno i843
furono grandemente onorate e col-
me d'indescrivibile gioia la più sin-
cera, per la benefica presenza del
regnante Pontefice Gregorio XVI,
cui tutti gli abitanti d' ogni ordi-
ne, sesso ed età fecero a gara in
testimoniargli ne'più solenni edifi-
canti modi religiosa venerazione ,
affettuoso filiale amore , e fedele
sudditanza. In ricambio le popola-
zioni dal conìun padre e sovrano
ricevettero singolari prove e testi-
monianze di paterna dilezione, gra-
zie, favori, onori, e beneficenze.
Come fu festeif^iato il Pontefice a
Prosinone lo andiamo brevemente
a riportare, mentre le dimostra-
zioni degli altri luoghi, sono nar-
rate ai rispettivi articoli di questo
medesimo Dizionario, e in parte
di sopra indicate.
Gregorio XVI con nobile cor-
teggio, che descriveremo all'artico-
lo Poste Pontifìcie {^f^edi), prece-
duto dal sopraintendente generale
di esse, partì da E.oma e dal pa-
lazzo vaticano il primo di maggio.
La prima dimostrazione festiva il
Papa la ricevette nella via Labi-
cana presso la Colonna, ove trovò
un ben inteso arco di verdura, con
iscrizione celebrante il tripudio in
cui erano per questo felice avve-
nimento gli ernici ed i volsci. Ivi
Emidio Reiiazzi, figlio del cav. Pao-
lo romano, siccome nato in Prosi-
none, quando il padre era segreta-
rio generale della delegazione, gli
umiliò un sonetto in istampa, al-
FRO 3,5
liisivo al faustissimo accesso del
Papa nella provincia di Prosinone,
al tripudio, alla fedeltà ed all'a-
more de' volsci verso la di lui sa-
gra persona. Proseguendo il viag-
gio pei territorii di Zagarolo , Pa-
lestrina, Lugnano, Valmontone, e
Segni, giunse a modo di religioso
trionfo in Anagni, avendolo Val-
montone accolto tra le sue mura,
quindi elevata alla dignità di cit-
tà. A.' 3 maggio partì da Anagni,
e dopo avere onorato Perentino
con lungo trattenimento, il Papa
si diresse verso Prosinone, giun-
gendo dopo il mezzodì al ponte
sul fiume Cosa, che costeggia l'al-
ta collina in cima alla quale è
costruita la città. Ad essa rapida-
mente ascese per l'ampia via pro-
vinciale, che serpeggiando vi con-
duce, fiancheggiata lateralmente da
spessi candelabri da cui pendevano
festoni di mirto intrecciati con fio-
ri, mentre tutti venivano rallegrati
dai rimbombi dell'artiglieria, dai con-
certi musicali delle bande, dal suo-
no delle campane, e principalmente
dalle voci esultanti dei frosinonesi
e delle popolazioni della provincia
accorse dai vicini paesi, che a gui-
sa di anfiteatro occupavano tutta
la collina e le alture della città.
Poco prima della medesima tro-
vossi la magistratura di Prosinone
con monsignor Andrea Pila spole-
tino delegato apostolico ivi residen-
te, con la congregazione governa-
tiva, e con tutte le autorità civili
e militari di Prosinone. Le chiavi
della città furono otièrte al Pon-
tefice dal gonfaloniere cav. Leonar-
do Grappelli, sotto un grandioso
ed elegante arco trionfale di ar-
chitettura romana, adorno con ot-
to colonne, eretto a spese della
provincia , e sormontato da una
%
3i6 FIlO
«.titilla colossale rappresentante la
Ueligione, in mezzo a due geni iu
forme di fame , coli' iscrizione se-
i;Liente :
IN ADVEVTUM OPT ATISSIMUM
MUMFICENTISSfMI PRINCIPIS
GREGORII XVI P. O. M.
HERXICI VOLSCIQUE
AN. MDCCCXLIII.
Intanto uno stuolo di giovani de-
cenlemenle vestiti, appartenenti qua-
si tutti alle primarie famiglie, aven-
do chiesto ed ottenuto il permesso
di staccare i cavalli dalla pontificia
carrozza, questa tirò a mano per
l'ardua salila dopo l'arco suddetto
sino dentro la città, ove le finestre
erano tutto decorate di drappi; e
fermatisi sulla piazza del nuovo pa-
lazzo apostolico avanti alla chiesa
di s. Benedetto, il Pontefice vi sce-
sce in mezzo all'entusiasmo e giu-
bilo univer.sale, accolto dal cardinal
Antonio Tosti protettole di Fro-
sinone, e da monsignor Francesco
Maria Cipriani vescovo di Veroli,
alla testa del suo clero, in mezzo
ai quali, preceduto da una schiera
di fanciulli vestiti all' angelica che
andavano spargendo fiori, e dalla ban-
da musicale, il Papa recossi a pie-
di sotto il baldacchino, le cui aste
erano sostertute dal magistrato, sino
alla chiesa principale di s. Maria
Assunta, la cui ricca paratura pro-
duceva vaghissimo etTetto, pei tanti
e variati colori degli addobbi, veli,
«■.arte colorite, stelle dorate, fiori e
pezzi di stolfa. Giunto il Pontefice
all'altare maggiore vi trovò deco-
rosamente esposto il ss. Sagramen-
to, ed ai lati due belle statue di
grandezza naturali rappresentanti i
santi Pontefici fiosinonesi Ormisda
e Siiveiio, coi volti e cor, le inani
F II O
di argento : ricevuta la benedizione
col_ ss. Sagiamento dal lodato ve-
kcovo diocesano, retrocedendo a pie-
di per la medesima via giunse al
nuovo palazzo pontificio, residenza
del delegato. Questo prelato si tro-
vò neir ingresso a rinnovare il suo
ossequio, e per la magnifica scala
colonnata ascese il Papa al piano
superiore, e dalla vasta loggia pa-
rata con baldacchino, compaifi la
sua benedizione all' immenso tripu-
diante popolo; indi nella contigua
ampia sala di udienza, decorata con
colonne di stucco, e damaschi rossi,
ascese in trono, ove avente ai lati
il cardinal Tosti, il vescovo Cipria-
ni, e il delegato Pila, ammise be-
nignamente al bacio del piede la
civica magistratura, la congregazio-
ne governativa, ed oltre il clero le
autorità civili e militari, e tutte le
persone distinte della città: dopo
di che il Papa passò nel suo appar-
tamento, ed il suo seguito nelle
camere destinate.
Nelle ore pomeridiane il Papa
volendo visitare vari luoghi della
città, fu impedito d' uscire dal pa-
lazzo per la pioggia, che continuan-
do anche nella serata, restò impe-
dito che s' incendiasse il preparato
fuoco d'artifizio, con illuminazione
a disegno sulla facciata della chiesa
di s. Benedetto ; non però la gene-
rale e brillante illuminazione della
città, e di tutte le vicine campa-
gne, distinguendosi le luminarie
poste sulla torre della chiesa prin-
cipale, e sulla cupola della chiesa
di s. Benedetto. Nella medesima
sera il Pontefice ammise all' udien-
za varie persone, e la deputazione
della città di Benevento , quella
della città di Ponte Corvo, e quelle
dei circonvicini comuni, che a no-
me del pubblico felicitarono il Po»*
FRO
tt^ficc , e rassegnarono 1' omaggio
ilella loro sncldilanza e veiieiazio-
ne: l' affabilità paterna con cui fu-
rono accolte, penetrò i deputati del-
la più profonda riconoscenza, ed essi
e i loro luoghi furono benedetti con
effusione dal Pontefice, commosso
per tante religiose ed affettuose di-
mostrazioni. Indi la magistratura civi-
ca di Prosinone umiliò al Ponte-
fice un astuccio con quattro gran-
di medaglie, due d' o'o e due
d'argento, appositamente coniate,
rappresentanti da un lato la sua
effigie incisa dal celebre cav. Giro-
inetli, e nel rovescio la seguente e-
pigrafe composta a perpetuare la
IHemoria della sua venuta in Fro-
zinone: db adventum principis opti-
mi VOTOBUM COMPOTES FRUSINATES A.
MDCccxLiii. La quale medaglia ven-
ne anche distribuita a tutto il no-
bile corteggio pontificio, unitamente
ad un' ode saliìca, del poeta Giam-
battista Tagnani, e pubblicala colle
stampe di Ferentino, con questo
titolo: U arrivo del sommo Ponte-
fice Gregorio XVI a Prosinone. E
qui noteiemo che per celebrare il
medesimo avvenimento, il sotto of-
ficiale de' bersaglieri Benedetto Ren-
zoni dispensò un analogo sonetto
in istampa. Il modo decoioso e non
perituro, con cui la città di Fio-
sinone volle solennizzare la presen-
za di Gregorio XVI tia le sue mu-
ra, fu da questi corrisposto col più
grazioso gradimento, e colle parole
le più benevoli, con immensa sod-
disfazione del magistrato e di ogni
ordine di cittadini. La mattina del
giorno 4 "TifgS'O} Jl Pontefice col
suo corteggio, ed accompagnamento
di monsignor delegato Pila, si por-
tò a visitare l'antica cospicua città
di Alatri, ove ricevette dimostra-
zioni che non è qui luogo narrare,
FRO 3.'*
e che furono soleiuii e piene di cor-
diale riverenza. Le famiglie coloni-
che poste lungo la via di otto mi-
glia che mette da Frosinone ad
Alatri, fecero a gara nel festeggia-
re il passaggio dell'augusto capo
della Chiesa, e loro sovrano.
Nel ritorno a Frosinone, il Pa-
pa \isitò Ticchiena Grangia di Tri-
sulti, orando nella pubblica chiesa,
e neir interna cappella del contiguo
monastero, quindi proseguì il viag-
gio riprendendo la strada maestra
verso Fiosinone, nel cui territorio
passò sotto l'arco trionfale eretto-
gli dalla fiimiglia de Sanctis frosi-
nonese in \\\\ suo possedimento
presso la chiesa della Madonna del-
la IN'eve , e decorato con iscrizione
composta dal p. d. Marco Morelli
già generale de' somaschi. Questa
iscrizione oltre il celebrare la venu-
ta di Gregoiio XVI in Fx'osinone,
dice che Luigi de Sanctis Galassi,
figlio di Sebastiano, e convittore
del collegio dementino di Roma
( in cura de' pp. Somaschi ), col
permesso del genitore avea dedica-
to queir arco ad imitazione del
concittadino (marchese) Livio de
Carolis, il quale per celebrare la
venuta di Benedetto XIII , nella
prossima piazza avea eretto un fon-
te perenne. Oltre a ciò il buon
giovinetto de Sanctis, a meglio ri-
cordare alla sua palria Frosinone
il fausto evento, volle distribuire
nello slesso giorno generose elar-
gizioni a povere donzelle orfane di
ambo i genitori nelle tie parrocchie
della città. Alle ore ig giunse il
Pontefice a Frosinone incontiato
dalla magistratura , e da tutta la
popolazione, che parimenti voleva
staccare i cavalli dalla sua carrozza.
Nelle ore pomeridiane il Papa a
piedi si recò a visitare la vicina
^ODU JH
3i8 FRO
chiesa abbaziale di s. Beiiedctlo de-
corosamente parata, e il monaslero
delle oblate di Gesù e Maria del-
le le monachelle, alle quali fece
abbondante elargizione, dopo es-
sere stato ricevuto dalla superiora
suor Maria Teresa di s. Pietro,
della romana famiglia Spinelli, fon-
datrice del monistero; indi fece
ritorno alla sua residenza. Nella se-
i-a nuovamente la pioggia impedì
r incendio del preparato fuoco di
artifizio, e l' innalzamento di diver-
si globi areostatici, il tutto desti-
nato a dimostrar la pubblica esul-
tanza : la stessa pioggia avea im-
pedito nel giorno, che il Pontefice
potesse onorare altri luoghi del-
la città. Nella seguente mattina 5
maggio, il Papa dopo aver ester-
nato alla magistratura, a monsignor
vescovo, e a monsignor delegato il
suo pieno gradimento, decorò del-
l'ordine equestre di s. Gregorio
Magno il gonfaloniere capitano Leo-
nardo Grappelli ; lasciò sussidiale
FRO
con doti le zitelle indigenti, ed i
poveri con copiose elemosine; di-
minuì di sei mesi le condanne dei
detenuti nella rocca, e tra le più
vive acclamazioni dei frosinonesi ,
che reiterate volte bened'i , ad ore
undici mosse con tutto il suo se-
guito alla volta di Terracina per
la via di Piperno, una delle tre
che si riuniscono sul ponte del fiu-
me Cosa sotto Prosinone, come an-
che quella di A latri, e quella che
conduce a Roma per Ferentino.
Trovandosi su quella linea di stra-
da provinciale vari paesi a destra
ed a sinistra della valle del Sacco,
ognuno di essi procurò di fare le
migliori dimostrazioni possibili di
divoto giubilo per il passaggio del
supremo Gerarca nei loro territo-
rii. Diremo per ultimo, che lo
stemma della città di Fresinone
consiste in un leone rampante in
campo bianco, attraversato da una
fascia, coir epigrafe bellator fru-
smo.
FINE DEL VOLUME VIGESIMOSETTDIO.
0'
^mx'
p?'.
BX 841 .M67 1840
sncR
Moroni , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erudizione
storico- eco lesiastica
AFK-9455 (awsk)